tutti gli articoli …

 

 

verdi0807

(agosto 2007)

I Verdi nel 2004 alle elezioni provinciali  appoggiarono insieme alle forze del centrosinistra pistoiese, esclusa Rifondazione Comunista , il Presidente Gianfranco Venturi. La coesione  politica  del centrosinistra e un programma condiviso ci dettarono il passaggio amministrativo. I nostri 4500 voti, con il 2,9% dei consensi, non furono sufficienti a garantirci un posto nel consiglio provinciale.

A distanza di tre anni siamo nella condizione di trarre alcune conclusioni: il tracciato fin qui seguito dalla Amministrazione Provinciale di Pistoia ci trova in netto contrasto su molti punti programmatici. La nostra Provincia soffre in molti settori economici e sociali, in un contesto complessivo  non certo facile, ma soprattutto soffre di prospettive.

In questi tre anni di amministrazione si sono succeduti momenti di riflessione sugli sviluppi del nostro sistema turistico e florovivaistico, sul sistema industriale ed infrastrutturale, ma non siamo riusciti a dare il segnale del cambiamento.

Il turismo “bianco”, il golf, i legami con Camp Darby, l’utilizzo dei servizi delle “banche armate”, le straordinarie capacità di teorici del paesaggio da parte di “occupatori di territorio” e “sfruttatori di risorsa idrica” dei nostri “maestri della vasetteria  vivaistica”, i buldozzer che hanno devastato le strade della nostra montagna per facilitare l’ingresso di forze industriali fantasma per le aree Ex-Sedi, l’assoluta assenza di cultura economica  nel non capire le potenzialità di sviluppo che derivano dalla tutela ambientale, dalla salvaguardia delle nostre “vere” eccellenze verdi del territorio, la vergognosa “quota provinciale” di  parchi ed aree protette, sempre più alla mercè di lobby di bracconieri e del fucile libero, l’occupazione del territorio con infrastrutture inutili e speculazioni edilizie, l’accondiscendenza palese verso i grandi costruttori di termovalorizzatori e altri “signori del rifiuto”. Queste sono le perle che l’Amministrazione provinciale di Pistoia lascia ai posteri.

Per quanto riguarda i Verdi, le enormi difficoltà di condivisione dei progetti sopradetti, ci portano a valutare in termini nuovi le prospettive politiche: non siamo più disposti ad avallare nel futuro simili propositi e valuteremo, nel prossimo esecutivo provinciale, le vie da percorrere.

Non siamo quelli del “no” comunque e sempre, siamo per le cose fatte bene, utili e trasparenti, inserite in un contesto di visione del bene comune, ma non siamo disposti a collaborare con forze politiche che esprimano continuità con l’attuale scenario provinciale; ci vuole una forte discontinuità nei progetti e nelle persone, altrimenti sapremo come indirizzare i nostri voti.

Andrea Pacini – Presidente dei Verdi Provincia di Pistoia

 

pecch0707

Cos’è cambiato?

Volevo spendere due parole sul clima politico-sociale che stiamo respirando a Pistoia in questo periodo post-elezioni.

I giochi sono fatti, ma in realtà cosa cambia, non intendo dire cosa cambia nel palazzo ( anche lì “niente di nuovo”)- ma cosa cambia per noi “comuni cittadini”. Il consiglio comunale si è insediato tra varie difficoltà, stiamo assistendo al solito gioco delle tre carte (o forse meno), l’atteso cambiamento sperato da chi “aveva capito”, io sinceramente non lo sto vedendo, forse mi aspetto troppo, ma in realtà i cittadini è questo che vogliono e penso che lo abbino dimostrato ampiamente con i loro malumori ed il loro voto.

Il palazzo ha tremato, ma passata la paura stanno puntando a rintuzzare nel terreno le loro radici, flebili come non mai. E intanto dei veri problemi di Pistoia chi se ne occupa, l’ospedale, la nuova discarica al campo ci volo, i vari problemi legati all’urbanizzazione selvaggia ed all’impatto sul traffico ( vedi Via Fiorentina ) per non citare altre realtà tanto note quanto scomode.

La gente ha dato un chiaro segnale di cosa vuole. Maggior attenzione ai veri problemi della città e una maggior partecipazione nelle scelte che li interessano, che vanno ad incidere sulla loro vita, e allora cosa aspettano? Cosa aspettiamo?

Noi del Partito Umanista ci siamo battuti fino in fondo al fine di creare una nuova risposta, una forza di sinistra fresca, unendo le varie realtà pistoiesi desiderose di questo cambiamento per costruire una vera alternativa per la città e non per ridurci a votare questo o quello, per uscire dallo statico gioco delle due finte opzioni.

Luca Pecchioli - Partito Umanista


ciampo0707

Caro Luca, rispondo per dirti con franchezza quello che penso: dici che voi del Partito Umanista "vi siete battuti fino in fondo al fine.... di creare una nuova risposta unendo le varie realtà pistoiesi desiderose di questo cambiamento per costruire una vera alternativa per la città".

Penso che questa alternativa, a Pistoia, era costituita dalla candidatura di Giovanni Capecchi e dalle liste che lo sostenevano (basta leggere il Programma prsentato da Giovanni, per capire che era davvero un'alternativa... sulle scelte urbanistiche, sui beni comuni, sui rifiuti, sugli stili di vita, ecc. ecc.).

Il Partito Umanista è rimasto indifferente verso questa straordinaria novità ed ha voluto presentare una propria lista, perchè siete interessati a coltivare solo la vostra specificità partitica/ideologica, anche se rappresenta - come hanno dimostrato i risultati elettorali - solo lo zero virgola qualcosa per cento.

Se tante persone hanno dato un chiaro segnale del cambiamento che vogliono, nessuno - a mio parere - può dire seriamente che è grazie a quello zero virgola qualcosa.

Visto che siete pochi, ma siete giovani e anche attivi e desiderosi di impegnarvi, forse dovreste considerare la possibilità di non coltivare solo il vostro narcisismo partitico/ideologico, ma anche quello di riconoscere altre esperienze (con ideali, valori e speranze di cambiamento di una città, come della società italiana e del mondo) e  cercare di stabilire un dialogo e una collaborazione: camminare in questa direzione è comunque molto difficile, è un cammino controcorrente, è una strada sconosciuta, tortuosa,in salità, con mete tutte da scoprire.... quindi, a mio parere, nessuno dovrebbe avere la presunzione di avere certezze o verità assolute daproporre agli altri.

Un caro saluto.
Giuliano Ciampolini,
operaio tessile di sinistra    


bene0707

Caro Luca,
noi di Progetto Comune mi pare che vi avevamo lanciato un segnale di intesa , ma la vostra scelta, peraltro assolutamente legittima, è stata quella di proporvi come Partito Umanista, senza nessun apparentamento con altre liste di sinistra. Io credo , anche se con i se e con i ma la storia non è mai stata fatta, che avete commesso un grosso errore. Da quello che leggo (mi riferisco a molte tue interessanti e-mail e al programma della vostra candidata a sindaco) i vostri valori appartengono alla sinistra, quella alternativa, vera e non di palazzo. Ebbene, per la prima volta nella storia della Pistoia della Seconda Repubblica, questa sinistra si presentava davvero, insieme a Giovanni Capecchi. Voi avete scelto di non starci e penso che converrai con me che la vostra scelta non vi ha pagato in termini elettorali. Vi siete creati il vostro voto di nicchia, ma penso che la vostra forza , le vostre energie (che so essere tante) sono state vanificate dalla vostra scelta. Ripeto, non ho la verità in tasca nè sono preveggente, ma penso che ,coalizzandovi con noi, avreste ottenuto molto molto di più.
Considera questa mia riflessione come un invito per il futuro.
Non siete i soli ad essere incazzati e non siete i soli ' desiderosi di un cambiamento a Pistoia'
Cari saluti

Marco Beneforti


chessa0707

Mi pare ci sia troppa fretta nel voler tirare le somme e chiudere la partita.

Troppa fretta da parte di Luca, che fa riferimento alla realtà effettuale - come si diceva una volta – della vita quotidiana che non ha avuto cambiamenti. Ma, caro Luca, non ti sfuggirà che l’attuale situazione è il risultato di decenni di amministrazioni disinteressate alla qualità della vita delle persone, non la si modifica con un colpo di bacchetta. Anzi, con ogni probabilità, se vi fosse stato qualche intervento (necessariamente non strutturale, dati i tempi decorsi dall’insediamento della giunta) lo avremmo bollato come demagogico e inconcludente. Con questo non voglio dire che mi aspetto cambiamenti, solo che è ragionevolmente troppo presto per vederne significativi e per trarre conclusioni dall’assenza di questi.

Troppa fretta da parte di Giuliano e Marco, ai quali chiedo di distinguere tra la speranza (politica) e la realtà (effettuale). È vero che ciò che si è attivato prima delle amministrative è stato semplicemente straordinario: dal forum - che per la prima volta ha messo assieme uno spaccato veramente significativo delle componenti sociali di Pistoia - ai 1221 voti dei Verdi nel 2002 (sostenitori di Berti) diventati i 3468 voti di Arcobaleno (oppositore di Berti) + i 585 voti di Progetto Comune. Questa lievitazione è stata l’espressione di una composizione sociale, non certo solamente della crescita dei Verdi, straordinariamente incarnata nell’impegno personale di Giovanni.

Ma è altrettanto vero che l’attuale normativa rende il sindaco, dove ha l’appoggio della maggioranza consigliare come a Pistoia, il solo effettivo decisore. È vero che nei DS i maldipancia sono consistenti, ma questo può essere considerata una novità ? E se lo fosse qual’è la garanzia che tutto non finisca in una diversa spartizione di posti e poteri ? Eppoi se noi, che della nascita di questa opposizione di sinistra siamo stati partecipi, non abbiamo di meglio che affidarci agli esiti dei maldipancia dei Ds, gioire del deponteziamento della corrente scarpettiana in favore di quella bellitiana, allora forse significa che non abbiamo una smisurata fiducia nel fatto che l'area politica che abbiamo contribuito a creareve possa rappresentare una forza innovatrice determinante. C’è poi un elemento oggettivo, del quale personalmente non ho ancora compreso il senso e l’effetto: è vero che Arcobaleno e Progetto hanno rappresentato uno spaccato sociale ampio, ma i 3 consiglieri eletti sono Verdi. In fine non è trascurabile la rivisitazione a livello regionale nazionale delle intese politiche e come questo si proietterà sulle provinciali di Pistoia, tra non moltissimo tempo.

Tutto questo per dire che l’esito delle elezioni è stato interessante, ma se non ci si rimbocca le maniche tutti assieme, soprattutto quelle persone che sono attive nella società più che nella politica, per dare forza e continuità a ciò che è nato prima delle elezioni, allora con ogni probabilità avremo perso una di quelle occasioni che, nella vità di una città come Pistoia, si verificano si e no una volta al secolo. Questo potrebbe essere determinante: fare ciò che in molti abbiamo sostenuto, portare ad essere attività costante ed efficace la partecipazione democratica e l'esercizio del diritto/dovere dei cittadini di sapere e intervenire nei confronti della politica e dell'attività amministrativa .

Eviterei quindi con grande cura di erigere muri tra gli amici di Giovanni e gli altri, così come di chiudersi, in un senso o nell'altro, sulla valutazione di ciò che invece è necessariamente in evoluzione e che richiede partecipazione attenta e non acritica adesione identitaria.

Mauro Chessa

 

ciampodopo

Carissimi/e, a mio parere le 6.552 persone che - nel primo turno - hanno votato per Giovanni Capecchi, nel ballottaggio... si sono divise in tre diverse scelte, più o meno della stessa consistenza numerica:
1)
circa 2.500 persone hanno scelto di non andare a votare(o di andare e votare scheda bianca o nulla);
2) circa 2.000 persone hanno scelto di votare per Alessandro Capecchi (anche a costo di rischiare di cadere "dalla padella nella brace") ed evidenziando che, anche tra chi vuole il cambiamento, c'è una grande confusione sui contenuti programmatici e sulla direzione che dovrebbe prendere un cammino indirizzato verso il cambiamento;
3)
circa 2.000 persone hanno votato Renzo Berti(in contrapposizione al candidato della destra berlusconiana), nonostante la "sofferenza" per non aver letto nessuna dichiarazione di attenzione e di impegno di Berti nei confronti dei contenuti scritti nel Programma presentato da Giovanni Capecchi): queste 2.000 persone - nei risultati scaturiti dal ballottaggio - sono quelle più invisibili, perchè non risultano nel risultato di Berti(dai 23.620 voti nel primo turno, a 23.590 nel secondo turno... cioè 30 in meno), perchè hanno sostituito il voto di circa 2.000 persone che - nel primo turno - hanno votato per una delle liste della coalizione sostenitrice di Berti, ma nel secondo turno non sono andate a votare per esprimere - anch'esse - una critica a Berti).
Questa analisi, se corrisponde alla realtà(e tutte le informazioni sulle scelte delle persone che conosco mi confermano che corrisponde), evidenzia una critica a Renzo Berti ed al suo Programma (quello che, anche dopo le elezioni, enfatizza come un programma da attuare... senza nessuna significativa riflessione) che va oltre quello che appare dai risultati elettorali: nei giorni scorsi ho letto(sulle pagine locali dei giornali) paginate di interviste a vari dirigenti Ds o di area Ds (V. Chiti, L. Scarpetti, A. Fragai, D. Quiriconi, ecc.) e mi hanno impressionato per la genericità e per il tentativo di minimizzare(riducendo tutto alla sola necessità di stabilire un rapporto e un dialogo più intenso con i cittadini), ma niente sulla necessità di confrontarsi sui contenuti programmatici che esprimono un'altra idea di modernità (quella che cerca di stabilire un rapporto di maggiore coerenza tra etica e scelte politiche e tra sviluppo economico e le devastanti conseguenze sull'equlibrio ecologico del pianeta... insieme al moltiplicarsi delle ingiustizie, del lavoro senza dignità e senza diritti e della crescente sofferenza sociale).  
Sia pure senza dire niente di concreto, l'unica dichiarazione significativa... è stata quella di Sabrina Sergio Gori (rieletta Sindaca di Quarrata per pochi voti di differenza con il candidato della destra): "bisognerebbe essere ciechi e sordi... per non capire la critica che ci è stata rivolta da molte persone" (per come l'ha detta, ho avuto la sensazione che fosse una riflessione sincera... e spero che prenda in considerazione alcuni dei contenuti programmatici portati a Quarrata anche da personalità come Riccardo Petrella e Alex Zanotelli e non perchè quei contenuti portano sicuramente consensi elettorali: anzi, proprio perchè fanno i conti con le ingiustizie e con il disastro ecologico, mettono in discussione, insieme alle scelte politiche... anche gli stili di vita di ogni persona e quindi sono difficilmente digeribili da chi è abbagliato dalle luci e dalle vetrine che questa società reclamizza ogni secondo... ma sono le scelte necessarie da chi si propone un futuro che consenta una vita degna per tutti e che sia sostenibile dal nostro pianeta).

Renzo Berti non ha fatto dichiarazioni di questo tipo... ma, nel suo ringraziamento a tutti i pistoiesi, ha detto una cosa che (se fosse sincera) è positiva: "... sarò il Sindaco di tutti i pistoiesi, nessuno escluso, ma cercherò di esserlo un po' di più per coloro che sono in difficoltà o in condizioni di debolezza" e continua a ripetere "Non vedo differenze programmatiche rilevanti con il Programma di Giovanni Capecchi" (senza precisare dove vede una comunanza di analisi e di proposte....).  

Come sapete, nei sogni io sono ottimista (anche se cerco di tenere i piedi per terra e di vedere la realtà.... che, al contrario, mi induce al pessimismo): quindi, provando a sognare, ho immaginato Renzo Berti che scriveva una lunga lettera alle persone che hanno votato per Giovanni Capecchi:  

"Cari/e cittadini/e pistoiesi, nell'ultimo manifesto elettorale, i partiti che hanno sostenuto la mia riconferma nella carica di Sindaco di Pistoia, hanno scritto "Abbiamo capito" ed ora, con questa lettera, confermo che anch'io ho capitola comunità.. sente il bisogno di un nuovo inizio, di vivere i prossimi anni con un coinvolgimento maggiore del passato nel governo della città. Non c'è campo nel quale non siano attivi cittadini responsabili, competenti, ricchi di idee e di proposte innovative.  Una moderna comunità è fatta di condivisione, di decisioni assunte insieme e realizzate con il concorso di ciascuno, di consapevolezza dei traguardi da raggiungere e di attenzione affinché a tutti sia garantito il diritto di dissentire, senza per questo essere emarginati.  
Vogliamo adottare un metodo di governo fortemente partecipativo.
È infatti solo attraverso la libera espressione di pareri, critiche, proposte, giudizi, che è possibile qualificare e arricchire di contenuti l'azione amministrativa, individuare soluzioni che tengano conto delle legittime istanze di persone e di gruppi, restituire efficacia all'attività pubblica, fondare su nuove e più salde basi il rapporto di fiducia tra cittadini e istituzioni e, dunque, rafforzare la legittimazione di queste ultime. Credere nella partecipazione significa favorire la creazione di spazi, di occasioni, di meccanismi decisionali che diano la possibilità concreta ai cittadini di far sentire la loro voce, anche se eterodossa e non allineata.
  Siamo altresì convinti che nessun sistema locale possa pensare il proprio futuro ignorando che l'intera umanità deve stabilire, in tempi molto stretti, un nuovo rapporto con la natura e con l'ambiente. Nessuno può pensare che questo non sia un suo problema.   Il Comune sarà impegnato su diversi versanti, a partire dalla programmazione urbanistica, per promuovere una cultura della sostenibilità ambientale, sociale e per affermare nuovi modi di agire:
Uso razionale dell'energia
1. Il nuovo Comune intende soddisfare il fabbisogno energetico degli edifici pubblici o ad uso pubblico con il ricorso a fonti rinnovabili e assimilate.
Elaborerà inoltre uno specifico Piano Energetico che si collegherà, da un lato con un bilancio ambientale globale e, dall'altro, con il Regolamento Urbanistico. Con l'elaborazione del Piano sarà avviato un censimento sistematico della situazione e saranno fissate un'insieme di azioni volte a
garantire l'approvvigionamento a costi congrui delle fonti di energia, la riduzione degli sprechi e il miglioramento dell'efficienza energetica nei consumi finali, la pianificazione di interventi di "edilizia sostenibile" e di ecoefficienza delle costruzioni, la realizzazione sul territorio comunale di impianti di energia da fonti rinnovabili.
Qualità dell'aria e riorganizzazione della mobilità
2. Il territorio comunale presenta una situazione di criticità rispetto al superamento dei valori limite di una serie di agenti inquinanti, compromettenti la qualità dell'aria. Gran parte delle emissioni inquinanti è dovuta al traffico veicolare (responsabile del 94,8% delle emissioni di monossido di carbonio) e alla combustione degli impianti di riscaldamento. Per tutelare la salute dei cittadini (in particolare anziani e bambini) e migliorare la qualità della vita è
necessario un piano di azioni che punti a :
a. ridurre il traffico veicolare studiando soluzioni che siano coerenti con la programmazione infrastrutturale regionale e nazionale in un quadro di concertazione e partenariato con i comuni vicini, scongiurando progetti faraonici e inadeguati... o altre soluzioni improvvisate e inefficaci che derivano dalla esperienza della precedente amministrazione;
b. incentivare il miglioramento del parco veicoli circolante al fine di ridurre le emissioni inquinanti;
c. ridurre le emissioni degli impianti di riscaldamento e ridefinire il regolamento comunale per i controlli degli impianti termici civili;
d. incentivare la diffusione dell'energia solare e la metanizzazione degli impianti di riscaldamento e dei veicoli;
e. ridurre l'inquinamento acustico ridefinendo i criteri della zonizzazione acustica;
f. promuovere e organizzare il collegamento leggero (percorsi pedonali e ciclabili, parcheggi scambiatori gratuiti, servizi di trasporto pubblico, ecc.) fra la città storica ed i quartieri;
g. potenziare la rete delle piste ciclabili, ampliando il sistema dei servizi alla ciclabilità;
h. migliorare il sistema di trasporto pubblico, integrando i sistemi di trasporto pubblico locale urbano ed extraurbano su gomma e rotaia;
i. ridefinire la logistica cittadina per le merci passando, ad esempio, ad un sistema basato su una piattaforma esterna che opera con mezzi ecocompatibili;
j. migliorare il sistema dei parcheggi a servizio di una mobilità sostenibile anche incentivando esperienze più innovative di utilizzo comune dei veicoli;
k. modernizzare la rete ferroviaria(a partire dal collegamento con Firenze) rendendola effettivamente competitiva, valutando la possibilità di utilizzarne tratti come una metropolitana di superficie;
l. riorganizzare, di concerto con gli altri Comuni interessati, la viabilità della piana, costruendo un Piano Integrato della Mobilità, secondo quanto previsto nel PTC provinciale, intervenendo anche sugli orari e il coordinamento degli stessi fra i diversi centri della Piana.   Edilizia sostenibile e certificazione degli edifici
3. Sulla base "Linee guida per l'edilizia sostenibile in Toscana" prodotte dalle Regione Toscana nel maggio 2006 il Comune promuoverà l'ecocompatibilità degli edifici nuovi e da ristrutturare: assenza di sostanze inquinanti; illuminazione naturale; isolamento acustico; riutilizzo delle acque piovane;
materiali ecologici usati per la costruzione, consumi energetici ridotti. Per contribuire a raggiungere questi risultati, il Comune potrà inserire nel proprio regolamento edilizio le principali regole della bioedilizia:
a. ricercare uno sviluppo armonioso e sostenibile del territorio, dell'ambiente urbano e dell'intervento edilizio;
b. tutelare l'identità storica della città e favorire il mantenimento dei caratteri storici e tipologici legati alla tradizione degli edifici;
c. contribuire, con azioni e misure, al risparmio energetico e all'utilizzo di fonti rinnovabili;
d. costruire in modo sicuro e salubre;
e. ricercare e applicare tecnologie edilizie sostenibili sotto il profilo ambientale, economico e sociale;
f. utilizzare materiali di qualità certificata ed ecocompatibili;
g. progettare soluzioni differenziate per rispondere alle diverse richieste di qualità dell'abitare;
h. garantire tramite opportune politiche ed incentivi la sicurezza e la qualità sanitaria degli edifici, considerando anche tutti gli aspetti di rischio dell'inquinamento elettromagnetico;
i. applicare la domotica per lo sviluppo di una nuova qualità dell'abitare;
j. promuovere la formazione professionale, la progettazione partecipata e l'assunzione di scelte consapevoli nell'attività edilizia.   Produzione, raccolta e smaltimento dei rifiuti
4. Il nuovo Comune intende promuovere un programma pluriennale che consenta di raggiungere, entro il 2020, l'opzione zero, cioè il completo riutilizzo dei rifiuti prodotti ottenuto tramite la riduzione alla fonte, l'estensione della raccolta differenziata - anche rafforzando e incentivando il porta a porta -, il riutilizzo sistematico dei materiali, la sperimentazione di nuove tecnologie, a basso o nullo impatto sull'ambiente, tendenti a superare il concetto stesso di distruzione dei rifiuti, sono tutti obiettivi che vanno perseguiti attraverso un forte coinvolgimento dei cittadini.
Uso razionale dell'acqua
5. L'acqua è un bene comune, una risorsa fondamentale del nostro territorio, un tratto distintivo della nostra identità. Per questi motivi la gestione dell'acqua deve essere sottratta a logiche di speculazione privata. Il nuovo Comune opererà... garantendo i diritti dei cittadini al controllo integrale della risorsa. Nello specifico il nuovo Comune si impegnerà affinché l'assemblea dei sindaci dell'ATO decida.... una modifica dello statuto della stessa società in maniera da consentire la società in house. Il comune intende inoltre favorire:
a. l'effettiva fruizione del bene per tutti i cittadini..... b. la riduzione degli sprechi e una cultura dell'uso differenziato dei diversi tipi di acqua;
c. la lotta all'inquinamento, con un'azione sistematica volta, prima di tutto, ad aumentare la consapevolezza dei cittadini in merito;
d. una cultura di riconoscimento dell'importanza della risorsa, con particolare riferimento al contesto ambientale, area a vocazione naturalistica, e verificando la possibilità di partecipare al progetto delle vie dell'acqua (promozione della socializzazione e dell'utilizzo dell'acqua di sorgente, valorizzazione delle sorgenti).   Uso razionale del suolo
6. Il nuovo Comune intende applicare con rigore le norme che prevedono che ulteriori occupazioni del suolo siano possibili solo quando obiettivi di chiaro interesse collettivo non possano essere raggiunti altrimenti. Inoltre modificherà il Regolamento Urbanistico per garantire che le modifiche delle destinazioni di uso siano trasparenti e siano parte di processi di riqualificazione urbana. È obiettivo del nuovo Comune non compromettere, comunque, gli equilibri biologici e paesaggistici che si sono storicamente formati nel nostro territorio, nel quadro di un piano strategico per la messa in sicurezza idrogeologica dei quartieri e dei paesi.   Promozione dello sviluppo rurale
7.
Nelle aree scarsamente urbanizzate, nei paesi, nelle zone collinari, il Comune intende favorire forme di sviluppo sostenibile che integrino attività agricole, attività turistiche, attività commerciali, valorizzazione dei prodotti tipici, dei saperi e dei sapori tradizionali, e della forme associative e culturali locali. Andrà perciò garantito non solo un livello adeguato dei servizi pubblici essenziali, ma anche una corretta manutenzione delle infrastrutture di comunicazione, degli spazi di socializzazione, delle aree boschive e a verde, coordinando l'azione pubblica con quella dei cittadini, delle associazioni e delle imprese.   Bilancio ambientale
8.
Il nuovo Comune svilupperà le esperienze già svolte di elaborazione del bilancio ambientale dell'Ente, con l'obiettivo non solo di rendere conto ai cittadini dell'impatto ambientale degli interventi comunali, ma anche di limitare tale impatto, in particolare con l'adozione di una sistematica politica di "acquisti verdi" e con una valutazione integrata e strategica degli effetti ambientali prodotti. Inoltre si intendono sperimentare forme di bilancio ambientale globale, cioè valutazioni di quanto costa alla collettività la gestione attuale dei problemi ambientali, in modo da favorire una discussione su una
gestione diversa, innovativa, basata sulla prevenzione, sull'eliminazione degli sprechi, sull'assunzione delle responsabilità, sull'individuazione di soluzioni tecnologiche e organizzative innovative.
  Per quanto riguarda una delle scelte che ha fortemente contribuito alla divisione dell'Unione a Pistoia, ribadisco la necessità di valorizzare l'opportunità della realizzazione del nuovo ospedale. In termini strategici la riforma del sistema di tutela della salute dei cittadini passa innanzitutto attraverso la costruzione del nuovo ospedale e... la promozione di una attenta integrazione e pianificazione di Area Vasta. Si tratta di un'opportunità storica per creare strutture assai più funzionali ed efficaci delle attuali e per garantire in modo concreto il diritto alla salute. Pertanto il Comune si impegnerà:
a. a realizzare, di concerto con gli altri Comuni interessati, una campagna di informazione e per attivare la partecipazione dei cittadini, con l'obiettivo non solo di promuovere nuovi livelli di consapevolezza, ma anche di contribuire alla definizione delle modalità attuative del nuovo
sistema;
b. a verificare se esiste la possibilità di collocare in un sito più idoneo dell'attuale il nuovo ospedale, fermo restando che non realizzare la nuova struttura sarebbe un danno gravissimo per la nostra comunità locale; l'eventuale nuova collocazione andrà individuata attraverso un percorso partecipato e trasparente.   Queste riflessioni le metto a disposizione di tutti, come contributo per dimostrare che abbiamo capito e che dobbiamo continuare il confronto (aperto a tutti i cittadini) per ricostruire anche a Pistoia l'Unione di centro sinistra.   Cordiali saluti. Renzo Berti ..................... P.S - Ovviamente è una lettera frutto solo dell'immaginazione, perchè queste riflessioni e queste proposte - nella realtà - fanno parte del Programma di un altro candidato a Sindaco: Andrea Tagliasacchi, anch'esso Ds e candidato a Lucca da tutto il centro sinistra(quello che si esprime tramite i partiti e tramite tante associazioni e movimenti). Con questo Programma, Andrea Tagliasacchi, ha raggiunto soltanto il 47,5% dei consensi elettorali... ma è comunque una dimostrazione concreta che (quando la politica non ha come scopo principale l'occupazione del potere... e non è subalterna ad un'idea di modernità che asseconda le tendenze naturali del cosiddetto "mercato" e lo "sviluppismo" che ne deriva...) anche un candidato a Sindaco Ds (sostenuto da tutti i partiti di centro sinistra) può proporsi un Programma per "un'altra città" e quindi in sintonia con la necessità di cambiamento che scaturisce dai grandi problemi dell'epoca contemporanea. ...........................................................................
http://www.andreatagliasacchi.it/ http://www.andreatagliasacchi.it/PDF/Programma_Tagliasacchi_Lucca_in_Comune.pdf

 

 

 

 

capecchi

6.552 GRAZIE  ! ! !

Ad una settimana esatta dal voto, desidero tornare a ringraziare le 6.552 persone (pari al 13,34%) che mi hanno votato come candidato sindaco e le oltre 4.000 persone (pari al 9%) che hanno votato le liste “Arcobaleno su Pistoia” e “Progetto Comune”.

Gli ultimi mesi, per me e per coloro che con me hanno fatto questo tratto di strada, sono stati intensi e ricchissimi. Siamo riusciti a dimostrare che è possibile un modo diverso di fare politica, basato sulla trasparenza e sulla partecipazione. Abbiamo contribuito alla nascita di un forum dei cittadini che ha costruito le basi programmatiche con le quali ci siamo presentati agli elettori; abbiamo organizzato la festa delle primarie il 18 marzo scorso, distinguendoci da tutti coloro che predicano solo a parole la partecipazione; e abbiamo costruito un’alleanza tra verdi, sinistra, mondo cattolico, associazionismo e comitati che ha rappresentato la vera novità delle elezioni. Inoltre, siamo riusciti a condurre una campagna elettorale all’insegna della semplicità, della sobrietà e della fantasia. Con pochi soldi e con tanto entusiasmo, abbiamo girato a piedi il territorio comunale, dalla montagna alla pianura, dialogando con tante persone in incontri pubblici e in colloqui informali.

Questa campagna elettorale e l’esito del voto di una settimana fa, ci hanno dimostrato che molte cose da noi proposte sono condivise da un’ampia fascia di popolazione: una politica che si avvicini ai cittadini, che sappia ascoltare, che riduca i propri privilegi e che riporti al minimo previsto dalla legge gli stipendi di sindaco e assessori e tutte le indennità a queste collegate; una nuova politica urbanistica, che restituisca dignità alla pianificazione, che metta fine alla cementificazione e che investa sul verde; una politica di sostegno al piccolo commercio del centro storico e delle frazioni montane che non autorizzi nuovi centri commerciali; un impegno forte sul fronte dell’ambiente, dai rifiuti (con l’estensione a tutto il territorio della raccolta differenziata porta a porta) all’energia (con un piano per il risparmio energetico e un regolamento edilizio che punti all’autosufficienza energetica nei nuovi edifici); una gestione pubblica di un bene comune e vitale come l’acqua; una attenzione nei confronti delle fasce più deboli della popolazione, affrontando con determinazione i problemi legati alla casa, all’inaccessibilità di tante strutture pubbliche e private, all’assistenza per la popolazione anziana e non autosufficiente; un impegno dell’ente locale per la pace, attraverso la costituzione di un apposito ufficio e attraverso l’approvazione di un regolamento etico che escluda, per esempio, il ricorso a banche “armate” per mutui e finanziamenti.

Questi sono alcuni temi che abbiamo proposto e attorno ai quali intendiamo lavorare nei prossimi anni, forti del risultato elettorale ottenuto che ci impegna alla coerenza, alla serietà e alla concretezza. Ma in questi mesi di campagna elettorale abbiamo anche ricevuto molti stimoli e molte proposte dai cittadini che abbiamo incontrato. E anche questo patrimonio ricchissimo non lo dimenticheremo nel nostro impegno amministrativo.

Per ringraziare gli elettori e per incontrare tutti coloro che desiderano proseguire un dialogo con me e con le liste che mi hanno sostenuto, sarò al comitato elettorale di Via Castel Cellesi, nei pressi della Sala, mercoledì 6, dalle ore 17,30 alle ore 20, e sabato 9, dalle 10 alle 13.

Nei prossimi mesi, prima della fine dell’estate, mi impegno inoltre a tornare nelle strade, nei paesi e nelle frazioni in cui ho condotto la campagna elettorale, per ringraziare personalmente chi ci ha ascoltato, chi ci ha aiutato, chi ci ha arricchito con proposte e idee e chi ci ha votato.

Giovanni Capecchi

 

 

 

 

 

furiodopo

Inviata ai media il 1 giugno 2007

Gentile direttore, come candidato della lista “Verdi – Arcobaleno su Pistoia” mi sento coinvolto in prima persona in questo secondo turno elettorale e aspetto con interesse di sapere chi vincerà il ballottaggio, vero e proprio incubo di Berti e del centrosinistra pistoiese.

Da un punto di vista morale la nostra coalizione ha effettivamente vinto il primo turno e possiamo ben dire che avevamo avvertito il sindaco e la sua coalizione che il clima politico era cambiato. Non siamo stati ascoltati, ma il giudizio degli elettori ha confermato che interpretavamo un malessere diffuso contro la giunta in carica.

Berti e Scarpetti cercano di spiegare la sconfitta, perché di sconfitta si tratta, o ricorrendo ad argomenti pretestuosi come la scarsa comunicazione (la prossima volta invece di spendere milioni per opuscoli patinati, brochure, mostre, tagli di nastri e spot pubblicitari imparino a confrontarsi con i cittadini) o lamentando la divisione della sinistra. Divisione che, è bene ricordarlo, è causa della loro arroganza, non nostra.

Era scontato che adesso dal sindaco e dal centrosinistra venisse un flebile appello all’unità. Su questo punto credo che Giovanni Capecchi, e le due liste che lo appoggiano, dovrebbe necessariamente riflettere perché non è più possibile ricominciare da zero come se niente fosse. C’è da dire, inoltre, che ci siamo divisi anche perché abbiamo idee differenti su cosa si debba oggi intendere per sinistra.

Per Berti e Scarpetti, la sinistra si riduce a un generico riformismo, a una pretesa efficienza, alla subordinazione della politica all’economia, alle liberalizzazioni a scapito degli interessi della comunità, a una falsa idea di sviluppo che nei fatti degenera nell’intreccio tra affari e politica; in pratica, una sinistra banale che non esprime più alcuna energia idealistica, riflesso di un ceto politico autoreferenziale che persegue i propri interessi a qualunque costo, vada come vada.

Per noi essere di sinistra vuol dire un’altra cosa. Vuol dire progetto, missione, identità storica, diversa qualità morale, difesa dei diritti, ma anche richiamo ai doveri.

Per quanto mi riguarda, affinché si possa accogliere l’invito a ricomporre la frattura con il centrosinistra servirebbero segnali forti: primarie (vere non ammaestrate), partecipazione, giunta formata senza ingerenze di lobby partitiche, allontanamento delle persone più screditate, meritocrazia che premi i capaci ed escluda parenti, amici e sodali, diversa collocazione del nuovo ospedale, ripensamento del piano urbanistico, tutela dell’ambiente, diversa politica culturale, riorganizzazione interna dell’amministrazione. Non mi sembra che da Berti e dal centrosinistra siano venuti segnali in questa direzione. Pensare che tutto si possa risolvere invocando una astratta unità ideologica che prescinda dai programmi, dagli uomini e dai comportamenti è la strumentale parodia di un passato che appartiene ormai alla storia del Novecento. Non ci resta allora che avere il coraggio di metterci contro l’attuale centrosinistra e agire in autonomia, ma siccome siamo responsabili lasciare ai nostri elettori di votare seconda coscienza.

Proprio dalla esperienza fallimentare della giunta Berti, noi dobbiamo, convinti della bontà del nostro progetto, ripartire dal 13 % che abbiamo ottenuto per essere tra cinque anni i protagonisti principali delle prossime elezioni amministrative e contribuire a costruire il futuro di questa città. Dobbiamo far capire con estrema chiarezza alla gente, anche quella che non ci ha votato, il carattere di discontinuità che vogliamo rappresentare nei confronti degli attuali gruppi dirigenti del centrosinistra, nessuno escluso. Dobbiamo provare a costruire una opposizione capace di misurarsi sui problemi reali, con proposte efficaci e convincenti attorno alle quali unire chiunque voglia impegnarsi per la crescita della città e del suo territorio, a prescindere dalle provenienze del passato. Conquistare le coscienze, non gli apparati, è il nostro compito, perché sono le coscienze a decidere il nostro domani.

Furio Biagini

 

 

 

 

 

 

lettera

Tieni duro Giovanni !!

In queste ore è inevitabile che si confrontino due tradizioni politiche: quella della sinistra intransigente e quella della sinistra di governo, che pensa che chi sta fuori dalla stanza dei bottoni conta poco. Ambedue rispettabili ma geneticamente diverse ed in perenne conflitto.

Tu, caro Giovanni, hai saputo interpretare al meglio la prima sinistra, quella che con questo voto (che per Pistoia, così ingessata e legata da mille laccioli, rappresenta un fatto etimologicamente straordinario, difficilmente ripetibile) non vuole solo dare un segnale a chi comanda ma fare ben altro: essere la forza motrice per un cambiamento profondo.

Questo cambiamento è vitale; a Pistoia la sinistra istituzionale ha avuto tempo e agio per sviluppare legami con la Massoneria, la finanza che preferisce la speculazione agli investimenti sul territorio, i costruttori che, del tutto legittimamente, si fanno gli affari propri. Gli stessi ambienti con cui la destra ha un innato feeling.

Con queste condizioni ambientali dare vita all’opposizione di sinistra, libera da compromessi ed indipendente, non soddisfa solo una esigenza identitaria, soprattutto è una questione di igiene sociale !

Sbaglia chi considera l’affermazione tua e di Arcobaleno su Pistoia, oltre al piccolo contributo di Progetto Comune, frutto del voto di protesta. Tu, io e chi ha seguito il lavoro da prima del Forum sa perfettamente che è molto di più. È una rivoluzione valoriale, una precisa e determinata volontà di cambiamento nel modo di affrontare la politica e l’amministrazione.

Insieme abbiamo talvolta sostenuto l’importanza della partecipazione e di un nuovo modo di affrontare l’impegno politico. Il grande successo personale e politico che hai colto ti porta ora ad essere la bandiera di questo sentire. È una grande responsabilità, non puoi limitarti ad affrontarla, la devi valorizzare.

Per parte mia non posso fare nulla più che sostenere quella che so essere la tua posizione: nessun compromesso con questa sinistra anagrafica o con questa destra autentica.

Non chiedere garanzie, in vista del ballottaggio te ne porteranno a iosa, lo fanno da decenni di mestiere, resisti alle sirene che dentro il tuo gruppo e fuori ti canteranno l’importanza e i vantaggi di un accordo con Berti, magari non tanto vistoso ma certamente fruttuoso. Non dare retta ai paladini della consueta linea ‘la politica è compromesso’.

La politica può essere la capacità di costruire l’auspicabile futuro, non la meschina furbizia di chi sa approfittare dell’odierno possibile.

L’esperienza di Unaltracittà/unaltromondo a Firenze ha dimostrato che si può fare opposizione a sinistra, oltre e ben più in profondità che sotto elezioni, e costruire prospettive di grande respiro e di rilevanza nazionale.

Lasciaci la speranza che si può fare e troverai chi ti aiuta a farlo.

Adesso, grazie al tuo lavoro, sappiamo che anche a Pistoia non è più utopia.

Mauro Chessa ­ Officina Politica Pistoiese

 

 

 

 

nuovacitta

Nuova città: “primarie sempre e comunque”. Anzi no.

Non patisco inceppi nel definirmi di sinistra, ma nel farlo sento impellente la necessità di specificare che il mio sentimento si sostenta nell’analisi del contesto locale.

La lettura dell’articolo dell’Associazione “Nuova Città, Rete dei cittadini per l’Ulivo” (cronaca de La Nazione 7-2-07) mi è risultato salvifico, sottraendomi con lo strattone della coerenza ad un momento di debolezza esistenziale, che stava per catapultarmi oltre confine, nella Lega, considerati i miei natali cisalpini.

Quel mirabile pezzo mi ha profuso la luce dell'eroismo intellettuale: la citata Associazione, paladina delle primarie pistoiesi, coniatrice del perentorio slogan futuristico “primarie sempre e comunque”, solamente 3 - dicasi tre - giorni dopo che NON si sono tenute le primarie a Pistoia e provincia, diversamente da quanto accaduto nel resto della Toscana, si dice pronta a “mettere da parte la delusione”. Questo eroico superamento di uno stato d'animo pernicioso come la delusione trova radici profonde, come atteso dai maestri della politica provincialpopolare: non è l'esito di una terapia di gruppo new age bensì, ci si informa, dato che in politica il troppo non stroppia, essere il frutto maturo nientemeno che della “passione civile”.

Benché quando propugnavano le primarie - per una incomprensibile e imperdonabile disattenzione - nell’Ulivo non se li sia filati alcuno, tale epocale dietrofront pone ora l'Associazione nella condizione di avanzare perentorie pretese statutarie, segnatamente a riguardo del corredo del nascituro Partito Democratico: “il nuovo soggetto politico dovrà darsi regole e metodi democratici interni”. Suona rigoroso e terribile il monito agli odierni partiti di riferimento, che non sono palesati detentori di tale minimo requisito, atteso per il futuro. Tale monito, così sovraordinato alla meschinità di certa politica, spazza ogni falsa interpretazione, anche quella di chi dubita che il merito del previsto eventuale conseguimento delle “regole e metodi democratici interni”, nell'eventuale Partito Democratico, non potrà ascriversi alla tremolante fermezza di chi non lascia posar foglia per dirsi pronto a “mettere da parte la delusione”.

Questo sofferto quanto repentino accantonamento - che nessuno avrà richiesto, non per l'inadeguatezza del richiedente ma nella certezza della generosa gratuità - si corrobora, ad abbundantia, in un ulteriore appello “a quelle forze politiche che si dichiarano impegnate, localmente, alla costruzione del Partito Democratico”. Le stesse che non hanno minimamente considerato - per la incomprensibile e imperdonabile disattenzione di cui sopra - la fervente richiesta etica dell'Associazione. Ma questa apparente incongruenza si scioglie al sol dell’avvenir, perché tali forze, un giorno, quando andranno a fondersi nella formidabile lega del Partito Democratico, rappresenteranno la “unica possibilità e fattore di cambiamento non regressivo, nell’attuale contesto politico”. È lapilassiano, eccetto che per quei derelitti che riservano la fede a campi diversi, che la prodigiosa alchimia delle segreterie di partito sommerà le due ortiche refrattarie sinanco alle primarie per dare, un fulgido domani, la stupenda orchidea, regina della democrazia interna e, in grazia di Dio, persino esterna. Altrettanto chiaro è che non vi debba essere alcun timore nell'accostarsi alle ispide ortiche che or ci toccano, anche se non manifestano alcun cenno di conversione alla futura luminosa democraticità dell’orchidea-Partito Democratico: la fede ci sottrae senza alcun dubbio, qui e oggi come per l'eternità, all’ingiuria delle bolle purulente.

Ma bando alle ciance e strame sui detrattori che vorrebbero surrettizie differenze tra la nobile arte circense e la politica, da oggi Pistoia sa che Berti ha degni sostenitori anche nella sinistra più esigente.

Mauro Chessa – Officina Politica Pistoiese

 

noberti

Comunicato stampa di Nuova Città – Cittadini per l’Ulivo

Come arrivare alla scelta del candidato a Sindaco del Comune di Pistoia in occasione delle elezioni amministrative del 2007

Riteniamo che l’uscita in ordine sparso, sulla stampa locale, dei partiti della maggioranza consiliare per riconfermare prontamente Renzo Berti quale futuro Sindaco di Pistoia, sia di per sé un fatto quanto meno discutibile, così come lo sono state le recenti esternazioni di singoli ministri del Governo Prodi, che tanto sconcerto hanno suscitato negli elettori dell’Unione.

E’ nostra convinzione che la proposta di designazione o di conferma di un candidato a sindaco spetti all’intera coalizione, comprensiva di tutte le forze politiche che ne fanno parte, come una sola voce, e non dei singoli partiti che partecipano al governo della città, con propri rappresentanti nella Giunta guidata da colui del quale, solertemente, auspicano la riconferma.

Non ci risulta che questo argomento sia mai stato affrontato al tavolo dell’Unione comunale, di cui l’Associazione politica Nuova Città, così come l’Italia dei Valori, fa parte.

Auspichiamo perciò che queste uscite estemporanee rappresentino un incidente di percorso e non siano emblematiche di una sostanziale assenza di regole interne.

Siamo comunque persuasi, nella nostra veste di intermediari fra ceto politico e cittadini, e da convinti assertori delle primarie “sempre e comunque”, per le cariche monocratiche, che se vogliamo stringere un nuovo patto fra elettori, partiti ed eletti, sia doveroso non disattendere le aspettative delle migliaia di Pistoiesi che, con entusiasmo, hanno partecipato alla primaria del 16 ottobre 2005 per scegliere il loro candidato alla guida del Governo italiano.

Anche nel caso di Renzo Berti, senza entrare nel merito del suo operato di sindaco al primo mandato, riteniamo che l’indicazione di chi dovrà rappresentare l’Unione alle elezioni amministrative del 2007, in una fase così complessa ed impegnativa della vicenda economica ed urbanistica della città, dovrebbe coinvolgere l’intero corpo elettorale del Centrosinistra, attraverso primarie aperte in cui il Sindaco uscente si presenti alla riconferma dei cittadini, a fianco di altri candidati che con lui condividano le linee programmatiche elaborate dall’intera coalizione

Associazione Politica Nuova Città –Rete dei Cittadini per l’Ulivo

Pistoia 29-05-2005

 

da “Nuova città” - Rete Nazionale dei Cittadini per l’Ulivo - Pistoia

Il re è vestito, ma i suoi abiti non sono nuovi, né sfolgoranti.

Ora che la Cassazione ha decretato la fine della campagna elettorale più avvelenata che la Repubblica ricordi, riteniamo sia giunto il momento di offrire una lettura del risultato ottenuto dalla nostra parte politica e di esprimere alcune considerazioni.

Chi ha vinto e chi ha perso in provincia di Pistoia? Trattandosi di elezioni svolte con il sistema proporzionale, i risultati da confrontare per avere risposte attendibili sono quelli della quota proporzionale del 2001 per la Camera. Poiché l’affluenza dei votanti è stata pressoché uguale nelle due tornate, anche i dati percentuali risultano confrontabili senza bisogno di aggiustamenti. Ha vinto innegabilmente l’Unione, con il 58% dei rispetto al 2001 suffragi e con un piccolo incremento sia al Senato che alla Camera rispetto al 2001. La CDL, tuttavia, non è arretrata e questo è segno di un bacino elettorale sostanzialmente immobile. Gli spostamenti sono invece avvenuti all’interno delle due coalizioni, con un travaso di voti da una forza politica all’altra.
All’interno dell’Unione ha certamente riscosso successo la lista dell’Ulivo alla Camera, rispetto ai due componenti, che al Senato, sommando i voti ricevuti separatamente, hanno ottenuto quasi il 5% in meno. Confrontando questi dati con quelli del 2001, possiamo inoltre riscontrare un ulteriore calo sia dei DS che, soprattutto, della Margherita. Rispetto all’attuale affermazione dell’Ulivo, è però opportuno segnalarne la diminuzione del 5,72% rispetto alle regionali del 2005, sintomatica della delusione di alcuni elettori “ulivisti” nell’ultimo anno.
Altri fenomeni degni di nota sono da una parte la crescita alla Camera di R.C e dei C.I, dall’altra il voto disgiunto di molti elettori, che hanno scelto l’Ulivo alla Camera, mentre al Senato hanno preferito R.C, o l’IDV, anziché optare per i DS o per la Margherita. Non è stato invece premiato il cartello di Verdi-Comunisti Italiani, che al Senato ha ottenuto meno della somma dei voti ricevuti dai due partiti alla Camera. Quali schematiche conclusioni possiamo trarre da questa analisi? 1)L’Unione vince, com’è naturale da noi, ma non intercetta voti. 2) L’Ulivo ha maggiore successo dei due partiti che l’hanno costituito, ma appare meno vitale rispetto al 2001 e al 2004. Evidentemente quel simbolo non riesce a convincere come in passato, in assenza di forti spinte innovative, quali l’avvio del processo costituente di un nuovo Ulivo, aperto sia ad altre forze politiche, sia a quei cittadini che esprimono una domanda di impegno politico, senza riconoscersi negli attuali partiti. 3) L’asse della coalizione si sposta a sinistra ed in un’area più laica, ma piuttosto che di scelte ideologiche si tratta di avvertimenti e di un pressante invito al cambiamento, che condividiamo. 4) La crescita di alcuni piccoli partiti può segnalare sia una disaffezione verso la classe dirigente delle formazioni più grandi, sia la richiesta di una vera “unione” e di pari dignità tra le forze politiche. 5) Il minore entusiasmo evidenziato dal popolo di Centrosinistra (lo si è notato anche durante la campagna elettorale) è sintomo di disincanto per il modo verticistico ed elitario con cui sono stati definiti sia le liste che il programma, oltre che per la scarsa considerazione in cui è stata tenuta l’enorme domanda di partecipazione e di cambiamento contenuta nelle primarie del 16 ottobre. In conclusione, la classe politica che ha vinto queste elezioni non è nuda, ma suoi abiti non sono nuovi, né sfolgoranti.
Dalla diagnosi, passiamo ad una prima prognosi, secondo la nostra prospettiva di “Cittadini per l’Ulivo” che si impegnano per fare di Pistoia una “nuova città”, prospera e solidale, come quella sognata da Giovanni Michelucci. L’affidiamo alle parole di Giuliano Amato, che ha aperto la campagna elettorale dell’Unione pistoiese: “ Dopo le elezioni, comunque vadano, si dovrà necessariamente pensare a come ridurre l´attuale frammentazione politica, in una chiave molto più ampia di una pura e semplice fusione tra segreterie di partito»...«Il partito dell´Ulivo, o come si chiamerà, potrà nascere solo da una grande Costituente, votata dai nostri elettori, alla quale affidare il compito di indicare moduli organizzativi e piattaforma politica del futuro partito unico. Per cominciare a dare un baricentro a tutto il Centrosinistra, è questa una scelta essenziale. Altrimenti può saltare tutto Così siamo noi, oggi, di fronte a questa scellerata legge elettorale. Stanze chiuse e piene di fumo…in cui si decide l´elezione al posto degli elettori. Non è una bella democrazia. Noi riformisti abbiamo il dovere di aprire quelle stanze al futuro e di lasciare il fumo al passato».

 

Non posso che esprimere apprezzamento per l'iniziativa.
Invio il testo dell'ultimo documento prodotto dal Gruppo di Riflessione Politica della Diocesi di Pistoia.
Saluti a tutti e buon lavoro !!
Lorena Paganelli

DIOCESI di PISTOIA

Gruppo Permanente di Riflessione Politica

GLI STRUMENTI PER LA FORMAZIONE DEL CONSENSO POLITICO

Premessa

Discutere sulla questione del “consenso” e riflettere sulle sue numerose frontiere presuppone necessariamente considerare il ruolo dei partiti, delle lobbies e dei gruppi, del rapporto fra politica e società, delle continue trasformazioni dei sistemi elettorali e del loro impatto sull’opinione pubblica. Determinante poi appare sempre di più l’apporto dei mezzi di comunicazione, specialmente quando, come accade troppo spesso, questi vengono meno ai principi deontologici della verità e del pluralismo.

Per nessuno degli aspetti sopra ricordati esistono risposte semplici, tali da esaurirsi nell’arco di poche battute. Questo inevitabilmente complica la riflessione, la quale comunque va condotta nello spirito dell’ articolo 3 della Costituzione, il quale recita: “Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono uguali davanti alla legge … E’ compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli … che … impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese”..

Il ragionamento sul consenso può essere distinto e sintetizzato in quattro ambiti.

 Il sistema elettorale come estorsione del consenso

Accentriamo la nostra attenzione soprattutto sulla nuova legge elettorale che, mentre svilisce il ruolo dei partiti ridotti sostanzialmente a comitati elettorali, è destinata ad allontanare sempre di più i cittadini dalla partecipazione politica, condizionandone fortemente il consenso.

La legge elettorale deve lasciare spazio alle aspirazioni e alla libertà di ogni votante che in nessun modo dev’essere coartato nelle sue libere scelte. La spersonalizzazione delle elezioni lascia in mano alle segreterie dei partiti la scelta dei candidati rafforzando così le logiche di nomina non sempre basate sul merito ma piuttosto sull’adesione alla linea del partito, sulla fedeltà alle segreterie o al leader. Questo succede nella nuova legge elettorale che ha tolto agli elettori la possibilità di scegliere fra i diversi candidati: un diritto sacrosanto dell’elettore che passa direttamente alle segreterie dei partiti e di coloro che si sono collocati al loro posto. Se era un male la partitocrazia della prima repubblica, è certamente un male peggiore la partitocrazia senza partiti come avviene nella seconda repubblica. I partiti secondo la Costituzione e una retta concezione della vita politica hanno una ben altra funzione. Se non cambieranno indirizzo, essi sono destinati a scomparire, anzi è bene che scompaiano, anche se non possiamo prevedere come la situazione potrà evolvere. In realtà, oggi siamo passati dalla democrazia alla oligarchia, dal governo di tutti al governo di pochi, che naturalmente terranno fortemente in mano le leve del potere acquisito nel passato.

In quest’ordine di idee, potrebbe essere utile il metodo delle primarie, da utilizzare secondo modalità severe, magari stabilite per legge. In ogni caso, qualsiasi sia l’utilizzo delle primarie, affinché non finiscano per essere il succedaneo di una partecipazione democratica inesistente, è indispensabile che siano inserite in un sistema realmente aperto e trasparente, animato da un approccio alla politica diverso da quello attualmente dominante, espresso qualche tempo fa da un osservatore particolarmente attento e bene informato come Giuliano Amato: “Nel centro – sinistra non ci sono 13 visioni della società diverse, ci sono 13 nomenklature da soddisfare”. In assenza di questo contesto ambientale le primarie, ingabbiate dalla capacità di controllo delle lobbies partitiche, sarebbero persino dannose e sancirebbero il definitivo passaggio dalla dialettica pluralistica, che era malgrado tutto presente nei maggiori partiti della Prima Repubblica, al trionfo dell’individualismo e del verticismo presidenzialista, storicamente caro alla destra e funzionale alle logiche del neoliberismo.

Il potere come controllo del consenso

“Il potere logora chi non ce l’ha” è il nuovo motto coniato da un senatore navigato che impersona il senso della frase.  L’elaborazione del motto ben più antico che si fermava alle prime tre parole, è il segno di come si è evoluto il controllo del consenso finalizzato al mantenimento del potere. Nella società italiana questo si manifesta in diverse forme. Il bacino di voti formato dalla schiera dei dipendenti pubblici, amplificato dalle società municipalizzate e da quelle in contratto di collaborazione con l’ente pubblico rimane lo zoccolo duro d’ogni amministrazione e si consolida con il tempo, visto che ogni assunzione, in un modo o nell’altro segue la logica d’adesione alla linea di coalizione se non a quella dei singoli partiti.

Il problema delle assunzioni, peraltro oggi spesso precarie,  ha raggiunto oggi forme esasperate che non possono non essere denunciate per la loro pesantezza e immoralità. Sembra che per trovare posti di lavoro sia necessario passare attraverso le segreterie di partiti inesistenti, le varie lobbies che si succedono nel nostro panorama politico, famiglie potenti, consorterie varie. Anche se il vizio è antico quanto l’uomo, esso non può essere tollerato in un’autentica democrazia. La legge non può ignorare questo stato di cose, chiamata com’è a difendere i più deboli e i più indifesi. Così si priva la società delle sue migliori energie e si favoriscono gli egoismi dei singoli e dei gruppi. Nel mercato del lavoro quello che conta devono essere i meriti e le condizioni oggettive, non il censo o la parentela. Qui si sta toccando una delle peggiori situazioni della nostra società.

Lo stesso discorso vale per le commissioni e anche per le consulenze esterne, le quali, seppure non siano un’invenzione degli ultimi anni, da un decennio almeno (e dopo tangentopoli), hanno proliferato in modo abnorme divenendo occasioni per consolidare il rapporto di consenso all’amministrazione mandataria.

Una forma subdola di controllo del consenso è quella di sminuire e demotivare le forme di partecipazione quali le proposte di legge di iniziativa popolare, i referendum, le riflessioni dei liberi gruppi di impegno politico, che invece dovrebbero essere spronati e incoraggiati. La vera democrazia ha bisogno di un contatto diuturno degli eletti con la propria base: prima della decisione ultima, ci deve essere una consultazione e un ascolto di tutti gli interessati.  Anche l’uso demagogico della partecipazione popolare, dove viene ridotta ad occasioni assembleari che non hanno potere d’indirizzo ne tanto meno decisionale, rappresenta uno strumento di controllo del consenso o, talvolta, di esaurimento del dissenso sociale. Queste forme falsamente democratiche portano ad una partecipazione sempre minore dei cittadini.

La partecipazione appare dovunque in crisi: ciò è certamente dovuto anche al disimpegno dei cittadini, che ormai si contentano soltanto di lamentarsi, ma anche a coloro che hanno in mano le leve del potere, centrale o periferico, che si sentono padroni assoluti delle loro decisioni. La politica potrà risorgere soltanto alla condizione di una maggiore collaborazione fra le parti in questione. La decurtazione, il decisionismo, la personalizzazione (anche di gruppo) sono nemici di ogni vita democratica. Il controllo del consenso si può organizzare in molteplici modi, ma organizzarlo partendo da posizioni di potere nello stato democratico è certamente una forma subdola di antidemocrazia. I silenzi per ragione di parte sono destinati a generare altri e peggiori silenzi.

Il ruolo dei media nella formazione del consenso

Nella formazione del consenso un ruolo fondamentale, non sempre sufficientemente considerato, è svolto dai mezzi di comunicazione di massa.

Alexis De Tocqueville, immaginando gli aspetti di un nuovo dispotismo, nel 1840 (“La democrazia in America”) scriveva parole profetiche: “Vedo una folla innumerevole di uomini simili e uguali che non fanno che ruotare su se stessi, per procurarsi piccoli e volgari piaceri … Ciascuno di questi uomini vive per conto suo ed è come estraneo al destino di tutti gli altri … Al di sopra si erge un potere immenso e tutelare, che si incarica solo di assicurare il godimento dei beni e di vegliare sulla loro sorte. E’ assoluto, minuzioso, sistematico, previdente e mite. Assomiglierebbe all’autorità paterna se, come questa, avesse lo scopo di preparare l’uomo all’età virile, mentre non cerca che di arrestarlo irrevocabilmente all’infanzia; è contento che i cittadini si svaghino, purché non pensino che a svagarsi … Perché non dovrebbe levare loro totalmente il fastidio di pensare e la fatica di vivere?”.

Più recentemente Giovanni Sartori, accennando con lucido pessimismo agli sviluppi della democrazia, ha scritto parole preoccupate sull’avvento del “sondaggismo” e del “direttismo elettronico” che stanno lentamente costruendo un nuovo modello di democrazia. Una democrazia capace solo di mobilitare “la folla solitaria, una miriade di individui isolati e inerti che si rapportano solo al video e che decidono in solitudine, premendo bottoni, di cose di cui non sanno né minimamente capiscono”.

Nel “Direttorio sulle comunicazioni sociali”, la Conferenza Episcopale Italiana, nel capitolo iniziale dedicato alle comunicazioni sociali “crocevia del cambiamento”, avverte che l’uomo contemporaneo può “avere l’illusione di toccare con mano ciò che lo circonda, senza accorgersi che la sua mano è soltanto un cavo o un’antenna” e ricorda come “la maggiore mole di informazioni e di conoscenze esige non minore ma maggiore sapienza e capacità critica”.

In un contesto globalizzato – ma senza che la globalizzazione sia capace di mostrare il suo volto positivo in termini di solidarietà e di giustizia – la situazione, nel rapporto fra media e democrazia, è ancora più grave nelle realtà (come quella italiana) dove i conflitti di interesse, l’assenza di bilanciamenti fra i diversi poteri, la concentrazione di poteri nelle mani di pochi individui sempre più potenti disegnano situazioni di forte pericolo per il futuro della stessa democrazia. L’Italia sotto questi aspetti ha vissuto e sta ancora vivendo situazioni di estrema delicatezza. Non esiste altra democrazia al mondo, se non in certe situazioni di oggettivo sottosviluppo, dove la formazione e il mantenimento del consenso istituzionale e politico sia costretto a fare i conti con un rapporto così squilibrato fra singoli poteri.

“La comunicazione – scrive il recente documento del Forum toscano dei cattolici impegnati in politica – è ormai, di fatto, il primo potere. La stessa politica dipende in modo sempre più diretto dagli intrecci, non sempre trasparenti, con la comunicazione. Questo ha come conseguenza che sia a livello nazionale che regionale lo schieramento politico al governo tende ad egemonizzare l’informazione perché la prevalenza di una parte politica sull’altra è anche diretta conseguenza del possesso o meno di importanti strumenti di informazione e comunicazione”.

Attraverso un contesto mediatico sempre più potente e non bilanciato da altri poteri, non passa soltanto il potere di un’informazione comunque giornalistica che, peraltro, oggi appare sempre meno capace di svolgere il suo fondamentale ruolo di “cane da guardia” dei cittadini e sempre più funzionale all’imperativo categorico di “addormentare” il cittadino nascondendo l’informazione critica e talvolta creando persino verità virtuali: si pensi alle armi di distruzione di massa che, falsamente attribuite all’Iraq, hanno giustificato al mondo l’intervento militare. Questo uso estremamente strumentale della comunicazione mediatica serve anche, più ordinariamente, a focalizzare l’attenzione dei cittadini su aspetti marginali, sovrastrutturali, lasciando nell’ombra la concreta gestione della cosa pubblica, e le scelte che determinano il modello sociale. Viceversa in altre occasioni i media sono stati utilizzati per stigmatizzare singoli episodi, talvolta per nulla rappresentativi di situazioni più complesse, per accendere l’interesse, creare preoccupazioni e in definitiva orientare il consenso in favore di particolari provvedimenti o posizioni politiche.

Quello che appare oggi fondamentale nel processo d’orientamento di ampie fasce di cittadinanza sempre meno critiche è la voluta confusione tra informazione e intrattenimento, il tutto condizionato dal fondamentale ruolo delle risorse pubblicitarie.

Dopo vent’anni di televisione commerciale, e di servizio pubblico radiotelevisivo sempre più ispirato alle stesse logiche commerciali della “concorrenza”, sarebbe utile interrogarsi sul rapporto di causa/effetto fra gli stili di vita veicolati da questo sistema mediatico, l’addormentamento di ampie fasce di popolazione, il radicale mutamento di stile e contenuti di una politica sempre meno ispirata a valori e sempre più concepita come strumenti per lotte di potere assai poco trasparenti. Ormai, anche nel linguaggio, la politica è inchinata e schiavizzata alle logiche di un marketing comunicativo per il quale l’efficacia di una battuta, la bellezza estetica di un volto, la furbizia di un evento creato ad arte superano di gran lunga lo spessore del ragionamento, la fatica del confronto, il rispetto di valori un tempo considerati indispensabili (onestà, coerenza di vita, servizio ai più deboli …).

Se la politica è sempre più cannibalizzata dalla televisione e condizionata, anche nel linguaggio, dalla potenza dei media e se il gossip allontana sempre più le persone comuni dalla vita reale, mentre capi di governo possiedono imperi mediatici e imperi economici, una politica che voglia ritrovare se stessa dovrebbe interrogarsi con la massima attenzione sulle giuste modalità per uscire da una situazione in verità assai poco “liberale”.

Uno dei rischi maggiori, purtroppo non molto avvertito, sta nella colossale divisione fra una parte sempre più piccola di cittadini educati a un uso critico dei media e dunque capaci di reagire alla loro invadenza, e una parte sempre più numerosa di cittadini tenuti nella sempre più assoluta condizione di semplici consumatori/spettatori. In questa situazione potranno pure cambiare le maggioranze di governo, ma la democrazia compiuta sarà un obiettivo sempre meno facile da raggiungere.

Da un punto di vista di una lettura positiva, può essere utile riflettere su quanto – e su come – la grande rivoluzione tecnologica in atto (digitale satellitare e terrestre, tv sempre più interattiva, unificazione fra computer, web, telefonia, televisione …) può contribuire a estendere e migliorare i diritti di cittadinanza.

Partiti politici, lobbies e consenso

Il diritto dei cittadini ad associarsi liberamente è sancito dalla Costituzione sia in generale (art. 18) sia per quanto riguarda i partiti politici (art. 48): gli unici limiti posti alla libertà associativa riguardano le finalità vietate dalla legge penale, l'associazionismo segreto e quello con scopi politici attraverso organizzazioni di carattere militare. Lo scopo dei partiti politici è quello di concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale.

Nel momento in cui la nuova legge elettorale affida ai vertici dei partiti politici un ruolo preminente nella scelta dei parlamentari, con liste bloccate e senza espressione di preferenze da parte degli elettori, è giunto il momento di riflettere sulla necessità di attuare l’art. 48 della Carta Costituzionale nella parte dedicata al “metodo democratico” per la vita quotidiana dei partiti politici.

In un contesto dove sempre più spesso i congressi dei partiti non vengono neppure celebrati o sono celebrati con modalità tali da ostacolare una autentica partecipazione dal basso e soltanto per prendere atto di decisioni già prese in altre sedi, quando gli incarichi vengono assegnati per cooptazione e prevale una visione da populismo mediatico, quando i partiti somigliano sempre più a comitati elettorali che si attivano solo in vista delle tornate elettorali per poi scomparire, in un simile contesto la difesa dei partiti quali strumento di democrazia è ancora fondamentale ma deve essere accompagnata e preceduta da una seria riforma, in senso democratico, dei partiti stessi.

Il metodo democratico dovrà, in particolare, sovrintendere alla scelta dei dirigenti e alla scelta dei candidati alle elezioni.

Da ripensare, per quanto concerne la formazione del consenso, anche il delicato ma ineludibile aspetto dei costi della politica: oggi che un qualunque incarico istituzionale - compresi quelli fino a qualche tempo fa affidati al meccanismo del puro volontariato e compresi i tanti incarichi legati al cosiddetto “sottogoverno”- consente retribuzioni spesso non simboliche ma tali addirittura da rappresentare una privilegiata fonte di sostentamento personale per soggetti altrimenti a rischio di disoccupazione, è arrivato il tempo per chiedersi quanto ciò sia funzionale a una politica più trasparente e più capace di appassionare i cittadini e quanto, invece, sia funzionale solo agli interessi particolari di una classe politica che diventa sempre più autoreferenziale, sempre più isolata e, quindi, sempre meno capace di rappresentare i bisogni dei cittadini, in particolare dei ceti più deboli (che poi sono proprio quelli che avrebbero più bisogno di una politica onesta).

Si verificano sempre più spesso situazioni per le quali, in partiti basati sulle regole del leaderismo interno e della cooptazione non democratica, quello degli incarichi diventa un autentico mercato con scambi di favori sottratti a ogni elementare regola di democrazia, di capacità e di professionalità finendo per premiare non tanto i livelli di capacità quanto il grado di servilismo al leader di turno.

Non di rado sono le persone più preparate e sincere, dunque più scomode, a essere messe da parte in un sistema che privilegiando gli yesmen finisce per dare spazio solo ai più mediocri.

Sembra anche giunto il momento di rivedere il sistema attuale di finanziamento dei partiti politici e dei loro organi di informazione ponendo, ad esempio, significative soglie di accesso in modo da legare il finanziamento pubblico all’esistenza di un reale consenso e sostituendo gli esborsi monetari (almeno in parte) con l’erogazione di servizi reali.

In parallelo sembra arrivato anche il momento di ridurre, in modo significativo, numero e retribuzioni dei politici introducendo – per chiunque sia titolare di retribuzione pubblica in qualunque settore e con qualunque forma giuridica – vincoli di trasparenza che siano favoriti da norme semplici e rigorose: formazione e controllo del consenso dei cittadini potranno essere aiutati, ad esempio, da anagrafi degli incarichi e delle nomine - delle retribuzioni e dei rimborsi - affinché i cittadini conoscano in tempo reale dati che oggi, troppo spesso, sono tenuti nascosti.

In un contesto di cultura della legalità e ricordato come l’art. 54 della Costituzione obblighi già adesso i titolari di funzioni pubbliche a svolgerle “con disciplina e onore”, merita rilievo la circostanza che i principi etici, fondamentali come base della politica, devono avere un conseguente peso giuridico in caso di mancata o incompleta osservanza. Al di là delle giuste sanzioni della giustizia amministrativa e penale, con il rispetto dei necessari meccanismi legati alla presunzione di innocenza, andrebbe recuperato il livello etico, che non è certo livello moralistico, di quelle sanzioni obbligatorie per chi dovrebbe provare vergogna avendo tradito il patto di fiducia con i cittadini che hanno avuto fiducia in lui e lo hanno delegato.

Se negli ultimi anni si è andato ampliando, anche nel nostro Paese, il ricorso al sistema cosiddetto dello spoils system a cui è legato il sostanziale fenomeno della privatizzazione di funzioni pubbliche, appare necessaria una rapida marcia indietro: a parte gli sporadici casi di funzioni legate alla diretta collaborazione con gli organi di vertice per i quali è comprensibile che il politico scelga a suo piacere i suoi più stretti collaboratori, è oggi necessario ridurre il fenomeno – che oltretutto sta distruggendo la pubblica amministrazione – secondo cui a ogni cambio di maggioranza corrisponde un sostanziale arrembaggio, con conseguente occupazione del potere, della parte vincente su quella soccombente.

Si dovrà riflettere sul fenomeno, che purtroppo in molti tendono a definire in termini di normalità quasi fisiologica, della disaffezione al voto. Esistono situazioni, in particolare nelle cosiddette elezioni suppletive, nelle quali il titolare di delega viene eletto con percentuali avvero minime e tali da mettere in forte dubbio sul reale livello di rappresentatività democratica.

Sarà anche necessario recuperare forme capaci di favorire la partecipazione dei cittadini al definirsi delle scelte delle amministrazioni pubbliche.

Così come sembra giunto il momento di approvare norme serie, e severe, per quanto concerne – ad ogni livello - la effettiva trasparenza nella presenza delle lobbies: nessuno può scandalizzarsi se singoli gruppi di potere, in rappresentanza di interessi concreti, si attivano sui titolari di funzioni pubbliche e sulla pubblica amministrazione per svolgere, in trasparenza, il loro ruolo da cui ci si può anche attendere, in concreto, miglioramenti nelle singole normative.

E’ invece fonte di inaccettabile scandalo che ciò possa avvenire – così come troppo spesso avviene - in forme nascoste, nel silenzio, nei retrobottega della politica e delle istituzioni.

Oltretutto il rischio evidente è che le funzioni lobbistiche siano esercitate, con efficacia, soltanto da poteri comunque forti mentre nessuno si prende a cuore determinate esigenze dei soggetti più deboli.

A questo proposito è anche il progresso tecnologico, con particolare riferimento alla trasparenza resa possibile dal web, a fornire i necessari antidoti.

Nella formazione del consenso è infine necessario riflettere sul ruolo del libero associazionismo e del volontariato nella costruzione di una cittadinanza attiva: cittadini non sufficientemente informati e attrezzati in termini di consapevolezza critica possono essere fin troppo facilmente pilotati verso la scelta non del rappresentante “migliore” per quella determinata carica ma del rappresentante più famoso, più telegenico e, in definitiva, di quello più ricco.

Dal potere del popolo (democrazia) al potere dei pochi (oligarchia), al potere dei ricchi (plutocrazia) il passo non è lontano: il compito di aiutare i cittadini nei processi di cittadinanza attiva spetta anche alla coerente e continua azione di un associazionismo necessariamente pluralistico.

Così come è necessaria la consapevolezza che esistono precisi interessi – oggi sapientemente agevolati da un sistema mediatico finalizzato alla sostanziale alienazione - a premere sul cittadino affinché lui stesso accetti di rinunciare a investire una certa parte del suo tempo libero nel faticoso controllo su come la sua delega, politica e istituzionale, viene in effetti esercitata nel corso del mandato. Il rischio di transitare da una condizione di cittadinanza a una condizione di sudditanza è sempre dietro l’angolo.

Conclusioni

In conclusione, la formazione del consenso è uno dei punti cardine dell’ordinamento democratico. E’ da esso che dipende la scalata e il mantenimento del potere. La disonestà politica, i criteri di tipo machiavellico, gli stratagemmi, le falsità, le furbizie, le immoralità si combattono anzitutto su questo terreno. Riportare la politica alle sue origini sorgive significa anzitutto elaborare un codice severo che regolamenti il comportamento dei singoli e dei gruppi. La questione morale, di cui si è tornati a parlare oggi con insistenza, si gioca anzitutto su questo fronte. Se è servizio, la politica nasce dalla riflessione seria, dalla formulazione di un progetto, dalla condivisione, dall’esposizione serena di quanto si è pensato. Poi ci si rimette alla scelta degli elettori, che hanno bisogno di essere rispettati ed educati e non di essere ingannati e considerati incapaci di decisioni mature. Meno slogan, meno manifesti, meno apparizioni televisive e maggiore concretezza nei programmi. L’ideale sarebbe che i concorrenti ci mettessero dinanzi a dei progetti veri e propri (progetti di uomo anzitutto, poi, di conseguenza, di società), ma almeno i programmi siano chiari, onesti, rispettosi. Su di essi poi, a termine mandato, si aspetti il giudizio degli elettori. Pronti a mettersi in disparte se i progetti non sono piaciuti o le promesse non sono state mantenute. I politici veri da sempre hanno agito così. Sarà questa l’unica via per vincere la stanchezza che attanaglia sempre di più l’opinione pubblica.

Accanto però a questa raccomandazione ce n’è un’altra: quella rivolta agli elettori che devono aprire seriamente gli occhi, separare la politica vera da quella falsa, gli onesti dagli imbroglioni, che sull’ignoranza della gente allignano e formano la loro fortuna. Sempre da un punto di vista democratico, non è giusto che colui che riflette con attenzione e intelligenza sia posto sullo stesso piano di colui che partecipa alla vita politica con disattenzione, con superficialità, con leggerezza, come se si trattasse di cose di piccola importanza. E’ giusto che i primi abbiano lo stesso valore dei secondi? Su questa domanda sono crollate non poche democrazie del passato. In questo senso vanno anche le raccomandazioni della nostra Conferenza Episcopale: “ Per un corretto svolgimento della vita sociale, è indispensabile che la comunità civile si riappropri quella funzione politica, che troppo spesso ha delegato esclusivamente ai “professionisti” di questo impegno nella società. Non si tratta di superare l’istituzione “partito”, che rimane essenziale nell’organizzazione dello Stato democratico, ma di riconoscere che si fa politica non solo nei partiti, ma anche al di fuori di essi, contribuendo ad uno sviluppo globale della democrazia con l’assunzione di responsabilità di controllo e di stimolo, di proposta e di attuazione di una reale e non solo declamata partecipazione”.

 

 

Democrazia ?

Dicembre 2005

La ratifica da parte del Consiglio Comunale dell’accordo che il sindaco ha firmato con la Regione e gli altri enti per la collocazione dell’ospedale nel Campo di volo ha il peso di una pietra tombale. Viene meno la partecipazione democratica, sempre più figura retorica alla mercé dei cottimisti del consenso e sempre meno pratica di governo. Si è scelto di attuare una procedura - secondo molti illegittima - per estromettere da questa rilevantissima scelta urbanistica e sociale i cittadini e le associazioni, ai quali è stato precluso anche l’estremo, più formale e meno dialogante strumento di partecipazione: quello consistente nel presentare le osservazioni all’Ufficio Tecnico. Ed è particolarmente significativo il cartello politicamente trasversale che ha sostenuto l’operazione, connotato da un’identità antropologica che sutùra la divisione tra maggioranza e opposizione, ma sottolinea alcune significative divergenze entro i partiti. La dietrologia che potrebbe riferire i comportamenti di alcuni all’interesse economico o carrieristico non è giustificata nemmeno dalla posta in gioco, oggettivamente enorme, ma è difficile non cogliere l’identità che amalgama politici e amministratori nella categoria bipartisan di chi si pone sopra ai cittadini e che, coerentemente con questa convinzione, fa strame degli organi elettivi. Così il sindaco lo scorso settembre firmava il protocollo d’intesa dove si stabiliva che l’ospedale verrà realizzato nel campo di volo, in dispregio della delibera del Consiglio comunale che decideva di realizzarlo al posto del Mercato ortofrutticolo, nella cetezza che la maggior parte dei Consiglieri, antropologicamente affini, non avrebbero avuto da censurare questo dileggio di un organo elettivo. Quindi si avvia la procedura per la variante urbanistica, dato che il Piano Strutturale (il progetto della città) prevede che il Campo di volo sia un ‘caposaldo delle Mura verdi’, non disponibile per edificazioni. Lo si fa con la metodologia prevista dalla legge regionale sul governo del territorio, che prevede - anzi, apologizza - la partecipazione democratica. A metà novembre, concluso l’iter tecnico-burocratico, la Regione propone il salto della quaglia: l’approvazione seguirà quanto previsto da una norma nazionale che azzera i tempi e annulla la partecipazione, disconoscendo lo spirito e la lettera della propria fondamentale legge, fino a quel momento seguita, e dimenticando che essa stessa, quando si trattava del condono edilizio, sbandierò la propria bellicosità nei confronti del Governo centrale per affermare l’esclusiva competenza in materia di governo del territorio. Se qualcuno aveva ancora dubbi ora sa che la sciagurata legge elettorale che ci tocca in Toscana - anche questa antropologicamente bipartisan - non è un incidente di percorso, bensì il tassello di un puzzle che si compone a disegnare un Palazzo protetto da un profondo fossato. E il dileggio non si conclude: nel novembre scorso il sindaco firma l’Accordo di programma che chiude ogni possibilità di rivedere la collocazione dell’ospedale nel Campo di volo e prevede - come unica forma democratica - la ratifica entro 30 giorni da parte di quel Consiglio comunale del quale è sempre cogente la delibera che pone l’ospedale altrove. Questa ratifica è puntualmente avvenuta, in virtù del carattere antropologico che pervade questo organo, senza nemmeno acquisire il necessario parere della commissione competente, che non ha avuto il tempo per affrontare i gravi problemi noti a tutti. Pare sia la prima volta che questo accade; certamente è la prima volta per una delibera importante. E affinché anche l’ultimo impedimento sia superato il sindaco - alle porte del Consilio di ratifica - sottoscrive l’atto notarile per l’acquisto del diritto di superficie che la società Toscana Piante e Fiori vanta sul Campo di volo (perché tutto fin’ora era stato fatto senza che l’area fosse nella disponibilità del Comune), anche in questo caso senza alcun avvallo dal Consiglio, nella noncuranza di gran parte dei Membri di questo, sostituendosi al dirigente amministrativamente competente.

Tutto ciò è quantomeno preoccupante, anche alla luce delle analoghe chiusure, meno dirompenti, che l’Amministrazione ha attuato per le varianti dell’ex Breda e di Pistoia Sud ecc. È veramente difficile non individuare una continua elisione della tenuta democratica delle istituzioni cittadine, che in questa occasione ha trovato incontrovertibile manifestazione anche all’olfatto dei meno sensibili.

Ma ciò che rende questo decisionismo bulgaro particolarmente pesante è che non rappresenta una forzatura, comunque deplorevole, di una scelta scontata, ma si applica ad un oggetto estremamente controverso: nel dibattito consiliare le dichiarazioni di coloro che hanno votato a favore sono state fondate sull’appello all’unità della maggioranza, o - vestendo i pantaloni di Don Abbondio e la tunica di Ponzio Pilato - sulla necessità di subire scelte e valutazioni di altri, o sventolando lo spauracchio dell’aleatorietà del finanziamento statale, o configurando l’insostenibilità del vecchio ospedale (di 70.000 mq a fronte dei 40.000 del nuovo e nel quale si continuano a spendere fiumi di Euro e che resterà totalmente in attività ancora per molti anni). Nessuno era li a sostenere che il Campo di volo è il miglior posto dove si può collocare l’ospedale, nell’interesse di Pistoia e dei pistoiesi. E non poteva essere diversamente perché sarebbe stato davvero difficile, con molti cittadini presenti in sala, negare che si collocherà un ospedale in una area esposta all’ineludibile rischio idraulico che grava su di un’area depressa a ridosso di un argine, sottoposta ad inquinamento atmosferico e acustico (saranno necessarie barriere alte 5,5 m), cintata, oltre che dall’argine, dal raccordo autostradale e dalla ferrovia, che si affaccia su di un grande edificio industriale, separato dalla città da questo, da due linee ferroviarie e dal raccordo autostradale, raggiungibile solo da quest’ultimo che non offre alcuna garanzia di accessibilità. Tutto questo stravolgendo il disegno della città delineato dal Piano Strutturale, mettendo a rischio l’approvvigionamento idrico di Pistoia e snobbando il vincolo paesaggistico posto dal Ministero nel settembre scorso.

Mauro Chessa

 

 

 

Di seguito é riportato il testo di un messaggio che girava qualche tempo fa su una mail list. Non é noto l'autore ma il contenuto é illuminante su molte questioni che riguardano anche Pistoia.

La persona che scrive quanto segue ha esperienza di lavoro nell'amministrazione pubblica come segretario comunale.
Le considerazioni a cui arriva rendono meglio di altre l'importanza dell' iniziativa a livello nazionale
Un abbraccio
Giampaolo

E' dura essere messo ai margini, per anni, per la sola colpa di aver detto che si stava andando verso la 'chiusura' dei Comuni. Scrivevo questa cosa per la prima volta nel 1999. Esattamente all'uscita del disegno di legge governativo, governava il centro sinistra, n. 4014, sul riordino dei servizi pubblici locali.
Vi prego caldamente di leggere questa sentenza del Tar Lombardia. Prima di emettere la sentenza il Tar ha chiesto alla Corte di Giustizia Ue una sua pronuncia sul ricorso. Ha avuto la sentenza della Corte di Giustizia Ue e si è pronunciata.
In breve, gli affidamenti diretti a società di capitale a capitale interamente pubblico non si possono fare. Come ho sempre scritto.
Ma ora che i Comuni sono diventati holding, come farli tornare indietro?
Io sono convinto che i cittadini non si rendano neppure conto di quello che sta succedendo.
Il potere locale è oramai nelle mani di queste holding.
Non dei Consigli Comunali.
Meno che mai di inesistenti partiti. Almeno di quelli che un tempo definivamo democratici.

La cosa è oramai così diffusa che si stenta a credere come sia potuto succedere.
La gente si accorge qua e là che i costi dei servizi locali sono aumentati non la loro qualità. Anzi. E' scesa.
Criticare le proprie Amministrazioni locali per quello che stanno facendo è da un lato apparentemente più facile che criticare ad esempio un Governo centrale.
Da un altro lato è enormemente più difficile. Perché la critica colpisce direttamente Amministratori che si conoscono. E la gente si ferma.
Ancora meno osa trasformare certi dubbi, che pure stanno crescendo, nella certezza, come è oramai per molti di noi, che i propri eletti li stiano letteralmente espropriando dei beni comuni.
Un saluto

Affidamento diretto non è legittimo senza i presupposti del ''controllo analogo''
TAR Lombardia-Brescia, sentenza 05.12.2005 n° 1250 (Alessandro Del Dotto)
A configurare il controllo analogo non è di per sé sufficiente che l’ente affidante disponga nella società affidataria di una partecipazione di assoluta minoranza, che di per sé non attribuisce alcuna particolare possibilità di influenza sulla gestione.
È senza dubbio ammissibile che una pluralità di enti pubblici proceda all’affidamento diretto di un dato servizio prestato nel proprio interesse ad una società di capitali partecipata dai soli enti in questione, per quote commisurate allo stesso interesse al servizio di cui ciascuno è titolare, così tutelandosi la "libertà di autoproduzione" (l’espressione è di C.d.S. sez. V 23 aprile 1998 n°477 ) da parte dell’ente pubblico dei beni e servizi che esso intenda offrire alla collettività di riferimento. Ciò tuttavia richiede pur sempre che sulla società in questione l’ente affidante eserciti il necessario "controllo analogo", nei termini richiesti in via generale sempre dalla sentenza Teckal.
Per configurare il controllo analogo, in altre parole, è necessario uno strumento, di carattere sociale ovvero anche parasociale, ma diverso dai normali poteri che un socio, anche totalitario, esercita in assemblea, che in ogni momento possa vincolare l’affidataria agli indirizzi dell’affidante.
È questa la sostanza della decisione assunta dal T.A.R. Lombardia – Brescia, rispetto ad un ricorso amministrativo in cui si faceva questione della legittimità di una delibera di affidamento diretto approvata da un ente locale per l’attribuzione della gestione di un servizio pubblico: in tale circostanza, il Comune resistente si è visto annullare la delibera in accoglimento del ricorso a suo tempo presentato.
Da notare una delle prime citazioni ed applicazione (se non diretta, quantomeno influente) della giurisprudenza comunitaria espressa nella sentenza CGE 458/03 “parking Brixen” – avente ad oggetto, lo si ricorda, il tema dell’affidamento diretto – laddove il T.A.R. adito si richiama al tema delle norme fondamentali del Trattato CE, ovvero gli artt. 43 e ss. sui principi di parità di trattamento, non discriminazione e trasparenza, in conseguenza delle quali si appalesano ulteriori profili di illegittimità dell’atto impugnato ove si noti che “l’amministrazione affidante, in base a tali principi, è tenuta, ove non sussistano gli estremi dell’in house, non a indire una gara vera e propria, ma per lo meno a dare avviso pubblico della sua intenzione di procedere, per dare la possibilità alle imprese interessate di altri Stati membri di presentare un’offerta”.

 

 

 

 

Il suddito al centro !!

Sulla cronaca de La Nazione di domenica 8 aprile si diceva della presentazione da parte del sindaco e del vicesindaco del nuovo ordinamento del Comune (la più grande industria pistoiese: 800 posti di lavoro). Si legge che “l’obbiettivo di fondo è quello di cambiare i rapporti con il cittadino, collocandolo al centro dell’azione amministrativa. A questo scopo si pensa di potenziare gli sportelli unici”. Questa dichiarazione mette bene in luce cosa il sindaco intende per “cittadino”: uno che si rapporta alla amministrazione comunale attraverso uno sportello. Per noi questo è un suddito. Cittadino è colui che prende parte attiva nelle scelte di governo del territorio e della società, nello spirito del secondo comma dell’Art. 4 e dell’ultimo comma dell’art. 118 della Costituzione.Non si tratta di una svista ma è proprio il sentire di quel sindaco che se ne è beatamente fregato dei circa 5000 cittadini che hanno firmato un documento contro la privatizzazione dell’acqua, di quelli che hanno chiesto inutilmente che il Comune si desse un regolamento per la finanza etica, di quelli che hanno chiesto inutilmente un regolamento per la partecipazione, dei molti che fanno parte di comitati e che conoscono bene la chiusura dell’amministrazione comunale. Quella stessa amministrazione che limita e regola nel dettaglio la vita dei comuni cittadini (si dia un’occhiata al recente Regolamento d’Igiene o si provi ad inoltrare una pratica edilizia e si comprenderà questa affermazione) ma che elargisce con facilità mega cantieri e che stravolge la città a colpi di variante, fregandosene del Piano Regolatore, della qualità della vita dei residenti (si percorra viale Adua o si vada a lavorare a S. Agostino), dei vincoli ambientali e spesso anche del buonsenso: vedi casse di espansione previste dove è necessario scavare per farci andare l’acqua e nuovo ospedale previsto a ridosso di un argine, dove l’acqua ristagna. Ma i cittadini-sudditi non si impiccino e ringrazino se dovranno fare una coda in meno.

 

 

 

 

 

 

Cappellini

riceviamo da Roberto Fabio Cappellini *Capogruppo PRC Provincia di Pistoia

Chi ha paura del bilancio partecipato?

Lo scorso dicembre ho presentato, a nome del gruppo di Rifondazione comunista, una mozione al consiglio provinciale per l’istituzione di forme di bilancio partecipato nella provincia di Pistoia. Un documento molto – credo – interlocutorio, che poneva il principio della bontà di questo metodo di amministrare senza peraltro sbilanciarsi su quali avrebbero dovuto essere le forme del bilancio partecipato applicato alla Provincia di Pistoia. Le forme, affermato il principio, avrebbero potuto essere trovate dopo, anche tramite il confronto con i cittadini e le organizzazioni sociali.
Qualche mese dopo il provvedimento è arrivato in Consiglio. Lo ho illustrato e dai banchi della maggioranza e da quelli della Giunta (a partire dal presidente Venturi) mi arrivò la richiesta di rimandarlo in commissione, per esaminarlo meglio e per precisare alcuni punti (ad esempio il ruolo della giunta e del consiglio, le difficoltà di applicare il modello “Porto Alegre” ad una istituzione come la Provincia eccetera). Se avessi voluto mettere in difficoltà la maggioranza avrei chiesto il voto e la maggioranza avrebbe avuto la responsabilità di bocciare un provvedimento volto ad allargare la partecipazione degli amministrati all’amministrazione; tuttavia, ponendoci in un rapporto “dialettico” e di opposizione “costruttiva”, decidemmo, come gruppo di Rifondazione comunista, di rimandare il provvedimento in commissione, pur notando come tutti i problemi sollevati dagli amici e compagni del centrosinistra emergessero solo in occasione del dibattito in consiglio, quando il documento era nelle loro mani da diversi mesi. Ma tant’è…
Passa qualche settimana ed il provvedimento va in commissione, il centrosinistra ripropone i propri dubbi. Per uscire dall’impasse propongo: “proponete degli emendamenti, se li accetteremo voterete il documento, altrimenti voterete contro”. I compagni del centrosinistra concordano e mi annunciano che riceverò presto le proposte di emendamento.
Il 31 maggio il provvedimento torna in consiglio. Nel frattempo non ho ricevuto alcun emendamento. Fiducioso credevo di aver convinto i compagni del centrosinistra della bontà della mozione sul bilancio partecipato. Infatti Pdci e Margherita erano propensi a votare il documento; dall’altra parte Forza Italia dichiarava un voto di astensione, non condividendo la modalità ma riconoscendo l’importanza del problema, AN – incredibile ma vero – sembrava quasi possibilista ad un voto a favore. Imbarazzo dei DS. Prima chiedono un ulteriore rinvio in commissione che ovviamente rifiuto (mica stiamo a fare “melina”, sono sette mesi che si parla di questo provvedimento!), poi propongono un emendamento che toglieva dal dispositivo il riferimento al bilancio partecipato e inseriva il richiamo al disegno di legge regionale sulla partecipazione elaborato da A. Fragai e a tutta l’attività messa in atto dalla provincia sulla partecipazione… insomma una autocelebrazione, oltre che un “Minotauro”: una mozione intitolata al “Bilancio partecipato” che nella narrativa parlava di questa esperienza e che poi finiva con un semplice apprezzamento dell’assessore Agostino Fragai e dell’attività della giunta provinciale in tema di partecipazione. Mi dico disponibile, per spirito d’unità, ad accettare l’emendamento (e non è cosa da poco, visto che sia in Provincia sia in Regione siamo all’opposizione) se questo è da considerarsi integrativo e non sostitutivo dell’ultima parte della mozione: l’impegno al bilancio partecipato deve rimanere. Mi dicono che non si può limitare il tema della partecipazione al bilancio partecipato. Rispondo che sono d’accordo, ma che il bilancio partecipato è una forma della partecipazione e che non esclude tutte le altre. Niente. Insistono con l’emendamento sostitutivo. Mi trovo nella condizione che se passa il loro emendamento (ed i numeri ce li hanno) la mozione di Rifondazione sul bilancio partecipato diviene un “Minotauro” senza senso che ovviamente dovrei disconoscere. Ho un’unica strada, per evitare tutto ciò: ritirare la mozione e fare presente ai DS di essere responsabili di bocciare un provvedimento che voleva solo coinvolgere la popolazione in un atto fondamentale come il bilancio, peraltro senza indicare esattamente in quali forme, ma essendo disponibili a discuterne. Peccato. Un’occasione persa per l’unità delle sinistre a Pistoia a causa di un atteggiamento francamente incomprensibile dei DS.

Roberto Fabio Cappellini
Capogruppo PRC Provincia di Pistoia

Ecco il testo della mozione proposta da Rifondazione comunista:


ODG per l’istituzione di forme di bilancio partecipato

Il Consiglio Provinciale di Pistoia

Considerato il valore della partecipazione quale elemento essenziale della democrazia, che richiede trasparenza e informazione;

Ritenuto che sia necessario rendere più forti ed effettivi i rapporti di fiducia fra cittadini ed istituzioni e che per poter raggiungere questo obiettivo i cittadini debbano essere messi nelle condizioni di poter partecipare direttamente ai processi decisionali anche sulle materie economiche, fatte ovviamente salve le prerogative degli organismi rappresentativi;

Ritenuto inoltre che sia necessario, da questo punto di vista, dare concretezza e visibilità di risultati alle proposte e alle indicazioni della cittadinanza, dare risposte efficaci che incidano sui bisogni reali della società, stimolare processi che aumentino l’entusiasmo e la partecipazione alla vita politica cittadina, rafforzando quindi il senso di appartenenza dei cittadini alla comunità locale ed il senso di responsabilità verso di essa;

Visto che l’esperienza del “bilancio partecipato”, sperimentata in molte realtà locali italiane e del mondo a partire dalla municipalità brasiliana di Porto Alegre, che conta oltre 1.300.000 abitanti, ha dimostrato che un simile strumento può trasformare le politiche locali ed urbane rendendole più aderenti ai bisogni della popolazione e può configurarsi come un processo educativo che da un lato porta ad una maggiore conoscenza delle necessità dei cittadini e dall’altro fa crescere in loro una coscienza di diritti e doveri, delle difficoltà in cui spesso si trova ad operare l’ente locale, della necessità di uscire da un certo atteggiamento ipercritico ed individualista;

Ritenuto che l’esperienza del “bilancio partecipato” così come si è affermato a Porto Alegre non possa essere trasposta automaticamente nella nostra provincia, ignorando le differenze culturali, sociali, economiche che esistono fra la nostra realtà e quella brasiliana, ma che si possano individuare, anche sulla scia di altri enti locali che già hanno adottato metodi simili, terreni di sperimentazione in tal senso adeguati alle caratteristiche della nostra società

Preso atto che dietro al metodo del “bilancio partecipato” è in agguato il rischio degli egoismi localistici, delle logiche corporative, incapaci di una visione d'insieme ma anche che proprio qui stia il ruolo dell'Amministrazione che, attraverso assemblee, faccia prevalere il dialogo e la ragione e sull'egoismo, “contaminando” l’amministrazione provinciale con le spinte più genuine e solidali della società.

Impegna la giunta provinciale

A promuovere forme di bilancio partecipato nella nostra Provincia a partire dal bilancio di previsione del 2007, predisponendo un piano da discutere in Consiglio provinciale nel quale se ne individuino gli strumenti ed i tempi di realizzazione.

 

 

 

 

 

verdi

I Verdi, con il comunicato diffuso il 23/6/06, prendono definitivamente le distanze dall'Amministrazione comunale e dalla maggioranza che sostiene il sindaco Berti:

FEDERAZIONE DEI VERDI

PROVINCIA DI PISTOIA

Sede di Pistoia
Via Porta S.Marco 134
Tel.fax. 0573 27672
E-mail: verdidipistoia@virgilio.it

I Verdi, nel corso dell’Assemblea Comunale svoltasi giovedì 22 giugno, hanno iniziato un percorso politico e programmatico in vista delle elezioni amministrative di Pistoia nel 2007.

Sono state analizzate le prospettive e le iniziative da intraprendere nell’ambito del confronto con forze politiche e società civile del comune capoluogo.

Sono emerse note fortemente critiche verso l’attuale amministrazione e la volontà di perseguire una linea di marcata  discontinuità con le direttrici politiche fin qui esplicitate dalla maggioranza che sostiene il sindaco Renzo Berti.

Fabrizio Geri
Portavoce Comunale dei Verdi

verdi2

Documento politico approvato dall’assemblea dei Verdi di Pistoia il 26 ottobre 2006

Il mandato amministrativo volge al termine con un bilancio assolutamente negativo.

La ragione principale del fallimento dell’esperienza Berti consiste nell’aver costantemente subordinato le scelte inerenti il futuro della città alle esigenze dei grandi gruppi economici, in un malinteso senso della crescita e dello sviluppo subordinati al rilancio del business e degli affari. Basterebbe pensare, da questo punto di vista, agli esempi di Bottegone, teatro di lottizzazioni che hanno visto l’approvazione di varianti ad hoc per favorire la fattibilità degli interventi privati, dell’area Pallavicini posta lungo la via Sestini e del viale Adua, dove si è persa l’occasione per riqualificare una periferia degradata ancora oggi priva di marciapiedi, di verde e di piste ciclabili degne di questo nome.

La scelta di procedere a colpi di varianti al Piano Regolatore (oltre cento negli ultimi anni) ha finito col sostituirsi all’impegno di guidare la crescita di Pistoia guardando agli interessi collettivi dei cittadini e ha impedito l’approvazione di uno strumento organico come il Regolamento urbanistico, che rappresentava uno dei punti qualificanti del programma del Sindaco, ribadito anche a metà mandato.

Ma non è questo il caso più clamoroso del tradimento da parte di Berti del suo stesso programma, se si pensa che la scelta più significativa del mandato, la sciagurata previsione del nuovo ospedale all’ex Campo di volo, va proprio contro il programma elettorale del Sindaco. Il programma con il quale Berti si è presentato agli elettori nel 2002 indicava infatti la realizzazione del nuovo ospedale nell’ambito delle previsioni del Piano Strutturale e quindi non all’ex Campo di volo, indicato in tale Piano come area inedificabile e polmone verde della città.

Vittima sacrificale di questo spregiudicato modo di procedere è risultata senza ombra di dubbio la tanto sbandierata “partecipazione dei cittadini” alle scelte amministrative, che, al di là delle centinaia di migliaia di euro spesi in convegni di facciata e materiali propagandistici per imbonire l’opinione pubblica, si è risolta nella realtà in una passerella di regime di Sindaco e assessori nei quartieri e nelle frazioni con il solo scopo (non sempre raggiunto) di delucidare e ratificare a posteriori scelte già fatte e decisioni già prese.

Pistoia merita di meglio. Coerentemente con le battaglie di questi anni, i Verdi sono impegnati a costruire e ad offrire alla cittadinanza un’alternativa credibile alla seconda candidatura di Berti, largamente annunciata per la ormai imminente scadenza elettorale della prossima primavera. Siamo convinti che siano in molti, anche tra coloro che avevano appoggiato questa Amministrazione nel 2002, a condividere il nostro giudizio negativo su un’esperienza amministrativa il cui tratto distintivo, oltre al poco amore per la città, abbandonata alla sciatteria e al degrado delle periferie come del centro storico e soffocata da un traffico sempre più caotico, resterà la pervicace determinazione nel calpestare le regole democratiche della società civile.

A tutti coloro che condividono questa sensibilità, vorremmo dire a tutti i pistoiesi, le donne e gli uomini di buona volontà, rivolgiamo il nostro appello per incontrarsi e lavorare insieme ad un programma di speranza e di rinascita per Pistoia.

Fabrizio Geri

Segretario comunale dei Verdi-Pistoia

 

 

 

 

 

 

delegaamb

Il 2 luglio 06 sulle cronache è stato pubblicato la seguente presa di posizione di Assindustria, CNA e Confartigianato di Pistoia, alla quale rispondono i Verdi con il testo in coda

FEDERAZIONE DEI VERDI PROVINCIA DI PISTOIA

Sede di Pistoia
Via Porta S.Marco 134
Tel.fax. 0573 27672
E-mail: verdidipistoia@virgilio.it

Ho letto con preoccupazione l’articolo apparso ieri sulla stampa locale, che faceva riferimento alla lettera congiunta che Assindustria, CNA e Confartigianato di Pistoia hanno scritto alla Regione Toscana, lamentandosi del “blitz” che il ministro Pecoraro Scanio ha perpetrato in merito al ritiro dei decreti attuativi della riforma ambientale 152.
Vorrei rassicurare Stilli, Giusti e Zini, rispettivamente direttori di Assindustria, CNA e Confartigianato e firmatari della lettera suddetta, che il decreto del Ministero dell’Ambiente che dichiara inefficaci i 17 decreti attuativi del codice Matteoli, comunicato in Gazzetta ufficiale il 26 giugno scorso, non crea un vuoto normativo e il caos per le aziende, come lor signori dichiarano, ma anzi blocca una delega che era un vero mostro giuridico; la sua modifica era indispensabile per evitare la devastazione apportata al codice ambientale dal governo Berlusconi. Il Consiglio dei Ministri di oggi, sviluppa anche i tempi della riforma: entro il 30 novembre si prevedono l’abrogazione e le modifiche delle parti 3 e 4 ed entro il 31 gennaio 2007 sarà riscritto tutto il codice ambientale.
La preoccupazione dei direttori sopraccitati è, spero, fugata, ma l’affermazione nella lettera che “simili metodi legislativi non fanno che accrescere la sfiducia degli operatori verso le istituzioni favorendo invece il comportamento omissivo di chi, senza preoccuparsi di regole, opera al di fuori delle regole”, lascia esterrefatti.
Non si può scambiare la crescita o lo sviluppo economico del Paese con la mancanza di regole, seppure ambientali!!!
Il modello per loro forse potrebbe essere la Cina di oggi: un paese che veleggia verso tassi di crescita del 7\8 % annui, con alcune particolarità, però. Sedici delle venti città più inquinate del mondo sono cinesi, dai 30 milioni di auto di oggi passeranno ai 130 milioni nel 2020, stanno devastando l’equilibrio naturale con opere ciclopiche, le aziende chiudono in città, per motivi di inquinamento atmosferico, e si trasferiscono in campagna, per tacere degli enormi problemi sanitari che questo inaudito tasso di crescita sviluppa. Il degrado ecologico della Cina è un problema di tutti noi; le aziende europee che vi si trasferiscono si insediano per i costi della manodopera e per le norme ambientali meno severe delle nostre.( sempre queste regole!!!) Dalla Cina al mondo occidentale avanzato: l’OMS ( organizzazione mondiale della sanità ) ha recentemente comunicato che in Italia, ci sono 8.000 morti l’anno per le polveri sottili ( PM10) . Il mondo dell’impresa, peraltro ben spalleggiato, non riesce ad andare oltre la richiesta di nuove infrastrutture. Ma siamo sicuri che questo sia il problema? In Italia, come in Toscana e a Pistoia, nessuno accenna al trasporto alternativo alla gomma, al potenziamento del trasporto pubblico e su ferrovia, alla logistica integrata e alla intermodalità dello spostamento delle persone e delle merci. Le problematiche ambientali non sono poi così marginali nel dibattito complessivo.
Un recente sondaggio in California, in vista delle elezioni, prevede che l’87% degli elettori si orienterà verso i candidati che saranno credibili nei loro programmi ambientali. I paesi del Nord Europa, da anni perseguono programmi di sviluppo economico e industriale che tenga conto al massimo livello delle energie rinnovabili, degli impatti ambientali, delle infrastrutture utili, della logistica integrata, dei nuovi sistemi di trasporto, della gestione delle acque e dei rifiuti in un corollario di regole condivise e rispettate, all’insegna di “chi inquina paga”
Mi chiedo, concludendo, se solo in Italia, in Toscana, e nella nostra provincia in maniera particolare, questi temi, così cari ai nostri amici europei e non solo, siano derisi e trattati alla stregua di noiose regole.
I dirigenti di Assindustria, CNA e Confartigianato farebbero bene a riflettere su queste poche righe; l’invito che gli faccio è quello di non aver paura di parlare di questi temi ambientali con il terrore che essi fungano da freno allo sviluppo economico, ma con il rispetto dovuto a sensibilità prevalenti. Le loro perplessità ci richiamano all’idea antropocentrica e “sviluppista” del mondo che ci circonda; una idea perlomeno arretrata. Lo stesso sdegno potrebbero applicarlo in altri settori del mondo del lavoro che rendono l’Italia ancora un paese arretrato. La Toscana è la terza Regione per incidenti sul lavoro e la nostra provincia, da anni lotta con gravi problemi di salute legati al luogo di lavoro. Le imprese e la politica si devono incontrare su temi come la formazione, il rapporto con il mondo giovanile ed universitario, sulla lotta al precariato e alla flessibilità del lavoro, ma anche sulla battaglia al lavoro sommerso che nella nostra realtà, diciamolo una volta per tutte, non tocca solo il terzo settore ma anche settori trainanti come l’edilizia e il vivaismo.

Andrea Pacini
Presidente dei Verdi
Provincia di Pistoia

 

 

 

 

 

furio settembre06

la lettera sulle nomine nelle publi pubblicata su Il Tirreno del 6 settembre 06

Gentile direttore,

abbiamo letto con piacere su “Il Tirreno” di sabato 2 settembre le dichiarazioni del vicesindaco Luca Iozzelli sulle nomine delle Publi, che condividiamo e apprezziamo. Non sappiamo, però, se Iozzelli parli a titolo personale o anche a nome di tutta la Margherita. Di sicuro non parla a nome dell’intero centrosinistra visto che il giorno successivo il sindaco Renzo Berti rilasciava una intervista al suo stesso giornale con cui prendeva le distanze sia con le parole, sia “con lo sguardo” dal suo vice.

Molto probabilmente, più attento e sensibile agli umori della cosiddetta società civile, Iozzelli avverte il crescente malumore e la sfiducia di molti cittadini nei confronti del sindaco e della giunta. All’interno di una coalizione dominata dai DS, nella nostra regione centro di potere esclusivo, arrogante e sostanzialmente arretrato, Iozzelli coglie la necessità di voltare pagina e di avviare scelte morali partendo dai uno dei punti centrali e delicati che chi governa la città deve affrontare: il problema appunto delle nomine, un problema che collegato a quello dell’etica nella politica è uno degli argomenti su cui da tempo abbiamo cercato di richiamare l’attenzione dei cittadini.

La sinistra ha ormai scelto l’economia di mercato, ma si è dimenticata che mercato significa regole, senza le quali il sistema non funziona, come abbiamo potuto purtroppo constatare in altre vicende (Coop, Banche, etc.), e chi detta le regole deve avere una condotta morale ineccepibile.

Nella nostra città, ma il metodo è nazionale, tra i DS, o meglio tra il suo gruppo dirigente e l’economia pubblica c’è una forma di collateralismo, cosicché quasi tutti i dirigenti delle società pubbliche provengono o sono, in qualche modo, legati a quel partito e costituiscono un’oligarchia che domina il complesso della vita pubblica. Da qui una politica delle nomine, denunciata da Iozzelli e difesa da Berti, che premia i fedelissimi e forma un blocco di potere compatto, dove la competenza è secondaria rispetto all’appartenenza a questo o a quel partito (non è un caso che Berti non voglia i concorsi pubblici per quelle cariche). Gli stessi criteri valutativi valgono anche per i funzionari pubblici che, come ci ha insegnato la vicenda del nuovo ospedale, devono adeguarsi e redigere pareri conformi alle decisioni della politica. Non parliamo poi delle consulenze esterne, che molto spesso hanno anche l’aggravante di svuotare professionalità interne all’amministrazione (non abbiamo niente contro le consulenze ma solo se si integrano con la struttura, non se la sostituiscono). E’ chiaro che con questo sistema la qualità dei nostri servizi pubblici diviene una chimera, la modernizzazione delle nostre istituzioni un sogno, le riforme tanto invocate un’illusione.

Si dice che criteri selettivi obiettivi siano difficili da formulare e complessi nella loro gestione. Niente di più falso. Nelle altre nazioni tutto ciò è possibile, la vera ragione per cui da noi ci si oppone è che renderebbe molto complicato addomesticare l’esito di ogni concorso a favore dei propri sodali. Non funzionerebbe più l’ufficio di collocamento per i professionisti della politica e gli scarti della società civile.

Noi non sosterremo il sindaco uscente, né la coalizione che l’appoggerà, ma se quelle di Iozzelli non saranno solo vuote parole su questi problemi ci troverà pronti a collaborare.

Furio Biagini - Officina Politica Pistoiese

 

 

 

chessa primarie

Testo inviato ai media. Per completezza vedi anche l'articolo de Il Tirreno 14/09/06 che descriveva lo scenario taffiniano citato da Chessa e la conseguente replica dell'Unione pistoiese del giorno dopo. Riportiamo anche i testi di Taffini (tratti dal suo sito - nel primo è citata anche l'Officina) che hanno alimentato la discussione. Interessante anche il -vecchio- comunicato dell'Ulivo PT.

La diatriba tra Taffini e l’Unione su Il Tirreno riporta in luce una domanda che è stata elusa troppo rapidamente: perché a Pistoia il candidato sindaco del centro sinistra non può uscire dalle primarie ? Porrebbero l’eletto al riparo da rischi elettorali e ne consoliderebbero la leadership. Si affaccia anzi una domanda ancor più intrigante: considerato che le primarie possono essere edulcorate (come quelle per le regionali, che videro il confronto tra Fragai e candidati che non avevano un decimo del suo curriculum politico), cosa le rende così indigeste al sindaco uscente da fargli preferire l’apocalittico scenario taffiniano?

Una risposta improbabile, che richiamo per completezza di esposizione, sta nella tesi che Alessandro Capecchi (AN) espose in una intervista (La Nazione 20.11.05), ricavando una minaccia di querela. Disse che il sindaco è “il garante della più grande speculazione edilizia mai registrata a Pistoia”. Se, in via ipotetica, questo malaugurato scenario che vedrebbe il sindaco espressione di una lobby politico-affaristica avesse elementi di concretezza, deriverebbe che gli sponsor del sindaco non troverebbero alcun vantaggio ad esporre il loro uomo alle primarie: se vanno male lo perdono o lo indeboliscono, viceversa riceve un’investitura politica e popolare che lo alleggerisce della loro interessata tutela. Come cittadino pistoiese di sinistra sono lieto che quella di Capecchi sia solo la provocazione di un avversario politico, che non ha trovato né seguito né evidenza.

Tangibile è invece il fatto che i cittadini non sono disposti a riconfermare entusiasticamente Berti. La chiusura di questa amministrazione ad ogni reale forma di confronto e partecipazione, il grossolano uso demagogico-propagandistico di questi temi (la ‘Fabbrica della Città’ ecc.) e le pesanti quanto controverse scelte urbanistiche, hanno provocato - oltre all’uscita dei Verdi dalla maggioranza - il fiorire dei comitati e dell’aperto dissenso in parte dell’associazionismo. Lo spirito di defezione che aleggia nella società civile potrà forse essere disinnescato con le amministrative, costringendo il dibattito elettorale sull’alternativa destra/sinistra. Ma con le primarie si avrebbe una situazione incontrollabile per il gruppo che sostiene Berti.

Altro motivo è la fragilità della leadership del sindaco, evidenziata da Taffini, che ha ragione di temere tiri mancini nella propria coalizione. I malumori, persino nei DS, motivati dalla gestione bulgara del potere (le nomine nelle publi, lo svuotamento del ruolo del Consiglio e della politica in generale), sono percettibili fuori e dentro il Palazzo. Coloro che non vogliono indebolire Berti temono che le primarie allentino le fila e stimolino sviluppi sgraditi. Soprattutto l’emancipazione della parte della Margherita che più soffre la profonda subordinazione nei confronti dei DS e della consistente componente apertamente critica di Rifondazione, partito che in Provincia e Regione non è in maggioranza.

Infine sullo scenario della primarie si proietta una chiara minaccia per il sindaco uscente: la richiesta a Renzo Innocenti di farsi avanti, che una componente non trascurabile del centro sinistra pistoiese coltiva nemmeno tanto silenziosamente. Un suo segno di disponibilità porterebbe alla fine dell’era Berti. Ma qui l’orizzonte si allarga a Roma, dove Chiti ha chiarito che i giochi non sono aperti: a Pistoia niente primarie.

Berti è frutto ed ha il sostegno di quella politica egemonica e chiusa che le lobbies politiche detengono con l’occupazione del potere. La stessa che ha stabilito l’ascesa di Scarpetti, che dispensa cariche e incarichi e che ha partorito l’ultima legge elettorale toscana (assai simile a quella nazionale), per la quale siamo costretti a votare un simbolo senza poter scegliere chi mandare a rappresentarci. Le vere primarie, per questa politica, sono un rischio da evitare con cura. Assai più congeniali gli scenari taffiniani.

Mauro Chessa – Officina Politica Pistoiese

 

 

palandri

Riceviamo e pubblichiamo lo scritto di Stefano Palandri, da sempre impegnato sul fronte della politica pistoiese nella sinistra, che sintetizza efficaciemente molto di ciò che sta scritto nelle pagine del sito dell'Officina. E apre la stessa speranza che noi desideriamo alimentare e per la quale ci sentiamo impegnati.


SONO UN CITTADINO STANCO

Sono stanco.

Sono un cittadino stanco.

Sono stanco, ma non per questo vinto.

Sono stanco di essere trattato da  suddito, di essere prigioniero di strumenti di finta democrazia che mi danno come unica possibilità quella di scegliere, una volta ogni qualche anno, solo e soltanto persone e proposte fatte da altri (da pochi altri).

Sono stanco di vedere le istituzioni ‘occupate’ da personaggi che, più che per le proprie capacità, brillano per il totale acritico asservimento al potente politico di turno.

Sono stanco di vedere le sorti della mia città decise nel chiuso di qualche più o meno nota stanza da pochissimi (noti) personaggi.

Sono stanco di vedere lievitare il costo necessario al mantenimento (neppur modesto) di una classe politica totalmente autoreferenziale, spesso incapace, e che ha ormai del tutto abbandonato il suo ruolo di servizio alla comunità.

Sono stanco di vedere le aziende pubbliche ridotte a ricettacolo di politici da riciclare per continuare a mantenere, con, fra l’altro, servizi sempre più onerosi per il cittadino e sempre meno efficienti.

Sono stanco di ‘finte litigiosità e differenziazioni’ che hanno come unico scopo quello di conquistare un posto al tavolo dove si spartisce il ‘potere’.

E infine sono stanco - ed è forse anche per questo che scrivo queste poche righe - di portarmi dietro anche il peso di aver contribuito (pur agendo sempre, io come tanti altri, animato dalle più sincere motivazioni ideali, per la mia lunga militanza politica nel PCI prima, nel PDS e nei DS poi, godendone anche qualche personale vantaggio) a creare anche io nel mio piccolo questo sistema, e di non  aver avuto la forza di non sostenere ancora con il mio voto, (nel ricordo o forse nella nostalgia di idealità che furono) tutto quello che oggi trovo il coraggio di rifiutare.

Perdonate lo sfogo, ma credo di non essere solo a sentire un così forte disagio e ritengo che sia ora di pensare a qualcosa di nuovo e diverso, a qualcosa che ci possa consentire, come cittadini, di poter recuperare la dignità che deriva dall'avere un peso nelle decisioni, di potersi confrontare seriamente e serenamente sulle scelte da fare per la nostra vita e la nostra città senza veti, vincoli e rendite di posizione da parte di nessuno, sapendo che, alla fine, ogni decisione sarà il frutto di una scelta  ragionata e condivisa e non condizionata dagli interessi personali di Tizio o Caio, ma solo da quello di rendere sempre più civile questa nostra società, nel segno della pace, della tolleranza, della solidarietà e del rispetto dovuto al lavoro. Già, perché, in fin dei conti, c’è una sola cosa che dobbiamo con forza rivendicare per noi e per gli altri: LA DIGNITA’.

E’ utopia? Forse sì, ma perché non provare?

                Stefano Palandri

 

 

 

 

 

 

 

 

 

voci

Riceviamo e pubblichiamo il seguente comunicato, che richiede certamente una riflessione.

Comunicato:

Chiediamo la vostra adesione e partecipazione al presidio che si svolgerà lunedì 6 novembre alle ore 17.00 sotto la Provincia (via Cavour) per far sentire la propria voce contro la criminalizzazione delle realtà di base, in concomitanza con il voto in Consiglio Provinciale della mozione che segue:

in data 29 ottobre è stato presentato in consiglio provinciale dai consiglieri Londi, Giunti, Ermini (La Margherita DL), un ordine del giorno "per esprimere solidarietà al Sig. Sindaco di Pontassieve e a tutta l'Amministrazione Comunale", visto "il grave atto di intimidazione verso il primo cittadino, nei confronti dell'Amministrazione Comunale e dell'intera città che i giovani del centro sociale Voci dalla Macchia hanno messo in scena, sia nel palazzo comunale che in strada".

Il giorno successivo è pervenuta a 21 compagni la notizia della chiusura della indagini preliminari relative al procedimento penale in corso per il reato 633 cpp. (occupazione di immobili), inflittoci dopo lo sgombero dello Spazio Rigenerato Autogestito La Macchia il 14 giugno 2006.

Il tentativo di Marco Mairaghi, dopo che un ordine del giorno simile era stato votato dal Consiglio Comunale di Pontassieve, era quello di ottenere tramite Renzi (Presidente della Provincia) la legittimità politica della repressione messa in atto.
Infatti l'ordine del giorno sarebbe stato votato congiuntamente da Alleanza Nazionale, Forza Italia, Gruppo Misto, Margherita e DS, se Rifondazione, uscendo dall'aula, non avesse fatto venir meno il numero legale.

Inoltre, secondo noi, il tentativo è stato quello di delegittimarci, accusandoci di esprimere la nostra protesta in modo offensivo nei confronti delle istituzioni e di coloro i quali sono garanti della legalità. In realtà la maggioranza del comune di Pontassieve è in evidente affanno: Rifondazione è uscita dalla maggioranza qualche mese fa (tra le cause, le politiche di gestione dell'incenerimento dei rifiuti e lo sgombero dell'SRA La Macchia), mentre i Verdi potrebbero uscirne dopo le vicende relative all'esternalizzazione della gestione della biblioteca.
La strategia è chiara: gli amministratori non sono in grado di fornire risposte politicamente esaurienti sui temi dell'incenerimento dei rifiuti, della Riqualificazione-Speculazione dell'area ferroviaria e del progetto Mezzana 2, della videosorveglianza e dell'esternalizzazione della gestione della biblioteca, ed usano la scusa della "maleducazione" e dell'illegalità per sottrarsi all'onere del confronto con chi pone domande scomode per i loro interessi.

21 denunce vogliono essere una punizione esemplare per tutti coloro che svolgono un'attività di lotta politica sul territorio. La sinistra di governo, sulle orme di Cofferati, Democratici di Sinistra e Margherita in primis, non vuole avere nessuno alla propria sinistra, come dimostra l'arroganza espressa nei confronti di chi -analizzando in generale la realtà fiorentina- si oppone agli inceneritori, al sotto attraversamento tav, alla costruzione della tramvia, allo scempio "delle pietre" di via Ghibellina, a chi occupa per il diritto alla casa e contro le speculazioni edilizie, a chi si oppone nelle scuole, nelle università e sui posti di lavoro a politiche finanziarie che chiedono sempre più sacrifici a studenti, lavoratori e migranti, come l'ultima manovra finanziara contro la quale scenderemo in piazza il 17 novembre.

Voci dalla Macchia
vocidallamacchia@hotmail.it

 

 

 

 

furiodic06

(pubblicato su Il Tirreno del 14 dicembre 06)

La scadenza elettorale amministrativa del prossimo anno rappresenterà un momento importante per Pistoia e sarà occasione di conferme o di cambiamenti. Intanto, ci offre l'opportunità per poter avviare un serio confronto con tutti coloro che hanno a cuore le sorti della città per cercare insieme un percorso condiviso.
La proposta che sta maturando a Pistoia da parte di vari soggetti politici, tra i quali Pagliai (Il Tirreno 10 dicembre e La Nazione di qualche giorno prima), per una lista civica con un candidato a sindaco nuovo ed estraneo alle logiche dei partiti, punti di cui da tempo sosteniamo la necessità, ci trova quindi disponibili ad aprire un serio confronto su di un programma condiviso. In primo luogo, perché, come buona parte della cittadinanza pensa, l'amministrazione guidata da Renzo Berti è stata disastrosa e caratterizzata da una gestione inefficiente e arrogante. In secondo luogo, per la necessità di modificare il sistema di potere garantendo maggiore rappresentatività alla società civile ed evitare la spartizione preventiva di poltrone che assicurino rendite ai professionisti della politica.
Salvaguardare il patrimonio ambientale e contrastare la cementificazione selvaggia a cui da anni stiamo assistendo. Riprendere a far crescere la città puntando sulle risorse migliori dell'imprenditoria, delle professioni, dell'associazionismo e del volontariato.
Siamo consapevoli che dovrà essere una proposta aperta, ampia, pluralista rivolta non solo agli elettori di centrosinistra, ma ai cittadini nel loro complesso. Per il futuro della città servono scelte precise e partecipate e il recupero di una cultura politica e di una pratica di verifica puntuale e continua dell'operato di chi amministra.
Dunque, tutela dell'ambiente, diritti di tutti, solidarietà, servizi pubblici, lavoro, devono essere i problemi su cui dobbiamo impegnarci.
Tutti insieme possiamo contribuire a liberarci dei pochi che da decenni decidono le sorti della città. Apriamo, dunque, un tavolo di confronto fra quanti coltivano la speranza di cambiare radicalmente Pistoia. Il convegno ‘Partecipazione. Tra dire e fare’, che abbiamo organizzato con i Verdi, aspira ad essere proprio il primo passo in questa direzione.

Furio Biagini – Officina Politica Pistoiese