Uno spazio dove archivio alcune considerazioni. Più che per dare loro evidenza per soddisfare la mia esigenza - forse un po’ banale - di dare e darmi uno strumento trasparente di verifica nel tempo della coerenza, che considero un valore spesso trascurato. Comunque nella piena consapevolezza che sul web si trova con grande facilità di meglio e di più.

Mauro Chessa

 

Da Wikipedia, l'enciclopedia libera - Samizdat (самиздат) in russo significa "edito in proprio", e indica un fenomeno spontaneo che esplose in Unione Sovietica e nei paesi sotto la sua influenza tra la fine degli annia ‘50 e i primi anni ‘60.

In pratica consisteva nella diffusione clandestina di scritti illegali perché censurati dalle autorità o in qualche modo ostili al regime sovietico. In tale periodo, quello che era un fenomeno spontaneo e irregolare fece un salto qualitativo e divenne una sorta di canale di distribuzione alternativo. Fu il principale "strumento" (e quasi l'unico) che il nascente dissenso si diede per poter vivere e comunicare, al punto che talvolta è identificato con esso.

 

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01 agosto 2008 – bipartitismo esiziale 2

07 aprile 2008 – Veltroni vs Zanotelli 3

26 febbraio 2008 – lettera aperta ai partiti 5

14 giugno 2006 – lavoro 7

16 ottobre 2005 – l’affare acqua 14

10 giugno 2005 – beni comuni 19

 

01 agosto 2008 – bipartitismo esiziale

 

A margine della seduta di ieri alla Camera dove il PD non ha partecipato al voto (sulla questione che vede tristemente implicata l’infinita agonia di Eluana Englaro), voglio sollevare un aspetto marginale, rispetto alla drammaticità della questione in esame, ma significativo per quanto riguarda il sistema bi-partitico che ci tocca.

Per me, ma anche per il Devoto Oli, un partito serve a 'partire' (distinguere) diverse esigenze e componenti sociali, ciò che nel linguaggio della partecipazione sono gli stakeolders, i portatori di istanze.

Non penso sia possibile che un soggetto politico come il PD, che mette assieme operai con imprenditori che si sono distinti nel rappresentare con intransigenza la loro categoria, liberali pannelliani con catecuminali oltranzisti, liblab alla Morando con socialisti forse ancora convinti di essere eredi dell'Internazionale, giustizialisti con inquisiti garantisti ecc ecc possa fare niente di diverso che alimentare una pericolosa mucillaggine politica. Pericolosa perché quando la politica diventa indistinta si trasforma facilmente nel brodo di coltura per interessi particolari e talvolta occulti.

Non si tratta quindi di una questione formale o di stile: è essenziale, per la tenuta della democrazia, che le tensioni sociali non siano 'normalizzate' entro 1 o 2 partiti dove - la realtà insegna - possono svilupparsi meccanismi tutt'altro che virtuosi, ma vengano in evidenza nelle assemblee elettive, nelle sedi istituzionali e li, se queste funzionano, si trovi la composizione a vantaggio della collettività, nella tutela dei più deboli.

Questo è l’esatto contrario di quello che è successo ieri in parlamento dove il PD, per non affrontare le tensioni interne tra i teodem e la corrente libertaria, si è sostanzialmente sottratto al diritto/dovere di prendere una posizione.

La normalizzazione sottotraccia, essenziale alla nascita e sopravvivenza di 'partiti' alfa-omega (come il PD e PDL) che porta a bollare come politicamente scorretti e socialmente perniciosi i conflitti (Veltroni e Berlusconi sono d'accordo anche nel definire fratelli i padroni e i salariati), produce una democrazia televisiva, dove passa solo ciò che è consentito dalla regia perché non crea tensioni interne insormontabili, e giorno per giorno si impara senza contraddittorio (se non in circoli ristretti), per esempio, che i termovalorizzatori fanno bene alla salute, che il nucleare è una panacea, che la precarietà è inevitabile, che lo sviluppo non può avere fine e si misura con la magnificenza delle infrastrutture ecc.

Quello che è successo ieri non è solo la resa di un partito su una questione particolare, è la chiara manifestazione della decadenza di un sistema che è sempre più azzardato definire ‘democratico’.

 

MC

 

07 aprile 2008 – Veltroni vs Zanotelli

 

(testo inviato sulla mail list della Rete Lilliput)

Trovo sconcertante la replica di Veltroni a Zanotelli la dove dice della necessità di gestire l'acqua attraverso "vere aziende industriali. Solo aziende industriali, che possono poi avere un assetto proprietario pubblico o privato o misto", come se una industria privata quotata in borsa - che ha come dovere statutario nei confronti degli azionisti il raggiungimento del maggior utile possibile - e un ente strumentale (consorzio o azienda speciale) interamente pubblico che ha come mandato la gestione senza lucro (avendo l'obbligo del pareggio di bilancio), siano, agli effetti della gestione dell'acqua e dei beni comuni, intercambiabili.

Si tratta di una 'insensibilità' che la dice lunga in merito all'attitudine alla privatizzazione del Walter nei confronti dei beni comuni (tra questi anche la sanità) dove, oltretutto, le logiche di mercato significano concorrenza solo apparente (di regola cartelli affaristici tra grandi imprese - come la forte sanzione dell'antitrust proprio alla veltroniana ACEA dimostra) e tariffe regolate dal rapporto domanda-offerta, cioè i più poveri devono rinunciare, i poco abbienti ce la fanno con fatica, i medi ci stanno e i ricchi se ne sbattono. Ma per acqua, sanità ecc può funzionare così ?

Attenzione a ciò che sta succedendo !! Ognuno ha le proprie convinzioni ma i numeri qui sotto sono incontrovertibili:

 

- Sole 24 Ore del 28 marzo: "Boom di profitti per le utilities"

- A2a (è la quotata in borsa frutto della fusione di quotate delle città di Milano e di Brescia (Aem, Asm e Amsa) - energia elettrica, teleriscaldamento, servizi idrici eccetera): "conti 2007 ... l'utile aggregato, al netto delle imposte, è stato pari a 521 milioni"

-  "Hera (la quotata in borsa con azionista di riferimento la città di Bologna. " ... bilancio 2007 ... utile netto pari a 109,9 milioni (+ 9,6%)"

-  Enia  (la quotata in borsa con azioniste di riferimento le città di Reggio Emilia, Parma e Piacenza) "... nel 2007 ... un utile netto in lieve aumento dell'1% a 27,4 milioni..."

-  "Molto bene Acegas Aps, che ha chiuso l'esercizio 2007 con ... utile netto ... in forte crescita (+ 136%) a quota 41.6 milioni". (è una Spa, che opera a partire dalle città, azioniste, di Padova e Vicenza. Presenti anche servizi idrici)

- Iride ... conti 2007 ....e un utile netto in crescita del 39% a 115 milioni". Iride è una quotata in borsa con azionisti di riferimento le città di Torino e Genova. Anche qui i servizi idrici. E altro ancora.

- Acea, la società ha registrato un utile netto di 167,4 milioni, in aumento del 13,6% rispetto al 2006".

 

E lo scandalo non sta solo nel fatto che - con grande evidenza - ci sono dei privati che lucrano sui bisogni essenziali dei cittadini, ma con queste aziende a cavallo tra privato e pubblico si stanno privatizzando gli stessi Comuni: nel vecchio programma dell'Unione c'era scritto che lo spoil system che si instaura in queste realtà (leggi lottizzazione selvaggia e incontrollata) "ha fidelizzato e feudalizzato la dirigenza pubblica"; se ne accusava Berlusconi ma in realtà questo sistema lo ha introdotto il primo governo Prodi con una delle leggi Bassanini (1997). Non pare proprio che il Walter voglia tornare indietro, anzi, se riesce a piazzare la sig.a Lanzillotta stiamo freschi !!

E mentre i comuni sono sempre più in ristrettezze economiche, chiedono e ottengono soldi dallo Stato (che continua a stanziare trasferimenti ordinari ai Comuni mentre i tentativi di perequare i bilanci dei Comuni non hanno prodotto gli effetti voluti e la c.d. "autonomia finanziaria di entrata e di spesa" - art. 119 Cost - degli enti locali, che doveva partire da oltre 5 anni fa, non esiste), le ex municipalizzate fanno utili a palate che servono ad alimentare un sistema strettamente controllato dalla politica ma che risponde alle leggi di mercato. In altre parole l'attività politica è sostenuta economicamente (e non disinteressatamente) da questo sistema mentre i luoghi istituzionali vengono progressivamente svuotati della propria autonomia economica e decisionale. Si è instaurando e si afferma sempre più un meccanismo pervasivo di destrutturazione delle basi democratiche negli enti locali, segnatamente nei comuni, dove gli organi elettivi sono ormai simulacri e le decisioni importanti vengono prese altrove e con criteri che nulla hanno a che vedere con la gestione nell'interesse della collettività (le cariche nelle partecipate spesso non approdano nemmeno in consiglio comunale e quando accade sono blindate). Solo dove gli eccessi fanno saltare il coperchio, come a Napoli con la munnezza, si scopre il gioco, ma altrove la 'privatizzazione' della Repubblica (cose e regole) progredisce gradualmente, senza scossoni.

Scusatemi lo sfogo, ma a volte pare che lassù qualcuno consideri i cittadini, o meglio il pubblico televisivo, una massa di coglioni pronti a bere qualsiasi frase ben costruita.

 

Mauro Chessa

 

26 febbraio 2008 – lettera aperta ai partiti

 

Lettera aperta ai dirigenti pistoiesi di RC, PdCI, Verdi, SD.

 

Mi permetto di rivolgervi alcune considerazioni ed un appello, nella piena consapevolezza di essere nulla più che un elettore tra tanti.

Ho maturando la sensazione che il tentativo di fare della Sinistra Arcobaleno un soggetto politico innovativo stia fallendo. Abbiamo cominciato a cercare di farlo (chi sommessamente, come il sottoscritto, altri con autorevolezza, come Ginsborg, Molinari, ma anche Folena ecc) a Roma con il gruppo di lavoro "Autogestiti 8 dicembre”; emersero suggestioni, aperture, sembrò di vedere nei partiti la coscienza dell’inderogabilità di un rinnovamento profondo, della necessaria contaminazione con la società civile. La Carta degli Intenti che i partiti sottoscrissero dopo l’8-9 dicembre recava parole forti, delineava “Un soggetto capace di contrastare le derive populiste e plebiscitarie, figlie di una politica debole e della separazione tra potere e cittadini. Un protagonista in Italia, interno ai movimenti, collegato ai gruppi e ai partiti più importanti della sinistra e dell’ambientalismo in Europa. E chiudeva impegnando se stessa, la Sinistra Arcobaleno tutta, “In una discussione aperta e libera sulle idee, gli obiettivi, i programmi, le forme di organizzazione e di rappresentanza.

Ora si dice che non c’è tempo, c’è da fare la campagna elettorale per non esser da meno dei manifesti 3X6 di Vetroni e Berlusconi. Del resto se ne riparlerà dopo il 14 aprile. La partecipazione è momentaneamente sospesa.

Momentaneamente, ne sono convinto, perché è un processo che nel popolo della sinistra è avviato e non si fermerà.

Ma nei partiti, salvo eccezioni, non si comprende che (momentaneamente) non si mette da parte una questione inattuale, si mettono da parte quegli elettori - nella società civile ma anche nelle basi dei partiti sono molti - che fanno della partecipazione e dell’inclusività il discrimine tra un sistema sclerotizzato, giunto al capolinea, e la possibilità di voltare pagina. Inoltre, a prescindere da valutazioni di più ampio respiro, con questa legge elettorale che nega l’espressione delle preferenze la possibilità di partecipare alla formazione delle liste e dei programmi rappresenta un elemento minimale di democrazia. Si rinuncia così al più forte segnale di discontinuità alla portata di una forza politica che sarà inevitabilmente di opposizione, assieme ad una azione incisiva sull’etica dell’impegno politico (solo il PRC ha fatto qualcosa, non aprendosi ma almeno stabilendo regole per le candidature, come il limite dei mandati, le incompatibilità, la parità di genere). L’effetto di questa rinuncia è drammatico, sta scritto sui giornali e chi è attento ai movimenti della società civile lo percepisce chiaramente: ad oggi solo il 40% degli elettori dei partiti che hanno dato vita alla "cosa rossa" voterebbero per la Sinistra Arcobaleno!

Lo dico con profondo rammarico; a Roma c’ero, ho sottoscritto l’appello dei Comitati per la Sinistra Arcobaleno con Officina Politica (il solo soggetto pistoiese a farlo); ho comprovati motivi di affezione, ma non posso tacere sul fatto che a Pistoia si è persino andati oltre: con un colpo di mano si è tramutata la nascente Sinistra Unita e Plurale in comitato elettorale della Sinistra Arcobaleno, o meglio dei partiti di questa, del 45+19+19+17%, come ci è stato spiegato. Accantonato lo Statuto, sospesi i lavori. Con sensibilità politica da rinoceronte si è ‘normalizzato’ il solo strumento in attività nato proprio per coinvolgere fattivamente la società civile in un impegno comune, per andare oltre a ciò che ora – nella più rosea delle ipotesi – non potrà essere niente più che la somma politica (inevitabilmente meno della somma matematica) dei 4 partiti. E pensare che la SUP pistoiese si è presentata al pubblico con Ginsborg a fare da padrino. Sembra un secolo, sono passate poche settimane.

Non si è avuta la capacità di comprendere che la SUP non andava tarpata ma potenziata ed accelerata. Per opportunismo, se non per convinzione: sarebbe stata un’operazione a rischio zero per i partiti; a Pistoia, a differenza che a Firenze, la SUP non ha avuto tempo per sviluppare una propria autonomia, non ha la tradizione e il peso che là sono stati maturati e, salvo qualche mugugno (tra i quali quelli del sottoscritto), non avrebbe potuto fare altro, con gli organi locali dei partiti, che prendere atto delle propria irrilevanza rispetto alle decisioni romane ed aggrapparsi allo spirito di servizio.

Invece vi siete costituiti a tutori dell’ordine immutabile della politica segretariale: verranno i rappresentanti nazionali a fare i comizi, si pensi ai manifesti, alle sedi e avanti in riga senza perdersi in chiacchiere, si dimentichi anche l’art. 49 della Costituzione, che assegna ai partiti la funzione di consentire ai cittadini di concorrere con metodo democratico alla politica nazionale. Come si fa ad accodarsi a scherani di partito che mostrano tale incapacità di leggere la situazione nazionale e locale? E qual è la giustificazione? Non c’è più tempo. Salvo scoprire che il PD (cioè l’inciucismo che si dice di voler combattere) in diversi luoghi, tra i quali la vicina Emilia tutta, fa le primarie, apre le proprie candidature alla società civile e nelle assemblee provinciali e regionali non elude la questione della rappresentanza. Non a Pistoia: sarà una questione di clima.

Nell’ultima riunione della SUP di Pistoia (25 febbraio) i Verdi si sono smarcati da questa chiusura e da questa svolta ad U che riporta nel buio della politica delle segreterie. Non è un caso: nelle scorse comunali hanno cominciato a praticare la partecipazione democratica, sanno che è un metodo efficace. Ma se la loro posizione si fermerà all’enunciazione nelle assemblee non sarà sufficiente a distinguerli dal vecchio che non se ne va, dai sistemi così ancorati a logiche spartitorie da non vedere il concreto rischio che venga meno l’oggetto della spartizione.

Ed in fine l’appello. Secondo gli analisti la marginalità parlamentare della Sinistra Arcobaleno è (anche) una questione sistemica: il combinato disposto del meccanismo elettorale e del bipartitismo leaderistico. Buona parte dei vertici della CGL, pragmaticamente, hanno già tratto le conclusioni. Non condannatevi alla marginalità anche nella società civile che ha tentato l’avvicinamento. Non riaprite il solco scavato con il governo Prodi. Ci sono persone, soggetti collettivi, che credono nella necessità di lavorare per l’unità di una sinistra pluralista; non chiudete loro la porta in faccia, soprattutto dove farlo è semplicemente stupido. Riprendete subito lo Statuto della SUP e, senza stravolgerne la natura inclusiva e paritetica, fatevene promotori. La partecipazione non fa svolte a U.

 

Mauro Chessa

 

14 giugno 2006 – lavoro

 

(Testo redatto, in seguito ad una conferenza del Prof. Zucchetti, per contribuire ad un documento sul lavoro del Gruppo di riflessione politica della Diocesi di Pistoia. Documento che non mi pare abbia mai visto la luce.)

 

La precarietà nel lavoro, ovvero la supremazia dell’individuo sulla persona.

 

Fino a tre decenni fa in occidente l’economia seguiva il modello di crescita fordista, dove i conflitti erano regolati da istituzioni statali o originate dalla società civile, mediante la negoziazione collettiva. Questo modello si basava su un patto sociale che comprendeva l’antagonismo di classe in forma controllata: era necessaria l’integrazione dei lavoratori salariati nel progetto di social-democratizzazione e aveva i propri presupposti economici nel rapporto capitale/lavoro e nella domanda di beni di produzione. Il progressivo aumento dei salari era necessario a produrre l’aumento della domanda, andando a stabilire sia l’equilibrio nella redistribuzione dei guadagni sulla produttività sia il ritmo dell’estensione/contrazione della capacità di produzione. La dinamica economica risultava regolata dalla contrattazione collettiva, come elemento di una politica a breve termine; il regime monetario e finanziario era attenuato da un’inflazione permanente e dall’aggiustamento del tasso di cambio, reso possibile dal comune intento (comune convenienza) di mantenere la stabilità. Non era la Panacea, perché spesso il contributo delle componenti sociali era strumentalizzato e alienato, ma costituiva comunque un sistema tendente intrinsecamente alla stabilità.

 

Questo modello entra in crisi alla fine degli anni ’70 e negli anni ’90 il modello fordista viene superato da un diverso modello di crescita, sviluppatosi inizialmente negli USA. Questo nuovo modello, la new economy, vede nuovi fattori divenire determinanti:

a)     l’affermazione del capitalismo patrimoniale, che si alimenta attraverso l’attività borsistica e le varie forme di speculazione finanziaria;

b)    il capitalismo cognitivo, che si basa sulla valorizzazione delle innovazioni scientifiche e tecnologiche che non richiedono grandi strutture produttive, ma anche il grande sviluppo delle forme di mediazione e consulenza, motivate dalla sempre maggiore distanza (geografica e non solo) tra la produzione e il consumo;

c)     la globalizzazione, che consente di slegare le attività produttive dal territorio dove hanno mercato e di collocarle dove le si possono realizzare con il minor costo possibile.

Il passaggio dall’economia fordista alla new economy si è accompagnato alla possibilità di smarcarsi dal patto sociale da parte della componente sociale che detiene i capitali (e le possibilità finanziarie ed imprenditoriali di gestirli in grande scala), quella che Burnham chiamava "the managerial class". Questa componente sociale ha poi sostanzialmente perso il proprio ruolo guida nei grandi sistemi perché questo è stato assunto dal sistema azionario, che ha il carattere di essere de-personalizzato, alocalizzato e socialmente deresponsabilizzato. Non valgono più letture sociali come quelle di G. La Grassa, che analizza il capitalismo come una organizzazione coesa, così forte da neutralizzare ogni forma di conflitto, una sorta di rovesciamento dell'avvento ineluttabile del socialismo per il sorgere di contraddizioni insanabili nel modo di produzione. La forza dell’attuale ‘capitalismo’ sta invece nella sua complessa meccanicità, infallibile nel compito di alimentare il sistema finanziario, incurante - perché non partecipe - del prezzo imposto all’umanità ed al pianeta. Un buon esempio come sempre dagli USA: entrati dalla metà degli anni novanta in una situazione di ristagno/declino dell’economia hanno risposto con l’aumento del debito pubblico e soprattutto della spesa militare. Questa immissione di liquidità – alla quale non equivale una corrispondente produzione di ricchezza materiale – non ha generato una insostenibile inflazione perché si è concesso alle potenze emergenti, a partire dalla Cina, di invadere il mercato americano con prodotti a prezzi decisamente bassi, riducendo la gamma della produzione interna ma dirottando la maggior liquidità del sistema sulla sfera finanziaria, così bloccando la spirale inflazionistica. Una grande combinazione di cinismo, globalismo e capitalismo finanziario.

 

A questa affermazione del ‘capitalismo’ ha corrisposto lo speculare ridimensionamento della capacità rivendicativa della componente sociale che, con un termine desueto, può essere identificata con la ‘classe dei lavoratori’. La separazione del capitale dal valore del lavoro, quindi dai lavoratori (fenomeno già individuato nel 1976 da Jean Boudrillard: “il principio di realtà ha coinciso con uno stadio determinato della legge del valore. Oggi tutto il sistema precipita nell’indeterminazione, tutta la realtà assorbita dall’iper-realtà del codice della simulazione”), sembra essere stata nel contempo causa ed effetto del disarmo della capacità di sostenere rivendicazioni collettive, del ritrarsi nella dimensione individuale. Questo è in parte motivato dal fatto che le rivendicazioni sindacali, negli anni ‘70 – ‘90, erano prevalentemente vertenze salariali, che sono divenute insostenibili con la deresponsabilizzazione sociale della gestione d’impresa e con la globalizzazione: molte imprese possono trasferirsi dove il lavoro costa meno e paventare ridimensionamenti o serrate.

 

Ma il riflesso della precarietà supera la dimensione sindacale e riguarda la dimensione umana nel senso più profondo. Nel febbraio 2003 il giornalista americano Bob Herbert pubblicò sul New York Times i risultati di una indagine conoscitiva su un campione di centinaia di giovani disoccupati di Chicago: nessuno dei suoi intervistati si aspettava di trovare lavoro nei prossimi anni, nessuno di loro si aspettava di potersi ribellare, o di poter avviare un grande cambiamento collettivo. Il senso generale delle interviste era un sentimento di impotenza profonda. La chiara percezione del declino non appariva focalizzata sulla politica, ma proiettata sul fondale metafisico della involuzione psichica e sociale. Così risulta obliterata ogni possibilità di costruire alternative. Valutazioni analoghe si ottengono dai nostri precari. Un recente studio della CGL sui ‘collaboratori’ ha mostrato come ben l’80% si dichiara poco o per niente soddisfatto del proprio lavoro. Il basso grado di soddisfazione è in stretta relazione con i livelli retributivi ma anche al fatto di sentirsi poco tutelati rispetto ai principali diritti normalmente garantiti ai lavoratori dipendenti. I collaboratori intervistati si sentono poco o per niente tutelati in rapporto ai diritti sindacali, la malattia e - soprattutto - la maternità. A questa generale insoddisfazione tuttavia non fa riscontro alcun serio tentativo di sindacalizzazione, anzi si misura un crescente distacco dal collettivismo di qualsiasi natura e un progressivo ritrarsi nel privato. La precarietà del lavoro e dell’esistenza da luogo a qualcosa di ancor più nichilista di ciò che Gramsci definiva ‘determinismo meccanico’: “quando non si ha l’iniziativa nella lotta e la lotta stessa finisce con l’identificarsi in una serie di sconfitte, il determinismo meccanico diventa una forza formidabile di resistenza morale, di coesione, di perseveranza paziente e ostinata. ‘Io sono sconfitto momentaneamente, ma la forza delle cose lavora per me a lungo andare ecc’. La volontà reale si traveste in un atto di fede, in una certa razionalità della storia, in una forma empirica e primitiva di finalismo appassionato che appare come un sostituto della provvidenza. La introiezione del non-valore della precarietà non consente neppure il fatalistico affidamento alla “forza delle cose”, apre invece le porte alla vacuità esistenziale ed alla disgregazione sociale.

 

La conseguenza della regressione del potere contrattuale dei lavoratori è stata, a livello mondiale, il dilagare di politiche pubbliche dai caratteri francamente neoliberali, che non ha trovato alcuna determinante resistenza. Il costo di produzione viene progressivamente slegato dall’equo valore del lavoro e viene sempre più commisurato agli aspetti speculativi della concorrenza internazionale ed al peso dei mercati finanziari sulla gestione aziendale: un dirigente è premiato quando ‘snellisce’ la propria azienda, cioè quando licenzia i dipendenti, paradossalmente soprattutto nel caso di utili crescenti. Ogni operazione di ‘snellimento’ viene gratificata da un incremento del valore dei titoli azionari dell'azienda. Sono noti casi in cui sono state chiuse aziende produttive solo perché ciò portava un vantaggio finanziario alla corporation che le gestiva, senza che queste potessero essere sanzionate da un sistema di salvaguardia del pubblico interesse. I problemi occupazionali hanno preponderanza locale, per i loro effetti socio-politici dirompenti, mentre le logiche liberiste sono prevalenti sul piano politico-strategico di maggior scala. È l’attuazione della giustizia di Trasimaco (il contradditore di Socrate nella “Repubblica” di Platone), priva di autonomia e universalità ma consistente nell’utile del più forte, la dove questo incarna il potere costituito.

 

Questo trend è così radicato ed avanzato che le politiche mondiali del WTO (GATS) e del FMI sono volte ad ottenere la piena liberalizzazione (gestione mercantile con gli stessi criteri speculativi) anche dei ‘beni comuni’ materiali, come l’erogazione dell’acqua, ed immateriali, come la sanità e l’istruzione.

 

La giustificazione socio-politica di questo processo ha le radici nel pensiero liberale (informato da Locke, l’esegeta della proprietà privata quale diritto naturale dell’uomo, sovraordinato ai diritti sociali, e Humboldt, il teoreta dello Stato minimo), che in buona sostanza trova declinazione corrente nel darwinismo sociale. Ogni individuo, forte delle proprie capacità, troverà la migliore espressione nella società. Di fatto la migliore espressione di alcuni si è tradotta nella realizzazione di strutture economiche eccezionalmente potenti. Queste possono agevolmente condizionare le politiche mondiali a scapito di milioni di persone che, di fatto, non hanno alcuna possibilità di affacciarsi all’opportunità di far apprezzare le proprie capacità. Queste capacità comunque difficilmente avranno potuto svilupparsi la dove si ha il problema di sopravvivere alla fame, alla guerra o dove si vive in un contesto alienante, popolato dall’homo videns (G. Sartori) che dipana la propria dimensione esistenziale sui valori che gli sono erogati dalla televisione.

La giustificazione funzionale sta invece nel fatto che l’aumento della flessibilità nelle assunzioni produce un aumento dell’occupazione aggregata. Il concetto con cui si è sostenuta la Legge Biagi era questo: “il datore di lavoro non assumerebbe perché costretto a sposare per sempre il dipendente, ma se gli diamo la possibilità con un contratto atipico è come se facesse un fidanzamento che si può sempre rompere. Tuttavia, sulla base dei dati statistici non ci sono prove che l’incremento della flessibilità tipologica produce un incremento dell’occupazione aggregata; semmai aumenta la mobilità del lavoro, ossia la frequenza dei rapporti di lavoro, con conseguente aumento però, di quelli di breve durata e dunque del grado complessivo di “precarietà” del mercato del lavoro. Un’altra ipotesi che sta alla base della legge Biagi è che alcune fasce di lavoratori svantaggiati – per es., disabili, donne che vogliono riprendere il lavoro dopo la maternità, ultracinquantenni che hanno perso il lavoro - non troverebbero un posto di lavoro senza questi contratti atipici. Tuttavia i primi dati disponibili dicono che la flessibilità tipologica consentita dalla legge Biagi, più che produrre sconquassi o un imbarbarimento del mercato del lavoro, ha deluso le aspettative, producendo risultati molto scarsi” (Prof. Armando Tursi - “I pro e i contro della flessibilità del lavoro” - Centro di Cultura Card. Elia Dalla Costa)

Per quanto fin qui esposto la flessibilità, come fenomeno sistemico, non è in alcun caso una opportunità. È il riflesso sul mercato del lavoro della nuova economia e della conseguente perdita della capacità contrattuale degli organi preposti alla negoziazione collettiva. La caratteristica centrale del processo di ristrutturazione economica, e del modello sociale che si è affermato negli ultimi decenni, è la messa in mora della possibilità dei lavoratori e delle lavoratrici di esprimersi come componente sociale e di poter far valere, come soggetto collettivo, il proprio punto di vista autonomo sul lavoro e sulla società. Grava sempre più sul singolo lavoratore la necessità di stabilire un proprio rapporto con il datore. Quando quest’ultimo è una impresa con strutture delegate alla gestione del personale ed il lavoratore non ha un profilo professionale di spicco - cioè nella stragrande maggioranza dei casi - il disequilibrio tra i rispettivi poteri contrattuali è schiacciante: l’impresa può scegliere, anche a livello globale, l’individuo tipo che ‘vende’ le proprie prestazioni alle condizioni di mercato meno gravose, mentre il lavoratore è una persona, con aspirazioni, progetti di vita, legami familiari e territoriali (cioè con una dignità) che ne limitano la mobilità e la disponibilità. La flessibilità diviene nient'altro che la necessità, da parte della stragrande parte dei lavoratori, ad aderire ed adattarsi a questo modello soggiogante. La precarietà professionale ed esistenziale è la forma concreta con cui questa flessibilità va a realizzarsi e non ha alcuna possibilità di essere combattuta a livello individuale. Ovviamente la rilevanza sociale della contrattazione collettiva si esplica la dove viene sviluppata non nella forma della ricerca di vantaggi corporativi ma nella tutela dei diritti acquisiti. Ovvero dove si coglie, di nuovo, la differenza tra l’individuo (la cui competitività si misura con il rapporto costo/produttività) e la persona, capace di dignità, di solidarietà, e bisognoso di poter sviluppare un proprio progetto di vita comprendente anche la ‘vocazione’ professionale. A questo proposito devo dire di aver trovato poco azzeccata la citazione - che mi è parsa positiva - di Weber fatta dal Prof. Zucconi a proposito del ‘lavoro come vocazione’: Weber ne parlava nel contesto del capitalismo nascente, individuando alla radice dello "spirito capitalistico" l'atteggiamento calvinista che concepisce il lavoro come vocazione ed interpreta il profitto come segno del favore divino – si trattava, in buona sostanza, della vocazione al profitto, al quanto alienante e particolarmente funzionale alle logiche della new economy.

 

Scendendo di scala nell’analisi delle flessibilità è possibile coglierne qualche aspetto positivo:

a)     certamente vi sono persone dotate di una particolare autodeterminazione, e con scarsi legami, che possono trovare il modo di valorizzare le proprie capacità ponendosi efficacemente sul mercato professionale, cambiando posizione lavorativa frequentemente;

b)    è positiva la possibilità di sostituire i ‘lavoretti’ estivi o comunque part time al nero, che hanno rappresentato l’accesso al mondo del lavoro per i giovani dal dopo guerra agli anni ‘60 – ’80, con strumenti flessibili ma comunque inquadrati in un sistema contrattuale che dia alcune forme di tutela.

c)     positiva anche l’emersione del lavoro nero, purché non sia effimera e non avvenga perché la tutela del lavoratore ‘emerso’ risulta simile a quella del nero, cioè inesistente.

 

Ma che quota dell’attuale flessibilità coprono queste ‘opportunità’ ?

Una risposta può venire da un recentissimo studio su Roma (‘Rapporto su Roma capitale’ - Agenzia Ricerca Economico Sociale - maggio 2006) secondo il quale nel 2005 c’erano 178.430 lavoratori atipici, circa il 13% della popolazione occupata a Roma. Questi dati riguardano i flessibili ufficiali, ai quali vanno aggiunti i lavoratori in nero (precari al quadrato), gli immigrati con lavori saltuari e di ripiego non rientranti nelle statistiche, i lavoratori cosiddetti autonomi (con partita iva) che autonomi non sono (come gli insegnanti delle scuole private pagati ad ore). Lo studio conclude che, facendo le somme, si può presumere che i precari ‘reali’ raggiungono il 40-50% della forza lavoro. Questo dato assai grave è peraltro inferiore a quello complessivo del Lazio, pubblicato sul settimanale Carta, secondo il quale tra tutti i lavoratori del Lazio gli atipici costituirebbero il 60%.

Sembra di tutta evidenza che i pochi casi in cui la flessibilità è una opportunità non giustificano affatto la rilevanza del fenomeno.

 

Le giustificazioni alla flessibilità si trovano altresì con maggiore facilità se si guarda il fenomeno da altre angolazioni.

 

In primo luogo quella dei datori di lavoro. Un caso emblematico è quello delle molte imprese di media e grande dimensione che, per ridurre il peso degli oneri sociali e del costo del lavoro, utilizzano sempre più l’esternalizzazione di fasi e di interi processi produttivi per accrescere l’efficienza e la produttività dell’impresa e diminuire i costi. La ‘produzione snella’ permette di realizzare subito alti profitti, nonché di affrontare i periodi di magra semplicemente riducendo gli ordini ai fornitori, che sono piccole imprese la cui forza lavoro è in parte consistente precaria. Per rendere questo sistema sempre più efficace le imprese implementano tecniche e tecnologie che incrementano la parte del ciclo produttivo che viene realizzato all’esterno, dando così risposta sempre più rapida alle oscillazioni della domanda. Si tratta della versione spaghetti e mandolino di quel tipo di flessibilità che sociologi e economisti chiamano ‘flessibilità numerica’, che consiste sostanzialmente nel potere di ridurre il numero dei dipendenti a seconda dei flussi della domanda. Esistono gradi diversi di flessibilità numerica nel mondo, il massimo appartiene agli USA (tra i paesi sviluppati) dove si applica l’impiego a ‘volontà’, cioè il datore è libero di licenziare quando vuole, avendo come sola motivazione la contrazione della domanda. In Europa invece la regola prevalente è quella del licenziamento giustificato, che deve essere diversamente motivato. Ma anche in Europa abbiamo esempi di libertà di licenziamento: la Danimarca ha unito la facilità di licenziare con forti indennizzi economici e con un fortissimo stato sociale: si può licenziare, ma non capita che un lavoratore che perde il posto di lavoro cada in povertà perché beneficerà di sostegni al reddito generosi, anche all’80% della retribuzione, molto prolungati nel tempo, minimo 4 anni. Questa è la flexicurity (flessibilità in sicurezza) che contempera ampi margini di flessibilità (numerica), con la sicurezza della continuità del reddito e la certezza di essere assistito dai servizi pubblici nel reperimento di un nuovo lavoro. Con il sistema italiano, determinato dal combinato disposto dell’attuale diritto societario e delle leggi sul lavoro (dalla Treu alla 30), si dribbla la flexicurity - troppo costosa per il nostro sistema sociale (ma anche in Danimarca ora viene messa in discussione) - e si ottiene comunque la flessibilità numerica. A tutto scapito dei lavoratori, nel segno complessivo del quadro normativo, che nel 2003 ha raggiunto l’apice con la legge che consente di far lavorare un dipendente fino a 13 ore al giorno, riportando l’orologio delle conquiste sindacali ai tempi della prima industrializzazione.

 

Si noti che questo sistema ‘flessibile’ non produce affatto più possibilità di lavoro, ancorché precario, ma soprattutto precarizza parte della forza lavoro alleggerendo la responsabilità dell’imprenditore, mettendolo nella condizione di capitalizzare nei periodi buoni senza dover poi ripartire i guadagni nei periodi di magra. Che la flessibilizzazione non è una soluzione per aumentare l’occupazione risulta evidente dai dati: negli anni tra il 1997 ed il 2000 in Italia a fronte di una crescita dell’occupazione del 4,3% complessiva si è avuto un aumento dell’occupazione standard dell’1%. Il 2002 indica un modesto aumento dell’occupazione complessiva (1,5%) con una crescita dell’occupazione standard dell’1,7% e un aumento dell’occupazione temporanea del +3,2%. Questa tendenza è confermata dalla rilevazione Istat sulle forze di lavoro riferita anche a questi ultimi anni, che inoltre mostrano come il maggior impiego (essenzialmente dovuto all’emersione del nero ed alla regolarizzazione degli immigrati) non è stata accompagnata da un incremento del costo totale del lavoro: più lavoratori (molti precari) meno pagati. Inoltre queste nuove forme di lavoro precario non sono state accompagnate dalla formazione di nuove risorse economiche e nuovi investimenti produttivi tendenti a diminuire la disoccupazione, né tanto meno a una nuova politica di welfare in grado di assicurare adeguate coperture ai lavoratori precari, che si trovano quindi in una situazione di estremo disagio e incertezza. In 10 anni il lavoro atipico sul totale del lavoro dipendente è passato da una percentuale del 9,1% del 1993 ad una del 16,5% del 2003 e le donne rappresentano la percentuale più alta di lavoro atipico (63,5%).

Altra angolazione dalla quale si può apprezzare la flessibilità è quella della pubblica amministrazione. Nella scuola - per esempio - i numeri del precariato docente sono imponenti. All’inizio del 2005 rappresentava circa il 20% dei docenti in servizio, dietro cui attendono altri docenti, almeno tre volte tanto, in attesa di un contratto a tempo determinato di durata annuale, accontentandosi di vivere con supplenze a chiamata. Questa situazione ha alleggerito il peso finanziario dell’istruzione pubblica, con pesanti ripercussioni sulla qualità.

Ancora più eclatante è il bilancio positivo della flessibilità per l’INPS: i dati rilasciati dall’Istituto (agosto 2005) mostrano che in Italia ci sono circa 3,3 milioni di lavoratori parasubordinati (i così detti ‘a progetto’, dove normalmente il progetto è la foglia di fico della precarietà), in particolare nella fascia di età tra i 30 e i 40 anni; l’aumento graduale dei contributi introdotti dalla ‘riforma Biagi’ ha portato in attivo le casse dell’Inps !! Nel giro di un decennio, l’INPS ha rimpinguato le casse e scongiurata una grave situazione di disavanzo: nel 2004 ha chiuso con un saldo attivo di 5.264 milioni di euro (405 milioni nel 2003). Solo il fondo di gestione separata dei parasubordinati ha accumulato una situazione patrimoniale netta, a fine 2004, di 22.663 milioni di euro. L’attivo del fondo si giustifica per il fatto che solo il 10% degli iscritti ha un’età prossima alla pensione ed i lavoratori che ricevono una pensione da questo fondo sono un numero marginale.

Si potrebbe osservare che il problema della sostenibilità del sistema pensionistico è stato scaricato sui lavoratori meno tutelati che, per inciso - in ragione della riforma pensionistica del ’95 (riforma Dini) - difficilmente potranno beneficiare di un trattamento pensionistico dignitoso: secondo uno studio del CERP (Centre for research on pensions and welfare policies) dal titolo “I lavoratori parasubordinati: quale futuro previdenziale?” per i lavoratori subordinati l’ammontare stimato della pensione risulta inferiore all’importo dell’assegno sociale in quanto si calcola che i lavoratori parasubordinati potranno ricevere una pensione pari a circa il 30% dell’ultimo reddito.

 

E l’alternativa alla flessibilità/precarietà ?

 

Sul piano della teoria economica alcuni studiosi avevano sostenuto che la crescita illimitata era impossibile. Già David Ricardo non aveva dubbi in proposito: la rendita crescente della terra avrebbe comportato un aumento dei beni-salario ed il calo del tasso di profitto, motore del meccanismo di accumulazione capitalistico. C’è un limite fisico allo sviluppo del capitalismo dovuto al fatto, secondo Ricardo, che il processo di crescita economica comportava l’utilizzo di terre sempre meno fertili e quindi ad una crescita della rendita differenziale che si mangiava una parte crescente del surplus, rompendo il circolo virtuoso dell’accumulazione. Marx era molto critico con la teoria di Ricardo, alla quale contestava di non considerare le opportunità offerte dalla tecnica, i progressi della chimica che avrebbero incrementato la produttività, superando i ‘vincoli naturali’ individuati da Ricardo. Ma evidentemente Marx era prigioniero del proprio materialismo e non aveva immaginato che l’accumulazione capitalistica avrebbe potuto slegarsi parzialmente dalla produzione, nutrirsi del proprio riflesso virtuale quel tanto che serve a trasformare il lavoro in una merce la cui offerta mondiale supera la domanda.

Con questi presupposti non esiste possibile contrasto alla precarizzazione, se non un improbabile riequilibrio della distribuzione planetaria della ricchezza e delle tecnologie in tempi ragionevoli, ovviamente con un notevolissimo ridimensionamento del tenore di vita nei paesi sviluppati, considerata la finitezza delle risorse naturali.

Più praticabile perché meno altruista della redistribuzione mondiale, ma comunque altrettanto utopistica, è la conversione delle logiche economiche dei paesi sviluppati verso la decrescita. Per sollevare l’occidente dall’inevitabile parabola discendente, dove la precarizzazione è solo la prima avvisaglia, sembra necessario sollevarne la traettoria dalla monorotaia economicista. Scindere il legame paradigmatico tra civiltà e crescita economica. Per questo scopo è necessario prendere consapevolezza che la stagnazione/recessione economica è ineludibilmente cagionata dalla globalizzazione e dall’uso che di questa ne possono fare i potentati finanziari, ricattando l’occidente con la disponibilità delle risorse energetiche e il minor costo del lavoro nei paesi poveri. È anche assurdo considerare la corsa alle produzioni di alto contenuto tecnologico come approdo salvifico dell’economia europea. Ormai le tecnologie d’avanguardia sono alla portata dei paesi in via di sviluppo, dove comunque il costo del lavoro è incommensurabilmente inferiore e le possibilità di abbattere i costi di produzione, con cicli inquinanti ed insicuri, sono consistenti. Lo sviluppo della ricerca e della tecnologia serve a non collocarci in una condizione di completa sudditanza commerciale, che renderebbe drammaticamente rapido l’inevitabile riequilibrio dei flussi economici.

 

D’altro canto è la stessa globalizzazione, interpretata dai poteri finanziari, che frena il terzo mondo centellinando le tecnologie, contemperando paradossalmente l’alimentazione del debito con il prelievo indiscriminato delle risorse naturali, con il giogo della potenza militare e con politiche atrofizzanti. Il fine è il mantenimento di quella enorme differenza tra il potenziale economico tra le parti del mondo che serve da motore per il sistema speculativo, che quel differenziale può sfruttare. Molti, e tra questi Amartya Sen, denunciano da tempo come l’estrema povertà e l’instabilità non siano una condizione naturale ma il frutto di una precisa azione: “Il punto essenziale è il ruolo dell’azione umana nel causare ed alimentare le carestie” (A.K. Sen 2000 – “Lo sviluppo è libertà. Perché non c’è crescita senza democrazia). Sono peraltro evidenti le risolutive resistenze che impediscono di istituire organismi sovrani nell’applicazione del diritto internazionale e della Carta dell’ONU. Ciò nonostante anche qui la globalizzazione ha un riflesso positivo: la progressiva industrializzazione di alcune regioni sta provocando ciò che si ebbe in Europa nel 1700, cioè lo svilupparsi di una coscienza di classe e la conquista, lenta e dolorosa, di alcuni diritti fondamentali, come condizioni di lavoro non schiaccianti.

Per quanto riguarda l’Europa è necessario rifiutare che questa globalizzazione speculativa ed inevitabilmente precarizzante comporti la riduzione dei servizi socio-sanitari, della cultura, della cura dell’ambiente e – soprattutto – dei diritti di cittadinanza. Non potendo ragionevolmente contare su una conversione al sociale del sistema capitalistico, che continuerà a marciare verso la mercificazione del lavoro e della persona, per dirla con Serge Latouche è necessario puntare sulla ‘decolonizzazione’ dell’immaginario dei prima citati giovani disoccupati di Chicago intervistati da Bob Herbert, dei nostri precari sondati dalla CGL, dell’homo videns. Scardinare il pensiero unico che vede come valori portanti l’arricchimento economico ed il possesso degli status simbol. Porre i presupposti per una società che stabilisca altri parametri di benessere, coniugando la qualità della vita a quella dell’ambiente (fisico e sociale) abitato piuttosto che alla lussuosità dell’auto posseduta, quindi costruire legami sociali di diversa portata e valore, fondati sulla centralità della persona invece che sul successo individuale.

 

Con il fallimento del socialismo reale, il franare della socialdemocrazia nel social-liberalismo ed il panorama mondiale, non pare di scorgere altra soluzione se non la costruzione di una alternativa alla società di mercato. Il contrasto alla globalizzazione, che non è altro che il trionfo planetario del mercato, non può prescindere dalla costruzione di una società nella quale i valori economici non siano centrali. L'economia deve essere ricollocata alla funzione di strumento della vita relazionale e non più motivazione dell’azione individuale e collettiva, e sperare che Marx questa l’abbia azzeccata: "L'umanità non si propone se non quei problemi che può risolvere, perché, a considerare le cose da vicino, si trova sempre che il problema sorge solo quando le condizioni materiali della sua soluzione esistono già o almeno sono in formazione".

 

MC

 

16 ottobre 2005 – l’affare acqua

 

(Articolo pubblicato sul notiziario dell’Ordine dei Geologi della Toscana)

 

L’affare acqua

 

Mauro Chessa

 

Scrivo quanto segue, utilizzando lo spazio che Il Geologo dedica alle opinioni personali, nella veste di sostenitore della proposta di legge di iniziativa popolare per la ripubblicizzazione del servizio idrico integrato (www.leggepopolareacqua.it). La gestione della risorsa idrica ha una rilevante dimensione sociale, in merito alla quale sta crescendo una sensibilità diffusa ed un dibattito serrato nella società civile. A me pare fortemente opportuno che i tecnici del settore portino il loro contributo.

 

Il punto di partenza è pertanto il considerare l’acqua, oltre che una risorsa naturale e componente fondamentale dell’ambiente, un bene comune, cioè di tutti.

È da tale presupposto che deriva la necessità di un riconoscimento “sociale” alle politiche idriche.

Piano di Tutela delle Acque della Toscana – Regione Toscana, 2005

 

Con la Legge Galli (L. 36/94) si è provveduto a dare criteri di efficienza alla gestione del servizio idrico, ma soprattutto si sono voluti sancire i principi della tutela e del corretto utilizzo dell’acqua: “Tutte le acque superficiali e sotterranee, ancorché non estratte dal sottosuolo, sono pubbliche e costituiscono una risorsa che è salvaguardata ed utilizzata secondo criteri di solidarietà” (art.1 c.1).

Lo spirito della Legge pare andato in fumo con la lettura che alcuni Enti ne hanno voluto dare secondo il verbo economico di questi ultimi decenni:efficienza gestionale = privato’; equivalenza che in molti casi (Parmalat docet) si è dimostrata tutt’altro che verificata. Così si è aperta la strada ai privati nella gestione degli acquedotti e nella distribuzione dell’acqua. Gli operatori economici privati, in maniera del tutto legittima, ricercano la massima redditività dai propri investimenti secondo le regole di mercato, quindi non è chiaro come possano essere inseriti nella gestione di un bene pubblico primario senza incorrere nel contrasto tra la gestione sociale e solidale e la redditività finanziaria.

Se questa affermazione potrà sembrare demagogica a qualche lettore si possono citare le esperienze fatte in Italia con le Spa miste, anche se a maggioranza pubblica, con ACEA di Roma, HERA di Bologna, META di Modena, AEM di Milano, AGMA di Genova. Le valutazioni da parte di quanti hanno sperimentato questo modello sono note: aumento delle tariffe, peggioramento della qualità dei servizi, impossibilità da parte del pubblico di condizionare la gestione del privato. Per restare a casa nostra possiamo citare l’ATO 4 (Arezzo), pioniere nell’affidare il servizio a un gestore unico (Nuove Acque Spa, società mista con un soggetto privato al 46% guidato dalla multinazionale francese Suez): la bontà di questa scelta pare significativamente rappresentata dal contenzioso legale in merito alla qualità del servizio e del rispetto del piano di investimenti tra la stessa ATO e il gestore, che ha arricchito gli avvocati e pesato sulle tasche degli utenti.

Quello che è certo è che il partner privato negli enti gestori del servizio idrico integrato non rischia nulla, dato che la legge lo tutela in maniera del tutto singolare assegnandogli la nomina dell’amministratore delegato e un rendimento garantito del 7% sul capitale investito. Se le cose vanno male quel 7% graverà sulla bolletta o sulla fiscalità generale, in ogni caso sui cittadini.

Quello che è certo è che il privato non ha alcun interesse ad investire negli impianti pubblici di depurazione, dato che non hanno alcuna redditività economica.

Quello che è certo è che il privato non ha alcun vantaggio ad investire a lungo termine in impianti che non sono di sua proprietà, se non quando ha interessi anche nelle ditte che realizzano gli impianti stessi (per legge le reti di distribuzione sono pubbliche, solo la gestione è affidata); invece ha interesse a spremere le reti fino all’osso, nessun vantaggio a limitare le perdite (gli enti gestori non pagano l’acqua che immettono nelle reti), a razionalizzare il consumo e a governate la domanda ed i relativi usi (più acqua si distribuisce più sono gli introiti derivanti dalle bollette); così in alcune zone d'Italia, pur in condizione di scarsa disponibilità, sono state definite come obiettivo programmatico dotazioni idriche di oltre 500 l/abitante/giorno, con il conseguente impegno a realizzare grandi opere, da finanziare con soldi pubblici. In questa logica sono riapparsi progetti faraonici di grandi invasi e per lo spostamento di grandi quantità d'acqua (qualcuno riparla anche dell'acquedotto Albania-Italia). In Toscana un buon esempio di questa strategia è materializzato daltubone’ che porta le pregevoli acque dell’Anconella a Pistoia, dove i vivai spremono quantità enormi di acqua dalle falde in assenza di alcun sistema di recupero e riutilizzo delle acque reflue. Inoltre nella nostra regione i piani d’ambito, e di conseguenza i piani industriali, sono tutti basati sulla diminuzione del costo del lavoro e sull’aumento dei prelievi, dei consumi e delle tariffe.

Secondo alcuni osservatori le fusioni e le holding in Italia e in Europa (un giro d’affari di dimensioni impressionanti) sono la premessa con la quale si accumulano capitali per andare all'assalto dell'acqua nei paesi in via di sviluppo e dell'Est europeo, dove le possibilità di lucrare sull’acqua sono esasperate. In merito a questo aspetto è significativa la richiesta che gli esponenti di Manitese e della Campagna per la riforma della Banca Mondiale hanno inviato al sindaco Veltroni di Roma, affinché si adoperi per verificare il comportamento di ACEA in merito agli investimenti in Honduras, che sono giudicati nel segno di una volontà spregiudicatamente mercantile. ACEA Spa è al 51% pubblica (Comune di Roma) e al 49% di privati, tra cui Impregilo e Caltagirone (di fatto la controllano), che si sta sempre più configurando come una holding che agisce nel mondo intero. In Italia è presente a Roma, Genova, Napoli, in Molise, in Toscana; nel mondo in Colombia (Bogotà), Santo Domingo, Perù (Lima), Honduras, Albania (Tirana), Svizzera. Oltre all’acqua ACEA si occupa anche di energia elettrica e gas naturale.

ACEA sta per acquisire il 40% di Publiacqua, il gestore dell’ATO 3 (Firenze, Prato, Pistoia ecc), e nel 2006, con l’acquisizione del Gruppo Sigesa, sarà significativamente presente anche nell’ATO 1 Toscana Nord. ACEA (unica concorrente nelle gare espletate) sarà il socio privato anche di Publiacqua nell’ATO 2 (Siena-Grosseto) e nell’ATO 5 (Pisa). Si noti inoltre che Publiacqua ha una singolare particolarità: a dispetto del nome non ha alcun limite statutario nella gestione di servizi pubblici diversi dall’erogazione dell’acqua; quindi questa società rappresenta in Toscana un potenziale ‘cavallo di Troia’ per l’ingresso di ACEA, e degli imprenditori che la controllano, in un mercato molto più vasto e rilevante sul piano sociale.

Per questi ed altri motivi si è sviluppata una preoccupazione diffusa sulla vergenza privatistica che si sta imprimendo alla gestione dell’acqua; nei mesi scorsi è stata presentata nella nostra regione una proposta di legge di iniziativa popolare per la ripubblicizzazione del servizio idrico integrato, che ha avuto un notevole riscontro e ha raccolto la firma di circa 43.000 cittadini (erano sufficienti 3.000 firme per presentare una legge di iniziativa popolare, aumentate a 5.000 con le modifiche allo Statuto della Regione Toscana da poco introdotte). A fronte di questo fatto si è registrato un irrigidimento da parte degli azionisti di Publiacqua (i comuni nell’ATO 3) che il 21 settembre scorso hanno stretto i tempi e dato il via libera all'ingresso di ACEA in Publiacqua, senza attendere, come da più parti chiesto e come consentito dal bando, che la proposta di legge di iniziativa popolare venisse discussa nel Consiglio Regionale.

Per coloro, come chi scrive, che hanno sostenuto la proposta di Legge è facile concludere che gli interessi in gioco hanno avuto la meglio sull'interesse dei cittadini, ma anche chi non è d’accordo con la proposta può constatare che il principio della partecipazione democratica in questa occasione non ha trovato alcuna applicazione.

Questo fatto è particolarmente grave alla luce di recentissimi analoghi episodi che in Italia hanno avuto tutt’altro esito: la gara per l'ATO Idrico nel ragusano è stata sospesa perché i sindaci di quell’ATO, proprio in conseguenza di un’analoga iniziativa popolare, non hanno voluto ratificare la scelta di realizzare la società mista; a Gorizia è nata una società detenuta al 100% dagli enti locali, per la gestione del ciclo integrato dell'acqua in tutta la provincia; in Puglia il governo regionale ha  affidato la conduzione dell´Acquedotto Pugliese (il più grande acquedotto d’Europa, che solleticò l’appetito persino della Nestlè) a Riccardo Petrella - economista, docente all’Università di Lovanio e portabandiera, con Alex Zanotelli, della gestione pubblica dell’acqua - con l’esplicito mandato di trasformare l’Spa in agenzia pubblica; nelle Marche l'assemblea straordinaria dei Sindaci che usufruiscono del servizio idrico integrato della Multiservizi Spa ha approvato il nuovo Statuto che ha permesso all'ATO di concedere alla Multiservizi l'affidamento ‘in house’ del servizio, garantendo il governo pubblico della Società; in Abruzzo l’Assessore regionale Srour ha chiesto ai presidenti degli ATO di modificare gli statuti al fine di assicurare la gestione pubblica ‘in house’ del servizio idrico integrato. Molte altre poi le posizioni favorevoli alla gestione totalmente pubblica di amministratori pubblici; tra tutti il Presidente della Provincia di Mantova che ha dichiarato: "Non è pensabile gestire una risorsa come l'acqua secondo i criteri di società private quotate in borsa che devono, giustamente, rispondere agli interessi degli azionisti. Non possiamo imporre un taglieggiamento ai cittadini. E' a loro che dobbiamo rispondere, e agli enti locali che li rappresentano. Se non decideremo entro settembre, avremo fallito" e il Sindaco di Capannori: “l'accesso all'acqua rappresenta un diritto, una risorsa per tutti, non solo per coloro che, avendo i mezzi economici, possono acquistarla. Ecco perchè mentre per altri servizi sono favorevole a forme gestionali miste in cui il pubblico si coniuga con il privato, per il servizio idrico integrato credo che la scelta in grado di garantire maggiore equità sia quella del servizio pubblico.

D’altro canto la gestione totalmente pubblica non è un esperimento temerario ma una realtà: secondo il rapporto 2004 dell’Autorità nazionale del servizio idrico integrato oltre il 50% degli ATO non ha affidato la gestione ad un soggetto esterno; su 98 ATO solo 38 hanno concluso le procedure per l’affidamento della gestione ad un soggetto esterno e 12 hanno definitivamente scelto società interamente pubbliche. Questa realtà riguarda anche grandi enti gestori, come a Torino (SMAT), Alessandria (AMAG), Milano città, alto Veneto, Ancona, Viterbo ecc.. In Francia a Grenoble, dove operava una delle maggiori multinazionali dell’acqua, è stata ripubblicizzata la gestione del servizio idrico e in pochissimi anni la multinazionale è stata liquidata e contemporaneamente si è potuto abbassare le tariffe e  migliorare la qualità dell’acqua erogata.

Alla luce delle esperienze nazionali ed internazionali sembra che la cessione delle quote dei gestori a società private, come hanno dimostrato molte delle privatizzazioni, cartolarizzazioni ecc italiane ed europee, siano motivate dalla volontà di fare rapidamente cassa senza preoccuparsi eccessivamente delle conseguenze a medio e lungo periodo. Se questo atteggiamento è generalmente criticabile diventa irresponsabile quando viene applicato alla gestione di un bene comune vitale. Si tenga inoltre conto del fatto che la Legge Galli prevede la possibilità che gli enti gestori si finanzino emettendo obbligazioni riservate agli utenti (art. 23 c. 1), senza garantire il rendimento del 7%.

A mio avviso poi, andando oltre la proposta popolare di legge, è necessario rimettere in discussione non solo l’assetto societario degli enti gestori ma l’intero sistema: uno dei principali aspetti della Legge Galli consiste nell’obbligo di delimitare gli Ambiti Territoriali Ottimali (ATO), cioè porzioni di territorio nelle quali la domanda e la disponibilità della risorsa idrica sono commisurate e dove le reti di distribuzione e depurazione possono essere gestite organicamente. In Toscana sono stati istituiti sei ATO ai quali corrispondono altrettante ‘Autorità’ che hanno il compito di controllare e governare l’esercizio degli enti gestori. L’individuazione degli ATO è stata ispirata da criteri di carattere ‘politico-amministrativo’ che hanno completamente obliterato la concezione originaria, tanto che due ATO della Toscana non sono affatto ‘Ottimali’: l’ATO 3 Medio Valdarno ha una intensità di sfruttamento del 115% (consuma il 15% in più della risorsa di cui dispone) e l’ATO 5 Toscana Costa del 147% (dati del Piano di Tutela della Acque della Toscana – 2005). Se si dovesse ricercare una giustificazione all’appellativo ‘Ottimale’ la si potrebbe meglio riferire all’efficienza di queste strutture nell’impiegare nei propri organi direttivi persone dotate di una tessera di partito. Forse anche per questo il sistema degli ATO risulta particolarmente costoso: Andrea Sbandati (non un pericoloso ‘newglobal’ ma il direttore del Cispel Conservizi Toscana, associazione delle imprese dei servizi pubblici) scrive sulla rivista Utility (ottobre 2004), a proposito del quadro nazionale, che “solo considerando il costo del funzionamento di 63 ATO su 91 si ottiene un costo quasi doppio a quello del funzionamento di un’autorità nazionale come quella per l’energia e il gas.” A fronte di questo costo si verifica una sostanziale incapacità di molte Autorità d’Ambito ad esercitare un effettivo controllo sull’attività degli enti gestori: provate a chiedere ad un ATO qualsiasi il bilancio idrologico della propria area di competenza, misurerete la capacità di queste ‘Autorità’ di avere contezza della risorsa che dovrebbero governare nell’interesse dei cittadini. Ma anche volendo benevolmente circoscrivere la competenza delle Autorità di Ambito agli aspetti meramente burocratici si hanno tristi rivelazioni. Lampante è il quadro della propria funzione che emerge dal documento redatto dall’ATO 3 nel dicembre 2004, dall’inquietante titolo “Luci ed ombre nel primo anno di Publiacqua”, dove si scopre che  l’Autorità dell’ATO più importante della Toscana dispone a fine 2004 solo dei dati relativi alla gestione Pubbliacqua al 2002 e che questi oltretutto sono incompleti, ed in particolare (testuale):

“ le principali inadempienze hanno riguardato:

-         il parziale rispetto degli obblighi di informazione in merito all’applicazione dell’articolazione tariffaria, al volume erogato e al fatturato che viene utilizzato per la verifica dei ricavi regolati;

-         la mancata registrazione dei livelli di servizio organizzativi riguardanti le modalità di fornitura, difetto che poi ha comportato l’impossibilità oggettiva a trasferire informazioni sui suddetti standard di servizio;

-         l’incompletezza accompagnata spesso da incongruenza su alcuni dati tecnici presenti nell’archivio delle infrastrutture; difetto che poi ha comportato l’impossibilità di ricavare valutazioni circa l’evoluzione degli standard tecnici in convenzione”

Pare evidente che l’ATO 3, per propria ammissione, non è in grado di verificare la congruità delle tariffe, la quantità e la qualità del servizio erogato, cioè non ha assolto ai suoi principali doveri istituzionali. Si consideri inoltre che fino ad ora - prima che il partner privato acquisti il 40% di Publiacqua - l’ATO 3 è una emanazione diretta degli stessi comuni che sono gli azionisti di Pubbliacqua: c’è perfetta coincidenza tra controllore e controllato. Questo aggrava la valutazione sull’efficacia dell’ATO e rende dubbia la capacità di controllare l’ente gestore quando questo non sarà più in famiglia, ma avrà l’amministratore delegato espresso da una impresa che gestisce con grande disinvoltura le proprie attività in ogni parte del mondo: ACEA.

Ma - a prescindere dall’emblematico caso particolare - è evidente che un organo di controllo, per una considerazione che non ha bisogno di commento, debba coincidere il meno possibile con il controllato e debba applicare criteri di carattere generale, quindi sarebbe più razionale avere un’agenzia di rilevanza regionale, dove utenti, tecnici e lavoratori del settore siano adeguatamente auto-rappresentati, che vigili su tutti gli enti gestori della Toscana. In questo modo sarebbe anche più agevole ridefinire radicalmente gli ATO (finalmente da intendersi come unità territoriali ottimali e non riserve indiane dei partiti) in modo di riprendere e valorizzare la logica degli equilibri di bacino espressa dalla Legge Galli e dall’intero quadro normativo: L.183/89, D.lgs. 152/99 e soprattutto la direttiva quadro sulle acque 2000/60/CEE, per il mancato recepimento della quale l’Italia, nel gennaio di quest’anno, è stata deferita alla Corte di Giustizia della CEE.

In ossequio alla normativa, ed al buon senso, sarebbe anche opportuno utilizzare la competenza tecnica ed il quadro conoscitivo proprio delle Autorità di Bacino, più volte richiamate nella Legge Galli ed invece estromesse dalla gestione della risorsa idrica.

 

 

 

10 giugno 2005 – beni comuni

 

(Contributo per il lavoro “Quale programma per il futuro governo del paese?” redatto da Aprile.Per la Sinistra, ALT, Arci, Legambiente, Osservatorio Politiche Urbanistiche Ambientali e Sociali di Pistoia, Associazione Lucignolo di Pistoia. Lavoro che non ha mai visto la luce.)

 

Quella dei beni comuni è una questione vecchia come l’uomo, nata con il conflitto tra la volontà del singolo di garantirsi il maggior benessere possibile e la necessità della comunità di giustificare la propria esitenza dando a tutti i propri membri l’accesso e la disponibilità delle risorse fondamentali, materiali (cibo, acqua, un riparo ect.) e immateriali (la protezione dalle aggressioni, la condivisione delle conoscenze ect). L’accezione di ‘beni comuni’ muta nel tempo e nello spazio in ragione dell’approccio culturale, economico, filosofico o giuridico. In questo contesto per trarre una definizione possiamo rifarci al principio costituzionale, stabilendo un parallelismo con l’espressione di “interesse generale”: in quest’ultima nozione possono convivere molte cose, ma non si può dubitare che i ‘beni comuni’ rientrino nell’interesse generale. Da questa premessa deriva che i beni comuni sono intrinsecamente sociali, anche quando sono goduti individualmente, e non sono suscettibili di appropriazione esclusiva: o ci sono per tutti o mancano a tutti.

Questa enunciazione, solo in apparenza universalmente condivisibile, sottende alcuni aspetti dirimenti, come il ruolo delle istituzioni pubbliche nel tutelare i beni comuni, i limiti da dare al diritto di un soggetto di gestire privatamente ed accumulare un bene, e anche la valenza della proprietà privata:

-          questa è limitata a quanto stabilito dalle convenzioni sociali, che in quanto tali riconoscono la prevalenza dei beni comuni, e non ha un fondamento naturale (principio sintetizzato dal francescano Okham già nel 1300, che ha originato il diritto soggettivo, e mutuato da Hobbes, che ha gettato le basi del diritto positivo, stabilito dai singoli Stati),

-          -oppure è un diritto naturale dell’individuo che precede l’organizzazione sociale, quindi è sovraordinata ai beni comuni, come sostenevano i giusnaturalisti seicenteschi,

-          oppure è un’aberrazione da eliminare a favore del collettivismo assoluto (come sostenevano Proudhon, Tommaso Moro oltre a Engels e Marx).

Per questo motivo la definizione ed i principi gestionali dei beni comuni hanno fortemente caratterizzato le teorie sociali, per questo stesso motivo con l’avvento del capitalismo il dibattito sui beni comuni si è approfondito ma la loro incidenza è altresì notevolmente scemata.

Già nel passato pre-industriale erano considerati beni comuni risorse che risultavano essenziali non solo per la sussistenza individuale ma anche per quella dei gruppi sociali: in Trentino le ‘regole’, cioè le comunità rurali, già nell’XI secolo si erano consolidate sulla gestione dei beni comuni (coltivi e boschi), così come nel resto dell’Italia erano assai diffusi ‘usi civici’ di varia natura; in Inghilterra vi furono le terre comuni o comunitarie (‘commons’) fino nel XVII secolo, quando furono privatizzate con leggi apposite (Enclosure Bills, leggi sulla recinzione). La proprietà della terra (principale fonte di lavoro e sostentamento), e il limite alla concentrazione fondiaria, è stata oggetto di riflessione dal 1600 al 1900 anche per i padri del pensiero liberale, da Locke a Tocqueville; Marx pose al centro della sua Weltanshaung la collettivizzazione dei mezzi di produzione e delle materie prime. Nel ‘900 la coscienza che tra i beni comuni non vanno inclusi solo quelli materiali (tra questi anche l’ambiente, in tutte le sue componenti) ma anche quelli immateriali (come l’istruzione, la salute, ma anche la dignità della persona ed il rispetto dei diritti fondamentali) ha superato i limiti del dibattito filosofico per divenire patrimonio comune. Non solo, la percezione di cosa è - o potrebbe essere - ‘bene comune’ si è negli ultimi decenni dilatata, in ambito alle correnti progressiste ed ambientaliste, in senso spaziale e temporale con i concetti di ‘globalizzazione’ e ‘sostenibilità’: il ‘bene comune’ non deve essere accessibile solamente a tutti i membri di una comunità ristretta, ma il suo utilizzo ed il percepimento dei frutti che ne derivano devono essere garantiti a tutte le comunità ed alle generazioni future.

È quindi evidente l’incongruenza prima segnalata: a fronte di una maggiore coscienza popolare sull’importanza di individuare e tutelare i beni comuni, anche di valore globale, anche metafisici, si riscontra una progressiva riduzione dell’importanza dei beni comuni riconosciuti come tali dall’ordinamento giuridico. Persino sull’acqua - bene comune per antonomasia - la pressione verso la privatizzazione e la mercificazione è fortissima e non contrastata da interventi istituzionali significativi; persino i “servizi”, dall’istruzione alla sanità, dalle telecomunicazioni ai trasporti alla tutela ambientale, con il GATS (accordo globale condotto dal WTO) sono diventati oggetto di commercio: molti di questi “servizi” sono beni comuni e anche beni di necessità vitale, che tradizionalmente venivano forniti o regolamentati dalle autorità pubbliche. Il WTO, con la motivazione di rendere competitivi i mercati dei “servizi”, consente e favorisce enormemente la loro deregolamentazione, la privatizzazione e la penetrazione delle multinazionali in questi settori.

I beni comuni hanno una enorme valenza politica perché il loro riconoscimento implica forme di organizzazione sociale e produttiva, quindi un progetto culturale. Per questo le regole della loro gestione e fruizione rappresentano un elemento fondante dei modelli socio-politici. In particolare su questo punto si misura tangibilmente la distinzione tra il capitalismo liberista (fondato sulla competizione tra gli individui e la concorrenza commerciale) che limita la gamma dei beni comuni (necessariamente sottratti sia all’appropriazione individuale sia alla concorrenza) ed amplia l’area del ‘brevettabile’ e del ‘privatizzabile’, ed il modello socialista (con il senso lato originario di Leroux, come opposizione ed antitesi all’individualismo), basato sulla cooperazione tra le persone (pragmatica o etica che sia), che amplia la gamma dei beni comuni e le garanzie sociali che ne consentono la fruizione, sottraendoli alle regole della competizione mercantile per porli sotto la tutela dell’ordinamento giuridico e costituzionale.

Il primo modello, riduttivista nei confronti dei beni comuni, comporta un alleggerimento strutturale della società, un impoverimento del patto sociale che si afferma con il radicarsi del pensiero liberale (informato da Locke, l’esegeta della proprietà privata quale diritto naturale dell’uomo, sovraordinato ai diritti sociali, e Humboldt, il teoreta dello Stato minimo), con il conseguente progressivo spostamento dei conflitti di classe, di genere, di generazione, dai luoghi della politica ai tribunali. In America le parti sociali sono le migliori clienti degli avvocati proprio per il fatto che i beni comuni, soprattutto quelli immateriali, non sono garantiti ma oggetto di contesa e contenzioso. Così le assicurazioni vanno a sostituire la previdenza pubblica (il ‘modello assicurativo’ made in USA sta rapidamente prendendo campo anche in Italia, a partire dalla ‘riforma Dini’ sulla previdenza) e la contrattazione collettiva del lavoro (fondamento costituzionale della nostra Repubblica e quindi bene comune) viene rapidamente destrutturata e superata dalla titolarità individuale del rapporto prestatore-datore (flessibilità). Persino la tutela della salute, se questa non è percepita come bene comune (come la Costituzione implicitamente imporrebbe), si traduce in cause di diritto privato tra il ‘proprietario’ di un corpo originariamente sano verso il venditore di una merce dannosa o il datore di un lavoro malsano, come le vicende che hanno coinvolto le multinazionali del tabacco e del settore agroalimentare dimostrano o come l’amianto ci ha insegnato.

Ne consegue che l’effettiva tenuta del modello socialista (socialismo è un termine che esprime un principio comune ad una vasta gamma ideologica: per tutti Marx con il comunismo, Mounier con il socialismo cattolico, Calogero con il liberalsocialismo), dove questo è il riferimento, è facilmente valutabile proprio con la misura positiva del peso sociale dei beni comuni, o la misura negativa delle privatizzazioni di questi, del depotenziamento dello stato sociale e dello spostamento nei tribunali della rivendicazione dei diritti collettivi.

Un ulteriore spartiacque lo si trova nell’applicare alla gestione dei beni comuni il concetto di sussidiarietà (art. 118 Titolo V della Costituzione): per bene comune si intende non solo la risorsa ma anche l’accesso collettivo ad essa, cioè la forma partecipata e comunitaria della proprietà o della fruizione. Quindi valorizzare i beni comuni significa necessariamente dare rilevanza sociale e politica al ‘collettivo’, significa attuare modelli di gestione e di decisione basati sulla democrazia partecipativa, aperta a tutti coloro che hanno interesse alla conservazione ed alla corretta utilizzazione dei beni comuni.

È quindi evidente che il riconoscimento concreto dei beni comuni, e la definizione di un quadro normativo che ne garantisca la tutela e la gestione partecipata, è un elemento di fortissima caratterizzazione sociale e politica.

 

MC