Uno
spazio dove archivio alcune considerazioni. Più che per dare loro evidenza per
soddisfare la mia esigenza - forse un po’ banale - di dare e darmi uno
strumento trasparente di verifica nel tempo della coerenza, che considero un
valore spesso trascurato. Comunque nella piena consapevolezza che sul web si
trova con grande facilità di meglio e di più.
Mauro Chessa
Da Wikipedia, l'enciclopedia
libera - Samizdat
(самиздат) in russo significa
"edito in proprio", e indica un fenomeno spontaneo che esplose in
Unione Sovietica e nei paesi sotto la sua influenza tra la fine degli annia
‘50 e i primi anni ‘60.
In pratica consisteva nella diffusione clandestina
di scritti illegali perché censurati dalle autorità o in qualche modo ostili al
regime sovietico. In tale periodo, quello che era un fenomeno spontaneo e
irregolare fece un salto qualitativo e divenne una sorta di canale di
distribuzione alternativo. Fu il principale "strumento" (e quasi
l'unico) che il nascente dissenso si diede per poter vivere e comunicare, al
punto che talvolta è identificato con esso.
indice
01 agosto 2008 – bipartitismo
esiziale
07 aprile
2008 – Veltroni vs Zanotelli
26 febbraio
2008 – lettera aperta ai partiti
16 ottobre
2005 – l’affare acqua
01 agosto 2008
– bipartitismo esiziale
A margine della seduta di
ieri alla Camera dove il PD non ha partecipato al voto (sulla questione che
vede tristemente implicata l’infinita agonia di Eluana Englaro), voglio
sollevare un aspetto marginale, rispetto alla drammaticità della questione in
esame, ma significativo per quanto riguarda il
sistema bi-partitico che ci tocca. Per me, ma anche per il
Devoto Oli, un partito serve a 'partire' (distinguere) diverse esigenze e
componenti sociali, ciò che nel linguaggio della partecipazione sono gli
stakeolders, i portatori di istanze. Non penso sia possibile
che un soggetto politico come il PD, che mette assieme operai con
imprenditori che si sono distinti nel rappresentare con intransigenza la loro
categoria, liberali pannelliani con catecuminali oltranzisti, liblab alla Morando con socialisti forse ancora convinti di
essere eredi dell'Internazionale, giustizialisti con inquisiti garantisti ecc
ecc possa fare niente di diverso che alimentare una pericolosa mucillaggine
politica. Pericolosa perché quando la politica diventa indistinta si
trasforma facilmente nel brodo di coltura per interessi particolari e
talvolta occulti. Non si tratta quindi di
una questione formale o di stile: è essenziale, per la tenuta della
democrazia, che le tensioni sociali non siano 'normalizzate' entro 1 o 2
partiti dove - la realtà insegna - possono svilupparsi meccanismi tutt'altro
che virtuosi, ma vengano in evidenza nelle assemblee elettive, nelle sedi
istituzionali e li, se queste funzionano, si trovi la composizione a
vantaggio della collettività, nella tutela dei più deboli. Questo è l’esatto
contrario di quello che è successo ieri in parlamento dove il PD, per non
affrontare le tensioni interne tra i teodem e la corrente libertaria, si è
sostanzialmente sottratto al diritto/dovere di prendere una posizione. La normalizzazione
sottotraccia, essenziale alla nascita e sopravvivenza di 'partiti' alfa-omega
(come il PD e PDL) che porta a bollare come politicamente scorretti e
socialmente perniciosi i conflitti (Veltroni e Berlusconi sono d'accordo
anche nel definire fratelli i padroni e i salariati), produce una democrazia
televisiva, dove passa solo ciò che è consentito dalla regia perché non crea tensioni
interne insormontabili, e giorno per giorno si impara senza contraddittorio
(se non in circoli ristretti), per esempio, che i termovalorizzatori fanno
bene alla salute, che il nucleare è una panacea, che la precarietà è
inevitabile, che lo sviluppo non può avere fine e si misura con la
magnificenza delle infrastrutture ecc. Quello che è successo ieri
non è solo la resa di un partito su una questione particolare, è la chiara
manifestazione della decadenza di un sistema che è sempre più azzardato definire
‘democratico’. MC |
07 aprile 2008
– Veltroni vs Zanotelli
(testo inviato sulla mail list della Rete Lilliput) Trovo
sconcertante la replica di Veltroni a Zanotelli la dove dice della necessità
di gestire l'acqua attraverso "vere aziende
industriali. Solo aziende
industriali, che possono poi avere un assetto proprietario pubblico o privato
o misto", come se una industria
privata quotata in borsa - che ha come dovere statutario nei confronti degli
azionisti il raggiungimento del maggior utile possibile - e un ente
strumentale (consorzio o azienda speciale) interamente pubblico che ha
come mandato la gestione senza lucro (avendo l'obbligo del pareggio di
bilancio), siano, agli effetti della gestione dell'acqua e dei beni comuni,
intercambiabili. Si tratta di una
'insensibilità' che la dice lunga in merito all'attitudine alla
privatizzazione del Walter nei confronti dei beni comuni (tra questi anche la
sanità) dove, oltretutto, le logiche di mercato significano concorrenza
solo apparente (di regola cartelli affaristici tra grandi imprese - come la
forte sanzione dell'antitrust proprio alla veltroniana ACEA dimostra) e
tariffe regolate dal rapporto domanda-offerta, cioè i più poveri devono
rinunciare, i poco abbienti ce la fanno con fatica, i medi ci stanno e i
ricchi se ne sbattono. Ma per acqua, sanità ecc può funzionare così ? Attenzione a ciò che sta
succedendo !! Ognuno ha le proprie convinzioni ma i
numeri qui sotto sono incontrovertibili: - Sole 24 Ore del 28
marzo: "Boom di profitti
per le utilities" - A2a (è la quotata in
borsa frutto della fusione di quotate delle città di Milano e di Brescia
(Aem, Asm e Amsa) - energia elettrica, teleriscaldamento, servizi idrici
eccetera): "conti 2007 ... l'utile
aggregato, al netto delle imposte, è stato pari a 521 milioni" - "Hera
(la quotata in borsa con azionista di riferimento la città di Bologna. "
... bilancio 2007 ... utile netto pari a 109,9 milioni (+ 9,6%)" - Enia
(la quotata in borsa con azioniste di riferimento le città di Reggio Emilia,
Parma e Piacenza) "... nel 2007 ... un utile netto in lieve aumento
dell'1% a 27,4 milioni..." - "Molto
bene Acegas Aps, che ha chiuso l'esercizio 2007 con ... utile netto ... in
forte crescita (+ 136%) a quota 41.6 milioni". (è una Spa, che opera a partire
dalle città, azioniste, di Padova e Vicenza. Presenti anche servizi
idrici) - Iride ... conti
2007 ....e un utile netto in crescita del 39% a
115 milioni". Iride è una quotata in borsa con azionisti di riferimento
le città di Torino e Genova. Anche qui i servizi idrici. E altro ancora. -
Acea, la società ha registrato un utile netto di 167,4 milioni, in aumento
del 13,6% rispetto al 2006". E lo scandalo non sta
solo nel fatto che - con grande evidenza - ci sono dei privati che lucrano
sui bisogni essenziali dei cittadini, ma con queste aziende a cavallo tra
privato e pubblico si stanno privatizzando gli stessi Comuni: nel vecchio
programma dell'Unione c'era scritto che lo spoil system che si instaura
in queste realtà (leggi lottizzazione selvaggia e incontrollata) "ha fidelizzato e feudalizzato la
dirigenza pubblica"; se ne accusava Berlusconi ma in
realtà questo sistema lo ha introdotto il primo governo Prodi con una
delle leggi Bassanini (1997). Non pare proprio che il Walter voglia
tornare indietro, anzi, se riesce a piazzare la sig.a Lanzillotta stiamo
freschi !! E mentre i comuni sono
sempre più in ristrettezze economiche, chiedono e ottengono soldi dallo Stato
(che continua a stanziare trasferimenti
ordinari ai Comuni mentre i tentativi di perequare i
bilanci dei Comuni non hanno prodotto gli effetti voluti e la c.d.
"autonomia finanziaria di
entrata e di spesa" - art. 119 Cost - degli enti
locali, che doveva partire da oltre 5 anni fa, non esiste), le ex
municipalizzate fanno utili a palate che servono ad alimentare un sistema
strettamente controllato dalla politica ma che risponde alle leggi di
mercato. In altre parole l'attività politica è sostenuta economicamente (e
non disinteressatamente) da questo sistema mentre i luoghi istituzionali vengono
progressivamente svuotati della propria autonomia economica e decisionale. Si
è instaurando e si afferma sempre più un meccanismo pervasivo di
destrutturazione delle basi democratiche negli enti locali, segnatamente nei
comuni, dove gli organi elettivi sono ormai simulacri e le decisioni
importanti vengono prese altrove e con criteri che nulla hanno a che vedere
con la gestione nell'interesse della collettività (le cariche nelle
partecipate spesso non approdano nemmeno in consiglio comunale e quando accade
sono blindate). Solo dove gli eccessi fanno saltare il coperchio, come a
Napoli con la munnezza, si scopre il gioco, ma altrove la 'privatizzazione'
della Repubblica (cose e regole) progredisce gradualmente, senza scossoni. Scusatemi lo sfogo, ma a
volte pare che lassù qualcuno consideri i cittadini, o meglio il pubblico
televisivo, una massa di coglioni pronti a bere qualsiasi frase ben
costruita. Mauro Chessa |
26 febbraio 2008
– lettera aperta ai partiti
Lettera aperta ai dirigenti pistoiesi di
RC, PdCI, Verdi, SD. Mi permetto di rivolgervi alcune
considerazioni ed un appello, nella piena consapevolezza di essere nulla più
che un elettore tra tanti. Ho maturando la sensazione che il tentativo
di fare della Sinistra Arcobaleno un soggetto politico innovativo stia
fallendo. Abbiamo cominciato a cercare di farlo (chi sommessamente, come il
sottoscritto, altri con autorevolezza, come Ginsborg, Molinari, ma anche
Folena ecc) a Roma con il gruppo di lavoro "Autogestiti 8
dicembre”; emersero suggestioni, aperture, sembrò di vedere nei partiti
la coscienza dell’inderogabilità di un rinnovamento profondo, della
necessaria contaminazione con la società civile. Ora si dice che non c’è tempo,
c’è da fare la campagna elettorale per non esser da meno dei manifesti
3X6 di Vetroni e Berlusconi. Del resto se ne riparlerà dopo il 14 aprile. La
partecipazione è momentaneamente sospesa. Momentaneamente, ne sono convinto,
perché è un processo che nel popolo della sinistra è avviato e non si
fermerà. Ma nei partiti, salvo eccezioni, non si
comprende che (momentaneamente) non si mette da parte una questione
inattuale, si mettono da parte quegli elettori - nella società civile ma
anche nelle basi dei partiti sono molti - che fanno della partecipazione e
dell’inclusività il discrimine tra un sistema sclerotizzato, giunto al
capolinea, e la possibilità di voltare pagina. Inoltre, a prescindere da
valutazioni di più ampio respiro, con questa legge elettorale che nega
l’espressione delle preferenze la possibilità di partecipare alla
formazione delle liste e dei programmi rappresenta un elemento minimale di
democrazia. Si rinuncia così al più forte segnale di discontinuità alla
portata di una forza politica che sarà inevitabilmente di opposizione,
assieme ad una azione incisiva sull’etica
dell’impegno politico (solo il PRC ha fatto qualcosa, non aprendosi ma
almeno stabilendo regole per le candidature, come il limite dei mandati, le
incompatibilità, la parità di genere). L’effetto di questa rinuncia è
drammatico, sta scritto sui giornali e chi è attento ai movimenti della
società civile lo percepisce chiaramente: ad oggi solo il 40% degli elettori
dei partiti che hanno dato vita alla "cosa rossa" voterebbero per Lo dico con profondo rammarico; a Roma
c’ero, ho sottoscritto l’appello dei Comitati per Non si è avuta la capacità di
comprendere che Invece vi siete costituiti a tutori
dell’ordine immutabile della politica segretariale: verranno i
rappresentanti nazionali a fare i comizi, si pensi ai manifesti, alle sedi e
avanti in riga senza perdersi in chiacchiere, si dimentichi anche
l’art. 49 della Costituzione, che assegna ai partiti la funzione di
consentire ai cittadini di concorrere con metodo democratico alla politica
nazionale. Come si fa ad accodarsi a scherani di partito che mostrano tale
incapacità di leggere la situazione nazionale e locale? E qual è la
giustificazione? Non c’è più tempo. Salvo scoprire che il PD (cioè l’inciucismo
che si dice di voler combattere) in diversi luoghi, tra i quali la vicina
Emilia tutta, fa le primarie, apre le proprie candidature alla società civile
e nelle assemblee provinciali e regionali non elude la questione della
rappresentanza. Non a Pistoia: sarà una questione di clima. Nell’ultima riunione della SUP di
Pistoia (25 febbraio) i Verdi si sono smarcati da questa chiusura e da questa
svolta ad U che riporta nel buio della politica delle segreterie. Non è un
caso: nelle scorse comunali hanno cominciato a praticare la partecipazione
democratica, sanno che è un metodo efficace. Ma se la loro posizione si
fermerà all’enunciazione nelle assemblee non sarà sufficiente a
distinguerli dal vecchio che non se ne va, dai sistemi così ancorati a logiche
spartitorie da non vedere il concreto rischio che venga meno l’oggetto
della spartizione. Ed in fine l’appello. Secondo gli
analisti la marginalità parlamentare della Sinistra Arcobaleno è (anche) una
questione sistemica: il combinato disposto del meccanismo elettorale e del
bipartitismo leaderistico. Buona parte dei vertici della CGL,
pragmaticamente, hanno già tratto le conclusioni. Non condannatevi alla
marginalità anche nella società civile che ha tentato l’avvicinamento.
Non riaprite il solco scavato con il governo Prodi. Ci sono persone, soggetti
collettivi, che credono nella necessità di lavorare per l’unità di una
sinistra pluralista; non chiudete loro la porta in faccia, soprattutto dove
farlo è semplicemente stupido. Riprendete subito lo Statuto della SUP e,
senza stravolgerne la natura inclusiva e paritetica, fatevene promotori. La
partecipazione non fa svolte a U. Mauro Chessa |
14 giugno 2006
– lavoro
(Testo redatto, in seguito ad una conferenza del Prof. Zucchetti, per contribuire ad un documento sul lavoro del Gruppo di riflessione politica della Diocesi di Pistoia. Documento che non mi pare abbia mai visto la luce.) La precarietà nel lavoro, ovvero la
supremazia dell’individuo sulla persona. Fino a tre decenni fa in
occidente l’economia seguiva il modello di crescita fordista, dove i
conflitti erano regolati da istituzioni statali o originate dalla società
civile, mediante la negoziazione collettiva. Questo modello si basava su un
patto sociale che comprendeva l’antagonismo di classe in forma
controllata: era necessaria l’integrazione dei lavoratori salariati nel
progetto di social-democratizzazione e aveva i propri presupposti economici
nel rapporto capitale/lavoro e nella domanda di beni di produzione. Il
progressivo aumento dei salari era necessario a produrre l’aumento
della domanda, andando a stabilire sia l’equilibrio nella
redistribuzione dei guadagni sulla produttività sia il ritmo
dell’estensione/contrazione della capacità di produzione. La dinamica
economica risultava regolata dalla contrattazione collettiva, come elemento
di una politica a breve termine; il regime monetario e finanziario era
attenuato da un’inflazione permanente e dall’aggiustamento del
tasso di cambio, reso possibile dal comune intento (comune convenienza) di
mantenere la stabilità. Non era Questo modello entra in
crisi alla fine degli anni ’70 e negli anni ’90 il modello
fordista viene superato da un diverso modello di crescita, sviluppatosi
inizialmente negli USA. Questo nuovo modello, la new economy, vede nuovi
fattori divenire determinanti: a)
l’affermazione del capitalismo
patrimoniale, che si alimenta attraverso l’attività borsistica e le
varie forme di speculazione finanziaria; b)
il capitalismo cognitivo, che si basa
sulla valorizzazione delle innovazioni scientifiche e tecnologiche che non
richiedono grandi strutture produttive, ma anche il grande sviluppo delle
forme di mediazione e consulenza, motivate dalla sempre maggiore distanza
(geografica e non solo) tra la produzione e il consumo; c)
la globalizzazione, che consente di
slegare le attività produttive dal territorio dove hanno mercato e di
collocarle dove le si possono realizzare con il minor costo possibile. Il passaggio
dall’economia fordista alla new economy si è accompagnato alla
possibilità di smarcarsi dal patto sociale da parte della componente sociale
che detiene i capitali (e le possibilità finanziarie ed imprenditoriali di
gestirli in grande scala), quella che
Burnham chiamava "the managerial class". Questa componente sociale
ha poi sostanzialmente perso il proprio ruolo guida nei grandi sistemi perché
questo è stato assunto dal sistema azionario, che ha il carattere di essere
de-personalizzato, alocalizzato e socialmente deresponsabilizzato. Non
valgono più letture sociali come quelle di G. A questa affermazione del
‘capitalismo’ ha corrisposto lo speculare ridimensionamento della
capacità rivendicativa della componente sociale che, con un termine desueto,
può essere identificata con la ‘classe dei lavoratori’. La
separazione del capitale dal valore del lavoro, quindi dai lavoratori
(fenomeno già individuato nel 1976 da Jean Boudrillard: “il principio di realtà ha coinciso con uno
stadio determinato della legge del valore. Oggi tutto il
sistema precipita nell’indeterminazione, tutta la realtà assorbita
dall’iper-realtà del codice della simulazione”), sembra essere stata nel contempo causa ed effetto del
disarmo della capacità di sostenere rivendicazioni collettive, del ritrarsi
nella dimensione individuale. Questo è in parte motivato
dal fatto che le rivendicazioni sindacali, negli anni ‘70 –
‘90, erano prevalentemente vertenze salariali, che sono divenute
insostenibili con la deresponsabilizzazione sociale della gestione
d’impresa e con la globalizzazione: molte imprese possono trasferirsi
dove il lavoro costa meno e paventare ridimensionamenti o serrate. Ma il riflesso della precarietà
supera la dimensione sindacale e riguarda la dimensione umana nel senso più
profondo. Nel febbraio 2003 il giornalista americano Bob Herbert pubblicò sul
New York Times i risultati di una indagine conoscitiva su un campione di
centinaia di giovani disoccupati di Chicago: nessuno dei suoi intervistati si
aspettava di trovare lavoro nei prossimi anni, nessuno di loro si aspettava
di potersi ribellare, o di poter avviare un grande cambiamento collettivo. Il
senso generale delle interviste era un sentimento di impotenza profonda. La
chiara percezione del declino non appariva focalizzata sulla politica, ma
proiettata sul fondale metafisico della involuzione psichica e sociale. Così
risulta obliterata ogni possibilità di costruire alternative. Valutazioni analoghe
si ottengono dai nostri precari. Un recente studio della CGL sui
‘collaboratori’ ha mostrato come ben l’80% si dichiara poco
o per niente soddisfatto del proprio lavoro. Il basso grado di soddisfazione
è in stretta relazione con i livelli retributivi ma anche al fatto di
sentirsi poco tutelati rispetto ai principali diritti normalmente garantiti
ai lavoratori dipendenti. I collaboratori intervistati si sentono poco o per
niente tutelati in rapporto ai diritti sindacali, la malattia e - soprattutto
- la maternità. A questa generale insoddisfazione tuttavia non fa riscontro
alcun serio tentativo di sindacalizzazione, anzi si misura un crescente
distacco dal collettivismo di qualsiasi natura e un progressivo ritrarsi nel
privato. La precarietà del lavoro e dell’esistenza da luogo a qualcosa
di ancor più nichilista di ciò che Gramsci definiva ‘determinismo
meccanico’: “quando non si ha
l’iniziativa nella lotta e la lotta stessa finisce con
l’identificarsi in una serie di sconfitte, il determinismo meccanico
diventa una forza formidabile di resistenza morale, di coesione, di
perseveranza paziente e ostinata. ‘Io sono sconfitto momentaneamente,
ma la forza delle cose lavora per me a lungo andare ecc’. La volontà reale si traveste in un atto di fede, in una certa
razionalità della storia, in una forma empirica e primitiva di finalismo
appassionato che appare come un sostituto della provvidenza”. La introiezione
del non-valore della precarietà non consente neppure il fatalistico
affidamento alla “forza delle cose”,
apre invece le porte alla vacuità esistenziale ed alla disgregazione sociale. La conseguenza della
regressione del potere contrattuale dei lavoratori è stata, a livello
mondiale, il dilagare di politiche pubbliche dai caratteri francamente
neoliberali, che non ha trovato alcuna determinante resistenza. Il costo di
produzione viene progressivamente slegato dall’equo valore del lavoro e
viene sempre più commisurato agli aspetti speculativi della concorrenza
internazionale ed al peso dei mercati finanziari sulla gestione aziendale: un
dirigente è premiato quando ‘snellisce’ la propria azienda, cioè
quando licenzia i dipendenti, paradossalmente soprattutto nel caso di utili
crescenti. Ogni operazione di ‘snellimento’ viene gratificata da
un incremento del valore dei titoli azionari dell'azienda. Sono noti casi in
cui sono state chiuse aziende produttive solo perché ciò portava un vantaggio
finanziario alla corporation che le gestiva, senza che queste potessero
essere sanzionate da un sistema di salvaguardia del pubblico interesse. I
problemi occupazionali hanno preponderanza locale, per i loro effetti
socio-politici dirompenti, mentre le logiche liberiste sono prevalenti sul
piano politico-strategico di maggior scala. È l’attuazione della
giustizia di Trasimaco (il contradditore di Socrate nella
“Repubblica” di Platone), priva di autonomia e universalità ma
consistente nell’utile del più forte, la dove questo incarna il potere
costituito. Questo trend è così
radicato ed avanzato che le politiche mondiali del WTO (GATS) e del FMI sono
volte ad ottenere la piena liberalizzazione (gestione mercantile con gli
stessi criteri speculativi) anche dei ‘beni comuni’ materiali,
come l’erogazione dell’acqua, ed immateriali, come la sanità e l’istruzione. La giustificazione
socio-politica di questo processo ha le radici nel pensiero liberale
(informato da Locke, l’esegeta della proprietà privata quale diritto
naturale dell’uomo, sovraordinato ai diritti sociali, e Humboldt, il
teoreta dello Stato minimo), che in buona sostanza trova declinazione
corrente nel darwinismo sociale. Ogni individuo, forte delle proprie
capacità, troverà la migliore espressione nella società. Di fatto la migliore
espressione di alcuni si è tradotta nella realizzazione di strutture
economiche eccezionalmente potenti. Queste possono agevolmente condizionare
le politiche mondiali a scapito di milioni di persone che, di fatto, non
hanno alcuna possibilità di affacciarsi all’opportunità di far
apprezzare le proprie capacità. Queste capacità comunque difficilmente
avranno potuto svilupparsi la dove si ha il problema di sopravvivere alla
fame, alla guerra o dove si vive in un contesto alienante, popolato
dall’homo videns (G. Sartori) che dipana la propria dimensione
esistenziale sui valori che gli sono erogati dalla televisione. La giustificazione funzionale sta invece
nel fatto che l’aumento della flessibilità nelle assunzioni produce un
aumento dell’occupazione aggregata. Il concetto con cui si è sostenuta Per quanto fin qui esposto
la flessibilità, come fenomeno sistemico, non è in alcun caso una
opportunità. È il riflesso sul mercato del lavoro della nuova economia e
della conseguente perdita della capacità contrattuale degli organi preposti
alla negoziazione collettiva. La caratteristica centrale del processo di
ristrutturazione economica, e del modello sociale che si è affermato negli
ultimi decenni, è la messa in mora della possibilità dei lavoratori e delle
lavoratrici di esprimersi come componente sociale e di poter far valere, come
soggetto collettivo, il proprio punto di vista autonomo sul lavoro e sulla
società. Grava sempre più sul singolo lavoratore la necessità di stabilire un
proprio rapporto con il datore. Quando quest’ultimo è una impresa con
strutture delegate alla gestione del personale ed il lavoratore non ha un profilo
professionale di spicco - cioè nella stragrande maggioranza dei casi - il
disequilibrio tra i rispettivi poteri contrattuali è schiacciante:
l’impresa può scegliere, anche a livello globale, l’individuo
tipo che ‘vende’ le proprie prestazioni alle condizioni di
mercato meno gravose, mentre il lavoratore è una persona, con aspirazioni,
progetti di vita, legami familiari e territoriali (cioè con una dignità) che
ne limitano la mobilità e la disponibilità. La flessibilità diviene
nient'altro che la necessità, da parte della stragrande parte dei lavoratori,
ad aderire ed adattarsi a questo modello soggiogante. La precarietà
professionale ed esistenziale è la forma concreta con cui questa flessibilità
va a realizzarsi e non ha alcuna possibilità di essere combattuta a livello
individuale. Ovviamente la rilevanza sociale della contrattazione collettiva
si esplica la dove viene sviluppata non nella forma della ricerca di vantaggi
corporativi ma nella tutela dei diritti acquisiti. Ovvero dove si coglie, di
nuovo, la differenza tra l’individuo (la cui competitività si misura
con il rapporto costo/produttività) e la persona, capace di dignità, di
solidarietà, e bisognoso di poter sviluppare un proprio progetto di vita
comprendente anche la ‘vocazione’ professionale. A questo
proposito devo dire di aver trovato poco azzeccata la citazione - che mi è
parsa positiva - di Weber fatta dal Prof. Zucconi a proposito del
‘lavoro come vocazione’: Weber ne parlava nel contesto del
capitalismo nascente, individuando alla radice dello "spirito
capitalistico" l'atteggiamento calvinista che concepisce il lavoro come
vocazione ed interpreta il profitto come segno del favore divino – si
trattava, in buona sostanza, della vocazione al profitto, al quanto alienante
e particolarmente funzionale alle logiche della new economy. Scendendo di scala
nell’analisi delle flessibilità è possibile coglierne qualche aspetto
positivo: a)
certamente vi sono persone dotate di una
particolare autodeterminazione, e con scarsi legami, che possono trovare il
modo di valorizzare le proprie capacità ponendosi efficacemente sul mercato
professionale, cambiando posizione lavorativa frequentemente; b)
è positiva la possibilità di sostituire
i ‘lavoretti’ estivi o comunque part time al nero, che hanno
rappresentato l’accesso al mondo del lavoro per i giovani dal dopo
guerra agli anni ‘60 – ’80, con strumenti flessibili ma
comunque inquadrati in un sistema contrattuale che dia alcune forme di
tutela. c)
positiva anche l’emersione del
lavoro nero, purché non sia effimera e non avvenga perché la tutela del
lavoratore ‘emerso’ risulta simile a quella del nero, cioè
inesistente. Ma che quota dell’attuale
flessibilità coprono queste ‘opportunità’ ? Una risposta può venire da un
recentissimo studio su Roma (‘Rapporto
su Roma capitale’ - Agenzia Ricerca Economico Sociale - maggio
2006) secondo il quale nel 2005 c’erano 178.430 lavoratori atipici,
circa il 13% della popolazione occupata a Roma. Questi dati riguardano i
flessibili ufficiali, ai quali vanno aggiunti i lavoratori in nero (precari
al quadrato), gli immigrati con lavori saltuari e di ripiego non rientranti
nelle statistiche, i lavoratori cosiddetti autonomi (con partita iva) che
autonomi non sono (come gli insegnanti delle scuole private pagati ad ore).
Lo studio conclude che, facendo le somme, si può presumere che i precari
‘reali’ raggiungono il 40-50% della forza lavoro. Questo dato
assai grave è peraltro inferiore a quello complessivo del Lazio, pubblicato
sul settimanale Carta, secondo il quale tra tutti i lavoratori del Lazio gli
atipici costituirebbero il 60%. Sembra di tutta evidenza
che i pochi casi in cui la flessibilità è una opportunità non giustificano
affatto la rilevanza del fenomeno. Le giustificazioni alla
flessibilità si trovano altresì con maggiore facilità se si guarda il
fenomeno da altre angolazioni. In primo luogo quella dei datori di lavoro. Un caso
emblematico è quello delle molte imprese di media e grande dimensione che,
per ridurre il peso degli oneri sociali e del costo del lavoro, utilizzano
sempre più l’esternalizzazione di fasi e di interi processi produttivi
per accrescere l’efficienza e la produttività dell’impresa e
diminuire i costi. La ‘produzione snella’ permette di realizzare
subito alti profitti, nonché di affrontare i periodi di magra semplicemente
riducendo gli ordini ai fornitori, che sono piccole imprese la cui forza
lavoro è in parte consistente precaria. Per rendere questo sistema sempre più
efficace le imprese implementano tecniche e tecnologie che incrementano la parte
del ciclo produttivo che viene realizzato all’esterno, dando così
risposta sempre più rapida alle oscillazioni della domanda. Si tratta della
versione spaghetti e mandolino di quel tipo di flessibilità che sociologi e
economisti chiamano ‘flessibilità numerica’, che consiste
sostanzialmente nel potere di ridurre il numero dei dipendenti a seconda dei
flussi della domanda. Esistono gradi diversi di flessibilità numerica nel
mondo, il massimo appartiene agli USA (tra i paesi sviluppati) dove si
applica l’impiego a ‘volontà’, cioè il datore è libero di
licenziare quando vuole, avendo come sola motivazione la contrazione della
domanda. In Europa invece la regola prevalente è quella del licenziamento
giustificato, che deve essere diversamente motivato. Ma anche in Europa
abbiamo esempi di libertà di licenziamento: Si noti che questo sistema ‘flessibile’ non
produce affatto più possibilità di lavoro, ancorché precario, ma soprattutto
precarizza parte della forza lavoro alleggerendo la responsabilità
dell’imprenditore, mettendolo nella condizione di capitalizzare nei
periodi buoni senza dover poi ripartire i guadagni nei periodi di magra. Che
la flessibilizzazione non è una soluzione per aumentare l’occupazione
risulta evidente dai dati: negli anni tra il 1997 ed il Altra angolazione dalla quale si può
apprezzare la flessibilità è quella della pubblica amministrazione. Nella
scuola - per esempio - i numeri del precariato docente sono imponenti.
All’inizio del 2005 rappresentava circa il 20% dei docenti in servizio,
dietro cui attendono altri docenti, almeno tre volte tanto, in attesa di un
contratto a tempo determinato di durata annuale, accontentandosi di vivere
con supplenze a chiamata. Questa situazione ha alleggerito il peso
finanziario dell’istruzione pubblica, con pesanti ripercussioni sulla
qualità. Ancora più eclatante è il
bilancio positivo della flessibilità per l’INPS: i dati rilasciati
dall’Istituto (agosto 2005) mostrano che in Italia ci sono circa 3,3
milioni di lavoratori parasubordinati (i così detti ‘a progetto’,
dove normalmente il progetto è la foglia di fico della precarietà), in
particolare nella fascia di età tra i 30 e i 40 anni; l’aumento
graduale dei contributi introdotti dalla ‘riforma Biagi’ ha
portato in attivo le casse dell’Inps !! Nel giro di un decennio,
l’INPS ha rimpinguato le casse e scongiurata una grave situazione di disavanzo:
nel Si
potrebbe osservare che il problema della sostenibilità del sistema
pensionistico è stato scaricato sui lavoratori meno tutelati che, per inciso
- in ragione della riforma pensionistica del ’95 (riforma Dini) -
difficilmente potranno beneficiare di un trattamento pensionistico dignitoso:
secondo uno studio del CERP (Centre for research on pensions and welfare
policies) dal titolo “I lavoratori parasubordinati: quale futuro
previdenziale?” per i lavoratori subordinati l’ammontare stimato
della pensione risulta inferiore all’importo dell’assegno sociale
in quanto si calcola che i lavoratori parasubordinati potranno ricevere una
pensione pari a circa il 30% dell’ultimo reddito.
E l’alternativa alla
flessibilità/precarietà ? Sul piano della teoria
economica alcuni studiosi avevano sostenuto che la crescita illimitata era
impossibile. Già David Ricardo non aveva dubbi in proposito: la rendita
crescente della terra avrebbe comportato un aumento dei beni-salario ed il
calo del tasso di profitto, motore del meccanismo di accumulazione
capitalistico. C’è un limite fisico allo sviluppo del capitalismo
dovuto al fatto, secondo Ricardo, che il processo di crescita economica
comportava l’utilizzo di terre sempre meno fertili e quindi ad una
crescita della rendita differenziale che si mangiava una parte crescente del
surplus, rompendo il circolo virtuoso dell’accumulazione. Marx era
molto critico con la teoria di Ricardo, alla quale contestava di non
considerare le opportunità offerte dalla tecnica, i progressi della chimica
che avrebbero incrementato la produttività, superando i ‘vincoli
naturali’ individuati da Ricardo. Ma evidentemente Marx era prigioniero
del proprio materialismo e non aveva immaginato che l’accumulazione
capitalistica avrebbe potuto slegarsi parzialmente dalla produzione, nutrirsi
del proprio riflesso virtuale quel tanto che serve a trasformare il lavoro in
una merce la cui offerta mondiale supera la domanda. Con questi presupposti non
esiste possibile contrasto alla precarizzazione, se non un improbabile
riequilibrio della distribuzione planetaria della ricchezza e delle
tecnologie in tempi ragionevoli, ovviamente con un notevolissimo
ridimensionamento del tenore di vita nei paesi sviluppati, considerata la
finitezza delle risorse naturali. Più praticabile perché
meno altruista della redistribuzione mondiale, ma comunque altrettanto
utopistica, è la conversione delle logiche economiche dei paesi sviluppati
verso la decrescita. Per sollevare l’occidente dall’inevitabile
parabola discendente, dove la precarizzazione è solo la prima avvisaglia,
sembra necessario sollevarne la traettoria dalla monorotaia economicista.
Scindere il legame paradigmatico tra civiltà e crescita economica. Per questo
scopo è necessario prendere consapevolezza che la stagnazione/recessione
economica è ineludibilmente cagionata dalla globalizzazione e dall’uso
che di questa ne possono fare i potentati finanziari, ricattando
l’occidente con la disponibilità delle risorse energetiche e il minor
costo del lavoro nei paesi poveri. È anche assurdo considerare la corsa alle
produzioni di alto contenuto tecnologico come approdo salvifico dell’economia
europea. Ormai le tecnologie d’avanguardia sono alla portata dei paesi
in via di sviluppo, dove comunque il costo del lavoro è incommensurabilmente
inferiore e le possibilità di abbattere i costi di produzione, con cicli
inquinanti ed insicuri, sono consistenti. Lo sviluppo della ricerca e della
tecnologia serve a non collocarci in una condizione di completa sudditanza
commerciale, che renderebbe drammaticamente rapido l’inevitabile
riequilibrio dei flussi economici. D’altro canto è la stessa
globalizzazione, interpretata dai poteri finanziari, che frena il terzo mondo
centellinando le tecnologie, contemperando paradossalmente
l’alimentazione del debito con il prelievo indiscriminato delle risorse
naturali, con il giogo della potenza militare e con politiche atrofizzanti.
Il fine è il mantenimento di quella enorme differenza tra il potenziale
economico tra le parti del mondo che serve da motore per il sistema
speculativo, che quel differenziale può sfruttare. Molti, e
tra questi Amartya Sen, denunciano da tempo come l’estrema povertà e
l’instabilità non siano una condizione naturale ma il frutto di una
precisa azione: “Il punto
essenziale è il ruolo dell’azione umana nel causare ed alimentare le
carestie” (A.K. Sen 2000 – “Lo sviluppo è libertà.
Perché non c’è crescita senza democrazia”).
Sono peraltro evidenti le risolutive resistenze che impediscono di istituire
organismi sovrani nell’applicazione del diritto internazionale e della
Carta dell’ONU. Ciò nonostante anche qui la globalizzazione ha un
riflesso positivo: la progressiva industrializzazione di alcune regioni sta
provocando ciò che si ebbe in Europa nel 1700, cioè lo svilupparsi di una
coscienza di classe e la conquista, lenta e dolorosa, di alcuni diritti
fondamentali, come condizioni di lavoro non schiaccianti. Per quanto riguarda
l’Europa è necessario rifiutare che questa globalizzazione speculativa
ed inevitabilmente precarizzante comporti la riduzione dei servizi
socio-sanitari, della cultura, della cura dell’ambiente e – soprattutto
– dei diritti di cittadinanza. Non potendo ragionevolmente contare su
una conversione al sociale del sistema capitalistico, che continuerà a
marciare verso la mercificazione del lavoro e della persona, per dirla con
Serge Latouche è necessario puntare sulla ‘decolonizzazione’
dell’immaginario dei prima citati giovani disoccupati di Chicago
intervistati da Bob Herbert, dei nostri precari sondati dalla CGL,
dell’homo videns. Scardinare il pensiero unico che vede come valori portanti
l’arricchimento economico ed il possesso degli status simbol. Porre i
presupposti per una società che stabilisca altri parametri di benessere,
coniugando la qualità della vita a quella dell’ambiente (fisico e
sociale) abitato piuttosto che alla lussuosità dell’auto posseduta,
quindi costruire legami sociali di diversa portata e valore, fondati sulla
centralità della persona invece che sul successo individuale. Con il fallimento del
socialismo reale, il franare della socialdemocrazia nel social-liberalismo ed
il panorama mondiale, non pare di scorgere altra soluzione se non la
costruzione di una alternativa alla società di mercato. Il contrasto alla
globalizzazione, che non è altro che il trionfo planetario del mercato, non
può prescindere dalla costruzione di una società nella quale i valori
economici non siano centrali. L'economia deve essere ricollocata alla
funzione di strumento della vita relazionale e non più motivazione
dell’azione individuale e collettiva, e sperare che Marx questa
l’abbia azzeccata: "L'umanità non si propone se non
quei problemi che può risolvere, perché, a considerare le cose da vicino, si
trova sempre che il problema sorge solo quando le condizioni materiali della
sua soluzione esistono già o almeno sono in formazione". MC |
16 ottobre 2005
– l’affare acqua
(Articolo pubblicato sul notiziario dell’Ordine dei Geologi della Toscana) L’affare acqua Mauro Chessa Scrivo quanto segue, utilizzando
lo spazio che Il Geologo dedica alle opinioni personali, nella veste di
sostenitore della proposta di legge di iniziativa popolare per la
ripubblicizzazione del servizio idrico integrato (www.leggepopolareacqua.it).
La gestione della risorsa idrica ha una rilevante dimensione sociale, in
merito alla quale sta crescendo una sensibilità diffusa ed un dibattito
serrato nella società civile. A me pare fortemente opportuno che i tecnici del
settore portino il loro contributo. “Il punto di partenza è pertanto il
considerare l’acqua, oltre che una risorsa naturale e componente
fondamentale dell’ambiente, un bene comune, cioè di tutti. È
da tale presupposto che deriva la necessità di un riconoscimento
“sociale” alle politiche idriche.”
Piano di Tutela delle
Acque della Toscana – Regione Toscana, 2005 Con
Lo
spirito della Legge pare andato in fumo con la lettura che alcuni Enti ne
hanno voluto dare secondo il verbo economico di questi ultimi decenni: ‘efficienza gestionale = privato’;
equivalenza che in molti casi (Parmalat docet) si è dimostrata
tutt’altro che verificata. Così si è aperta la strada ai privati nella
gestione degli acquedotti e nella distribuzione dell’acqua. Gli
operatori economici privati, in maniera del tutto legittima, ricercano la
massima redditività dai propri investimenti secondo le regole di mercato, quindi
non è chiaro come possano essere inseriti nella gestione di un bene pubblico primario
senza incorrere nel contrasto tra la gestione sociale e solidale e la
redditività finanziaria. Se
questa affermazione potrà sembrare demagogica a qualche lettore si possono
citare le esperienze fatte in Italia con le Spa miste, anche se a
maggioranza pubblica, con ACEA di Roma, HERA di Bologna, META
di Modena, AEM di Milano, AGMA di Genova. Le valutazioni
da parte di quanti hanno sperimentato questo modello sono note: aumento delle
tariffe, peggioramento della qualità dei servizi, impossibilità da parte del
pubblico di condizionare la gestione del privato. Per restare a casa nostra
possiamo citare l’ATO 4 (Arezzo), pioniere nell’affidare il
servizio a un gestore unico (Nuove Acque Spa, società mista con un soggetto
privato al 46% guidato dalla multinazionale francese Suez): la bontà di
questa scelta pare significativamente rappresentata dal contenzioso legale in
merito alla qualità del servizio e del rispetto del piano di investimenti tra
la stessa ATO e il gestore, che ha arricchito gli avvocati e pesato sulle
tasche degli utenti. Quello
che è certo è che il partner privato negli enti gestori del servizio idrico
integrato non rischia nulla, dato che la legge lo tutela in maniera del tutto
singolare assegnandogli la nomina dell’amministratore delegato e un
rendimento garantito del 7% sul capitale investito. Se le cose vanno male
quel 7% graverà sulla bolletta o sulla fiscalità generale, in ogni caso sui
cittadini. Quello che è certo è che
il privato non ha alcun interesse ad investire negli impianti pubblici di
depurazione, dato che non hanno alcuna redditività economica. Quello
che è certo è che il privato non ha alcun vantaggio ad investire a lungo
termine in impianti che non sono di sua proprietà, se non quando ha interessi
anche nelle ditte che realizzano gli impianti stessi (per legge le reti di
distribuzione sono pubbliche, solo la gestione è affidata); invece ha
interesse a spremere le reti fino all’osso, nessun vantaggio a limitare
le perdite (gli enti gestori non pagano l’acqua che immettono nelle
reti), a razionalizzare il consumo e a governate la
domanda ed i relativi usi (più acqua si distribuisce più sono gli introiti
derivanti dalle bollette); così in alcune zone d'Italia, pur in condizione di
scarsa disponibilità, sono state definite come obiettivo programmatico
dotazioni idriche di oltre 500 l/abitante/giorno, con il conseguente impegno a
realizzare grandi opere, da finanziare con soldi pubblici. In questa logica
sono riapparsi progetti faraonici di grandi invasi e per lo spostamento di
grandi quantità d'acqua (qualcuno riparla anche dell'acquedotto
Albania-Italia). In Toscana un buon esempio di questa strategia è
materializzato dal ‘tubone’ che porta le
pregevoli acque dell’Anconella a Pistoia, dove i vivai spremono
quantità enormi di acqua dalle falde in assenza di alcun sistema di recupero
e riutilizzo delle acque reflue. Inoltre nella nostra regione i piani
d’ambito, e di conseguenza i piani industriali, sono tutti basati sulla
diminuzione del costo del lavoro e sull’aumento dei prelievi, dei
consumi e delle tariffe. Secondo
alcuni osservatori le fusioni e le holding in Italia e in Europa (un giro
d’affari di dimensioni impressionanti) sono la premessa con la quale si
accumulano capitali per andare all'assalto dell'acqua nei paesi in via di
sviluppo e dell'Est europeo, dove le possibilità di lucrare sull’acqua
sono esasperate. In merito a questo aspetto è significativa la richiesta che
gli esponenti di Manitese e della Campagna per la riforma della
Banca Mondiale hanno inviato al sindaco Veltroni di Roma, affinché si adoperi
per verificare il comportamento di ACEA in merito agli investimenti in
Honduras, che sono giudicati nel segno di una volontà
spregiudicatamente mercantile. ACEA Spa è al 51% pubblica (Comune di Roma) e al 49% di privati, tra
cui Impregilo e Caltagirone (di fatto la controllano), che si sta sempre più
configurando come una holding che agisce nel mondo intero. In Italia è
presente a Roma, Genova, Napoli, in Molise, in Toscana; nel mondo in Colombia
(Bogotà), Santo Domingo, Perù (Lima), Honduras, Albania (Tirana), Svizzera.
Oltre all’acqua ACEA si occupa anche di energia elettrica e gas
naturale. ACEA
sta per acquisire il 40% di Publiacqua, il gestore dell’ATO 3 (Firenze,
Prato, Pistoia ecc), e nel 2006, con l’acquisizione del Gruppo Sigesa,
sarà significativamente presente anche nell’ATO 1 Toscana Nord. ACEA
(unica concorrente nelle gare espletate) sarà il socio privato anche di
Publiacqua nell’ATO 2 (Siena-Grosseto) e nell’ATO 5 (Pisa). Si
noti inoltre che Publiacqua ha una singolare particolarità: a dispetto del
nome non ha alcun limite statutario nella gestione di servizi pubblici
diversi dall’erogazione dell’acqua; quindi questa società rappresenta
in Toscana un potenziale ‘cavallo di Troia’ per l’ingresso
di ACEA, e degli imprenditori che la controllano, in un mercato molto più
vasto e rilevante sul piano sociale. Per
questi ed altri motivi si è sviluppata una preoccupazione diffusa sulla
vergenza privatistica che si sta imprimendo alla gestione dell’acqua;
nei mesi scorsi è stata presentata nella nostra regione una proposta di legge
di iniziativa popolare per la ripubblicizzazione del servizio idrico
integrato, che ha avuto un notevole riscontro e ha raccolto la firma di circa
43.000 cittadini (erano sufficienti 3.000 firme per presentare una legge di
iniziativa popolare, aumentate a 5.000 con le modifiche allo Statuto della Regione
Toscana da poco introdotte). A fronte di questo fatto si è registrato un
irrigidimento da parte degli azionisti di Publiacqua (i comuni nell’ATO
3) che il 21 settembre scorso hanno stretto i tempi e dato il via libera
all'ingresso di ACEA in Publiacqua, senza attendere, come da più parti
chiesto e come consentito dal bando, che la proposta di legge di iniziativa
popolare venisse discussa nel Consiglio Regionale. Per coloro,
come chi scrive, che hanno sostenuto la proposta di Legge è facile concludere
che gli interessi in gioco hanno avuto la
meglio sull'interesse dei cittadini, ma anche chi non è d’accordo con
la proposta può constatare che il principio della partecipazione democratica
in questa occasione non ha trovato alcuna applicazione. Questo
fatto è particolarmente grave alla luce di recentissimi analoghi episodi che
in Italia hanno avuto tutt’altro esito: la gara per l'ATO Idrico nel
ragusano è stata sospesa perché i sindaci di quell’ATO, proprio in
conseguenza di un’analoga iniziativa popolare, non hanno voluto
ratificare la scelta di realizzare la società mista; a Gorizia è nata una
società detenuta al 100% dagli enti locali, per la gestione del ciclo
integrato dell'acqua in tutta la provincia; in Puglia il governo regionale ha affidato la
conduzione dell´Acquedotto Pugliese (il più grande acquedotto d’Europa,
che solleticò l’appetito persino della Nestlè) a Riccardo Petrella - economista,
docente all’Università di Lovanio e portabandiera, con Alex Zanotelli,
della gestione pubblica dell’acqua - con l’esplicito mandato di
trasformare l’Spa in agenzia pubblica; nelle Marche l'assemblea
straordinaria dei Sindaci che usufruiscono del servizio idrico integrato
della Multiservizi Spa ha approvato il nuovo Statuto che ha permesso all'ATO di
concedere alla Multiservizi l'affidamento ‘in house’ del servizio,
garantendo il governo pubblico della Società; in Abruzzo l’Assessore
regionale Srour ha chiesto ai presidenti degli ATO di modificare gli statuti
al fine di assicurare la gestione pubblica ‘in house’ del servizio
idrico integrato. Molte altre poi le
posizioni favorevoli alla gestione totalmente pubblica di amministratori
pubblici; tra tutti il Presidente della Provincia di Mantova che ha
dichiarato: "Non è
pensabile gestire una risorsa come l'acqua secondo i criteri di società
private quotate in borsa che devono, giustamente, rispondere agli interessi
degli azionisti. Non
possiamo imporre un taglieggiamento ai cittadini. E' a loro che dobbiamo
rispondere, e agli enti locali che li rappresentano. Se non decideremo entro
settembre, avremo fallito" e il Sindaco di Capannori: “l'accesso all'acqua rappresenta un
diritto, una risorsa per tutti, non solo per coloro che, avendo i mezzi
economici, possono acquistarla. Ecco perchè mentre per altri servizi sono
favorevole a forme gestionali miste in cui il pubblico si coniuga con il
privato, per il servizio idrico integrato credo che la scelta in grado di
garantire maggiore equità sia quella del servizio pubblico.” D’altro
canto la gestione totalmente pubblica non è un esperimento temerario ma una
realtà: secondo il rapporto 2004 dell’Autorità nazionale del servizio
idrico integrato oltre il 50% degli ATO non ha affidato la gestione ad un
soggetto esterno; su 98 ATO solo 38 hanno concluso le procedure per l’affidamento
della gestione ad un soggetto esterno e 12 hanno definitivamente
scelto società interamente pubbliche. Questa realtà riguarda anche grandi
enti gestori, come a Torino (SMAT), Alessandria (AMAG), Milano città, alto
Veneto, Ancona, Viterbo ecc.. In Francia a Grenoble,
dove operava una delle maggiori multinazionali dell’acqua, è stata ripubblicizzata
la gestione del servizio idrico e in pochissimi anni la multinazionale è
stata liquidata e contemporaneamente si è potuto abbassare le tariffe e migliorare la qualità dell’acqua
erogata. Alla
luce delle esperienze nazionali ed internazionali sembra che la cessione
delle quote dei gestori a società private, come hanno dimostrato molte delle
privatizzazioni, cartolarizzazioni ecc italiane ed europee,
siano motivate dalla volontà di fare rapidamente cassa senza preoccuparsi
eccessivamente delle conseguenze a medio e lungo periodo. Se questo
atteggiamento è generalmente criticabile diventa irresponsabile quando viene
applicato alla gestione di un bene comune vitale. Si tenga inoltre conto del
fatto che A
mio avviso poi, andando oltre la proposta popolare di legge, è necessario
rimettere in discussione non solo l’assetto societario degli enti
gestori ma l’intero sistema: uno dei principali aspetti della Legge
Galli consiste nell’obbligo di delimitare gli Ambiti Territoriali
Ottimali (ATO), cioè porzioni di territorio nelle quali la domanda e la
disponibilità della risorsa idrica sono commisurate e dove le reti di
distribuzione e depurazione possono essere gestite organicamente. In Toscana
sono stati istituiti sei ATO ai quali corrispondono altrettante
‘Autorità’ che hanno il compito di controllare e governare
l’esercizio degli enti gestori. L’individuazione degli ATO è stata
ispirata da criteri di carattere ‘politico-amministrativo’ che
hanno completamente obliterato la concezione originaria, tanto che due ATO della
Toscana non sono affatto ‘Ottimali’: l’ATO 3 Medio Valdarno
ha una intensità di sfruttamento del 115% (consuma
il 15% in più della risorsa di cui dispone) e l’ATO 5 Toscana Costa del
147% (dati del Piano di Tutela della Acque della Toscana – 2005). Se si
dovesse ricercare una giustificazione all’appellativo
‘Ottimale’ la si potrebbe meglio riferire all’efficienza di
queste strutture nell’impiegare nei propri organi direttivi persone
dotate di una tessera di partito. Forse anche per questo il sistema degli ATO
risulta particolarmente costoso: Andrea Sbandati (non un pericoloso ‘newglobal’
ma il direttore del Cispel Conservizi Toscana, associazione delle imprese dei
servizi pubblici) scrive sulla rivista Utility (ottobre 2004), a proposito
del quadro nazionale, che “solo considerando il costo del funzionamento
di 63 ATO su 91 si ottiene un costo quasi doppio a quello del funzionamento
di un’autorità nazionale come quella per l’energia e il gas.”
A fronte di questo costo si verifica una sostanziale incapacità di molte
Autorità d’Ambito ad esercitare un effettivo controllo
sull’attività degli enti gestori: provate a chiedere ad un ATO
qualsiasi il bilancio idrologico della propria area di competenza, misurerete
la capacità di queste ‘Autorità’ di avere contezza della risorsa
che dovrebbero governare nell’interesse dei cittadini. Ma anche volendo
benevolmente circoscrivere la competenza delle Autorità di Ambito agli
aspetti meramente burocratici si hanno tristi rivelazioni. Lampante è il quadro
della propria funzione che emerge dal documento redatto dall’ATO 3 nel
dicembre 2004, dall’inquietante titolo “Luci ed ombre nel primo anno di Publiacqua”, dove si scopre
che l’Autorità
dell’ATO più importante della Toscana dispone a fine 2004 solo dei dati
relativi alla gestione Pubbliacqua al 2002 e che questi oltretutto sono
incompleti, ed in particolare (testuale): “
le principali inadempienze hanno riguardato: -
il
parziale rispetto degli obblighi di informazione in merito
all’applicazione dell’articolazione tariffaria, al volume erogato
e al fatturato che viene utilizzato per la verifica dei ricavi regolati; -
la
mancata registrazione dei livelli di servizio organizzativi riguardanti le
modalità di fornitura, difetto che poi ha comportato l’impossibilità
oggettiva a trasferire informazioni sui suddetti standard di servizio; -
l’incompletezza
accompagnata spesso da incongruenza su alcuni dati tecnici presenti
nell’archivio delle infrastrutture; difetto che poi ha comportato
l’impossibilità di ricavare valutazioni circa l’evoluzione degli
standard tecnici in convenzione” Pare
evidente che l’ATO 3, per propria ammissione, non è in grado di
verificare la congruità delle tariffe, la quantità e la qualità del servizio
erogato, cioè non ha assolto ai suoi principali doveri
istituzionali. Si consideri inoltre che fino ad ora - prima che il partner
privato acquisti il 40% di Publiacqua - l’ATO 3 è una
emanazione diretta degli stessi comuni che sono gli azionisti di
Pubbliacqua: c’è perfetta coincidenza tra controllore e controllato.
Questo aggrava la valutazione sull’efficacia dell’ATO e rende
dubbia la capacità di controllare l’ente gestore quando questo non sarà
più in famiglia, ma avrà l’amministratore delegato espresso da una impresa che gestisce con grande disinvoltura le
proprie attività in ogni parte del mondo: ACEA. Ma
- a prescindere dall’emblematico caso particolare - è evidente che un
organo di controllo, per una considerazione che non ha bisogno di commento,
debba coincidere il meno possibile con il controllato e debba applicare
criteri di carattere generale, quindi sarebbe più razionale avere
un’agenzia di rilevanza regionale, dove utenti, tecnici e lavoratori
del settore siano adeguatamente auto-rappresentati, che vigili su tutti gli
enti gestori della Toscana. In questo modo sarebbe anche più agevole ridefinire
radicalmente gli ATO (finalmente da intendersi come unità territoriali ottimali
e non riserve indiane dei partiti) in modo di riprendere e valorizzare la
logica degli equilibri di bacino espressa dalla Legge Galli e dall’intero
quadro normativo: L.183/89, D.lgs. 152/99 e soprattutto la direttiva
quadro sulle acque 2000/60/CEE, per il mancato recepimento della quale
l’Italia, nel gennaio di quest’anno, è stata deferita alla Corte
di Giustizia della CEE. In
ossequio alla normativa, ed al buon senso, sarebbe anche opportuno utilizzare
la competenza tecnica ed il quadro conoscitivo proprio delle Autorità di
Bacino, più volte richiamate nella Legge Galli ed invece estromesse dalla
gestione della risorsa idrica. |
10 giugno 2005
– beni comuni
(Contributo per il lavoro
“Quale programma per il futuro
governo del paese?” redatto da Aprile.Per
Quella dei beni comuni è
una questione vecchia come l’uomo, nata con il conflitto tra la volontà
del singolo di garantirsi il maggior benessere possibile e la necessità della
comunità di giustificare la propria esitenza dando a tutti i propri membri
l’accesso e la disponibilità delle risorse fondamentali, materiali
(cibo, acqua, un riparo ect.) e immateriali (la protezione dalle aggressioni,
la condivisione delle conoscenze ect). L’accezione di ‘beni comuni’
muta nel tempo e nello spazio in ragione dell’approccio culturale,
economico, filosofico o giuridico. In questo contesto per trarre una
definizione possiamo rifarci al principio costituzionale, stabilendo un
parallelismo con l’espressione di “interesse generale”: in
quest’ultima nozione possono convivere molte cose, ma non si può
dubitare che i ‘beni comuni’ rientrino nell’interesse
generale. Da questa premessa deriva che i beni comuni sono intrinsecamente
sociali, anche quando sono goduti individualmente, e non sono suscettibili di
appropriazione esclusiva: o ci sono per tutti o mancano a tutti. Questa
enunciazione, solo in apparenza universalmente condivisibile, sottende alcuni
aspetti dirimenti, come il ruolo delle istituzioni pubbliche nel tutelare i
beni comuni, i limiti da dare al diritto di un soggetto di gestire
privatamente ed accumulare un bene, e anche la valenza della proprietà
privata: -
questa
è limitata a quanto stabilito dalle convenzioni sociali, che in quanto tali
riconoscono la prevalenza dei beni comuni, e non ha un fondamento naturale
(principio sintetizzato dal francescano Okham già nel 1300, che ha originato
il diritto soggettivo, e mutuato da Hobbes, che ha gettato le basi del
diritto positivo, stabilito
dai singoli Stati), -
-oppure è un diritto naturale
dell’individuo che precede l’organizzazione sociale, quindi è
sovraordinata ai beni comuni, come sostenevano i giusnaturalisti
seicenteschi, -
oppure è un’aberrazione da
eliminare a favore del collettivismo assoluto (come sostenevano Proudhon,
Tommaso Moro oltre a Engels e Marx). Per
questo motivo la definizione ed i principi gestionali dei beni comuni hanno
fortemente caratterizzato le teorie sociali, per questo stesso motivo con
l’avvento del capitalismo il dibattito sui beni comuni si è
approfondito ma la loro incidenza è altresì notevolmente scemata. Già
nel passato pre-industriale erano considerati beni comuni risorse che
risultavano essenziali non solo per la sussistenza individuale ma anche per
quella dei gruppi sociali: in Trentino le ‘regole’, cioè le
comunità rurali, già nell’XI secolo si erano consolidate sulla gestione
dei beni comuni (coltivi e boschi), così come nel resto dell’Italia
erano assai diffusi ‘usi civici’ di varia natura; in Inghilterra
vi furono le terre comuni o comunitarie (‘commons’) fino nel XVII
secolo, quando furono privatizzate con leggi apposite (Enclosure Bills, leggi
sulla recinzione). La proprietà della terra (principale fonte di lavoro e
sostentamento), e il limite alla concentrazione fondiaria, è stata oggetto di
riflessione dal 1600 al 1900 anche per i padri del pensiero liberale, da
Locke a Tocqueville; Marx pose al centro della sua Weltanshaung la
collettivizzazione dei mezzi di produzione e delle materie prime. Nel
‘900 la coscienza che tra i beni comuni non vanno inclusi solo quelli
materiali (tra questi anche l’ambiente, in tutte le sue componenti) ma
anche quelli immateriali (come l’istruzione, la salute, ma anche la
dignità della persona ed il rispetto dei diritti fondamentali) ha superato i
limiti del dibattito filosofico per divenire patrimonio comune. Non solo, la
percezione di cosa è - o potrebbe essere - ‘bene comune’ si è
negli ultimi decenni dilatata, in ambito alle correnti progressiste ed
ambientaliste, in senso spaziale e temporale con i concetti di ‘globalizzazione’
e ‘sostenibilità’: il ‘bene comune’ non deve essere
accessibile solamente a tutti i membri di una comunità ristretta, ma il suo
utilizzo ed il percepimento dei frutti che ne derivano devono essere
garantiti a tutte le comunità ed alle generazioni future. È
quindi evidente l’incongruenza prima segnalata: a fronte di una
maggiore coscienza popolare sull’importanza di individuare e tutelare i
beni comuni, anche di valore globale, anche metafisici, si riscontra una
progressiva riduzione dell’importanza dei beni comuni riconosciuti come
tali dall’ordinamento giuridico. Persino sull’acqua - bene comune
per antonomasia - la pressione verso la privatizzazione e la mercificazione è
fortissima e non contrastata da interventi istituzionali significativi;
persino i “servizi”, dall’istruzione alla sanità, dalle
telecomunicazioni ai trasporti alla tutela ambientale, con il GATS (accordo
globale condotto dal WTO) sono diventati oggetto di commercio: molti di
questi “servizi” sono beni comuni e anche beni di necessità
vitale, che tradizionalmente venivano forniti o regolamentati dalle autorità
pubbliche. Il WTO, con la motivazione di rendere competitivi i mercati dei
“servizi”, consente e favorisce enormemente la loro
deregolamentazione, la privatizzazione e la penetrazione delle multinazionali
in questi settori. I beni comuni hanno una enorme valenza
politica perché il loro riconoscimento implica forme di organizzazione
sociale e produttiva, quindi un progetto culturale. Per questo le regole
della loro gestione e fruizione rappresentano un elemento fondante dei
modelli socio-politici. In particolare su questo punto si misura
tangibilmente la distinzione tra il capitalismo liberista (fondato sulla
competizione tra gli individui e la concorrenza commerciale) che limita la
gamma dei beni comuni (necessariamente sottratti sia all’appropriazione
individuale sia alla concorrenza) ed amplia l’area del
‘brevettabile’ e del ‘privatizzabile’, ed il modello
socialista (con il senso lato originario di Leroux, come opposizione ed
antitesi all’individualismo), basato sulla cooperazione tra le persone
(pragmatica o etica che sia), che amplia la gamma dei beni comuni e le
garanzie sociali che ne consentono la fruizione, sottraendoli alle regole
della competizione mercantile per porli sotto la tutela
dell’ordinamento giuridico e costituzionale. Il
primo modello, riduttivista nei confronti dei beni comuni, comporta un
alleggerimento strutturale della società, un impoverimento del patto sociale
che si afferma con il radicarsi del pensiero liberale (informato da Locke,
l’esegeta della proprietà privata quale diritto naturale
dell’uomo, sovraordinato ai diritti sociali, e Humboldt, il teoreta
dello Stato minimo), con il conseguente progressivo spostamento dei conflitti
di classe, di genere, di generazione, dai luoghi della politica ai tribunali.
In America le parti sociali sono le migliori clienti degli avvocati proprio
per il fatto che i beni comuni, soprattutto quelli immateriali, non sono
garantiti ma oggetto di contesa e contenzioso. Così le assicurazioni vanno a
sostituire la previdenza pubblica (il ‘modello assicurativo’ made
in USA sta rapidamente prendendo campo anche in Italia, a partire dalla
‘riforma Dini’ sulla previdenza) e la contrattazione collettiva
del lavoro (fondamento costituzionale della nostra Repubblica e quindi bene
comune) viene rapidamente destrutturata e superata dalla titolarità
individuale del rapporto prestatore-datore (flessibilità). Persino la tutela
della salute, se questa non è percepita come bene comune (come Ne
consegue che l’effettiva tenuta del modello socialista (socialismo è un
termine che esprime un principio comune ad una vasta gamma ideologica: per
tutti Marx con il comunismo, Mounier con il socialismo cattolico, Calogero
con il liberalsocialismo), dove questo è il riferimento, è facilmente
valutabile proprio con la misura positiva del peso sociale dei beni comuni, o
la misura negativa delle privatizzazioni di questi, del depotenziamento dello
stato sociale e dello spostamento nei tribunali della rivendicazione dei
diritti collettivi. Un
ulteriore spartiacque lo si trova nell’applicare alla gestione dei beni
comuni il concetto di sussidiarietà (art. 118 Titolo V della Costituzione):
per bene comune si intende non solo la risorsa ma anche l’accesso
collettivo ad essa, cioè la forma partecipata e comunitaria della proprietà o
della fruizione. Quindi valorizzare i beni comuni significa necessariamente
dare rilevanza sociale e politica al ‘collettivo’, significa
attuare modelli di gestione e di decisione basati sulla democrazia
partecipativa, aperta a tutti coloro che hanno interesse alla conservazione
ed alla corretta utilizzazione dei beni comuni. È
quindi evidente che il riconoscimento concreto dei beni comuni, e la
definizione di un quadro normativo che ne garantisca la tutela e la gestione
partecipata, è un elemento di fortissima caratterizzazione sociale e politica. MC |