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La cultura dell’unità

Sarebbe, credo, un errore immaginare il processo unitario della sinistra italiana come una marea crescente, un lento ma costante movimento in una direzione sola. Tutta l’esperienza e la fatica degli ultimi mesi ci suggerisce un’altra immagine, meno rassicurante ma più veritiera. E’ quella di un processo fragile, capace di notevoli passi in avanti, come quelli della manifestazione del 20 ottobre e dell’assemblea dell’8 e 9 dicembre, ma anche di forti battute d’arresto, segnalate dal ricorrente predominio della cultura dei distinguo su quella dell’unità. Forte, inoltre, rimane la possibilità che tutto si fermi improvvisamente. In questa nostra declinazione modesta di un tema universale - la dialettica dell’uno/molti - tuttora soverchiante è la presenza dei ‘molti’ e appena visibile quella dell’ ‘uno’.

Non per questo dobbiamo scoraggiarci. Prima di tutto, come ha suggerito benissimo Rossanda, dobbiamo avere ‘più attenzione, anche più pietà, l’uno per l’altro, l’una per l’altra’. Vanno ascoltate con grande attenzione le ragioni di coloro che rimangono titubanti, e rispettate le culture e le provenienze diverse. Non possiamo pensare di trovarci subito d’accordo su tutto. Troppe sono le sedimentazioni, le diversità e le diffidenze, soprattutto – almeno nella mia esperienza limitata - a livello personale. Di fronte a queste realtà bisogna elaborare un metodo per cui si registrano i distinguo ma si cerca contemporaneamente l’azione condivisa.

Ho l’impressione che un po’ alla volta sia questo che sta succedendo a livello territoriale – un quartiere dove la Sinistra l’Arcobaleno decide di coordinarsi, un consiglio provinciale dove propone unitariamente una mozione su Vicenza, una regione, l’Umbria, che in questi giorni ha aperto un Tavolo regionale e programma iniziative in preparazione della conferenza programmatica di febbraio. Si comincia, fra mille difficoltà, la pratica del lavoro insieme.

Non basta. Bisogna inventare nuove forme che rafforzino la cultura dell’unità. Non per cercare l’unità in sé, ma perché essa ci offre la possibilità di contare di più, di elaborare una visione del riformismo radicale, di pensare e scrivere collettivamente ‘a sinistra’, di rappresentare degnamente in Parlamento i movimenti e le proteste che altrimenti non avrebbero alcun ascolto, di sperimentare e proporre nuove forme della politica e della democrazia, sia al nostro interno, sia nel mondo esterno soffocante della politica nazionale .

Quattro suggerimenti di metodo, telegraficamente. Primo, la necessità impellente di un tesseramento diretto, individuale, alla Sinistra l’Arcobaleno. Tanti di noi non abbiamo in tasca alcuna tessera di uno dei partiti esistenti e vogliamo aderire all’aggregazione che nasce ora, per poter tracciare insieme i suoi lineamenti.

Secondo, incoraggiare e promuovere il lavoro decentrato – dei singoli territori e città, ma anche degli incontri trasversali, come gli autoconvocati o l’incontro tra la rete di donne e l’associazione fiorentina per la sinistra unità e plurale - iniziative che possano dare ricchezza al processo nel suo insieme.

Terzo, pensare sistematicamente al contenuto democratico dei prossimi mesi. L’assemblea romana era bella ma poco democratica. La carta d’intenti, come ha scritto Lea Melandri, era pre-confezionata. In questa fase i quattro segretari devono aprire ad altre soggettività per poter decidere insieme le prossime mosse. Sarebbe un errore pensare che tutto vada in frantumi senza un controllo stretto dall’alto. Bisogna fare bene le cose già annunciate. Il dibattito del prossimo febbraio, per esempio, di cui tuttora mancano notizie, deve assumere una forma democratica e deliberativa precisa. Certe parole utilizzate finora - ‘pronunciamento popolare’, ‘grande campagna di ascolto nel Paese’ - non sono rassicuranti. Tante persone ci guardano, un po’ curiose e un po’ scettiche. Vogliamo rispondere alle loro aspettative solo con la vecchia politica?.

Ultimo, senza aspettare nessuno, la necessità di discutere sulla forma e le regole della nuova aggregazione politica. E’ un lavoro difficilissimo, senza molti suggerimenti dal passato. Come si fa a controllare la gerarchia maschile, la personalizzazione della politica, il narcisismo, le clientele, i dettami dei media? O la politica è solo, inevitabilmente, questo?

Paul Ginsborg

 

 

 

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Cari amici,
il Consiglio Comunale di Capannori ha approvato l'o.d.g. sulla Finanza etica e solidale proposto a suo tempo dall'Osservatorio per la Pace.
In un solo anno, dopo l'approvazione dell'o.d.g. sulla ripubblicizzazione dell'acqua e della mozione a sostegno della riapertura del caso Scieri, otteniamo anche questo risultato, che conferma e premia il nostro impegno a sollecitare le Istituzioni con proposte forti e condivise, nate e radicate nella società civile.
In un momento storico in cui sembrano prevalere lo scontro, l'antipolitica e la sfiducia nella democrazia rappresentativa, non possiamo non sentirci soddisfatti di un'azione propositiva sostanzialmente condivisa da tutte le parti politiche, incisiva sulle dinamiche locali e interterritoriali, all'insegna della democrazia dal basso.
Volentieri restituisco a tutti quello stesso grazie che in questi mesi tanti cittadini di Capannori e oltre hanno consegnato a me come rappresentante dell'Osservatorio.
Leana Quilici

Comunicato stampa del Comune di Capannori

IL COMUNE SI IMPEGNA A FAVORIRE GLI ISTITUTI DI FINANZA ETICA.

IL CONSIGLIO COMUNALE HA APPROVATO UNA MOZIONE A FAVORE DELLA FINANZA ETICA E SOLIDALE

L’amministrazione comunale di Capannori si impegna a favorire gli istituti di credito che non abbiano effettuato alcuna transazione bancaria in materia di esportazione, importazione, transito di materiale di armamento, come definito dalla legge 185 del 1990 e in stretto riferimento alla Tabella annualmente ufficializzata dal Consiglio dei Ministri.

E’ quanto previsto da una mozione a favore della finanza etica e solidale illustrata dalla consigliera dei Ds Loris Banducci e scaturita da una proposta dell’Osservatorio per la pace di Capannori, nell’ultima seduta del consiglio comunale, approvata con l’astensione dei gruppi di minoranza.

Il Comune, inoltre, si impegna ad attribuire nelle gare per servizi economico-finanziari (servizio tesoreria, mutui, fideussioni) un maggiore punteggio alle offerte tecniche di istituti di credito che applichino condizioni favorevoli di credito nei confronti delle piccole e medie imprese, dei soggetti no-profit e di quelli impegnati nella cooperazione esercitata nel rispetto delle autonomie e della dignità di ogni comunità locale. Ed inoltre che considerano l’elemento della compatibilità ambientale come condizione necessaria per il finanziamento di attività e iniziative e che considerino elementi negativi svolgere attività collegate al settore del commercio delle armi, avere sede o società controllanti altri società aventi sede in Stati riconosciuti ‘paradisi fiscali’.

La mozione impegna inoltre l’amministrazione capannorese a valutare la fattibilità tecnica di una collaborazione con gli istituti di finanza etica che rispettino tali requisiti e della progettazione di una campagna di sensibilizzazione al risparmio etico e a forme di sostegno dell’imprenditoria sociale.

Capannori, 31 ottobre 2007

 

lavav0907

Affare dei lavavetri: clamorosa smetita del procuratore capo di Firenze

LAVAVETRI: FIRENZE; PROCURA CHIEDE ARCHIVIAZIONE   (ANSA) - FIRENZE, 10 SET -
Il procuratore capo di Firenze Ubaldo Nannucci ha depositato al gip del tribunale del capoluogo toscano, la richiesta di archiviazione per le denunce a carico dei lavavetri bloccati nei giorni scorsi in seguito all' ordinanza emessa dal Comune di Firenze.
"La richiesta di archiviazione - spiega Nannucci - deriva dal fatto che, a mio parere, il mestiere girovago di lavavetri é previsto dalla legge come illecito amministrativo e per il principio di specialità non può essere oggetto di illecito penale. Altri aspetti di dubbia legittimità sollevati nell' ordinanza del comune di Firenze non sono stati da me approfonditi perché non li ritenevo essenziali".
Infine, quanto alle ipotesi avanzate dall' assessore alla sicurezza del Comune di Firenze Graziano Cioni e dal sindaco Leonardo Domenici riguardo all' esistenza di un racket dei lavavetri, il procuratore capo ha aggiunto: "Ho scritto al comando provinciale dei carabinieri e alla questura per sapere se per caso avessero segnalato qualche tipo di condotta che meritasse la definizione di racket e mi è stato riferito che non c' è stata nessuna segnalazione di questo tipo". (ANSA).

 

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Il 7 settembre una proficua riunione per rilanciare l’iniziativa con i movimenti e per l’alternativa !

Oltre cento compagni e compagne hanno partecipato venerdi 7 settembre, a Firenze nella Casa del Popolo 25 aprile, all’assemblea promossa da 19 circoli di base di Rifondazione Comunista per rilanciare l’iniziativa e il conflitto sociale nel territorio e con i movimenti.

Dalle 18 alle 24, con una breve pausa per una cena autogestita, sono intervenuti in un confronto davvero franco e proficuo 27 compagni/e, tra cui il segretario di federazione compagno Maurizio De Santis, e ben 12 interventi di realtà sociali e comitati, impegnati sulle principali vertenze aperte a Firenze e sul territorio provinciale (diritti sociali, migranti, casa, alta velocità, trasporto pubblico, tranvia, inceneritori, urbanistica, ambiente, acqua, movimento contro la guerra, precarietà). Presenti inoltre, tra gli altri, Unaltracittà-unaltromondo, il Coord. Dei Comitati Cittadini, il Movimento Antagonista Toscano, Libero Mugello, Cobas, SdL, RdB e sinistra sindacale CGIL.

I Circoli promotori hanno inteso con questa riunione di lavoro aperta alle realtà sociali non solo ribadire i motivi del profondo dissenso nei confronti dell’ingresso in Giunta Regionale del PRC, nel merito e nel metodo, ed esprimere il disagio crescente di tanti compagni e di vasti settori sociali per la situazione nazionale (attacco dei poteri forti e progetto politico del Partito democratico), ma guardare avanti e uscire da uno scontro tutto interno al partito, proponendo alle/i compagne/i e a tutto il partito alcune linee di lavoro.

- Ricollocare il ruolo dei circoli tutti, delle zone, delle commissioni di lavoro nel vivo della iniziativa e del conflitto sociale come concreta saldatura tra politica e società, come principale antidoto alle derive politiciste e moderate, alla cosiddetta “crisi della politica”, come terreno principale di verifica della linea politica, vista l’apertura a breve della fase congressuale del PRC, e per impedire che il dissenso e la delusione si trasformino in disimpegno dalla militanza.

-Il necessario confronto e azione comune a sinistra deve misurarsi con le realtà ed i conflitti sociali, per non ridursi ad operazione di gruppi dirigenti, confermando peraltro il ruolo e l’autonomia del PRC. Con questa impostazione e in funzione di un processo più ampio, è importante partecipare alle iniziative della sinistra plurale nei nostri territori e al tempo stesso sviluppare, e non indebolire, le importanti esperienze di conflitto e di alternativa in corso, come quelle, ad esempio, con Unaltracittà e i Comitati a Firenze, e con LiberoMugello a Borgo San Lorenzo.

-Nell’immediato è stato ribadito l’impegno sulle vertenze del lavoro, le emergenze abitative, a partire dal Luzzi, la lotta contro la campagna securitaria dei sindaci-sceriffo e per il ritiro dell’ordinanza lavavetri, l’opposizione agli inceneritori, la mobilitazione contro la base di Vicenza e la TAV.

-La manifestazione del 20 ottobre è una scadenza importante, forse decisiva, dopo il 4 novembre (precarietà) ed il 17 febbraio (Vicenza), che ci impegna tutti per bloccare e sconfiggere le politiche liberiste portate avanti anche dai settori dominanti di questo governo, venendo meno allo stesso programma concordato: ma proprio per ottenere la più ampia e combattiva partecipazione, occorre darsi obiettivi chiari e rivendicare una svolta netta, uscendo da un linguaggio cifrato e tutto interno al palazzo.

-Dall’assemblea dei circoli è’ scaturita anche l’esigenza di rivolgere un appello al partito affinchè il prossimo Congresso del PRC rappresenti una occasione vera di partecipazione democratica, di discussione vera e non precostituita, per consegnare a tutti i compagni e le compagne il compito di definire con chiarezza le scelte future ed il ruolo del PRC.

Questa riunione di lavoro ha rappresentato un buon auspicio per i difficili impegni che ci attendono!

p. i circoli promotori: Alidina Marchettini, Marco Fantechi, Adriana Miniati, Antonio Andreotti, Laura Nencini, Marco Chiari (presidenza dell’assemblea)

Firenze 7 sett.2007


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(agosto 2007)

Il PRC rilanci l'iniziativa con i movimenti per una svolta verso l'alternativa.
La scelta compiuta dalla Direzione Regionale del PRC Toscano di entrare nella Giunta Martini che governa la nostra regione nel corso ormai avanzato della legislatura ha sollevato ampi dissensi e contrarietà sia nell'ambito del partito, nella sinistra che nella realtà dei movimenti.
Il risultato è stato quello nella nuova assegnazione delle deleghe e degli incarichi per conseguire l'ingresso del PRC, di rafforzare il ruolo moderato del Partito Democratico, che acquista ulteriori competenze, a partire da ambiente, rifiuti, energia (ma molte altre), affidate in blocco all'Assessore del PD Annarita Bramerini e sottratte in parte ai verdi che risultano ridimensionati.
La concentrazione del potere e di competenze aggiuntive di rilevanza strategica nella squadra di Martini, che tra l'altro ha confermato per intero l'inamovibilità del suo programma di sempre, porta come conseguenza degli accordi e dell'operazione di rimpasto della giunta l'evidente insuccesso ed indebolimento complessivo della sinistra, del resto riconosciuti e lamentati dal PDCI e dagli stessi Verdi.
Ma l'aspetto più sconcertante è di aver preclusa al nuovo Assessore del PRC, Eugenio Baronti, già Assessore PRC a Capannori con grande apprezzata esperienza sulla raccolta differenziata dei rifiuti alternativa all'ipotesi inceneritorista, l'assegnazione di incarichi sulle proprie riconosciute competenze, l'averlo destinato ad altri compiti, pur importanti, ma di minore rilevanza strategica e tra l'altro per il Baronti del tutto nuovi, mostra un deficit di autorevolezza per il partito, quale il PRC, che in Toscana ha un peso elettorale ben più consistente rispetto al poco che ha ottenuto.
In molti, compagne e compagni dei circoli, dirigenti politici del PRC, ci eravamo ostinatamente impegnati, perchè la consultazione per discutere sul tema dell'ingresso in Regione proposto dal gruppo consiliare e dal segretario regionale del PRC fosse partecipata in tutto il corpo del partito e in un confronto profondo ed esteso con le tante espressioni di movimento.

E'stata scelta la via burocratica, dei soli organi interni del partito, spesso non adeguatamente informati come via libera all'accordo per l'ingresso in giunta.
Si è così evitato di discutere, come necessario, dei contenuti e di posizioni che da anni il partito ha sostenuto con impegno instancabile di tante compagne e tanti compagni e che nei territori ha portato avanti assieme ai movimenti, alle popolazioni locali, ai loro comitati, in conflitto, spesso anche aspro, verso le scelte della Giunta Martini e di Toscana Democratica.
Vogliamo comunque confidare che la sinistra nel suo complesso riesca a svolgere un ruolo in consiglio regionale di costruzione di politiche alternative e in controtendenza rispetto al modello toscano, di stampa neoliberista, dello stesso PD a cui Martini appartiene, fino ad oggi imperante e caratterizzato dal prevalere delle logiche di mercato e dalla sostanziale subalternità alle grandi imprese e ai poteri forti.
Vogliamo in conclusione rilanciare concretamente e da subito, a partire dalle realtà locali, l'iniziativa del partito, assieme ai tanti soggetti del movimento che da Genova in poi si battono per un altro mondo possibile, per dare risposte alle attese sulle grandi questioni sociali, ambientali, del lavoro, della previdenza, della pace disarmata, della dimensione umana dei territori, delle città, del diritto alla convivenza, della scuola pubblica, della cittadinanza attiva per tutte e per tutti, dei grandi valori dell'antifascismo e della costituzione, della laicità, dei diritti civili. Su queste basi non rifuggiamo da alcun confronto, istituzioni comprese, per dare il nostro contributo di esperienza e di partecipazione in tutti quei luoghi dove si costruisce un futuro di giustizia e di democrazia.
Per queste ragioni contribuiremo alle mobilitazioni a Firenze e saremo presenti per le stade e le piazze di Roma il 20 Ottobre per cambiare e dare una svolta decisiva e convincente alle politiche del governo assieme al popolo e alle tante espressioni organizzate della Sinistra.


Simona Baldanzi, Alessandro Bellucci, Paola  Benedetti, Arrigo Bortolotti, Cinzia Campani, Beatrice Campigli, Marco Checchi, Alessandro Corrieri, Marzia De Luca, Renata Fabiani, Enrica Fani, Franca Frati, Vanna Gianmartini, Massimo Manetti, Pippo Marchese, Alidina  Marchettini, Gianni Monti, Antonino Moscato, Arrigo Orioli, Selene Pecchioli, Paola Serasini, Sandro Targetti, Riccardo Torregiani, Wanda Vannucci

del Comitato Politico Provinciale del PRC di Firenze


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Comunicato diramatao da alcuni componenti del Comitato Politico Provinciale di Firenze del PRC (luglio 2007)

L'ANOMALIA TOSCANA CONTINUA!

L'intesa tra Toscana Democratica e Rifondazione Comunista in Regione si è concretizzata, dopo  circa 10 mesi di "stop and go", fatto di annunci, lunghi silenzi, veti incrociati, insomma il linguaggio che caratterizza per lo più le trattative dentro il palazzo.
Diversamente dalle buone pratiche indicate dai movimenti di questi anni, è mancata in questa vicenda l'apertura di un dibattito e di un confronto pubblico, che coinvolgesse oltre alle forze politiche anche i soggetti sociali, sui contenuti del nuovo accordo programmatico che dovrebbe aprire una fase nuova nel governo della Regione.
La stessa consultazione interna al PRC, che ha coinvolto i Comitati Politici Provinciali, ha fatto emergere un rilevante dissenso, in un clima di scetticismo e scarso entusiasmo: in due federazioni ha prevalso il voto contrario, a Firenze l'opposizione supera il 45%, in tre federazioni è mancato il numero legale per votare. Laddove la discussione ha toccato i livelli più  bassi del partito, come i Circoli, il dissenso è cresciuto, evidenziando una divaricazione preoccupante tra
gruppo dirigente regionale e attivisti di base.
Il Documento proposto dal Presidente Martini, ai primi di aprile, è circolato in ambienti molto ristretti, e non ha rappresentato mai una base su cui poter approfondire, modificare, trattare (come si fa in ogni percorso partecipato!): a chi obiettava e chiedeva cambiamenti, è stato risposto "prendere o lasciare", altrimenti "i settori moderati di Toscana Democratica avrebbero peggiorato il testo!"
Infatti sono proprio i contenuti l'anello debole di questo accordo: vengono ignorate importanti vertenze aperte nei territori come il sottopasso Alta Velocità di Firenze, il corridoio Tirrenico, il rigassificatore, l'urbanistica, la gestione dei servizi pubblici e sociali, la questione dei suoli e della casa.  Sui rifiuti l'impegno alla riduzione ed alla differenziazione non viene accompagnato da una seria verifica del fabbisogno impiantistico e dei Piani Provinciali (forum pubblico), come da anni richiede il movimento contro gli inceneritori cresciuto in tutti i territori; sulla precarietà gli impegni sono generici e contraddittori.
Le uniche aperture sono sulla ripubblicizzazione dell'acqua e sulla smilitarizzazione della base di Camp Darby, questioni importanti, ma insufficienti per chiudere "l'anomalia toscana": manca insomma una adeguata discontinuità programmatica in grado di aprire spazi alla iniziativa dei soggetti sociali, dare risposte nuove alla crisi del "modello toscano" ed accettare la sfida del governo regionale.
Per questi motivi concreti, e non per posizioni pregiudiziali, ribadiamo che non vi sono le condizioni per entrare in giunta, e rinunciare all'opposizione di sinistra. A questo si deve aggiungere un preoccupante contesto nazionale che vede il Partito Democratico ed i poteri forti svuotare il programma dell'Unione e logorare il rapporto con la base sociale della sinistra, con evidenti spinte centriste (negativo accordo sulle pensioni e referendum elettorale, firmato anche da Martini!).
Il "buongiorno si vede dal mattino!" L'Unione in  Toscana nasce a freddo (anche se in pieno periodo balneare!) e tutta all'interno del palazzo, con una buona dose di "politicismo" e di autoreferenzialità dei gruppi dirigenti: questa operazione rischia di aprire un vuoto a sinistra, di produrre una crisi nel rapporto con la società e di non favorire nemmeno la crescita di un'ampio schieramento di sinistra autonomo e alternativo al Partito Democratico.
Rendiamo pubblico il nostro netto dissenso nei confronti di questa scelta, anche per dare voce a tanti compagni/e dei circoli e delle zone, iscritti, simpatizzanti ed elettori di Rifondazione Comunista, oggi fortemente critici e disorientati: invitiamo a proseguire a tutti i livelli l'impegno nei conflitti sociali senza fare alcuno sconto alla Giunta Martini,  disponibili, come sempre, a verificare con tutto il partito gli sviluppi di questa difficile situazione.

Baldanzi, Bellucci, Bortolotti, Campani, Campigli, Checchi, Corrieri, De Luca, Fabiani, Fani, Frati, Giammartini, Manetti, Marchese, Marchettini, Monti, Moscato, Orioli, Pecchioli, Serasini, Targetti, Torregiani, Vannucci del Comitato Politico Provinciale di Firenze del PRC.

 

comcostfi0707

Comitato per la Difesa della Costituzione - Firenze
3 MOTIVI PER NON FIRMARE IL REFERENDUM GUZZETTA - SEGNI:
- consente ad una minoranza di governare il Paese: ripropone il principio della legge Acerbo del 1923 (voluta da Mussolini per garantirsi la vittoria elettorale del partito fascista), e stabilisce che la lista che ottenga più voti (anche un 25%) conquisti la maggioranza assoluta della Camera.
Se invece funzionasse lo stimolo all'aggregazione, certo non eliminerebbe la frammentazione politica, ma solo incoraggerebbe il formarsi di listoni eterogenei destinati a sfasciarsi il giorno dopo le votazioni per ridar vita a una miriade di gruppi parlamentari.
La proposta viola poi l'uguaglianza del voto, sancita dalla Costituzione per dare ad ogni cittadino il medesimo peso (art. 48) e mortifica il diritto di tutti i cittadini di scegliere liberamente il partito per partecipare alla determinazione della politica nazionale (art. 49).
- mantiene le liste bloccate dei candidati, imposte dalle segreterie dei partiti senza alcuna possibilità di scelta da parte degli elettori. In tal modo, viene accentuata la trasformazione dei partiti politici da strumenti di partecipazione democratica dei cittadini in comitati elettorali e centri di potere clientelare.
- mantiene l'assurdo premio di maggioranza al Senato attribuito regione per regione, con le conseguenze negative che oggi si sono già verificate: parità tra i due schieramenti, o addirittura maggioranze diverse al Senato e alla Camera.
Per questi, e per tanti altri motivi, la proposta di referendum Guzzetta-Segni, che gli stessi promotori giudicano insufficiente, deve essere respinta: le modifiche introdotte resterebbero in vigore per anni. E non si può accettare il ritorno a leggi di sapore fascista (non è un caso che questa proposta di referendum sia sostenuta da AN); occorre salvaguardare la democrazia e l'effettiva rappresentatività del Parlamento.
Certo, la legge elettorale vigente deve essere sostituita con una riforma, ma in Parlamento e con una legge conforme ai principi della Costituzione.
 

www.firenzeperlacostituzione.it
info@firenzeperlacostituzione.it

 

 

 

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Decalogo dell’Associazione toscana per una Sinistra unita e plurale ­ 3 luglio 2007

Preambolo

La nostra intenzione è promuovere una nuova aggregazione della Sinistra, per trasformare la politica e la società della nostra regione. Siamo individui, associazioni, comitati, partiti e movimenti che non accettano né la deriva moderata del nascente Partito Democratico, né la frammentazione, la dispersione e le rivalità che caratterizzano l’attuale sinistra italiana. Abbiamo una grande occasione per ricostruire una politica di cambiamento, continuando a lottare per la difesa e l’attuazione della nostra Costituzione. Il momento storico chiede il coraggio di sperimentare e un’assunzione collettiva di responsabilità.

Vorremmo coordinarci con iniziative simili in altre regioni dell’Italia, in modo da costruire una Sinistra nuova, sperimentale e unitaria, che parta dal basso e non solamente dall’alto.

Decalogo

1. Siamo contro il capitalismo neo-liberista, fondato sulla ricerca esasperata del profitto, sul predominio della finanza, sulla gestione privata dei beni comuni dell’umanità e sull’aumento delle disuguaglianze a livello mondiale.

Siamo per un sistema economico che rafforzi ogni forma di giustizia e solidarietà sociale, che protegga e allarghi lo stato sociale, e che contemporaneamente sviluppi i diritti, le potenzialità, le libertà e le capacità di ogni donna e ogni uomo. Il lavoro è un diritto, è l’elemento fondante della società. Per questo è necessario sottrarlo alla dimensione dilagante della precarietà, che mina profondamente la serenità e la vita delle persone.

2. Siamo  contro la devastazione del nostro pianeta, che i poteri globali considerano un’immensa riserva di risorse da sfruttare senza limite, senza avere alcuna vera consapevolezza della necessità di proteggere la vita animale e vegetale e la bellezza della natura. Non abbiamo più davanti a noi i tempi lunghi del passato; il pericolo è qui e ora.

Siamo per un radicale cambiamento di rotta che stabilisca un nuovo equilibrio fra esseri umani e natura, in cui il progresso non sia solo misurato attraverso l’aumento del PIL, e in cui la conservazione e l’incremento dei beni naturali come aria, acqua e biodiversità siano a fondamento della politica. Siamo per un impegno volto alla creazione di una diffusa cultura ambientalista sul nostro territorio.

3. Siamo contro la guerra!

Siamo per una pace vera e duratura in ogni aspetto delle relazioni umane, per un mondo libero da armi e da basi militari, libero dalla pena di morte.

4. Siamo contro un mondo dominato da uomini e dai valori patriarcali del comando, della competizione e della conquista e contro ogni rappresentazione della donna come oggetto e merce di scambio. Ci opponiamo a qualsiasi idea che deleghi alla famiglia le responsabilità che sono pubbliche e alla donna tutto il peso della cura e della sfera domestica.

Siamo per la libertà delle donne, in un mondo fondato sull'effettiva uguaglianza dei diritti dei due generi, sia nella sfera privata che nella sfera pubblica. Siamo per la valorizzazione delle differenze in modo che valori non patriarcali di inclusività, di non violenza, di cura delle relazioni prevalgono nello spazio pubblico.

5. Siamo contro qualsiasi idea di una comunità ‘chiusa’ e uniforme, contro la diffidenza e il pregiudizio, che innalzano muri e conducono inevitabilmente al razzismo.

Siamo per l’accoglienza e la pari cittadinanza delle persone migranti. Siamo per il riconoscimento e la valorizzazione delle differenze di genere e orientamento sessuale, per la libera scelta negli stili di vita e per il rispetto delle culture e dei bisogni di ogni donna e ogni uomo.  Siamo per una società plurale, aperta e antiautoritaria, perché una società escludente, gerarchica e fondata sull’“ordine” accentua l’insicurezza e la solitudine.

6. Siamo contro qualsiasi ingerenza delle gerarchie ecclesiastiche nella politica democratica della Repubblica.

Siamo per la laicità dello stato!

7. Siamo contro un’idea della società in cui l’accesso all’istruzione, alla cultura e la possibilità di decidere il proprio futuro sia fortemente determinato dalla classe sociale. Siamo contro il mercato dei saperi e delle informazioni che tramite copyright e brevetti ostacolano la condivisione e il libero sviluppo della ricerca.

Siamo per un investimento significativo e continuativo in favore di scuole e università statali, capaci di garantire un insegnamento di qualità e una reale diffusione di saperi e cultura. Crediamo che la conoscenza sia un bene comune ed in quanto tale accessibile a tutti. Siamo per il sostegno e la valorizzazione delle arti, necessarie per la libera crescita culturale e morale del paese.

Vogliamo cittadine e cittadini attivi, istruiti e critici.

8. Siamo contro un’idea di potere che svuota la stessa democrazia rappresentativa e separa la politica dalla società. Attualmente, i partiti politici rischiano di ridursi a mero ceto politico e amministrativo in un circo mediatico controllato da chi ha più risorse. Siamo contro qualsiasi politica populista, di destra o di sinistra, in cui i cittadini sono ridotti a rispondere soltanto a una "chiamata" alle urne.

Siamo per nuove forme di democrazia che combinino la democrazia rappresentativa e partecipativa, che valorizzino il coinvolgimento delle persone nei processi decisionali e che orientino a un nuovo “codice etico” le spese e i compensi dei loro rappresentanti ovunque collocati. La nostra idea della democrazia è quella che ha il suo punto di partenza nella Costituzione Repubblicana, nata dalla Resistenza e dalla lotta antifascista.

9. Siamo contro i rapporti verticali e gerarchici del potere che conducono al clientelismo, vecchio e radicato male dell’Italia che annulla i diritti della cittadinanza.

Siamo per i rapporti orizzontali di solidarietà e per l’assoluta trasparenza nei processi decisionali, negli appalti e nei concorsi pubblici. Nella vita deve contare chi sei e non chi conosci. Il potere non deve essere concentrato nelle mani di pochi,  ma diffuso e decentrato sul territorio e tra le persone.

10. Siamo contro un’idea della politica che mette l’enfasi sulla leadership carismatica e su personaggi autocratici. La politica non deve essere  una carriera, una sfera in cui conta più di ogni altra cosa l’ambizione personale.

Siamo per una politica accessibile a tutte e tutti, che parli il linguaggio della vita della persone piuttosto che quello tecnico degli apparati. Crediamo che gli incarichi e le responsabilità debbano basarsi sulla capacità e la competenza di uomini e donne, inseriti in un forte contesto di servizio, di rotazione di compiti, di autocontrollo del narcisismo e della competitività.

Regole e modi per un lavoro collettivo.

1. Cerchiamo di trovare le cose che ci uniscono, non quelle che ci dividono.

2. Proviamo a ragionare senza pregiudiziali, a mettere a disposizione di tutti e tutte identità e appartenenze di ciascuno, ricercando sempre un consenso fra noi, frutto di discussione e dibattito.

3. Cerchiamo anche modalità condivise per raggiungere decisioni in tempi ragionevoli

4. Le nostre riunioni devono caratterizzarsi per l’inclusività: autocontrollo nei tempi degli interventi, incoraggiamento al contributo di tutti /e, attenzione alla massima circolazione dell’informazione interna e cura che i nuovi partecipanti non si sentano “ospiti”, ma protagonisti alla pari degli altri.

 

 

 

 

 

idrocarburi

Firenze  25 giugno 2007

Al Presidente del Consiglio Regionale Toscano

OGG: Interrogazione Orale Urgente

 “In merito ai permessi per la ricerca ed estrazione di idrocarburi concessi alla società Heritage Petroleum PLC su un area di oltre 1450 km2 di territorio toscano”

Considerato che vi è grande attenzione – a livello nazionale e locale – da parte dei cittadini in merito ai danni paesasggistici e ambientali che possono provocare gli impianti di ricerca ed estrazione di idrocarburi, come note vicende quali quella della Val di Noto hanno dimostrato;

Preso atto dei permessi di ricerca per idrocarburi denominati “Siena” – “Belforte” e “Cinigiano” concessi alla società Heritage Petroleum PLC della durata di sei anni;

Preso atto inoltre dei Decreti n° 1903, 1904, 1905 del 26/04/2007 dell’Area di Coordinamento Programmazione e Controllo – Settore Valutazione d’Impatto Ambientale della Regione Toscana, pubblicati sul Bollettino Ufficiale della Regione Toscana in data 6 giugno 2007;

Considerato che si tratta di permessi di ricerca che riguardano un amplissima area di territorio regionale – oltre 1450 km2 – nei comuni di Volterra, Pomarance, MontecatiniVal di Cecina e Castelnuovo Val di Cecina  Casole d’Elsa, Radicondoli e Chiusdino, San Gimignano, Poggibonsi, Castellina in Chianti, Colle Val D’elsa, Castelnuovo Berardenga, Asciano, Murlo, Monteroni d’Arbia, Monteriggioni, Sovicille, Siena ,Barberino Val D’Elsa, Arcidosso, Scansano, Campagnatico, Roccalbegna, Castel del Piano, Civitella-Paganico, Roccastrada e Cini= gliano, Buonconvento, Murlo, Monticiano, San Giovanni d’Asso e Montalcino, siti nelle provincie di Siena, Grosseto, Pisa e Firenze, territorio di grande pregio, bellezza, ambientalmente delicato e di grande richiamo artistico e turistico, così come dimostra – per parte di esso – la dichiarazione di “Patrimonio dell’Umanità” decretata dall’Unesco e di conseguenza degno della massima tutela;

Rilevato:

- che gli interventi proposti nel programma di ricerca in oggetto risultano ricompresi nella tipologia di opere previste dall’art. 1, lettera g), del D.P.C.M.1/9/2000 e pertanto sottoposti alla procedura di Verifica di competenza regionale;

- il permesso di ricerca – come si legge nei richiamati decreti “nella sua generalità, pre= vede una successione di attività tra loro consequenziali, in sintesi consistenti in studi e ricerche per i primi due anni di vigenza del permesso di ricerca, e un successivo quadriennio durante il quale è prevista l’esecuzione di pozzi esplorativi (a partire dal terzo anno in poi), per la delimitazione di eventuali giacimenti e le prove di produzione di idro- carburi.

Considerato, inoltre, che la Provincia di Siena ha in particolare affermato la necessità che tutte le attività programmate nel permesso di ricerca vengano assoggettate alla procedura di VIA, mentre la Regione Toscana, come si evince dai decreti precedentemente citati, ha escluso la procedura stessa per la prima fase, inserendo per quest’ultima una serie di prescrizioni - prevedendo invece la V.I.A  per le fasi successive;

Considerato, altresì, che forte perplessità e contrarietà ai progetti di ricerca sovra esposti è stata espressa da cittadini, associazioni ambientaliste, esponenti del governo e delle istituzioni nazionali e locali;

Preso atto della particolare attenzione sempre dimostrata dalla Regione Toscana, in merito alla tutela del territorio, nei propri atti di programmazione, fra i quali il Piano di Indirizzo Territoriale e le proprie leggi urbanistiche quali la 5/2005;

Tenuto conto ,altresì, che il Consiglio Regionale ha recentemente approvato due mozioni – rispettivamente riguardanti i siti di Caprese Michelangelo (AR) e Acquabolla di Montespertoli (FI) – che impe= gnano la Giunta Regionale a non concedere l’autorizzazione per l’estrazione di CO2;

Considerato:

- che le vicende sopra richiamate di Acquabolla e Caprese Michelangelo dimostrano che – in mancanza di una netta e chiara volontà politica di contrarietà allo sfruttamento del territorio a fini di estrazione di sostanze del sottosuolo – si crea un automatismo  - qualora non sia impedito da una Valutazione d’Impatto Ambientale negativa -  fra la fase di ricerca-sondaggio e le fasi successive di estrazione delle medesime;

- nel suo complesso per la vicenda di cui all’oggetto della presente interrogazione sembra parimenti mancare quella volontà sopra richiamata e che quindi si nel futuro si possano ripetere le condizioni per le quali non sia possibile esprimere uno stop alle fasi successive alla prima se non legato unicamente ad una eventuale VIA negativa.

Interroghiamo la Giunta Regionale

per sapere se intenda esplicitare la volontà di fondo di non giungere in futuro al realizzarsi dei progetti di estrazione di idrocarburi nelle aree citate, e di conseguenza se intende ritirare del tutto o in parte gli atti deliberati in merito alla vicenda all’oggetto della presente interrogazione, così da rendere chiara la volontà medesima e le azioni conseguenti

I Consiglieri

Monica Sgherri             Fabio Roggiolani              Mario Lupi

 

 

 

appellounione

21 giugno 2007 ­ il primo giorno di una calda estate. Segue l'appello alla nascitura Unione.


I diversi partiti del centrosinistra, da Rifondazione Comunista al futuro Partito Democratico, sembrano vicini ad un'intesa che li porterà ad amministrare insieme la nostra regione. La notizia della nascita dell'Unione in Toscana può ridursi all'annuncio a mezzo stampa di uno dei tanti accordi di governo fra le forze politiche del centrosinistra o essere invece l'apertura di uno spazio nuovo e un'occasione per favorire partecipazione e cambiamento.

In questi anni in Toscana un progetto di "altra società possibile" ha preso forma nelle associazioni democratiche e nei movimenti: una società di pace, che inizia con l'eliminare definitivamente la guerra dal proprio territorio; una comunità solidale fondata sui Beni Comuni e sui servizi pubblici fondamentali, da sottrarre al mercato in quanto elementi primi della vita e costitutivi del nostro stesso essere in società; una comunità aperta, poggiata sui diritti delle persone -non delle merci -siano esse nate qui o in qualunque altra parte del mondo; una società che ambisce a far partecipare tutti alle scelte e alla vita della collettività.

Qui ci concentreremo su pochi nodi, fra i molti su cui ci siamo impegnati in questi anni e su cui continueremo a lavorare. Alcuni temi, dunque, e una proposta.

Innanzitutto una domanda semplice: cosa ci fa una base militare statunitense, fra Pisa e Livorno, a oltre sessant'anni dalla fine della seconda guerra mondiale? Vecchi involucri racchiudono le nuove forme della guerra permanente. Ma la responsabilità, rispetto alle grandi questioni globali, a partire dalla guerra, non si colloca al di là di ciascuno di noi né investe solo terre lontane da quelle che abitiamo ogni giorno. Occorre trasformare i luoghi in cui viviamo e contribuire così alla reale costruzione della pace. Non bastano parole e intenzioni: è il momento di progetti "partecipati" per la riconversione ad usi civili della base di Camp Darby. E' il momento di definire tempi precisi e modi per ottenerla. Occorre una exit strategy per la base, per dirla con ironia.

 Ma occorre un' exit strategy anche per i privati che hanno investito nel settore dell'acqua, da Arezzo a Firenze, facendo profitti sulla gestione di questo bene fondamentale, oltre che producendo disastri. Che senz'acqua non ci sia vita lo sanno anche i bambini: l'acqua è di tutti e nessuno deve poter mercificare un bene vitale. L'acqua è anche il simbolo di un insieme di beni e servizi fondamentali -da garantire ad ogni persona -che nel corso del secolo scorso furono sottratti alla sfera del profitto perché considerati troppo importanti e universali. Quel che oggi avviene, attraverso la loro commercializzazione, è la mercificazione della cittadinanza stessa e la trasformazione dei cittadini in consumatori. Vogliamo una Toscana in cui Beni Comuni e servizi pubblici locali siano considerati elementi della cittadinanza, da gestire in maniera democratica e partecipata, non servizi a mera rilevanza economica da lasciare in mano al mercato.

Sulla questione del rinnovamento delle forme della democrazia la giunta Martini ha dato segnali positivi e concreti negli ultimi mesi con il tentativo di coinvolgere ampie reti dei cittadini nella stesura della nuova legge regionale sulla partecipazione. Attraverso un confronto costante e a vari livelli è emerso un progetto di legge interessante. Bisogna ora lavorare per portare questo processo a compimento, rafforzando gli elementi della legge che puntano sulla continuità della partecipazione e sulla creazione, attraverso una lunga e tenace attività sul territorio, di cerchi sempre più ampi di cittadini attivi, critici e istruiti. Occorre invece evitare ad ogni costo lunghe e inconcludenti consultazioni, che si riducono a vere e proprie prese in giro per chi partecipa.

Tra le priorità di un rinnovato patto di governo per la Toscana vi deve essere il pieno riconoscimento dei diritti per i migranti. L'approccio, ampiamente diffuso anche a sinistra, che parte dal tema "sicurezza" distorce la lettura della realtà e genera interventi controproducenti. I migranti regolari - che rappresentano il 7% della popolazione, con punte di oltre il 15% in alcune aree della regione - contribuiscono in maniera decisiva alla crescita del benessere delle nostre comunità ma godono di scarsi diritti, spesso sono anzi soggetti a forme di sfruttamento che rasentano lo schiavismo. Occorre perciò un cambio di rotta, che metta al centro i diritti in tutti i campi: dalla sicurezza sul lavoro, alla salute, all'istruzione. E occorre lanciare la sfida dell'intercultura come frontiera di una nuova modernità.

Così come il lavoro deve riassumere quel ruolo fondante che la Costituzione gli attribuisce, non a caso, fin dal suo primo articolo. Il lavoro va sottratto alla logica della precarietà, che sta seminando insicurezza nella vita delle persone, che lo va riducendo a merce priva di diritti, che ne depotenzia le capacità d'interlocuzione sociale e politica.

Vi sarebbero molti altri temi su cui vorremmo soffermarci, fra cui la necessità di riaffermare con forza la laicità come caratteristica fondamentale di ogni spazio pubblico, come rifiuto di qualsivoglia integralismo, come ricerca di forme armoniche di convivenza capaci di rispettare le differenze.

Ma vorremmo concludere un appello già lungo con una proposta rivolta ai nostri amministratori regionali. Sarebbe assai utile per il governo della Toscana organizzare al più presto un convegno dal titolo 'Le buone e le cattive pratiche'. In un momento in cui la classe politica viene accusata, con più di una ragione, di essere una casta sempre più separata dalla vita dei cittadini, sarebbe il caso di esaminare con rigore -e con una vera partecipazione- il tema delle buone e delle cattive pratiche, non solo del governo, ma anche dei cittadini stessi. Si trovano proprio in Toscana, più precisamente a Siena, gli affreschi più famosi al mondo dedicati a questo tema; si tratta di riattualizzare il soggetto di Ambrogio Lorenzetti nell'epoca della speculazione edilizia e della distruzione dell'ambiente, negli anni della politica Spa e del crescente egoismo di famiglie e individui. Ma non vi sono solo le cattive pratiche, naturalmente: basti pensare alla reputazione internazionale di cui gode tutt'ora il servizio sanitario toscano oppure al fenomeno del volontariato sociale, che coinvolge un numero enorme di nostri concittadini. Cosa può fare l'Unione in Toscana per favorire le buone pratiche e scoraggiare le cattive? Crediamo che questa possa essere una buona domanda e un buon banco di prova per il futuro.

Andrea Bagni, Lisa Clark, Mauro Faticanti, Tommaso Fattori, Paul Ginsborg, Vincenzo Striano, Vanna Van Straten, Don Armando Zappolini.

 

 

 

 

 

 

 

sinunplu

A Firenze in questo periodo si stanno susseguendo diverse riunioni plenarie e dei gruppi di lavoro per la Sinistra Unita e Plurale. Sono già stati elaborati due documenti, che attualmente sono allo stato di bozza e in corso di modifica e integrazione, che verranno presentati ufficialmente nei prossimi giorni: quello sui costi della politica con una conferenza stampa probabilmente il 28 giugno, quello sulla sicurezza verrà diffuso il 25. C'è poi un decalogo, anche quello in elaborazione, che dovrebbe essere definito a breve.

Di seguito le bozze.

CONTRO I COSTI DELLA CATTIVA POLITICA
PER UNA NUOVA POLITICA COME SERVIZIO E BENE COMUNE PARTECIPATO

Affrontare i costi della cattiva politica, ben sapendo che una buona democrazia costa.

Rispondere alla crisi della politica allargando la democrazia, partecipare e votare per decidere tutti, e in nome di tutti, quali scelte fare per il presente e per il futuro.

Costruire un nuovo spazio pubblico che faccia della partecipazione il motore del rafforzamento della democrazia. Una democrazia che cresca, si rinnovi e si confronti con i grandi problemi della pace, del lavoro, della libertà, dell'eguaglianza, dell'ambiente, della laicità, dell'accoglienza.

Occorre allora accettare la sfida e rendere chiare le alternative che ci stanno davanti: da una parte la strada della riduzione degli spazi democratici a favore di una ulteriore personalizzazione della politica e del potere esclusivo dei governi che, una volta avuta la delega dagli elettori, decidono senza più confronto, come è evidente negli obbiettivi del referendum sulla legge elettorale e nelle indicazioni della Confindustria. La strada che vede un ceto politico, sempre più arroccato e sordo alle istanze della società, illudersi di superare la crisi di fiducia dei cittadini diffondendo i luoghi e le posizioni di potere col solo risultato di rendere la politica nella sua forma istituzionale ancora più incomprensibile e estranea al sentire comune; dall'altra quella di chi, come noi, ritiene necessario ampliare la democrazia, non limitando le scelte dei cittadini all'esercizio del voto e facendo delle assemblee elettive - oggi espropriate di ruolo e poteri - il luogo dove la volontà popolare possa contare davvero. Un luogo costantemente alimentato e reso autorevole dalla partecipazione diretta dei cittadini. La nuova politica che vogliamo si fonda su una idea di democrazia in cui quella rappresentativa – degli eletti – e quella partecipativa si danno reciprocamente forza. In una società sempre più parcellizzata, in cui la precarietà della condizione giovanile appare come la più chiara rappresentazione di una crisi generale di ideali, di valori, di futuro, affidare a pochi il potere della decisione non è soltanto pericoloso sul terreno della cultura democratica, ma è anche inefficace sul piano dell'azione di governo. Un processo decisionale partecipato sarà certamente più laborioso nel suo sviluppo, ma risulterà enormemente più rapido e incisivo nella concreta realizzazione delle scelte.

E' quindi necessario mettere in campo un grande progetto che ridia sostanza democratica alla cosa pubblica, tenendola ben lontana dalle derive plebiscitarie.

Una democrazia effettiva e vitale che, coerentemente con lo spirito della nostra Costituzione, realizzi nelle sedi della decisione sia politica che amministrativa e della rappresentanza la presenza paritaria dell’uno e dell’altro sesso in condizioni di uguaglianza.

Una democrazia che motivi i cittadini rendendoli partecipi della costruzione dell'alternativa, che non sia neutra di fronte alla grande aspirazione all'eguaglianza e alla giustizia sociale, e che non debba esaurirsi in una semplice alternanza, glorificata in nome di una salvifica governabilità.

Ecco perché la discussione oggi dominante sui costi della politica può aiutare una riforma profonda solo se colpisce il bersaglio giusto. Le assemblee elettive costano. Mettere gli eletti nelle condizioni di svolgere nel migliore dei modi il loro compito, dotarli delle strutture di sostegno adeguate, costa. Ma sono i costi di una democrazia rappresentativa corretta ed efficiente. Promuovere la partecipazione dei cittadini, diffondere le conoscenze, far circolare l'informazione, favorire l'incontro e il confronto pubblici, tutto ciò costa, ma sono i costi di una democrazia partecipativa che nella società della comunicazione è la sola forza in grado di contrastare e persino di indirizzare il potere dei media. Non sono dunque questi i costi da tagliare, tutt'altro.

Quelli da colpire o da ridimensionare sono gli altri: i compensi eccessivi, i privilegi, la moltiplicazione di enti, società, agenzie, allo scopo principale di garantire stipendi e carriere alla classe politica, i rapporti clientelari per allargare il controllo sociale, e così via.

Noi, che siamo impegnati per una sinistra unita e plurale, pensiamo che le ragioni della separatezza fra partiti e cittadini, da cui è pesantemente colpita anche la sinistra, stiano in primo luogo nell'assenza di un progetto di società riconoscibile e condiviso. Ma sappiamo che la ricostruzione di un progetto di cambiamento sociale e culturale non puramente enunciato, ma credibile e mobilitante, e il concreto avvio di pratiche politiche radicalmente nuove, capaci di far tesoro delle migliori esperienze dei movimenti e dell'associazionismo, sono oggi due momenti inseparabili che si danno reciprocamente significato.   

Mentre proseguiamo il nostro percorso per qualificare i contenuti di un progetto e gli obiettivi più ravvicinati di un programma in cui si riconoscano prioritariamente i lavoratori e le parti deboli della società, proviamo ad indicare una serie di misure sulle quali avviare il confronto, da trasformare al più presto in decisioni politiche e vincoli di comportamento intanto per quanti le condividano. Il nostro scopo è quello di dare una risposta al tema dei costi della politica, oramai sentito dalla pubblica opinione come una vera e propria emergenza; ancora più di questo, però, conta per noi l'assillo di restituire al fare politica il valore alto di un servizio alla collettività reso da chi vi si dedica in modo autenticamente disinteressato. Questo comporta imboccare la via di un progressivo superamento del “professionismo” politico. Si può iniziare, per i nuovi incarichi nei vari ambiti, con la sperimentazione più larga possibile di un impegno a tempo parziale che consenta la prosecuzione dell'attività di lavoro. Tale intreccio, apparentemente di difficile realizzazione, diviene praticabile se inserito in un nuovo contesto in cui le assemblee elettive riconquistino la loro centralità e si dia effettivamente spazio e poteri a molteplici forme di partecipazione dei cittadini al governo della cosa pubblica. Del resto è oramai evidente che l'illimitata continuità dell'impegno politico (comprendendo in questo termine quello istituzionale e quello in incarichi di competenza del ceto politico) è tutt'altro che estraneo a quei fenomeni degenerativi che hanno fatto esplodere negli ultimi anni la crisi della politica: restringimento delle sedi decisionali con l'inevitabile sofferenza delle pratiche democratiche, autoreferenzialità, carrierismo, personalizzazione.

Un primo pacchetto riguarda gli organi elettivi. Si possono prevedere:

a) Una complessiva razionalizzazione dei compensi dell'intero sistema pubblico rappresentativo, agendo nel senso sia di una loro sensibile riduzione (sicuramente drastica per i parlamentari europei), sia di una loro più equa distribuzione che riproporzioni i costi a vantaggio di un miglior funzionamento degli organi elettivi. La comparazione con le retribuzioni del settore privato, spesso addotta a giustificazione degli alti compensi, a nostro parere non ha fondamento. L'accettazione di un incarico pubblico deve avere alla base una forte motivazione ideale. Le retribuzioni in essere nelle organizzazioni sindacali, confrontabili anche ai livelli di massima responsabilità con quelle di lavoratori dipendenti a professionalità medio-alta, dimostrano che questo obiettivo non ha niente di utopistico, ma è pienamente coerente con una concezione della politica ricondotta prioritariamente a servizio per la collettività. Fino a quando non sia realizzato questo ridimensionamento, gli eletti dovrebbero senza eccezione alcuna mettere a disposizione una quota consistente del loro compenso in parte per il loro partito, in parte da raccogliere in un fondo con finalità sociali o culturali. L'accettazione di tale vincolo dovrebbe valere come precondizione per la candidatura o per l'incarico.

b)  Una considerevole riduzione dei componenti gli esecutivi e l'adozione di parametri rigidi circa il rapporto numerico fra componenti le assemblee elettive e la consistenza del bacino elettorale.

c) Soppressione di tutti i benefits che non siano strettamente necessari alla funzione svolta, e rigorosa corresponsione dei rimborsi a pie' di lista. Di conseguenza, decadenza di tutti i benefits una volta scaduto il mandato.

d)  Equiparazione dei coefficienti per il calcolo dei trattamenti pensionistici (vitalizi) con quelli vigenti per i lavoratori dipendenti.

e)  Applicazione del limite massimo del doppio mandato, vincolando eventuali e limitate eccezioni ad un’ampia discussione pubblica in cui siano valutate le loro motivazioni. Alla scadenza l’eletto non può essere il beneficiario di incarichi di competenza del potere politico prima che siano trascorsi cinque anni. Più brevi sono gli incarichi, più semplice e naturale risulterà il ritorno all'attività svolta prima di assumerli. I lunghi distacchi sono di difficilissima gestione perché il reinserimento nel lavoro sarà inevitabilmente traumatico, se non altro per le rapidissime modifiche subite dalle forme in cui si svolge il lavoro. Non tener conto di questa evidenza significa semplicemente scegliere la via dell'autoriproduzione di una classe dirigente.

  Un secondo pacchetto riguarda quello che possiamo definire il sistema di governo pubblico allargato, meno presente nel dibattito di questi mesi, ma non meno bisognoso di una profonda moralizzazione, oltre che di un vero salto in avanti in termini di efficienza e di efficacia. In questo settore si possono prevedere:

  a) Adozione di criteri esclusivamente meritocratici, pubblici e trasparenti, per tutti gli incarichi afferenti al settore pubblico allargato (commissioni esterne, valutazione dei curricula, attribuzione dei punteggi secondo parametri obiettivi, motivazione dettagliata dei vari elementi che hanno concorso all'assegnazione dell'incarico). E' evidente che tali procedure comportano anche il superamento dello spoil system, un metodo che, sottomettendo la dirigenza alla politica, ha accentuato l'inquinamento e l'inefficienza delle pubbliche amministrazioni. Per salvaguardare la reciproca autonomia fra politica e amministrazione, va inoltre prevista l’incompatibilità fra l’essere membro di un’assemblea elettiva ed anche di un organo statutario di un’azienda partecipata dal medesimo livello istituzionale.

b) Commisurazione del valore economico degli incarichi di rappresentanza politica (per lo più, le presidenze) ai compensi, significativamente ridotti rispetto a quelli attuali, di coloro che svolgono funzioni politico-istituzionali, e conseguente determinazione di un tetto al cumulo delle indennità di rappresentanza..

c) Applicazione inderogabile del limite massimo del doppio mandato.

Verifica periodica con modalità partecipative dell'operato dei rappresentanti ovunque collocati. Tale verifica deve riguardare naturalmente anche le nomine di rappresentanza di emanazione pubblica e, con appropriate modalità, le responsabilità gestionali.

d) Valorizzazione delle funzioni e del lavoro delle pubbliche amministrazioni potenziandone efficienza ed efficacia in modo da ridurre all'essenziale le attività esternalizzate, spesso più onerose, luoghi di lavoro precario, strumento di clientelismo.

e) Razionalizzazione, concentrazione e qualificazione delle strutture che operano nel campo della consulenza e dell'assistenza agli enti pubblici. In quest'area si concentra una notevole dispersione di risorse pubbliche ed ha modo di espandersi un fitto reticolo di intrecci clientelari.

Sinistra Unita e Plurale

Il testo che segue è frutto del lavoro di un gruppo specifico e di un confronto svoltosi fra le compagne ed i compagni che si occupano del settore “Contenuti”.

Vuole essere una prima presa di posizione della SINISTRA UNITA E PLURALE di fronte ad un tema oggi al centro dell’attenzione e, nel contempo, uno stimolo ad ulteriori analisi, ricerche, confronti, dibattiti, approfondimenti

Risposte sociali e processi d’inclusione per sconfiggere le insicurezze

Il migrante come capro espiatorio - Di fronte a sentimenti diffusi di insicurezza, derivanti essenzialmente dai processi neoliberisti in atto, che comportano lo smantellamento dello stato sociale, insostenibili forme di precarietà nel lavoro ed una crescente disuguaglianza sociale, si registrano campagne mediatiche, che tendono a fare del migrante il capro espiatorio della situazione esistente nelle realtà urbane, e  risposte istituzionali e amministrative basate, in primo luogo, su misure poliziesche e repressive.

La sicurezza non è né di destra né di sinistra, si va dicendo da più parti, ripetendo quanto ha affermato Sarkozy in Francia.

Bisogna, invece, partire dal significato di paura e insicurezza di questa epoca storica e contestualizzarlo in un sistema globale, sviluppista e neo-liberista, ribadendo con forza che le risposte ai sensi di paura e di insicurezza  hanno indubbiamente un taglio diverso a seconda che si affrontino in una prospettiva di inclusione oppure di esclusione.

Patti sociali per affermare l’“illegalità della povertà” - Gli interventi da sviluppare - per non cedere alle semplificazioni ed alla individuazione di capri espiatori, basati sui consueti stereotipi e pregiudizi – sono, in primo luogo, quelli che riguardano i diritti sociali delle persone, i processi inclusivi, la vivibilità della città, con un ruolo molto importante delle amministrazioni locali e dei “patti sociali” che esse possono stringere con la società civile attiva su quei territori.

Va rilanciato, in proposito, l’obiettivo, emerso in un incontro tenutosi in Palazzo Vecchio alcuni mesi fa, di dichiarare illegale la povertà (“Dai poveri illegali all’illegalità della povertà”), dandogli corpo con l’assunzione di impegni concreti, da parte di politici ed amministratori, nella lotta all’emarginazione ed all’esclusione, per quanto riguarda il Sud del mondo, ma anche a partire dalle  realtà urbane in cui viviamo. Infatti sempre più nelle nostre città si realizzano condizioni di disuguaglianza che impongono la ricerca di forme nuove di intervento per la prevenzione del disagio e del conflitto da parte dello Stato e degli Enti Locali a fini di “sicurezza sociale” (art. 34 Carta Diritti UE) ed anche di giustizia sociale ed uguaglianza sostanziale (art. 3, II comma, Costituzione Italiana).

L’urgenza di risposte immediate  - Casa – dignitosa e accessibile per tutti - e lavoro – stabile e sicuro – costituiscono i bisogni più urgenti di settori, sempre più ampi, della popolazione. Occorre costruire prospettive diverse anche a livello internazionale (la dichiarazione d’illegalità della povertà parte dalle città ma deve poi coinvolgere necessariamente organismi nazionali e sopranazionali) e, nel contempo, vanno date risposte immediate nei diversi contesti urbani – impegnandosi, come amministrazioni locali, contro gli sfratti; dando vita a misure come il salario sociale per i giovani in cerca di prima occupazione; realizzando servizi che, anche attraverso forme sperimentali, amplino le possibilità d’accesso, in un processo di difesa e di rinnovamento dello stato sociale; facendo sì che possano accedere alla cultura le fasce emarginate che oggi ne sono escluse; realizzando condizioni i pari opportunità per i migranti -.

La carenza di interventi sul piano sociale, il che comporta l’aumento delle marginalità e delle povertà, vecchie e nuove, costituisce attualmente il contesto in cui si sviluppano insicurezze e timori, che vengono poi scaricate sui nuovi arrivati, gli immigrati, gli stranieri, i diversi.

Si ha così l’altra faccia del venir meno delle sicurezze sociali, e cioè la crescita di sentimenti razzisti e xenofobi, crescita alimentata peraltro dalle campagne “terroristiche” dei media e dai politici “imprenditori del razzismo”.

Prime risposte di civiltà ad un fenomeno del genere sono la difesa, il rilancio e lo sviluppo del welfare, nonchè il riconoscimento di un pieno status di cittadini ai migranti, con tutti i diritti sociali, civili e politici che vi sono collegati (e con l’impegno delle amministrazioni locali a renderli realmente fruibili - per quanto riguarda l’alloggio, la salute, i servizi socio-sanitari, quelli scolastici, la formazione, l’inserimento al lavoro -).

Vivibilità degli spazi urbani e progetti di riutilizzo di strutture abbandonate - Indubbiamente vanno anche tutelate l’accessibilità e la vivibilità degli spazi urbani, nonché la sicurezza dalle molestie, dalla criminalità e dal vandalismo, di giorno e di notte, in centro e nelle periferie, per tutte e per tutti.

Ma anche a questo proposito è necessario seguire percorsi ed assumere iniziative che rispondano ad alcuni criteri di fondo:

-   per superare le situazioni di disagio e di conflitto, come ne esistono anche nella nostra città, bisogna innanzitutto basarsi sul dialogo, sulla promozione di tavoli di confronto, in cui siano presenti tutti i soggetti interessati, su attività di mediazione, affidate ad operatori specifici;

-   le piazze si rendono realmente vivibili recuperandole a quella che era la loro funzione originaria – di spazi d’incontro e di socializzazione -;

-   va perseguito anche, in quest’ottica, il riutilizzo sociale delle aree dimesse, nonché degli immobili abbandonati e degradati, favorendo i progetti e le sperimentazioni che si sono sviluppate, e si stanno sviluppando, dal basso (un banco di prova importante, in proposito, è l’esperienza condotta attualmente dagli occupanti – oltre 300 persone, fra cui circa 60 bambini - di un immobile del complesso del Luzzi, un ex ospedale in località Pratolino, un’esperienza da sostenere contro le ripetute minacce di sgombero e da collocare nell’ambito di un progetto più ampio, che dia concreta realizzazione alla destinazione a fini sociali, peraltro prevista, di tale struttura).

Il rifiuto della “tolleranza zero”  e la riscopertà della “comunità locale” - Elementi portanti di ogni programma volto a contrastare le insicurezze sono, da un lato, la partecipazione costante della cittadinanza all’impostazione ed alla gestione dei progetti, l’informazione, la trasparenza degli atti di governo; dall’altro, il rifiuto di concetti come quello che prospetta “tolleranza zero” (l’opposto di quanto invece necessita, e cioè capacità di analisi e di comprensione dei problemi, nonchè elaborazione di risposte adeguate, con pazienza  e tenacia, caso per caso, sapendo anzi distinguere, con senso delle proporzioni, fra i vari tipi di irregolarità, di disagi, di reati).

Al riguardo si può citare come esempio positivo l’azione svolta per anni dal Consiglio di Quartiere 4 per attivare processi d’inclusione, a partire dagli inserimenti scolastici, della popolazione Rom del campo del Poderaccio.

Si trattava, e si tratta, di accompagnare agli interventi amministrativi la costruzione di relazioni umane, di sentimenti diffusi di accoglienza e di solidarietà, di risposte su più terreni da parte della comunità locale nel suo complesso (comunità che, appunto, riscopre di esistere come tale e non si chiude in se stessa, ma si apre, arricchendosi di nuove presenze e di nuovi contenuti, in un processo continuo di “meticciato”).

E’ all’interno di percorsi del genere che assumono una maggiore efficacia anche i necessari interventi di ordine pubblico, per i quali vanno sollecitati un maggior coordinamento dei vari organi di polizia ed un livello di professionalità superiore – da raggiungere attraverso una formazione adeguata, oggi in buona parte mancante -.

Il sostegno all’azione per abolire la Bossi-Fini - Nel momento attuale è doveroso anche cogliere l’urgenza di sostenere l’azione avviata con il ddl Amato-Ferrero, che, nonostante alcuni suoi limiti, può portare all’abolizione della Bossi-Fini e determinare una svolta nelle politiche riguardanti i migranti (ciò incontra indubbiamente notevoli ostacoli se si mantiene l’attuale clima anti-immigrati e si fa di nuovo coincidere il tema immigrazione con quello dell’ordine pubblico). Va rilevato, al riguardo, come sia stata, e sia ancora, proprio la Bossi-Fini a costringere molti immigrati alla “clandestinità” e spesso all’illegalità, sottoponendoli a molteplici forme di schiavismo, di ricatto, di lavoro nero, contribuendo alla costruzione, nel senso comune, dell’intreccio immigrato-illegalità-città insicure ed alimentando quindi atti e sentimenti d’intolleranza e di razzismo.

In conclusione, ed in sintesi, è indubbio che la sinistra debba preoccuparsi, ed occuparsi, del tema della sicurezza, o, meglio, delle insicurezze diffuse, ma occorre che lo faccia agendo su diversi terreni:

-   collegandolo, innanzitutto, a quello delle diverse sofferenze sociali e prospettando, di conseguenza, risposte efficaci in tale ambito;

-   adottando, come metodologia, il dialogo, il confronto, la partecipazione;

-   contrastando le campagne volte ad individuare i capri espiatori delle situazioni di disagio;

-   promovendo un ampio dibattito sull’idea di città che intendiamo realizzare, in modo da rimettere in discussione gli interventi speculativi, che hanno come conseguenza il progressivo abbandono del centro storico da parte degli abitanti, le grandi opere, le scelte operate per conto dei poteri forti, il concetto stesso di sviluppo.

Soltanto se riusciremo a costruire elaborazioni e progetti nella direzione qui indicata, nell’immediato ed in prospettiva, ribaltando il paradigma sicurezza, potremo contribuire a rendere la città più vivibile, e quindi più sicura.

 

 

 

 

 

verdireg

comunicato  stampa

AMMINISTRATIVE ­ VERDI  :  USCIRE DAL PANTANO

Firenze   13  giugno ‘07

“I Ds non si rendono conto che non occorre che la vicenda politica diventi penale per dare segni rilevanti di cambiamento; e in questo loro non vedere stanno portando l’intera coalizione di centrosinistra a deragliare e al dissolvimento.” - hanno dichiarato oggi  Mario Lupi, capogruppo VERDI per l’Unione, Fabio Roggiolani, consigliere Verdi e Presidente della Commissione Sanità insieme ai portavoce della Federazione Regionale Toscana, Mauro Romanelli e Daniela Morra, a commento delle elezioni amministrative toscane e delle indiscrezioni giornalistiche sulle intercettazioni di D’Alema, Fassino, Latorre sulla vicenda Unipol-Bnl.

“Dala contiguità facilona con cui si è stabilito un rapporto preferenziale con imprenditori più o meno rispettabili del settore immobiliare; settore che ha avuto tra le sue caratteristiche quello della ricchezza facile legata alla speculazione sulle aree e al consumo di territorio; da chi offre la tessera ai furbetti del quartierino, - hanno proseguito i dirigenti Verdi toscani - a chi approva regolamenti urbanistici comunali vergognosi come Campi Bisenzio od a Bagno a Ripoli: c’è una contiguità che va spezzata.

Occorre una riflessione di tutta la coalizione di centrosinistra per adottare, qui, in Regione Toscana, e subito, un segnale nazionale di rottura della contiguità, di una serie di riforme urbanistiche stringenti che fermino non solo il consumo del territorio ma anche il consumo di ogni ulteriore credibilità politica residua.  Tanto più è necessaria e possibile questa svolta che si osserva invece la capacità riformatrice della coalizione in Toscana che c’è nelle vicende della sanità, dell’agricoltura, del turismo e della formazione, ad esempio.

Oggi più di ieri esce dalle urne una protesta morale dei cittadini che quando ci sono segnali coerenti, come quelli dati dai Verdi di Pistoia con la lista Arcobaleno, stimolano gli elettori non a stare a casa e non votare, ma a dare la preferenza a un’altra linea politica mantenendosi nel centrosinistra.

Dove invece nessuno raccoglie questa richiesta, la gente cambia voto: vota a destra, non va a votare o vota liste civiche di protesta, laddove si presentano.

I Verdi - concludono i quattro esponenti del Sole che Ride - chiedono quindi a tutta la coalizione, ma in particolare a Ds e Margherita, di riacquisire lo spirito unitario e la voglia comune di cambiamento.  Ad esempio, sarà necessario chiarire subito che un sindaco o un presidente di provincia, dopo aver assolto il primo mandato, non necessariamente deve vedersi garantito il secondo,  soprattutto se una parte della coalizione richiede le primarie.

In ogni caso dev’esser chiaro che non lasceremo solo l’elettorato e non faremo morire la partecipazione in nome dell’unità per forza. E se svolta non sarà, riassumeremo tutta la nostra libertà politica.

Il prossimo banco di prova è il Pit e la riforma della legge 1, insieme ovviamente alla definizione della nuova alleanza dell’Unione e per il governo della Regione e la conseguente nuova Giunta che sia realmente rappresentativa e adeguata alle sfide della seconda metà della legislatura.”

Gruppo Verdi per l’Unione / ufficio stampa

 

 

 

 

comcostfi

COMITATO DI FIRENZE PER LA DIFESA DELLA COSTITUZIONE

Crisi della politica: rafforzare le istituzioni rappresentative e la partecipazione democratica

Il Comitato di Firenze per la difesa della Costituzione esprime viva preoccupazione per il dibattito che in questi giorni ha impegnato esponenti della politica e del potere economico intorno al tema della crisi della politica.

Si ha l'impressione che, in presenza di una evidente e forte disaffezione dei cittadini nei confronti della politica e delle stesse istituzioni, e di una conseguente deriva di segno qualunquistico che coinvolge tanta parte del paese, si voglia convogliare l'opinione pubblica in direzione di una soluzione tecnocratica e/o liederistica della crisi in atto. Se la classe politica dirigente rappresenta una sorta di escrescenza cancerosa che si nutre del denaro pubblico e della ricchezza del paese, e si dimostra per di più incapace di prendere le decisioni necessarie all'utilità pubblica, perché non affidare a una classe di tecnici competenti o, meglio, a un lieder in possesso dei maggiori poteri la direzione della cosa pubblica? Ai cittadini, residuo di democrazia ammissibile, il potere limitato al solo momento elettorale.

Senza dubbio la crisi della politica esiste e non da ora; senza dubbio esistono, e devono essere denunciati, lo spreco di denaro pubblico ed una politica autoreferenziale e molto spesso clientelare, che domina a tutti i livelli, a cominciare dai partiti. Senza dubbio esiste, e non da ora, un sempre maggiore scollamento delle rappresentanze istituzionali dai cittadini, che configura la crisi della politica come vera e propria crisi della democrazia.

Il Comitato fiorentino per la difesa della Costituzione intende riprendere la parola, ritenendo che una crisi di queste proporzioni si possa superare solo con un forte rilancio della partecipazione democratica che riaffermi i principi costituzionali della trasparenza e dell'imparzialità dell'azione a tutti i livelli delle istituzioni.

La Costituzione repubblicana afferma, in particolare, che "tutti i cittadini hanno diritto di riunirsi in partiti per concorrere liberamente a determinare la politica nazionale" (art. 49). I partiti politici, invece che essere strumenti in mano dei cittadini, si sono venuti chiudendo - e l'attuale legge elettorale ha rafforzato questa deriva - in logiche autoreferenziali, mentre le stesse istituzioni (Parlamento, Regioni, Comuni), anche per effetto di leggi che hanno ridimensionato il ruolo delle assemblee elettive locali, precludono forme di effettiva partecipazione e trasparenza. Per non dire del fatto che si tende sempre di più ad introdurre nelle istituzioni pubbliche logiche privatistiche, le quali, non solo sottraggono l'attività politica ed amministrativa a qualsiasi forma di controllo sociale, ma consentono ampio margine a logiche clientelari.

Preoccupano, comesi diceva, interventi di autorevoli esponenti del mondo della politica e dell'economia volti ad indirizzare lo sbocco di tale crisi verso soluzioni che, all'insegna di un malinteso senso dell'efficienza e della governabilità, in realtà appaiono scelte autoritarie volte a mettere in discussione l'assetto democratico del nostro Paese e gli istituti di democrazia rappresentativa.

Fra pochi giorni ricorre l'anniversario della vittoria referendaria che ha sconfitto il tentativo autoritario, contenuto nella controriforma costituzionale voluta dalla destra con la proposta del premierato, di ridimensionare il ruolo del Parlamento. Questa scelta popolare deve essere rilanciata con forza nella consapevolezza che la crisi della politica si supera solo se si riaffermino e soprattutto si pratichino, coerentemente ed a tutti i livelli, i valori fondanti della Costituzione, restituendo agli organi rappresentativi la piena responsabilizzazione delle scelte politiche ed ai partiti politici il ruolo importante di strumenti di partecipazione democratica.

Per queste ragioni il Comitato richiama le forze politiche dell'UNIONE all'impegno assunto in campagna elettorale per la messa in sicurezza della Costituzione con la modifica dell'art. 138 della Costituzione, al fine di precludere riforme costituzionali a colpi di maggioranza, contro il consenso popolare.

La messa in sicurezza della Costituzione non significa impedire qualsiasi modifica della Costituzione. Alcune modifiche si possono e si devono introdurre. E' però necessario impedire modifiche a colpi di maggioranza, e comunque in contrasto con quei principi caratterizzanti della Costituzione che il voto referendario dello scorso anno ha confermato. Il compito prioritario è quello di dare anzitutto piena attuazione alla Costituzione ed alla sua forma di democrazia partecipata.

Sotto questo profilo il Comitato, nel riaffermare che la Costituzione non consente limitazioni alla partecipazione di tutti i cittadini attraverso i partiti politici alla determinazione della politica del Paese, manifesta il proprio fermo dissenso rispetto al referendum elettorale recentemente proposto che non solo peggiora l'attuale legge elettorale, ma soprattutto, attraverso la scelta di un premio di maggioranza alla lista che ottiene il maggior numero di voti, tende, in modo autoritario, a limitare la rappresentanza politica o, peggio ancora, a snaturare il momento elettorale con liste eterogenee formate sulla base di accordi verticistici, senza alcuna possibilità di scelta da parte dei cittadini.

Il Comitato auspica pertanto che le forze politiche procedano ad una loro autoriforma e si aprano al confronto per individuare nei principi costituzionali e con il consenso popolare l'unico percorso che possa consentire il superamento dell'attuale situazione di crisi della rappresentanza politica.

 

 

 

 

firenze

da Il Manifesto del 31 Maggio 2006

Sono trascorsi due anni dalle elezioni amministrative che hanno visto a Firenze una coalizione di sinistra, costituita da Rifondazione comunista, Unaltracittà/Unaltromondo, i Comitati dei Cittadini, condividere un programma elettorale e una candidatura alternativa a quella del sindaco uscente. Da due anni questa coalizione, che è presente in Palazzo Vecchio con 4 consiglieri, si è attivamente impegnata per sostenere quei contenuti che hanno contraddistinto un programma nato direttamente dall'esperienza del Forum per Firenze.
L'attuale opposizione di sinistra nel capoluogo toscano nasce infatti da un'inedita esperienza di partecipazione che nel 2001-2002 aveva visto impegnati gruppi, associazioni, pezzi di movimento e sinistra diffusa insieme a rappresentanti di tutti i partiti allora all'opposizione di Berlusconi che dopo mesi di lavoro comune avevano elaborato una sintesi condivisa di proposte sui più importanti temi della città. Un'esperienza che potremmo oggi definire una "Unione sperimentale". Dalla non accettazione di questo programma è nata l'attuale opposizione di sinistra.
Molti i temi sui quali la coalizione è intervenuta in Consiglio, nelle commissioni consiliari e in città, dall'emergenza casa, la difesa dei diritti, lo smaltimento dei rifiuti alla salvaguardia dell'ambiente urbano. Sulle scelte già prese nella legislatura precedente ha chiesto trasparenza e, quando è stato possibile, un ripensamento rispetto a decisioni giudicate dannose per la collettività, come per la Fortezza e Castello; in altri casi si è impegnata perché la città avesse maggiori informazioni sui lavori che stanno modificando la sua mobilità, come per la tramvia; in altri ancora ha chiesto garanzie che le grandi trasformazioni urbane avvengano con la partecipazione effettiva della cittadinanza.
Rispetto a due anni fa, oggi la situazione politica nazionale è mutata. Al governo non c'è più Berlusconi ma quell'Unione alla quale si guarda non solo come alla possibilità di cancellare le leggi più inique del precedente governo ma anche come motore di una diversa cultura democratica dentro le istituzioni e nel Paese. La coalizione si è impegnata attivamente nella campagna elettorale delle politiche affinché le destre venissero sconfitte, come oggi si sta impegnando perché vinca il NO al Referendum costituzionale del 25 e 26 giugno, e si riconosce pienamente in quel concetto di Unione che lo stesso Prodi ha sempre definito come una grande coalizione aperta a partiti, movimenti e associazioni. La coalizione si impegna a promuovere e sostenere anche a livello locale i punti più avanzati del programma dell'Unione, si dichiara sempre aperta al confronto, ma si sottrae a una logica di meccaniche analogie: non avendo riscontrato fino ad oggi una credibile apertura della Giunta sulle grandi scelte o su un'idea diversa di governo cittadino, continuerà a impegnarsi contro le destre ma anche a dare voce a chi si riconosce in un progetto diverso di città.
La trasparenza e la partecipazione attiva dei cittadini sono un tratto costitutivo della coalizione che invita tutta la cittadinanza, associazioni, movimenti e realtà sociali all'Assemblea che si terrà mercoledì 31 maggio alla Casa del popolo 25 aprile (via Bronzino) a confrontarsi sul bilancio di metà mandato e le prospettive future. "

Maurizio De Santis,

Ornella De Zordo,

Giorgio Pizziolo

 

 

 

 

pit

La Regione ha approvato un interessante ordine del giorno che speriamo abbia concrete ricadute anche qui a Pistoia. Tra le altre cose c'è un impegno a completare la legge regionale 1/2005 con il regolamento di attuazione degli articoli 19 e 20 "istituzione del garante della comunicazione" e per "l'effettuazione della valutazione integrata, ivi inclusi gli indicatori per il monitoraggio degli effetti, nonché le specifiche modalità per l'informazione e la consultazione del pubblico,..."
Inoltre c'è l'impegno a favorire l'attivazione nei Comuni, anche in via sperimentale, di processi di partecipazione dei cittadini/e al percorso decisionale relativo agli interventi e alle trasformazioni che hanno sensibili ricadute sul territorio.

Non mancheremo di ricordarlo.

Segue il testo integrale dell'odg.

2006.06.21 ODG collegato alla discussione sul documento preliminare al Piano Regionale di Indirizzo Territoriale. Approvato.
Il Consiglio Regionale

Valutato il documento preliminare relativo al Piano regionale di Indirizzo Territoriale;
Preso atto che il PIT è lo strumento concreto con il quale individuare gli interventi sul territorio, che rappresenta "il momento di integrazione tra il sistema della pianificazione regionale e il sistema della programmazione", nel quale si conferma l'interpretazione del concetto di territorio in senso lato, inteso cioè come risorsa collettiva, frutto dell'azione sociale di lungo periodo;
Preso atto altresì che la Toscana è investita da una crisi economica strutturale che rischia di avere ripercussioni anche sulla tenuta sociale del modello toscano e che urgono pertanto politiche coraggiose di discontinuità al fine di individuare politiche di sviluppo durevole, sfida già individuata già nel documento preliminare al P.R.S. nei 4 obiettivi strategici e 25 progetti che si sostanzieranno in politiche concrete sul territorio;
Rilevato che l'obiettivo della forte sinergia tra programmazione generale dello sviluppo e governo del territorio deve ispirarsi all'obiettivo di "governare la complessità degli effetti ambientali" e dunque anche all'obiettivo della riduzione dell'impronta ecologica, assumendo come prioritari scelte e programmi che fanno propria la questione della sostenibilità ambientale come questione preliminare e strategica a uno sviluppo durevole e sostenibile;
Ricordato che la Regione Toscana ha da anni assunto il principio della sostenibilità ambientale dello sviluppo come orientamento delle proprie politiche, principi richiamati con chiarezza nello statuto e nelle leggi regionali di governo del territorio, ultima delle quali la legge 1/2005 nella quale all'art. 1 " ..promuovendo, nell'ambito della regione, lo sviluppo sostenibile delle attività pubbliche e private che incidono sul territorio medesimo. A tal fine lo svolgimento di tali attività e l'utilizzazione delle risorse territoriali e ambientali deve avvenire garantendo la salvaguardia e il mantenimento dei Beni comuni e l'uguaglianza dei diritti all'uso e al godimento dei beni comuni, nel rispetto delle esigenze legate alla migliore qualità della vita, delle generazioni presenti e future"
Rilevato positivamente che per quanto riguarda la componente territoriale, il documento preliminare al piano regionale di indirizzo territoriale assume come riferimento il SSE Schema di sviluppo dello spazio europeo il quale individua tra i temi forti il potenziamento della rete delle città, di un rinnovato rapporto tra città e sistemi rurali, il tema dell'accessibilità materiale e immateriale, la conservazione e lo sviluppo del patrimonio naturale e culturale;
Rilevato che già nel documento preliminare al PRAA si individuavano "due Toscane", la prima quella più propriamente rurale e naturalistica e la seconda quella urbana, nella quale si concentrano tutte le criticità ambientali: inquinamento atmosferico e acutistico, congestionamento del traffico, consumo di suolo, saturazione edilizia, rendita fondiaria e immobiliare ed altri nodi critici richiamati nel documento preliminare in discussione;
Rilevato che nel documento preliminare ".. il PIT riconferma tale lettura e individua due sistemi territoriali strutturanti lo spazio regionale la "città della Toscana" e la moderna Toscana rurale"
Rilevato positivamente l'obiettivo generale del contrasto alla rendita, alle azioni di tutela del territorio come la protezione dei territori sensibili, la questione dell'aggressione ai demani marittimi ed al mare e la difesa delle fasce collinari
Considerato che il progetto della "città della Toscana" è da considerarsi non come un mero riconoscimento della situazione attuale, il risultato di trasformazioni e squilibri, bensì come una scelta strategica sulla quale rimodulare le politiche di area vasta,

Considerato altresì che proprio la "città della Toscana" è quella che concentra ed addensa i maggiori nodi critici ambientali e sociali, e che pertanto è necessario individuare politiche tese anche al superamento di queste criticità che si possono riassumere nell'obiettivo della "bonifica":

Impegna la Giunta

- per l'energia, a considerare prioritarie le politiche volte alla riduzione della dipendenza dalle fonti fossili esauribili nella produzione di energia elettrica, sviluppando anche un piano di azioni e di incentivi per stimolare l'utilizzo di fonti alternative rinnovabili nell'industria, nel commercio, nella residenza e negli edifici pubblici (e illuminazione pubblica), favorendo anche la ricerca di soluzioni architettoniche e progettuali innovative;
- per la mobilità, a dare un preciso impulso allo spostamento progressivo e costante di quote di traffico privato a traffico collettivo, tramite la scelta prioritaria della realizzazione del trasporto metropolitano della "città della Toscana", favorendo la diffusione sul territorio di stazioni per le reti di trasporto pubblico su ferro e l'individuazione di un piano di parcheggi scambiatori commisurato all'ampia scala del servizio;
- a predisporre un piano di forestazione e un piano di parchi urbani relativi alla dimensione individuata della "città della Toscana";
- a redigere una legge regionale che indichi le priorità di interesse pubblico da perseguire nei cambi di destinazioni per la trasformazione delle aree dimesse improntata a: recupero di aree libere e di edificato ad uso pubblico, deintesificazione del carico urbanistico, sperimentazione di forme di autorecupero e di edilizia sociale, compatibilità ambientale e sociale;
- a completare la legge regionale 1/2005 con l'approvazione del regolamento attuativo a predisporre il regolamento di attuazione degli articoli 19 e 20 della legge 1/2005 "istituzione del garante della comunicazione" e disciplina delle funzioni e regolamento come previsto all'art.11, c5, per "l'effettuazione della valutazione integrata, ivi inclusi gli indicatori per il monitoraggio degli effetti, nonché le specifiche modalità per l'informazione e la consultazione del pubblico,..."
- a favorire l'attivazione nei Comuni, anche in via sperimentale, di processi di partecipazione dei cittadini/e al percorso decisionale relativo agli interventi e alle trasformazioni che hanno sensibili ricadute sul territorio;
- infine, per la qualità del sistema rurale, a considerare la filiera collegata all'agricoltura come risorsa importante del sistema economico toscano promuovendo in maniera innovativa la filiera corta e lo sviluppo dei prodotti locali nel mercato dei consumi toscani.

 

 

 

goveacqua

Da qui comincia una politica dei beni comuni - 2 luglio 2006, Liberazione
Mirko Lombardi Walter Mancini

Comincia una politica dei “beni comuni” e comincia una politica ambientale.
Vedremo bene le carte, ma è chiaro che ieri il Consiglio dei Ministri ha assunto un atto di grande valore politico: l’acqua deve essere pubblica nella proprietà e nella gestione.
Era un punto cardine del programma dell’Unione, ora è un punto acquisito nell’azione di governo. L’acqua pubblica è il fondamento di un’altra idea di economia.
E’ il risultato di una concretissima, ma anche emblematica, evocativa e simbolica rivendicazione del movimento contro la globalizzazione neoliberista.
Per l’acqua si fanno già le guerre e gli analisti prevedono scenari bellici prossimi venturi tutti attorno al dominio di questo fondamentale elemento per la vita.
Togliere l’acqua dalle sgrinfie del mercato e degli interessi privati e definirla come “pubblica” è il segno che si può cominciare a costruire l’economia dei beni comuni, ma è anche una dichiarazione di pace e di cooperazione.
Un punto importante per Rifondazione così come per tante parti del movimento (pensiamo al contratto mondiale per l’acqua, ma non solo).
Per questo è indispensabile valorizzare il risultato e lavorare per consolidarlo perché abbiamo imboccato una buona strada e su questa strada bisogna camminare evitando buche e trabocchetti. La conquista di un principio è fondamentale, ma il praticarlo è azione quotidiana di vertenze, di conflitti, di protagonismo dei territori, di norme dettagliate, di successivi provvedimenti legislativi, di delibere comunali ecc, ecc. Si apre uno spazio di gestione democratica e di iniziativa politica.
Ad esempio, l’aver definito il principio consente di chiedere che l’Italia ponga all’Unione Europea l’urgenza di scrivere la direttiva sui servizi, di definire quale idea di “pubblico” si vuole dare l’Europa, quale concreto spazio liberato dal mercato e dunque di bene comune è possibile costruire. Bisogna scrivere subito questo obbiettivo nell’agenda dei rapporti Governo-Ue perché anche così si contrasta la direttiva Bolkestein.
C’è poi da definire in fretta una solida base giuridica al principio dell’acqua pubblica per metterla senza rischio di infrazione nell’elenco dei servizi che in Italia non rispondono alla Bolkestein.
Ce n’è da fare ma già si è ottenuto che con un apposito decreto legislativo si provvederà a posticipare di 12 mesi la scadenza relativa agli affidamenti del servizio idrico integrato prevista dalla legge 326/03 dando così concreta attuazione ad una esplicita richiesta che proviene dagli Ato che vogliono tenere il servizio idrico in house.
E il Consiglio dei Ministri di venerdì scorso ha anche approvato in via preliminare il decreto legislativo per apportare sostanziali correzioni al “codice ambientale” voluto dal precedente Ministro dell’Ambiente Altero Matteoli.
Non c’è stata, come auspicavamo, la sospensione in toto della legge 152/06.
Ma alcuni significativi passi avanti e nella giusta direzione sono stati compiuti e inoltre si è espressa la volontà politica di procedere celermente sulla materia ambientale.
Le date uscite dalla riunione dell’esecutivo guidato da Romano Prodi sono lì a dimostrarlo.
Entro il 30 novembre 2006 si interverrà, tramite uno specifico decreto legislativo, per correggere, abrogare o modificare i punti più controversi della Delega ambientale, in relazione ai rifiuti, all’acqua e alle bonifiche.
L’operazione orchestrata dal governo delle destre sulla materia dei rifiuti è di quelle che fanno mettere le mani tra i capelli.
Con la scusa della semplificazione burocratica si è finito per riclassificare (sarebbe meglio dire de-classificare) i rifiuti pericolosi in materie prime seconde, lo stesso possiamo dire del regime delle acque, con l’abrogazione delle autorità di bacino.
Ieri al contrario il governo, si è impegnato a ripristinare le autorità di bacino soppresse dalla Legge Matteoli il 30 aprile scorso, con una proroga fino al 31 dicembre 2006,.
Infine si è previsto che entro il termine perentorio del 31 dicembre 2007 si procederà alla rivisitazione complessiva della legge delega.
Da questo “piano di lavoro” sull’intera questione ambientale emerge non solo la sostanziale differenza di indirizzo politico rispetto al governo delle destre. Emerge soprattutto una differente modalità di impostazione del lavoro e della produzione di atti normativi.
Come si ricorderà la scelta del governo Berlusconi era stata quella di scrivere il codice ambientale ignorando completamente le associazioni ambientaliste, le organizzazioni sindacali e perfino Comuni, Province e Regioni.
Da oggi c’è non solo la volontà di ascoltare le esigenze, le competenze e l’esperienza del vasto arcipelago delle associazioni ambientaliste e del mondo produttivo, ma di operare di concerto con gli Enti Locali e le Regioni.
Strillerà Confindustria, come sta già facendo da giorni, ma una direzione di marcia si è intrapresa e soprattutto si è sancito il nesso fra le grandi rivendicazioni del movimento e l’azione del governo. Vuoi vedere che…la lotta paga davvero.

........... ma la Toscana non ci sente (segue articolo tratto integralmente da Greenreport)

Il Consiglio dei ministri s´impegna perché l´acqua resti pubblica
De Girolamo (Cispel): "Il modello toscano non è in contraddizione"
FIRENZE. Alfredo De Girolamo presidente di Cispel Toscana interviene sul provvediamneto assunto dal consiglio dei ministri in cui si evidenzia la necessità che rimanga pubblica sia la gestione che la proprietà dell´acqua. Una presa di posizione che potrebbe collidere con il modello toscano, o comunque rimetterlo parzialmente in discussione. "No, sinceramente non credo cambi niente - esordisce il presidente Alfredo De Girolamo - è chiaro che questo provvedimento andrà letto meglio, anche perché sui servizi pubblici sarà emanata una norma successiva a settembre. In realtà da parte del Consiglio dei ministri c'è stata soltanto un'indicazione di massima, un accenno dove si parla di proprietà delle reti, per la quale il modello toscano prevede comunque la maggioranza pubblica. Quindi credo che per il modello toscano non cambi granché, perché la gestione resta nelle mani del pubblico".

 

 

 

 

 

 

spagna

Ai nostri amministratori consigliamo una visita al sito www.sociopolis.net.
Sociopolis tre anni fa era un bel progetto sulla carta, adesso inizierà a prendere forma. In una zona a sud di Valencia, su una superficie di 350 mila metri quadrati, è iniziata la costruzione di un nuovo modello di quartiere che si ispira a un progetto sociale ben definito. Per iniziativa della Generalitat verranno realizzati 2800 appartamenti popolari destinati a giovani coppie, anziani e single (una utenza con ridotte risorse economiche, ma desiderosa di spazi urbani vivibili). Per questo le abitazioni (650 delle quali in affitto) sorgeranno attorno a un'area verde di 120 mila metri quadrati, con asili, centri giovanili, laboratori d'arte, campi sportivi. Nel progetto realizzato da 13 studi è prevista la tutela della huerta, le antiche zone agricole irrigate con canali dagli arabi e tuttora in perfetto stato. (da La Repubblica delle donne del 19 agosto 2006)
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usa

Avviso per i viaggiatori diretti verso gli Stati Uniti

Per noi cittadini statunitensi, il giorno 17 ottobre 2006 verrà   ricordato come un giorno nero nella storia del nostro paese, il giorno in cui il presidente George W. Bush ha firmato il Military Commissions Act of 2006. Questa nuova legge, autorizzata dal Congresso (altro   giorno nero ...), conferisce poteri senza precedenti al presidente per imprigionare chiunque egli dovesse ritenere un "combattente nemico illegale" e processarlo attraverso commissioni militari.

In conseguenza di questa legge, ci si chiede se il Ministero degli Esteri italiano ha in programma di diramare un avviso per i cittadini italiani che intendono recarsi negli Stati Uniti. Tale avviso dovrebbe spiegare che la nuova legge lascia al presidente decidere, secondo una definizione vaga ed ambigua, chi è un "combattente nemico illegale". Questa definizione comprende non solo chi si è impegnato in atti ostili contro gli Stati Uniti o i suoi co-belligeranti, ma anche chi intenzionalmente e materialmente sostiene tali ostilità. Le prove al riguardo non devono essere rese pubbliche.

L'avviso dovrebbe sottolineare che i cittadini non statunitensi definiti come "combattenti nemici illegali" potrebbero essere arrestati, anche senza capi d'accusa, e imprigionati a tempo indeterminato. La nuova legge, infatti, elimina il diritto all'habeas corpus, ossia il diritto di contestare i motivi della propria detenzione davanti a un tribunale civile.

Secondo i termini di questa legge, se e quando il detenuto viene processato ciò sarà attraverso una commissione militare istituita dal Ministro della Difesa o da altro ufficiale militare e sarà composta di giudici e avvocati militari. Il detenuto non godrà delle protezioni legali riconosciute come fondamentali nei paesi civili. Può non essere informato delle prove contro di sé e sono ammissibili anche le prove ottenute con metodi ritenuti equivalenti alla tortura. Le "tecniche di interrogatorio" applicabili verranno decise da Bush e non saranno rese pubbliche. Inoltre, la possibilità di ricorrere in appello è stata quasi del tutto eliminata, e gli appelli che si basano sulle Convenzioni di Ginevra saranno respinti.

Infine, l'avviso dovrebbe ricordare ai viaggiatori che nel gennaio del 2006 la Kellogg, Brown & Root, filiale del gruppo Halliburton, ha vinto un contratto per 385 milioni di dollari per costruire negli Stati Uniti centri di detenzione, le cui località non sono state rivelate, da utilizzare, come si legge in un comunicato stampa della KBR, per "lo sviluppo rapido di nuovi programmi".

Stephanie Westbrook - Statunitensi per la pace e la giustizia - Roma
U.S. Citizens for Peace & Justice - Rome
info@peaceandjustice.it
http://www.peaceandjustice.it
cell. 333 11 03 510

 

 

 

 

 

 

 

 

 

retenumu

Appello al governo della Rete del Nuovo Municipio
Stralciate dalla finanziaria il ddl sui servizi pubblici

venerdì
20 ottobre 2006 -

L’assemblea della rete ANM riunita a Milano esprime forte contrarietà sul disegno di legge 772 proposto dal governo che impone la messa sul mercato dei servizi pubblici locali essenziali per la vita delle comunità quali il Trasporto Pubblico Locale, il Gas, i Rifiuti, l’Elettricità, ecc,

Quindici e più anni di politiche di aziendalizzazione, liberalizzazione privatizzazione dei servizi di pubblica utilità, hanno dimostrato nei fatti di non mantenere le promesse: è peggiorata la qualità dei servizi è aumentata la precarizzazione del lavoro e sono aumentate le tariffe. Tale fallimento manifesta che la qualità, l’universalità e l’efficienza dei servizi può essere garantita solo da un maggior controllo e partecipazione nella gestione dei servizi stessi da parte dei cittadini.

Una materia così essenziale per il benessere delle comunità locali richiederebbe una discussione pubblica sul tema dei beni comuni e dei servizi pubblici che coinvolga gli amministratori e le comunità locali, le organizzazioni dei lavoratori e la cittadinanza tutta.

La scelta di inserire surrettiziamente il disegno di legge in oggetto come collegato alla legge finanziaria, proposta dal governo e sancita con un voto trasversale dalla Commissione Bilancio del Senato del 18 Ottobre, da approvare oltretutto con un probabile voto di fiducia, non consente, paradossalmente non solo un dibattito pubblico ma neppure un adeguato dibattito parlamentare.

La Rete del Nuovo Municipio chiede pertanto che si riconsideri questa scelta stralciando il DDL dalla legge finanziaria riconsegnandolo alla discussione parlamentare e al dibattito delle comunità locali.

Adesioni

Amministratori pubblici: Alberto Magnaghi, Irma Dioli, Marco Gelmini, Anna Pizzo, Salvatore Amura, Massimo Rossi, Elisabetta Mura, Maurizio Morgano, Alessandro Esposito, Mauro Solari, Rita Zanutel, Adriano Labbucci, Salvatore Rao, Edoardo De Blasio, Elisabetta Campus, Luigi Merli, Stefano Fabbioni, Luca Rodda, Emidio Panichi, Francesco Frieri, Angelo Zaninello, Ubaldo Maroni, Vania Bianchi, Mario Agostinelli, Giuseppe Stocchino

Società civile: Prof. Giorgio Ferraresi, Polimi; Marco Bersani, Attac; Rosario Lembo, Contratto Mondiale Acqua; Sandra Cangemi, Coordinamento Nord/Sud del Mondo; Alberto Ziparo, Università di Firenze; Osvaldo Pieroni, Università della Calabria; Alberto Brugnoni, Mag2; Giorgio Conconi, Mani Tese; Renato di Nicola, Abruzzo Social Forum; Anna Marson, Università Iuav Venezia; Luigi Monconi, Segretario Comunale Cgil; Bianca Dacomo Annoni, Icei; Giuseppe Oleandro, Spi Cgil Nazionale.


marletto

Fonte: Liberazione
Ecco perché il liberismo di sinistra non è la cura per i beni pubblici
Gerardo Marletto
/ professore associato di Economia applicata, Università di Sassari

mercoledì
11 ottobre 2006 -

Leggo su Liberazione di ieri l’intervento del ministro Lanzillotta a difesa del disegno di legge sui servizi pubblici locali. Mi sono occupato della questione per tanti anni e da una posizione che certamente non era vicina all’ala radicale dell’attuale compagine di governo (ero responsabile del Centro studi di Federtrasporto-Confindustria). Proprio da quella ottica sono andato maturando la convinzione che le posizioni tipiche del “liberismo di sinistra” - così bene sintetizzate dal ministro - sono frutto non di una ponderata disamina delle questioni in campo, ma di una vera e propria fissazione ideologica. E allora ci tengo a spiegare perché gli argomenti di Linda Lanzillotta non si reggono in piedi e lo farò restando all’interno del moderno pensiero ortodosso sull’organizzazione dei servizi pubblici.

Prima questione: si vuole mettere a gara la gestione di servizi che utilizzano delle reti che restano pubbliche. Qui si dimentica di ricordare che quando si opera una separazione tra rete e servizi (come nelle ferrovie, nell’acqua, nelle telecomunicazioni, nell’energia...) si generano degli effetti sia positivi che negativi. Gli effetti positivi sono dati dagli incentivi all’efficienza impliciti nella messa a gara della gestione di servizi pubblici; gestione che, proprio perché ormai libera dagli oneri connessi alla rete, è accessibile da una larga schiera di imprese che cercheranno di conquistarla riducendo i propri costi. Ma esiste anche un effetto negativo: l’aumento dei costi (i cosiddetti costi di transazione) necessari per mantenere i rapporti economici tra la gestione della rete e la gestione dei servizi che sulla rete operano.

Si tratta di una questione di non poco conto; tant’è che sia nella letteratura che nella realtà, il modello “separazione rete/servizio e messa a gara dei servizi” non è unico. Basti pensare alle ferrovie giapponesi che sono state riorganizzate dividendo il servizio nazionale in alcuni servizi macroregionali gestiti da aziende che mantengono al proprio interno sia la rete che il servizio. Oppure si potrebbe citare lo studio di uno dei massimi economisti dei trasporti mondiali (John Preston) che, valutando il principio della separazione rete/servizio nel settore ferroviario (principio introdotto in Europa addirittura per via normativa) sposa proprio il modello giapponese.

Secondo Preston, mantenendo integrata la gestione della rete con quella dei servizi si riducono sensibilmente i costi di transazione; il che non impedisce di operare una concorrenza comparata tra i diversi gestori ferroviari (nazionali o regionali che siano) grazie a meccanismi che stimolino i peggiori a raggiungere le prestazioni dei migliori, in termini di minori costi e di maggiore qualità.

In realtà non ci sarebbe neanche bisogno di andare tanto lontano. Prima che l’ondata del liberismo di sinistra investisse anche il trasporto pubblico locale (tpl), il miglior sistema di gestione era quello dell’Emilia-Romagna. Anche in questo caso non si era proceduto a nessuna separazione rete/servizio e tanto meno alla messa a gara delle gestioni: si operava appunto con un meccanismo di concorrenza comparata (nel gergo degli economisti yardstick competition): ciascuna delle nove aziende provinciali di tpl era sussidiata dalla Regione, sia sulla base della quantità di servizio che doveva assicurare, sia tenendo conto delle prestazioni delle altre otto aziende provinciali. Il meccanismo ha portato proprio quel sistema di tpl ad avere i più alti livelli di efficienza in Italia.

Ma così siamo arrivati alla seconda questione: si vuole mettere a gara la gestione dei servizi pubblici per raggiungere più alti livelli di efficienza. Io non voglio sostenere che non sia vero che con le gare si aumenta l’efficienza: staremmo a discuterne per decenni. Ma una cosa è certa: le gare non sono l’unico sistema per innalzare l’efficienza. Io lo insegno persino agli studenti dei miei corsi universitari: le gare sono la forma estrema di applicazione della concorrenza ad un settore di servizi che si vuole che resti pubblico (e su questo ha ragione il ministro, non stiamo infatti parlando né di privatizzazione, né di liberalizzazione).

Non c’è solo la concorrenza comparata, che ho citato prima, ma si può anche ricorrere ai cosiddetti contratti di servizio incentivanti. In parole povere: un Ente locale stipula un accordo con l’azienda prevedendo che i benefici economici per l’azienda siano strettamente legati alle sue prestazioni (sempre in termini di costo e di qualità). Qualcuno potrebbe sostenere in punta di teoria che il meccanismo non può funzionare se l’azienda è pubblica o addirittura di proprietà dell’Ente locale sua controparte contrattuale. Ma qui per fortuna ci viene incontro l’esperienza concreta: l’azienda di tpl di Roma (la più grande d’Italia) ha radicalmente migliorato i propri livelli di efficienza proprio grazie all’attivazione di un meccanismo di questo tipo. Non c’era dunque bisogno delle gare e della separazione rete/servizio che invece proprio a Roma sono state successivamente applicate.

Ma se esistono alternative alle gare per perseguire l’efficienza, viene allora il dubbio che l’obiettivo non sia l’efficienza, bensì qualcos’altro; e qui ci viene in aiuto sempre il ministro Lanzillotta, consentendoci di passare alla terza questione: l’obiettivo delle gare è ridurre le posizioni di rendita monopolistiche e corporative (pubbliche e private) che si annidano proprio nel settore dei servizi pubblici locali.

Innanzitutto ricordiamoci che la voce di costo principale nella maggior parte dei servizi pubblici locali (sicuramente nel settore dei trasporti) è il lavoro: viene allora il sospetto che “a suocera” si dica che si vuole aumentare l’efficienza perché “nuora” intenda che si vuole ridurre il costo del lavoro. E del resto questo si è fatto; tanto per fare un esempio: come hanno fatto alcune imprese a vincere la gara per la gestione dei servizi aggiuntivi di tpl di Roma? Semplice: pagando meno i loro dipendenti; di più: non applicando ai lavoratori il contratto nazionale di categoria. Allora se la questione è questa lo si dica apertamente (ma non si venga a dire che è una battaglia di sinistra...).

Ma diamo il beneficio del dubbio ai liberisti di sinistra: le incrostazioni della rendita nei servizi pubblici sono altre. Il che è anche vero; certo, bisognerebbe ricordare che proprio in questo decennio di “severe” riforme e riorganizzazioni, i costi inutili non si sono ridotti, al contrario: basti pensare alla moltiplicazione di Spa (con i generosi stipendi di amministratori e dirigenti) o al montaggio e smontaggio di agenzie, holding, strutture di monitoraggio (con imponenti compensi per consulenti giuridici ed aziendali).

Allora una campagna di moralizzazione in questo settore sarebbe anche necessaria, ma la si può realizzare senza smantellare un sistema frutto di decenni di conquiste politiche e sociali (mi verrebbe da dire “di civiltà”): si cominci a chiedere ai partiti di fare un passo indietro dalle aziende, rinunciando alle collocazioni dorate di fine carriera e alla spartizione delle posizioni dirigenziali; si prosegua estinguendo la malsana consuetudine che porta i dirigenti sindacali a pensare che la rappresentanza degli interessi dei lavoratori sia la strada maestra per approdare ai vertici delle aziende pubbliche. E’ una campagna che si può (e forse si deve) fare; non servono le gare e gli “spezzatini”, ci vuole “solo” coraggio politico.

E se proprio si vuole fare innovazione nelle forme di gestione, si stia a sentire quanto da anni vanno sostenendo non solo le associazioni e i movimenti, ma anche alcune delle voci più avanzate dell’economia ambientale e istituzionale: si esca dal modello privatistico della Spa e si aprano i servizi pubblici a forme innovative di proprietà collettiva e di gestione partecipata. E poi staremo a vedere se le rendite corporative resisteranno.

In conclusione mi sia concesso di aggiungere due sole considerazioni.

La prima: va bene pensare all’efficienza e alla riduzione dei costi, ma ricordiamoci anche dell’efficacia; ricordiamoci cioè che i servizi pubblici hanno una missione, appunto una missione pubblica.

Seconda considerazione: i servizi pubblici non sono più una questione locale, ma nazionale, se non europea. Dalla trasformazione dei servizi pubblici locali dipendono questioni fondamentali per la qualità dello sviluppo futuro: basti pensare alla diffusione delle energie rinnovabili o ad un sistema di trasporto alternativo all’automobile. Che allora si intervenga per legge su questo: che sia ridefinita la missione dei servizi pubblici in termini di nuovo modello di sviluppo e che su questa rinnovata missione si costruisca un vero e proprio schema di politica industriale e di investimenti pubblici.

Che la si smetta con l’infinito gioco gattopardesco delle riforme e controriforme e ci si occupi finalmente delle questioni serie (e di sinistra).

 

holdser

Riportiamo di seguito un comunicato dei capigruppo del PRC (regionale e comunali) che ci pare condivisibile. Tuttavia sarebbe stato meglio abbandonare il politichese per dire più chiaramente che il difetto di queste holding sta nell’allontanamento dell’amministrazione del servizio dalla possibilità di controllo dei diretti interessati, che sono gli utenti e i lavoratori degli enti gestori. Marletto, vedi riquadro qui sopra, lo avevo fatto con efficacia.

In queste holding non c’è assolutamente una rappresentanza significativa delle categorie citate, non solo: queste società sono gestite, per la componente pubblica, direttamente dalle assemblee dei sindaci, quindi sono fuori dalla possibilità di controllo anche da parte degli organi elettivi, cioè i consigli comunali.

Inoltre dove è presente il privato questo, in qualche caso anche per esplicità indicazione normativa, detiene un potere gestionale sostanzialmente superiore a quello del pubblico. Si ha quindi il rischio che si stabilisca un tacito patto per il quale il privato fa prevalere i propri interessi commerciali in cambio del mantenimento di un sovrabbondandante organico, sia a livello amministrativo che tecnico, di personale ben pagato la cui maggiore referenza à la tessera di partito. Si ha inoltre il consueto proliferare di consulenze e di emanazioni societarie, ciascuna con un proprio organo amministrativo costituito con il medesimo criterio clientelare. In questa situazione i delegati dei sindaci presenti nelle società non hanno alcun interesse ad essere intransigenti rappresentanti dell’interesse degli utenti e dei lavoratori, ma solo quello di garantire il mantenimento di una reciproca copertura tra privato e pubblico (partititco); se prendessero posizioni intransigenti sarebbero di fastidio per i partiti che ne hanno determinato la collocazione, i quali hanno bisogno di riserve dove rafforzare la loro influenza e piazzare amici e personale politico in aspettativa (ex assessori, ex sindaci, ex consiglieri ecc), che non hanno altra possibilità di impiego se non quello dipendente dal clientelismo politico e che non possono gravare sulle finanze dei partiti.

Dove invece il privato non è presente la gestione partitica è analogamente sfrenata e la possibilità di controllo da parte degli utenti e dei lavoratori altrettanto inconsistente.

In altre parole l’ingegneria societaria di questi enti è estremamente pericolosa perché non garantisce affatto una gestione nell’ineteresse degli utenti e dei lavoratori, tutt’altro, rischia di far gravare pesantemente proprio su questi, in termini di tariffe e di licenziamenti, le carenze gestionali e non solo.

Quando poi queste holding vengono portate in borsa allora il dramma si compie perché i mercati finanziari non premiano chi fa politiche sociali, e tariffazioni improntate all'equità ed alla solidarietà, ma chi fa rapidamente utili alleggerendo (licenziando) le strutture, portando il rapporto tra erogazione del servizio e soddissfazione dell'utente (che diventa a tutti gli effetti cliente) al minimo sostenibile, il tutto comunque a prescindere dalla corretta gestione (Enron, Cirio, Parmalat ecc docet).

In fine, in merito al comunicato del PRC, ci auguriamo che, per il futuro, dato che in passato non è sempre successo, i sottoscrittori si comportino coerentemente con esso quando si tratta di votare e di prendere posizione negli organi elettivi e non solo.

Mauro Chessa


PRC Gruppo Toscana

Firma fra i Sindaci di un protocollo d'intesa in direzione della holding dei servizi pubblici. Rifondazione: un salto nel buio

Ridemocratizzare il processo decisorio è prioritario rispetto alla discussione sul dimensionamento

Sui servizi pubblici siamo nuovamente al giro di boa. Dimensionamento, efficienza, trasparenza, competitività e economicità sono i temi all’ordine del giorno.

Si deve partire da una operazione verità: la situazione dei servizi pubblici (gas, acqua, rifiuti, trasporti) in Toscana è molto variegata. Il processo di liberalizzazione è compiuto solo per l’acqua: 6 ambiti territoriali ottimali, 6 soggetti gestori. 

Esternalizzazioni e aziendalizzazioni sono già andate molto avanti, in tutti i settori – con un netto peggioramento delle condizioni dei lavoratori -, ma non è decollato il processo di dimensionamento, che oggi vede una miriade costosa di consigli di amministrazione (rifiuti). E’ fallito l’indirizzo e il controllo pubblico: i consigli comunali sono esautorati dalle scelte di programmazione, di tariffazione, di trasparenza; controllori e controllati coincidono troppo, l’ATO è composta dai sindaci che sono in maggioranza nelle società di gestione. E’ difficile che multino se stessi! E’ fallito anche l’obiettivo della migliore qualità del servizio e dell’economicità: come testimoniano le cronache dei giornali. Emerge il tema delle diseguaglianze ed iniquità tariffarie: per i rifiuti la  TIA ha sostituito la Tarsu ma la sostanza è la stessa perché il cittadino non paga per i rifiuti prodotti.  E così le politiche per la riduzione della produzione dei rifiuti vanno a farsi “benedire”. Siamo all’anno zero per la partecipazione: se ne parla molto e non si pratica per niente. Ed infine, il programma e Governo dell’Unione ribadiscono proprietà e gestione pubblica per l’acqua.

Inoltre è in piedi un movimento che riflette e chiede proprietà e gestione pubblica dei servizi, fuori dalle regole di mercato, proprio perché sono i beni comuni naturali e sociali verso i quali deve essere garantito il diritto universale all’accesso delle presenti e future generazioni.

Rifondazione Comunista non crede nel potere salvifico del privato, è convinta invece che la qualità dei servizi pubblici si raggiunga attraverso un forte radicamento sul territorio, protagonismo dei consigli elettivi e partecipazione attiva della cittadinanza. Con queste convinzioni  ha affrontato la discussione sul documento preliminare alla legge regionale non escludendo a priori di misurarsi con il tema del dimensionamento a condizione che questo sia fortemente intrecciato con il rilancio del ruolo pubblico. Questa sfida è possibile solo se investiamo su un rinnovato ruolo degli ATO,  e per questo, siamo invece contrari a un ATO unica regionale.

Parlare di holding ci sembra sbagliato e pericoloso perché la sfida del soggetto gestore unico per ATO è ambiziosa (va a toccare interessi forti protetti dai tanti consigli di amministrazione)  e solo, a ruolo pubblico rafforzato, si potrà parlare di dimensionamento regionale. Sbagliato perché il salto che si propone rischia di annegare definitivamente la grande sfida che abbiamo di fronte: ridemocratizzare la gestione dei servizi. Siamo molto preoccupati delle fughe in avanti.

I capogruppo di Rifondazione Comunista: Monica Sgherri Regione Toscana, A. Nicotra Arezzo, M.  Monconi Carrara,  E. Ruggeri Empoli, A.  Nocentini Firenze, M. Zaccherotti, Grosseto, A.Trotta Livorno, G. Marchi Massa, R. Checcoli Piombino, M. Bini, Pisa, R. Billero Pistoia, L. Becheri Prato, F. Andreini Siena, R. Giusti Viareggio

 

roggiolani

da Greereport del 15 novembre 06 (sul tema vedi anche riquadro sopra)

Roggiolani sulla holding: «Non siamo stati messi in condizione di capire quale sia il trucco»

E sul rigasificatore della Olt: «Finché non si esprime la commissione sui grandi rischi non inizia proprio un bel nulla»

FIRENZE. Con il protocollo firmato ieri dai sindaci la holding regionale ha fatto un passo importante pur dovendo scontare le defezioni (momentanee) di qualche comune (e diverse sono state anche le posizioni da parte dalle forze politiche). Il commento dei Verdi toscani arriva per bocca di Fabio Roggiolani (nella foto), che nei giorni scorsi nel corso dell’ultimo congresso italiano del Sole che Ride ha assunto l’incarico di responsabile nazionale della programmazione del partito. «In tutta questa storia della holding il quadro non è per niente chiaro – spiega Roggiolani - i cittadini sembrano espropriati di qualsiasi decisione e non si capisce se stanno tentando la definitiva consegna di tutto in mano all’Eni, o se è la costruzione di una efficace concorrenza all’Eni. I Verdi finora non si erano espressi perché non siamo stati messi in condizione di capire quale sia il trucco».

Qualcosa però dovrete pur dire, anche perché la holding regionale dei servizi pubblici ovviamente non riguarderà solo l’energia. E qualora si concretizzasse in che rapporto starà con la necessaria articolazione fra servizi di diversa natura e articolazione territoriale?
«Infatti il punto è proprio questo: l’idea di una unica holding che fa tutto mi lascia perplesso, si rischia di creare un mostro che tratta acqua, rifiuti, energia facendone solo marmellata. Non vorrei che fosse l’ennesimo carrozzone dei carrozzoni dove la politica diventa piccina. Io personalmente sono per una sana “biodiversità” delle aziende, solo collegate sinergicamente e solo laddove necessario. Già ora succede che il comune fa finta di esprimere il presidente della holding, ma in realtà sono i presidenti delle holding che scelgono chi deve fare il sindaco. Per questo noi Verdi ci teniamo all’esterno della discussione, favorevoli a più soggetti in tutti i settori, escluso ovviamente l’acqua per la quale chiediamo il mantenimento della pubblicizzazione a tutti i livelli. Mentre infatti per l’energia il massimo della liberalizzazione è la soluzione più favorevole ai cittadini, l’esatto contrario avviene per l’acqua».

I tre Ato che si prevedono nel documento preliminare per la nuova legge sui servizi pubblici per la gestione dei rifiuti sono in contraddizione con la holding o possono essere una coerente articolazione?
«Quando si parla di Ato si entra nella sfera dei controlli e riteniamo che gli Ato siano ragionevoli proprio come elemento di controllo delle tariffe. Tre grandi Ato potrebbero quindi essere una scelta giusta ma io in questo caso sarei addirittura per un Ato unico. L’importante è che qualsiasi processo si adotti, si tagli fuori l’Eni altrimenti combiniamo l’ennesimo gran pasticcio».

Nel caso delle tre aree (metropolitana, costa e sud), queste stesse aree dovranno organizzarsi per un gestore unico da selezionare tramite gara?
«Qui torniamo a bomba e alla difficoltà di mettere insieme servizi che tra loro hanno ben poco a che fare, e anche in questo caso bisognerebbe dare tre risposte distinte e anche ulteriormente articolate. Prendiamo per esempio i rifiuti: se sei un incenitorista hai bisogno in effetti del gestore unico, sei invece vuoi essere per il recupero energetico e il riuso hai bisogno di un altro tipo di strumento. A livello energetico come già detto un buon gestore robusto e in grado di contrastare l’Eni sarebbe auspicabile. Infine per l’acqua serve solo un soggetto pubblico».

Un’ultima domanda riguarda i rigassificatori. L’Olt sostiene di partire con i lavori a Livorno già a febbraio…
«Con le chiacchiere se n’è già fatti 36 di rigassificatori. Loro non possono millantare di aver concluso alcunché, perché finché non si esprime la commissione sui grandi rischi, che finalmente dopo tutte le figure barbine fatte dalla Toscana si sta insediando in questi giorni, non iniziano proprio un bel nulla».

Qual è la posizione dei Verdi a livello nazionale? Non mi sembra ci sia una chiusura totale verso i rigassificatori…

«A livello nazionale non siamo contrari al Gnl, però consideriamo complessivamente una idiozia quella dei rigassificatori. I Verdi cioé, e ribadisco che questa è la posizione ufficiale , considerano più utile mantenere il gnl, cioè allo stato liquido, perché l’Italia di gas da mettere nelle reti ne ha già abbastanza».

 

dezordo

(sul tema vedi anche i 2 riquadri sopra)

Comunicato stampa: Holding multiservizi, De Zordo: "Domenici oltre il programma dell'Unione, a destra. Contro ogni logica democratica si persegue il profitto di pochi: da ripensare totalmente l'architettura dei beni comuni in Toscana"

Firenze, 13 Novembre 2006

Costituire un'unica grande holding per la gestione di acqua, gas e rifiuti, e presumibilmente utilizzare la forma giuridica della società per azioni, come sempre fino ad oggi è stato fatto, significa permettere una maggiore e pervasiva presenza dei privati nella gestione dei beni comuni del territorio. Questa è una cosa sbagliata che risponde solo a logiche liberiste e non al bene della comunità.

Lo stesso governo Prodi, con i decreti Bersani/Lanzillotta dello scorso luglio, ha affermato che la proprietà e la gestione delle reti idriche deve essere pubblica e non può essere dunque affidata a privati. Oggi il sindaco Domenici e i suoi colleghi scavalcano a destra l'Unione rispondendo a mere logiche liberiste che hanno come unico obiettivo il profitto dei privati. Aggiungiamo che persino i conservatori inglesi si stanno ricredendo e lo scorso luglio hanno definito "non giusta" la decisione di separare le infrastrutture dalla società di gestione. Tutti sanno infatti come la privatizzazione delle ferrovie è stato un disastro sociale, tecnico, organizzativo e finanziario, conclusosi con il fallimento della società privata RailTrack e la rinazionalizzazione delle reti.

Il corretto punto di partenza per l'architettura dei servizi pubblici essenziali ed insostituibili alla vita e dal vivere insieme sono i diritti, umani e sociali, e non i bisogni: diritto alla salute, diritto all'acqua, diritto alla conoscenza, diritto alla casa... Da qui, la funzione pubblica deriva dalla responsabilità/dovere della comunità di creare le condizioni ed i mezzi necessari per garantire l'accesso ai beni e servizi relativi ai diritti. Per questo motivo la firma di oggi è particolarmente grave perché non esiste nessuna norma, né nazionale né europea, che vieta il ricorso all'affidamento in diretta, ovvero ad un'azienda pubblica. Anzi, per quanto riguarda l'acqua, dopo i decreti Bersani e Lanzillotta, è stato introdotto il divieto di ricorrere ad una gestione privata e tutti sanno che le Spa sono un soggetto giuridico di natura privatistica.

Più i beni comuni e i servizi pubblici sono parte integrante e qualificante del vivere insieme, più forte e reale deve essere il coinvolgimento dei cittadini al governo dello sviluppo comunitario. Nell'economia di mercato, invece, è normale che non operino meccanismi di democrazia. La cultura di governo di una Spa è tutto salvo democratica, partecipata. La Spa è fondata su un funzionamento gerarchico verticale e tecnocratico. Il fatto di dare l'affidamento della gestione a una Spa, soprattutto a una Spa holding, è dunque perfettamente in linea con l'idea di economia liberista. I vantaggi sono molti per i privati, e solo per questi ultimi, ma non per la cittadinanza, che non a caso è stata definita mera "utenza". Solo una Spa infatti, soprattutto se holding, è in grado di operare su mercati aperti in un regime di concorrenza per la conquista di quote parti crescenti di mercato; aver accesso ai mercati di capitale nazionali e internazionali; cercare di ottenere rendimenti finanziari elevati. Ma, in queste condizioni, è chiaro che non è possibile né giustificato attribuire l'aggettivo "pubblica" a una tale gestione. Scopriamo invece nel protocollo firmato a Palazzo Vecchio che "la creazione della Holding toscana si pone come soggetto autorevole e in grado di confrontarsi con altre entità di dimensioni di scala molto più ampie". La strada è dunque tracciata e ben chiara.

Il fatto che i poteri pubblici diano il loro avallo a tale modello non rende pubbliche una logica e una pratica imprenditoriali di natura privatistica. Il caso frequente dell'indebitamento dei gestori Spa sui mercati di capitale internazionali è a questo riguardo molto significativo. Logicamente, i poteri pubblici non possono opporsi al ricorso a detti mercati. Cosi facendo, riducono considerevolmente il loro potere decisionale, passando quest'ultimo, per l'essenziale, nelle mani degli operatori finanziari. Una volta inseriti nei meccanismi finanziari privati, la logica finanziaria determinerà le grandi scelte dell'azienda e i suoi margini di manovra.

La promozione e il sostegno ai processi di liberalizzazione, di deregolamentazione e di privatizzazione dell'acqua e, in particolare, la diffusione e l'espansione delle società multiutilities (acqua, energia, telecom, trasporti, rifiuti…) rappresenta oggi la punta avanzata del neocapitalismo municipale competitivo. I cittadini sono ridotti a clienti e a consumatori. Gli uffici territoriali attraverso i quali l'azienda è presente sul territorio sono trasformati in business units. Come accade per le piccole cliniche, le piccole scuole, i piccoli uffici postali nei piccoli comuni (è notizia di queste settimane il taglio effettuato da Poste spa), gli uffici territoriali della Spa idrica sono eliminati per ragioni di riduzioni di costi, contribuendo cosi allo sfilacciamento del tessuto sociale dei piccoli centri e, quindi, al loro spopolamento.

Per evitare pianti del coccodrillo, come i conservatori inglesi, ma soprattutto per evitare pianti ai toscani, non sarebbe meglio per tutti cambiare già ora, ed evitare di compiere l'errore? Domenici e la sua maggioranza non sono di questo parere. In futuro ne pagheremo tutti le conseguenze.

 

 

 

 

sfratti

UNIONE INQUILINI

Segreteria Nazionale

Via Cavour 101 – 00184 Roma Tel. 06/4745711 – fax 06/4882374

Sito internet: www.unioneinquilini.it
e-mail:
unioneinquilini@virgilio.it

Roma 25 ottobre 2006

COMUNICATO STAMPA

CASA/SFRATTI: FORZA ITALIA E LA DESTRA VOGLIONO SFRATTARE PRODI SPALANCANDO LA PORTA AGLI SFRATTI DI 200.000 FAMIGLIE.

URGENTE LA MOBILITAZIONE POPOLARE E DI TUTTA LA SINISTRA

DICHIARAZIONE DI VINCENZO SIMONI DELLA SEGRETERIA NAZIONALE DELL’UNIONE INQUILINI

In merito alla pregiudiziale di costituzionalità del decreto salvasfratti, presentata da Forza Italia e votata oggi da tutta la destra al Senato, Vincenzo Simoni segretario nazionale dell’Unione Inquilini ha dichiarato:

“Le conseguenze della bocciatura del decreto sono gravissime: ricomincia infatti da subito il calvario per 200.000 famiglie, circa 600.000 persone in tutta Italia, alle cui porte busseranno nuovamente ufficiali giudiziari e forze dell'ordine. Persone povere, anziani, malati terminali, portatori d'handicap sono adesso nuovamente in balia della legge della giungla.

Sappiano queste persone, e tutte le persone oneste – ha attaccato Simoni - che le ordinanze di sgombero potrebbero benissimo essere controfirmate dai 151 deputati della destra, Forza Italia in prima fila, che hanno votato una pregiudiziale dettata non dal rispetto della Costituzione italiana, ma dagli interessi delle rendita parassitaria della grande proprietà immobiliare.

Ma dove erano i senatori del centrosinistra assenti? Dove è finita la sedicente destra sociale di AN?

Altro che incostituzionalità – ha ricordato Simoni - il decreto era assolutamente rispettoso della Costituzione Italiana e della normativa vigente, in particolare dell'art. 11 del Patto Internazionale sui diritti economici sociali e culturali, ratificato dall'Italia con la legge 25 ottobre 1977, n. 881, per il cui mancato rispetto le Nazioni Unite hanno più volte richiamato il governo italiano.

Nel merito – ha precisato il segretario dell'Unione Inquilini - il decreto aveva distinto tra gli interessi della grande proprietà e quelli dei piccoli padroni di casa. Non a caso soltanto Confedilizia aveva tuonato contro il decreto. Soprattutto, per la prima volta, il decreto aveva indicato una strada concreta per uscire dall'emergenza, impegnando comuni e stato a proporre programmi di edilizia sociale come condizione indispensabile per l'allungamento della proroga delle esecuzioni.

Bocciando il decreto salvasfratti Forza Italia e la destra vogliono sfrattare il governo Prodi. In realtà, attaccano i diritti e incitano all'odio di classe.

Per queste ragioni – ha ribadito Simoni - invitiamo il governo Prodi a trovare immediatamente una soluzione di salvaguardia degli sfrattandi per non farli diventare l'agnello sacrificale dei giochi politici. E, contemporaneamente, a convocare il tavolo prograamtico per il rilancio del settore abitativo pubblico.

Infine, non da ultimo – ha proposto il segretario dell'Unione Inquilini - lanciamo un appello ai sindacati, movimenti, associazioni di volontariato, eletti locali e parlamentari all'organizzazione dei picchetti unitari antisfratto in tutta Italia. Invitiamo anche i sindaci, lasciati soli sul fronte casa, ad ottemperare all'obbligo di soccorso e a requisire come è loro dovere ai sensi della L. 833/78.

Info e contatti: 3384642514