Officina Politica Pistoiese

RASSEGNA STAMPA di CONQUES

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13.10.08

 

La telefonata di Sarkozy a Barroso. "Dobbiamo fare qualcosa, e subito"Andrea Bonanni

PARIGI - La settimana di fuoco dell'Europa, che si concluderà con il vertice di mercoledì prossimo a Bruxelles, è cominciata mercoledì scorso in tarda mattinata, poche ore dopo che il governo inglese aveva varato il suo piano per garantire la liquidità delle banche e mentre le Borse europee continuavano a sfarinarsi. È stato allora che Nicolas Sarkozy, dopo un breve consulto con i suoi consiglieri, ha telefonato nell'ufficio del presidente della Commissione europea, Josè Manuel Barroso, al dodicesimo piano del palazzo Berlaymont. La voce del presidente di turno dell'Ue era concitata come al solito: "dobbiamo fare qualcosa tutti insieme. La riunione del G4 sabato a Parigi e quella dell'Ecofin ieri a Lussemburgo non sono bastate a calmare i mercati. Il prossimo vertice europeo, tra una settimana, è troppo lontano. Dobbiamo mandare un messaggio di unità e dobbiamo farlo subito". Barroso, che per cultura e per carattere è uomo certamente più prudente del presidente francese, ci rifletté su un attimo. "Il G4 e l'Ecofin non hanno funzionato perché, agli occhi degli osservatori, gli elementi di divergenza interna hanno prevalso su quelli di unità - spiegò al telefono - Non possiamo permetterci un nuovo summit in cui si dia l'impressione che ciascuno va per conto proprio. Sarebbe controproducente e darebbe un colpo mortale alla nostra credibilità". Dopo un po' di discussione, il presidente di turno del Consiglio europeo e il presidente della Commissione convennero che la formula da adottare avrebbe dovuto essere quella dell'Eurogruppo: un vertice dei capi di governo dei Paesi dell'euro che non è mai stato convocato da quando esiste la moneta unica. A quel punto Sarkozy telefonò al primo ministro lussemburghese Jean Claude Juncker, presidente dell'Eurogruppo, tirandolo giù dal letto nel suo albergo a Washington, dove era appena arrivato per partecipare ai lavori del G8. "Jean Claude, voglio riunire i capi di governo dell'Eurogruppo all'Eliseo, il più presto possibile. Dobbiamo adottare un piano europeo per favorire la ricapitalizzazione delle banche sul modello di quello britannico". Juncker, che è un vecchio e disincantato navigatore delle tempeste europee, nonostante il sonno e il jet-lag gli rispose con una sola battuta: "Ottima idea, Nicolas. Ma sei sicuro di riuscire a portare tutti ad un accordo?". Dopo un attimo di silenzio, dal palazzo dell'Eliseo a cinquemila chilometri di distanza, arrivò una risposta altrettanto concisa. "No. Ma sono sicuro che, se non convochiamo i capi di governo, un accordo non lo troveremo di certo". Juncker concluse con un'altra battuta, che ha ricordato ieri in conferenza stampa al termine del vertice convocato in tre giorni: "Nicolas, ti prendi un grosso rischio. Ma capisco che se non lo facessi il rischio che prenderemmo tutti sarebbe ancora più grosso". I mercati diranno oggi se la scommessa di Sarkozy ha qualche possibilità di funzionare. Ma è probabile che, senza i tracolli a catena delle borse europee di giovedì e venerdì, la tanto ricercata unità degli europei sarebbe ancora una volta venuta meno. Invece la prospettiva di una catastrofe finanziaria, i segnali di allarme rosso che sono venuti dalla riunione dei ministri economici del G8 a Washington e, in via più riservata, dalla stessa Banca Centrale europea di Francoforte, hanno convinto anche la cancelliera tedesca Angela Merkel che neppure la Germania sarebbe riuscita a superare da sola la tempesta. E così ieri i capi di governo, riuniti per poche ore all'Eliseo, hanno dato per una volta una autentica dimostrazione di unità. Anche così, però, la bozza della dichiarazione congiunta che era stata buttata giù in una prima versione già dai ministri finanziari durante la riunione del G8, ha conosciuto sei successive redazioni. A dimostrazione che la ricerca del consenso non è stata poi così semplice. Gli ultimi dubbi sono stati risolti ieri proprio durante la riunione dei capi di governo. La Banca Centrale ha chiesto e ottenuto che venisse tolto dal testo un paragrafo che le imponeva, sulla falsariga di quanto già fa la FED americana, di rilevare direttamente i debiti a breve termine di "società finanziarie e non finanziarie". "Questo - ha spiegato il presidente della Bce Jean Claude Trichet - è un compito precipuo delle banche commerciali. Sono loro che devono fare credito alle imprese. Noi possiamo semmai garantire la loro esposizione": Alla fine, il paragrafo è stato modificato fino a renderlo insignificante. Un altro problema, sollevato con forza dai belgi, è stato quello del varo immediato del "regolatore unico", un comitato che dovrebbe farsi carico di seguire l'armonizzazione delle norme prudenziali e della riforma dei bilanci. Alla fine però ha prevalso l'idea di Sarkozy che una simile decisione, che interessa tutti gli europei, non avrebbe potuto essere annunciata da un vertice dell'Eurogruppo. La questione sarà dunque discussa al prossimo vertice Ue, mercoledì. Infine ieri i capi di governo si sono a lungo interrogati se comunicare o meno l'importo complessivo del loro piano di garanzia ai mercati finanziari. Per quanto difficile da calcolare, la comunicazione di una cifra che risulterà comunque molto imponente, avrebbe indubbiamente rafforzato il messaggio rassicurante che si vuole indirizzare all'opinione pubblica. Ma contro questa ipotesi hanno prevalso, per molti premier, considerazioni di correttezza istituzionale: poiché i piani di garanzia e di intervento rimangono nazionali, non se ne può quantificare l'importo senza aver consultato prima i rispettivi governi e parlamenti. Oggi nel pomeriggio, alla stessa ora, Francia, Germania e Italia renderanno noti i rispettivi piani e, si spera, gli importi accantonati per finanziarli. Il "governo europeo dell'economia" comincia, molto modestamente, con un coordinamento degli orologi.

 

Quei filo-nazi partiti dal Nordest che dal 2003 assediano la NazionaleCarlo Bonini

ROMA - I cinque di Sofia, tra arrestati e "trattenuti come testimoni", non arrivano a trent'anni. Ventisette il più giovane, ventinove il più vecchio. Vivono a Milano, Treviso, Como, Lucca, Napoli. Almeno due di loro negli archivi della nostra polizia di Prevenzione erano già finiti. Non per fatti di stadio, ma perché "segnalati come organici a formazioni di estrema destra". Due profili che - a dire di fonti diverse del Dipartimento di Pubblica sicurezza - sembrano redatti con carta copiativa. "Neri da Curva". Prodotti del vivaio dell'odio e dell'intolleranza. Che ormai - soltanto a voler stare al rapporto presentato nel maggio scorso al Parlamento dal nostro Servizio interno (Aisi) - monopolizza da destra 63 delle 98 sigle in cui si articola la geografia ultras nel nostro Paese. Eppure, nel palazzo del pallone, nelle sue periferie (l'Osservatorio sulle manifestazioni sportive) e in almeno una delle componenti di governo (Alleanza nazionale), in molti, "indignati", cadono (o fingono di cadere) dal pero. Come se la notte bulgara avesse rivelato una maligna metastasi di cui si ignorava l'esistenza. Come se "Ultras Italia" fosse un nuovo brand d'esportazione venuto alla luce per partenogenesi in qualche ignoto interstizio della nostra provincia nera. Insomma, il solito "cesto di mele marce". Non è così. Le "pezze" con cui "Ultras Italia" annuncia negli stadi italiani ed europei la propria nascita portano la data del 2002-2003. E non è difficile riconoscerle. Sono stoffe tricolori appese alle gradinate, in cui è impresso con caratteri tipografici del Ventennio il nome della città che ne fa mostra come "testimonianza di italianità". Si comincia con Verona, Udine, Padova, Trieste, che è poi il quadrilatero nero in cui il grumo si addensa, si manifesta e trova al suo interno ragioni sufficienti a un lavoro di proselitismo. "In quella fase - racconta un qualificato funzionario di Polizia che da anni fa parte delle 'squadre tifo' che seguono la nostra nazionale - contavamo non più di una cinquantina di elementi. Per lo più del nord-est, che scommettevano sulla possibilità di creare una struttura agile, visibile e in grado di affermare una raggiunta egemonia politica di destra nelle curve del Paese". Del resto, il Triveneto non è luogo geograficamente neutro. Il "Fronte Veneto Skin" e "Forza Nuova" sono la ruota dentata xenofoba in cui si incastra una nuova geografia politica e sociale, di cui, ogni domenica, le curve sono lo specchio. A Verona, dopo lo scioglimento delle "Brigate Gialloblù", i nuovi padroni sono i neri di "Verona front" e "Gioventù scaligera". A Trieste, gli "Ultras Triestina" si imbandierano nei vessilli imperiali austro-ungarici. A Udine, gli "Hooligans Teddy Boys" e i "Nord Kaos" maneggiano ciarpame neonazista non diverso da quello degli "Hell's Angel Ghetto" di Padova. Il palcoscenico della Nazionale offre agli occhi di questo laboratorio nero tre indubbi pregi. E' vergine, perché non ingombro in tutta la sua storia di sigle ultras. E' mediaticamente sovraesposto. Si presta magnificamente alla semplificazione delle parole d'ordine e dei simboli con cui la destra xenofoba declina la sua "italianità". L'inno di Mameli intonato con il saluto romano, i bomber neri, le teste rasate, le croci celtiche, l'aquila nazista, le ss runiche sono già a Stoccarda e Varsavia nel 2003 ad accompagnare la nostra Nazionale. Affacciano, ignorate dallo sguardo televisivo, in Portogallo, agli Europei del 2004. Fino a quando non si manifestano con violenza, a Palermo, nel 2005, durante un'Italia-Slovenia. Gli "Ultras Italia" caricano gli sloveni a cinghiate al grido di "Tito Boia" e le "pezze" che di lì in avanti si trascinano dietro non parlano più soltanto il dialetto veneto. Si sono unite alla nuova giostra "Como", "Busto Arsizio", "Ravenna", "Napoli", "Reggio Calabria", "Torre del Greco", "Latina", "Castelli Romani", "Angri", "Nocera Superiore". I cinquanta degli inizi non sono più tali (a Sofia, sabato, se conteranno 144. A Larnaca, il 6 settembre scorso, erano in 150). Segnalando così come il "progetto", seguendo una geografia dell'appartenenza politica, non soltanto abbia superato la linea gotica, ma sia riuscito nell'obiettivo di far coesistere grazie al suo collante squisitamente nero, tifoserie altrimenti divise da odi sanguinosi (come la veronese e la napoletana). Ma al di fuori degli addetti, i fatti di Palermo non sembrano inquietare nessuno. Neanche quando - sono i primi mesi del 2006 - una delegazione di "Ultras Italia" partecipa in Austria ad un raduno a Braunau (città natale di Hitler), dove la feccia neonazista d'Europa (inglesi, spagnoli, francesi, tedeschi) si incontra per pianificare un Mondiale di Germania violento. "Ultras Italia" può tranquillamente continuare a far mostra delle sue "pezze" negli stadi del Mondiale e, nei due anni successivi, in quelli delle qualificazioni per gli Europei. Il saluto romano, per dirne una, allieta anche l'inno di Mameli intonato il 22 giugno di quest'anno a Vienna, dove l'Italia gioca la sua semifinale con la Spagna. Tranne gli osservatori della nostra polizia, nessuno, a quanto pare, vede o vuole vedere. Il senso comune liquida la faccenda come "folclore". Lo stesso che fa dire, oggi, al nuovo direttore dell'Osservatorio, Domenico Mazzilli (significativamente questore di Trieste fino a tre mesi fa) che, in fondo, ""Duce-Duce" a Sofia non è reato". Che convince Giovanni Adami, 36 anni, avvocato di Udine, legale dei 5 fermati, tra i sostenitori del progetto "Ultras Italia", a pronunciare su questa storia una parola "definitiva": "La verità è che gli aggrediti siamo noi, gli italiani".

 

Ragazza marocchina picchiata e insultata

VARESE - L'avrebbero picchiata a sangue e umiliata con pesanti frasi razziste come "brutta marocchina di m...". L'episodio, del quale si è avuta notizia solo ieri sera, sarebbe avvenuto nel primo pomeriggio di venerdì, attorno alle 14.30, nella zona del mercato, in centro Varese. Vittima dell'aggressione ad opera di alcune coetanee una ragazzina di 15 anni, residente nell'Hinterland varesino, trovata sanguinante da un volontario dei City Angels che ha subito chiamato il 118. Sulla scorta della descrizione fornita dall'adolescente, i carabinieri hanno già denunciato a piede libero una delle ragazzine che avrebbero dato vita al pestaggio. Si tratta di una compagna di scuola. Anna, questo il nome di battesimo dell'extracomunitaria, ha riportato la frattura del setto nasale. Pare che alla base dell'episodio di violenza vi siano degli alterchi maturati il giorno precedente all'uscita dalla Scuola professionale di via Montegeneroso, a Varese, dove la vittima frequenta un corso per parrucchiera. Subito dopo essere salita sul bus, sarebbe stata insultata da un ragazzo che reclamava il diritto a quel posto. Poi si sarebbe intromessa un'amica del giovane e le due ragazze si sarebbero insultate, strattonate, graffiate. Al momento di scendere Anna si sarebbe sentita promettere ulteriori rappresaglie. Venerdì pomeriggio, stando al suo racconto, mentre si trovava nel piazzale dove si svolge il mercato cittadino, sarebbe stata avvicinata da una trentina di persone che l'avevano seguita sin dall'uscita da scuola. Quindi il violento pestaggio che sarebbe avvenuto in mezzo all'indifferenza generale dei passanti.

 

12.10.08

 

Gli italiani pessimisti come mai prima - ILVO DIAMANTI

E' come essere in guerra. E forse è proprio così. Anche se gli attacchi aerei e missilistici sono rimpiazzati dagli indici Dow Jones, MIB, Nasdaq e CAC. Il che fa una bella differenza, ovviamente e per fortuna. Ma è una vera guerra quella che si combatte ogni giorno sulle piazze finanziarie di ogni parte del mondo. E come tale è rappresentata, sui media. A ogni ora un bollettino che annuncia i dati della catastrofe. Le borse che crollano dovunque. Mentre i grandi (?) del mondo si incontrano e si affacciano sulle tivù. Per spiegare che non c'è da preoccuparsi, nessuna banca fallirà, nessun risparmiatore perderà i suoi risparmi. Producendo l'effetto opposto. Perché è difficile non farsi prendere dal panico quando i grandi del mondo ripetono che non bisogna farsi prendere dal panico. Sentirsi tranquilli quando le autorità intimano che bisogna restare tranquilli, mantenere i nervi saldi e il sangue freddo. Se non vi fossero motivi di timore, perché affannarsi a rassicurarti a ogni minuto che passa? La spiegazione principale di questa crisi finanziaria senza fondo, peraltro, è che sui mercati ormai domina la sfiducia. Nessuno si fida di nessuno. Com'è ovvio, visto quel che è successo nel sistema finanziario negli ultimi anni. Tuttavia, in questo caso, mercati finanziari e società si rispecchiano. Soprattutto da noi. In Italia. Certo, non viviamo in un paese da incubo (come ha opportunamente rammentato il cardinal Bagnasco alcune settimane fa). Però bisognerebbe spiegarlo al paese. Visto che in Italia si rilevano, da tempo, gli indici di pessimismo e di insicurezza più elevati d'Europa (come hanno mostrato i sondaggi di Eurobarometro). Un clima d'opinione che sembra essersi ulteriormente deteriorato. Sei italiani su dieci pensano, infatti, che in questo momento non valga la pena di "fare progetti impegnativi per sé e la propria famiglia, perché il futuro è troppo carico di rischi" (sondaggio nazionale Demos, condotto nei giorni scorsi). Si tratta della misura più elevata registrata dal 2000 fino ad oggi. Il problema è che questo sentimento, al di là delle ragioni ragionevoli che lo ispirano, in Italia trova importanti moltiplicatori. In particolare, lo sbriciolarsi dei legami e delle solidarietà sociali, alimentato dalla decomposizione urbana. Il gioco dei risentimenti incrociati fra gruppi professionali, di cui abbiamo parlato qualche settimana fa. Professori, medici, avvocati, maestri, farmacisti, tassisti, broker, commercianti e commercialisti ... Una lista infinita, destinata ad allungarsi. Tutti contro tutti. Deprecati a prescindere. Volta a volta: poveracci, privilegiati, evasori, fannulloni, ladri, incompetenti. Oppure, semplicemente, "nessuno". Un'entità fantasmatica, come gli operai. Che fanno notizia solo quando muoiono sul posto di lavoro. Lo sfarinarsi delle appartenenze professionali, d'altronde, è drammatizzato (e accelerato) dalla perdita di rilevanza delle grandi organizzazioni di rappresentanza economica (Demos, ottobre 2008). In particolare, il 27% dei cittadini esprime fiducia nel sindacato, il 25% verso Confindustria. Si tratta di indici fra i più bassi nella graduatoria dei principali riferimenti associativi e istituzionali in Italia. La fiducia nel sindacato, soprattutto, scivola al livello minimo degli ultimi due anni. Inoltre, scende più in basso della media nella base di riferimento: gli operai (22%). Mentre sale soprattutto fra i pensionati. Uno scenario simmetrico rispetto agli anni Novanta, quando sindacato e Confindustria avevano garantito consenso allo Stato, dopo il tracollo della prima Repubblica. Era la stagione della concertazione, a cui si oppone, oggi, una società "sconcertata". Dove le tradizionali organizzazioni intermedie di rappresentanza non rappresentano più neppure i loro iscritti. La loro base professionale di riferimento. Come potrebbero, d'altra parte, supplire al deficit di fiducia delle istituzioni se esse stesse sono percepite come istituzioni e, per questo, sfiduciate? Il collasso delle borse e del sistema finanziario, peraltro, rischia di accentuare ulteriormente le divisioni interne alla società. Di renderle profonde come baratri. Il 47% degli italiani (Osservatorio sul Capitale sociale di Demos-Coop, di prossima pubblicazione) afferma, ad esempio, di aver ridotto i consumi alimentari, in famiglia. Ma il dato scende sotto il 40% fra imprenditori, lavoratori autonomi e professionisti, mentre supera il 50% fra gli operai e i pensionati. Da ciò il problema: come possa mantenere un grado accettabile di coesione una società così incoerente. Tendenzialmente dis-integrata. E come possa, a maggior ragione, non ri-esplodere quel dissenso politico che travolse, dall'autunno 2006, il governo Prodi e le forze che lo sostenevano. In una fase assai meno drammatica, economicamente, rispetto a quella attuale. Oggi, anzi, si osserva un orientamento contrario. Visto che la fiducia nel governo continua a crescere e ha raggiunto il livello più alto dal settembre 2002. (Al contrario dell'opposizione di centrosinistra, ormai ai minimi storici). La spiegazione più ragionevole sta, a nostro avviso, proprio nel clima di inquietudine e diffidenza che inquina il nostro mondo. Questa società si sente sotto assedio. E le forze politiche, gli uomini di governo, lo stesso Presidente del Consiglio confermano le sue paure. Ne traggono motivo di consenso. Promettono di difenderla dai nemici che la minacciano. Immigrati, rom, prostitute, automobilisti e motociclisti ubriachi, tossici e spacciatori. Promettono, inoltre, di contrastare il disordine sociale, devastato dalla perdita di senso e di autorità. Combattono la morte del futuro e il collasso del presente attraverso il richiamo al passato. Attraverso i valori e i simboli pre-sessantottini. I grembiulini, il voto di condotta, i bambini che si alzano quando entra il professore. Attraverso lo Stato protettivo e protettore, gli impiegati pubblici che, finalmente, la smettono di poltrire, i professori che, finalmente, si fanno rispettare, i maestri, che, finalmente, tornano ad essere unici. Questa società sotto assedio (come la definisce Bauman) applaude l'esercito sparso sul territorio e nelle città, i vigili urbani che diventano poliziotti, i sindaci che si fingono sceriffi. I "ministri della paura", geniale invenzione di Antonio Albanese (puntualmente superata dalla realtà). Questa società, di fronte al terrorismo delle borse, come dopo l'attacco alle torri nel settembre 2001, esprime domanda di certezza e di autorità. Così, si raccoglie, trepida, intorno al Grande Rassicuratore. Che, dagli schermi, dice ciò che tutti temono e tutti vogliono sentire. Non c'è motivo di avere paura. Cioè: abbiate paura, perché ce n'è motivo. Ma io - solo io - vi salverò. Dalle banche e dai banchieri, dai subprime e dai fondi tossici, dalle cattive azioni e dai cattivi maestri (sempre loro...). Dai broker armati, che vi minacciano: "O la borsa o la vita". E se le borse non mi ascoltano io le chiuderò. Abbiate sfiducia negli altri. Paura del mondo. Il futuro è ieri. E' il consenso triste del nostro tempo. Intriso di sfiducia e di paure. Prigioniero della nostalgia.

 

Dalla Lega la tassa sull'immigrato. 200 euro per permesso di soggiorno - VLADIMIRO POLCHI

ROMA - Dopo il permesso di soggiorno a punti arriva la tassa sull'immigrato. Ogni straniero dovrà infatti versare 200 euro per chiedere il rilascio e il rinnovo del permesso o avviare la pratica di cittadinanza. La tassa va ad aggiungersi ai 70 euro di costi fissi già sborsati dai lavoratori extracomunitari. Il nuovo balzello è contenuto in due emendamenti leghisti al disegno di legge sulla sicurezza e servirà a finanziare un "fondo per la prevenzione dei flussi migratori" istituito presso la Farnesina. Non si ferma dunque l'offensiva del gruppo del Carroccio al Senato: prima il permesso a punti per punire gli immigrati che commettono infrazioni, poi la regolarizzazione delle ronde cittadine, quindi l'obbligo di referendum prima della costruzione di una moschea. Ora, il giro di vite sull'immigrazione si arricchisce di un nuovo tassello. Basta leggere due degli emendamenti presentati venerdì scorso dai leghisti in Senato. Primo, "le istanze o dichiarazioni di elezione, acquisto, riacquisto, rinuncia o concessione della cittadinanza sono soggette al pagamento di una tassa di importo pari a euro 200". Secondo, "la richiesta di rilascio e di rinnovo del permesso di soggiorno è sottoposta al pagamento di una tassa, il cui importo è fissato in 200 euro". La tassa si applica anche in caso di permesso di soggiorno per motivi familiari. A cosa serviranno questi soldi? Semplice, a finanziare "un fondo per la prevenzione dei flussi migratori, finalizzato a progetti di sviluppo locale nei Paesi, che hanno stipulato o intendono stipulare con lo Stato italiano accordi bilaterali". "Vogliamo semplicemente che chi arrivi nel nostro Paese ne rispetti le leggi e gli emendamenti presentati vanno in questa direzione. Le nostre proposte - piega Lorenzo Bodega, vicepresidente dei senatori della Lega - stanno riscuotendo opinioni favorevoli tra i cittadini. Se prendiamo, per esempio, il permesso a punti, questo è un sistema che darà più sicurezza e più integrazione, facendo emergere solo quella immigrazione positiva e onesta che lavora, produce e si è integrata alla perfezione". Quanto alla nuova tassa sui permessi, il senatore del Carroccio sostiene che servirà ad "aiutare i Paesi poveri a casa loro, grazie ai 200 euro che ogni immigrato dovrà pagare al Fondo per la prevenzione dei flussi migratori. Questa - aggiunge - è solidarietà e vicinanza verso i popoli: aiutarli in casa loro, senza illusioni di El Dorado, che non esistono più. A maggior ragione da noi". Ma quale sarà l'effetto della nuova tassa sulle tasche degli immigrati? "Già oggi per richiedere il primo rilascio o il rinnovo del permesso di soggiorno il lavoratore straniero spende 70 euro tra spese postali, pagamento del bollo e costo del permesso elettronico - spiega l'avvocato Marco Paggi dell'Associazione di studi giuridici sull'immigrazione - Simile la spesa per ottenere la cittadinanza, tra pagamento del bollo e costo dei certificati in Italia e in madrepatria". Ora si vorrebbe aggiungere una tassa ad hoc di 200 euro. "Una tassa sui poveri, che rischia di minacciare pericolosamente il tenore di vita dei migranti". Un esempio? "Basta pensare a quei nuclei familiari - risponde Paggi - i cui componenti hanno contratti di lavoro a tempo determinato e che devono rinnovare il permesso di soggiorno ogni sei mesi. In tal caso, la famiglia dovrebbe sborsare, tra tasse e costi fissi, 540 euro all'anno per ogni suo membro".

 

11.10.08

 

Nel week end l'ultima spiaggia. 48 ore per evitare il crac globale

FEDERICO RAMPINI

È l’ultima spiaggia, è il weekend in cui i leader mondiali devono fare il miracolo. Un frenetico susseguirsi di vertici - oggi si chiude il G7 a Washington, domani si ritrova l'Eurogruppo a Parigi - deve riuscire in 48 ore a dare una parvenza di controllo su una situazione impazzita. La ricchezza bruciata nelle Borse rispetto a un anno fa raggiunge 14.300 miliardi di dollari: è sparito esattamente l'intero Pil annuo degli Stati Uniti. E queste sono "solo" perdite su azioni, non includono i crolli obbligazionari, né le bancarotte o le altre insolvenze di debiti. Sotto la pressione dell'onda di panico, i governi e i banchieri centrali tentano da ieri sera di mostrare un fronte comune. Per placare il terrore deve uscire una sorpresa dal G7 o dal vertice europeo, un eccezionale sussulto di leadership. Ieri sera il primo incontro del G7 ha partorito una bozza in cinque punti, le cinque priorità su cui si concentra l'azione dei governi: impedire fallimenti di grandi istituzioni finanziarie; scongelare i mercati del credito; ricapitalizzare le banche; garantire sicurezza ai depositanti; aumentare la trasparenza dei bilanci. Un'aggiunta finale promette politiche macroeconomiche anti-recessione. Quel documento diffuso da Washington nella serata non scioglie un'ambiguità. Non si capisce quanto sia un riassunto razionale di tutto ciò che i singoli governi hanno fatto finora, e continueranno a fare ciascuno per conto suo. Oppure se il G7 segnali il passaggio a un'azione comune, pienamente coordinata, quindi anche con energie unificate, risorse moltiplicate. "La risposta fin qui non ha avuto un carattere globale", denunciava ieri il Fondo monetario internazionale. Basteranno le dichiarazioni comuni per cambiare il segno degli avvenimenti? Le mosse più importanti in riserva sono di tre tipi. Primo: una ricapitalizzazione massiccia delle banche con l'uso di fondi pubblici (e quindi nazionalizzazioni parziali o totali). Secondo: l'annuncio che gli Stati estenderanno la protezione pubblica non soltanto ai depositi dei risparmiatori, ma garantendo perfino i prestiti che gli istituti di credito si fanno tra loro sul mercato interbancario. Terzo: il varo di forme di solidarietà tra paesi che vadano ben oltre la concertazione già attuata fra le banche centrali. Il primo punto è già contenuto nel documento del G7 che promette iniezioni di capitali per stabilizzare le banche. Il secondo, cioè l'ombrello di protezione statale esteso dai depositi dei risparmiatori fino all'intero mercato interbancario, potrebbe essere "l'arma nucleare" in grado di colpire l'epicentro strategico della crisi che è il crollo di fiducia tra banche e la paralisi nei flussi di credito: è sostenuto dagli inglesi, ha l'inconveniente dei costi incalcolabili e potenzialmente illimitati. Infine, le solidarietà intergovernative per essere credibili devono poggiare su strumenti nuovi e risorse consistenti: rispunterà forse in seno all'Eurogruppo di Parigi l'idea del fondo unico europeo sul modello dei 700 miliardi di dollari del piano Paulson (per ricomprare dalle banche i titoli-spazzatura). Resta però il dubbio che non basti, visto che Wall Street ha già digerito e dimenticato l'esistenza del fondo Paulson con una lunga serie di cadute. La vigilia del weekend al cardiopalmo è stata turbata anche dalla dichiarazione a mercati aperti di Berlusconi, sull'ipotesi di chiudere le Borse per "preparare una nuova Bretton Woods", battuta poi rimangiata dall'interessato e smentita perfino dalla Casa Bianca. La conferenza di Bretton Woods in cui vennero ridisegnate le regole dell'economia mondiale durò dal primo al 22 luglio 1944 e forse oggi non basterebbero neppure tre settimane per rifare quell'impresa storica, permessa allora da una leadership americana tanto illuminata quanto unipolare, nonché dalla statura di personaggi come Roosevelt, Churchill e Keynes. La voce della chiusura delle Borse mondiali circolava da giorni nelle sale mercati, ma come un'ipotesi di pura disperazione. Tutti i limiti coercitivi imposti contro la speculazione ribassista sono stati dei clamorosi autogol, erano in vigore quando il Dow Jones perse 777 punti in una sola seduta: finché le grandi piazze finanziarie restano aperte vuol dire che, sia pure a prezzi in caduta libera, c'è ancora chi compra. L'alternativa è molto peggiore. Spezzare la spirale vorticosa dei crolli è diventato sempre più complicato via via che si sovrappongono due paure: alla glaciazione del credito si aggiunge la certezza di una recessione mondiale. Le due malattie si acutizzano a vicenda. Perfino le più costose nazionalizzazioni bancarie hanno effetti deludenti: ieri è tornata ad allargarsi a livelli d'allarme la forbice tra i tassi d'interesse dei Bot americani, e i rendimenti che devono offrire sul mercato gli istituti Fannie Mae e Freddie Mac per finanziare i loro mutui. Visto che i due colossi del credito immobiliare sono sotto controllo pubblico, vuol dire che ormai non basta più neppure la garanzia federale che Washington offre. Il ministro del Tesoro britannico, Alistair Darling, ha fatto la diagnosi più realistica: "Abbiamo bisogno di decisioni internazionali subito, o si va al collasso mondiale dei mercati". Il conto alla rovescia è cominciato, il lunedì mattina si avvicina a grandi passi. Nessuno può permettersi che questo weekend sia una replica dei vacui G4 o Ecofin dei giorni precedenti, con dichiarazioni altisonanti a cui non ha fatto seguito una vera azione di squadra. Nessuno osa immaginare che cosa accadrebbe alla riapertura dei mercati.

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12.10.08

 

Il dramma e l’umiltà - Luigi Manconi

Una tragedia nella tragedia: nella vicenda umanissima e drammaticissima di Eluana Englaro si sono riflessi, come in uno specchio, due orientamenti culturali che, impadronendosi di quella storia privata, hanno rivelato la forza dirompente del suo significato simbolico e morale. Il percorso di sofferenza di Eluana e dei suoi familiari apparteneva a una sfera intima quale quella del rapporto tra genitori e figli e quella, straziante, della responsabilità di un padre nei confronti di un dolore indicibile e di un destino incontrollabile. Quella vicenda avrebbe dovuto avere il suo corso ordinario se l’intervento della tecnica (qui nella forma dell’alimentazione e dell’idratazione artificiali) non avesse richiesto un’autorizzazione giuridica per essere sospeso: e così assecondare l’esaurirsi di quella vita verso la sua fine inevitabile. È stato qui, nell’ineludibile richiamo a una norma e a chi avesse il potere di interpretarla, che quella vicenda intima è diventata pubblica. Nella tragedia di quella donna e dei suoi genitori hanno fatto irruzione, così, due autorità esterne che non si sono limitate a far sentire la propria voce, ma che hanno potentemente interferito. Il magistero della Chiesa, per un verso, e il Parlamento, per l’altro. I loro interventi hanno rivelato una desolante assenza di pietas, una incapacità di compassione, una rigidità propria dell’autorità priva della saggezza del cuore. L’Italia cattolica, apostolica e romana, di fronte a una tragedia irreparabile, ha manifestato quella singolare spietatezza che solo la fede che si fa superbia e l’etica che si congeda dalla carità riescono a esprimere. Appena pochi giorni fa, Avvenire ha criticato Bepino Englaro, padre di Eluana. Ci rammarichiamo per Avvenire. Ma Bepino Englaro non è un eroe civile: è un padre nel senso più antico ed essenziale della genitorialità, ed è un uomo nel significato più alto e tragico che la condizione umana possa esigere. Un padre chiamato dalla sorte al compito più oneroso e doloroso: decidere della vita della persona alla quale ha dato la vita e scegliere quale sia il male minore al quale destinarla. Un uomo normale che deve compiere, suo malgrado, una scelta straordinaria e che, da sedici anni, dice di sapere quale sarebbe la volontà della figlia. È certo - è una delle poche certezze di cui disponiamo - che lo sa, per sentimento e per intelligenza, meglio di chiunque altro. Non solo: Bepino Englaro avrebbe potuto compiere la scelta, silenziosa e anonima, fatta da migliaia e migliaia di familiari e da migliaia e migliaia di medici. Ovvero consentire che la vita di Eluana venisse tacitamente spenta. Non ha accettato questo e si è fatto dolente testimone, dignitoso e sobrio, della propria tragedia, nella consapevolezza che non si tratti solo di una vicenda privata; e ha accompagnato giorno dopo giorno la muta esistenza della figlia lungo le successive stazioni della sua via crucis. Di quest’uomo Avvenire ha scritto: «Il padre sembra chiedere la sospensione dell’alimentazione della figlia per "liberare" non lei, ma se stesso, da una situazione che non può tollerare» e poi: «In realtà a non farcela più è la persona che assiste»; e ancora: «Nel nome della libera scelta, a venir liberate in realtà sarebbero le persone sulle cui spalle il malato pesa». Viene da dire: ma come vi permettete? E come vi permettete di definire "emozionismo" quell’espressione di amore - così altamente morale - che fa sentire come intollerabile la condizione di chi si trovi in stato vegetativo e che induce a volerla interrompere? A produrre, in alcuni ambienti cattolici, un simile atteggiamento così virtuosamente crudele nei confronti di Eluana e dei suoi familiari, è ancora una volta un atto di alterigia etica: l’idea, che non è propria della fede, bensì della sua interpretazione integralista, di conoscere quale sia il "vero bene" e la gerarchia delle priorità morali. La "sacralità della vita" di Eluana in questo caso e in ogni caso. Non troppo diversa da questa lettura confessionale-fondamentalista è quella che ha spinto il centrodestra a elevare il conflitto di competenza a seguito delle sentenze della Corte di cassazione e della Corte d’appello presso il Tribunale civile di Milano, che autorizzavano la sospensione dell’alimentazione e dell’idratazione artificiali. Per sedici lunghi anni il Parlamento ha ignorato la vicenda di Eluana Englaro e delle migliaia di persone nelle sue stesse condizioni. Quando la magistratura ha infine saggiamente deciso, il Parlamento ha detto di sentirsi "espropriato": non una parola o un gesto per la famiglia di Eluana Englaro, ma tante dichiarazioni che, in nome della "indisponibilità della vita", mortificavano il senso più profondo della vita stessa e della sua dignità. Ovvero la libertà umana e il primato della coscienza rispetto a qualunque autorità esterna. E il principio inviolabile dell’autoderminazione individuale. Parlamentari ignorantissimi che discettano di "deriva eutanasica" in nome di valori cristiani che hanno bestemmiato fino a un quarto d’ora fa e, in quel dibattito alla Camera e al Senato, nessuna consapevolezza dei veri dilemmi etici che le questioni di vita e di morte sollevano e nessuna coscienza di quali siano le nuove problematiche che lo sviluppo delle biotecnologie impone, ma neanche alcuna intelligenza del cuore: solo ed esclusivamente la preoccupazione di attenersi a quanto la Conferenza episcopale italiana ha detto dice e dirà. Anche in queste ore c’è chi - Luca Volontè, e chi altri mai - grida contro l’eutanasia, non sapendo evidentemente quel che dice; e ignorando quanto il magistero della Chiesa (da Pio XII a Benedetto XVI, quand’era prefetto della Sacra congregazione per la dottrina della fede) ha costantemente affermato. Chi scrive, questo giornale e tanti uomini e donne di buona volontà, non vivono questa come una "battaglia" (per usare ancora le parole sgraziate di Avvenire) la vivono come un dramma, che richiede umiltà e, appunto, pietas e compassione. Chi scrive ritiene che fondamento della persona umana sia la libertà. Che è, se non sbaglio, concetto cristiano (Agostino: ama e fa’ ciò che vuoi) e - grazie a Dio, è il caso di dire - non solo cristiano. La libertà non vive nel vuoto e nell’assenza: è relazione, scambio, empatia. È legame sociale. Ma, quando la libertà individuale entra in conflitto con altri vincoli (la decisione terapeutica e la scienza medica, la morale religiosa e la norma giuridica, la domanda affettiva di sopravvivere il più a lungo possibile...), non può essere che la libertà individuale a costituire il punto di riferimento. Essa non rappresenta un assoluto ma - come affermava la Conferenza episcopale spagnola già nel 2000 - nemmeno la vita umana è il valore supremo assoluto.

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13.10.08

 

Italiani e fiducia nelle banche. In una settimana giù del 28%

Renato Mannheimer

Il governo e altre autorità istituzionali cercano in questi giorni di rassicurare gli italiani sugli effetti della drammatica crisi finanziaria ed economica che sta coinvolgendo gran parte del mondo. Il possibile insorgere di una crisi di fiducia tra i cittadini costituisce in effetti un timore fondato e suffragato dagli esiti degli ultimi sondaggi di opinione. La preoccupazione riscontrabile nel nostro Paese riguardo alla sicurezza dei depositi e alla solidità delle banche si è andata infatti accrescendo enormemente proprio negli ultimi giorni. Un mese fa (il 12 settembre) circa un quarto degli italiani adulti pronosticava un deterioramento dell'economia. Oggi (la rilevazione è stata eseguita il 9 ottobre), sono quasi raddoppiati giungendo al 46%: gli incrementi maggiori nel pessimismo si sono verificati significativamente tra le persone in età lavorativa centrale (35-55enni) e tra i residenti in una delle aree di maggiore vitalità economica, il Nord-Est. La previsione sulla situazione finanziaria personale peggiora anch'essa considerevolmente: in sette giorni i pessimisti raddoppiano, passando dal 16 al 34%. Nell'insieme, più del 60% degli italiani si pronuncia oggi negativamente per l'economia mondiale e il 40% ha questa stessa sensazione per ciò che concerne la propria famiglia. Sono specialmente le banche a trovarsi nell'occhio del mirino. La fiducia in queste ultime, già tradizionalmente bassa, è calata ulteriormente, raggiungendo il minimo storico. E si fanno sempre più estesi i dubbi sulla loro affidabilità. Ancora la scorsa settimana, la maggioranza (67%) dei cittadini riteneva «molto o abbastanza solida» la banca di cui è cliente: oggi questa quota è drasticamente scesa al 39%: la maggioranza degli italiani comincia dunque a non fidarsi più del proprio istituto di credito. È un orientamento più diffuso tra chi è più lontano dalla politica e segue con maggiore difficoltà le notizie sui quotidiani. Certo, si tratta di meri atteggiamenti, di stati d'animo non sempre suffragati da dati di fatto. Ma, come ci insegna la stessa crisi che stiamo attraversando, spesso i fenomeni e i comportamenti economici sono dettati più dalla componente emotiva che da quella razionale. Di conseguenza, gli aspetti psicologici sono, specie in questi giorni, estremamente rilevanti. Nel loro insieme, questi dati possono dunque essere interpretati almeno da due diversi punti di vista. Da una parte, emerge come gli italiani mostrino ancora un atteggiamento responsabile: siamo ben lontani da quella che può essere definita una situazione di panico. Dall'altro canto, non si può non rilevare come il clima di opinione e la fiducia del Paese nelle istituzioni finanziarie vadano progressivamente deteriorandosi. Con conseguenze difficili da prevedere.

 

L’Ue si gioca tutto

E così Gordon Brown, geloso tutore della sterlina britannica, ha fatto da guida ai Signori dell’euro. Soltanto i mercati, sin dalle prime contrattazioni di oggi, ci diranno se le proposte dell’Eurogruppo saranno riuscite a placare la nevrosi finanziaria che scuote il mondo intero. Per ora si può soltanto constatare che il piano d'azione varato ieri a Parigi appare ben più concreto dei precedenti, e che i Quindici, nel tentativo di risultare convincenti, hanno rinunciato a una buona fetta del loro orgoglio monetario. Tutti, infatti, hanno riconosciuto che le misure contemplate si ispirano alla strategia varata da Londra. E per il Primo ministro inglese, considerato fino a ieri un sopravvissuto della politica in attesa di sostituzione, non si tratta di una soddisfazione da poco. I massimi dirigenti politici dall'area euro, del resto, avevano ben poche alternative. Le precedenti dichiarazioni comuni non erano riuscite a rassicurare gli operatori, e persino il decantato «piano Paulson» era stato accolto con indifferenza dalle borse americane in picchiata. Occorreva fare di più, e giustamente nessuno è stato lì a vedere se le idee migliori venivano da questa o dall'altra parte della Manica. I Quindici garantiscono la partecipazione degli Stati alla ricapitalizzazione delle banche, ribadiscono che nessun istituto di credito suscettibile di recare danno all'intero sistema sarà lasciato fallire, e soprattutto estendono la garanzia statale al mercato interbancario. Sbloccano, cioè, quei prestiti tra banche che sono arrivati alla paralisi per reciproca sfiducia, innescando da un lato pericoli di fallimento degli istituti e dall'altro strette creditizie verso i clienti dell'«economia reale». Nella stessa direzione, quella di estendere come mai prima la sfera delle garanzie pubbliche, si muove la possibilità di sostituire i prodotti finanziari «malati» con obbligazioni statali, alleggerendo non poco eventuali bilanci pericolanti delle banche. Il tutto a titolo provvisorio e con l'indicazione della scadenza a fine 2009, perché si spera che allora le cose vadano meglio ma anche per sottolineare che non si vuole sostituire stabilmente la filosofia di mercato con nazionalizzazioni o semi-nazionalizzazioni (benché di fatto sia proprio questo che il piano prevede). L'accordo è stato reso possibile sì dalla paura di una crisi ancor più catastrofica di quella vista sin qui, ma anche dal compromesso che i più tenaci difensori dell'autonomia nazionale, come la tedesca Merkel, hanno saputo trovare con lo schieramento «comunitario» guidato da Berlusconi. Non è nato infatti a Parigi il «fondo unico europeo» che l'Italia aveva suggerito, ma le misure adottate gli somigliano e gli somiglieranno ancora di più dopo che Germania, Francia e Italia avranno annunciato oggi i dettagli cifrati dei propri impegni nell'ambito dell'intesa collettiva. I «Quindici più uno» convenuti ieri a Parigi si vedranno peraltro mercoledì e giovedì a Bruxelles con gli altri undici soci della UE, e l'occasione dovrebbe portare all'adozione da parte di tutta l'Unione del piano di battaglia varato ieri. Basterà? Risulterà frenata la corsa verso il baratro dei mercati internazionali? Brown si è detto convinto di sì, ma ogni previsione appare ancora temeraria. Perché le borse hanno una loro logica difficile da anticipare. Perché la medicina potrebbe essere arrivata troppo tardi. E anche perché i Quindici, pur progredendo sul binario dell'azione comune e coordinata rispetto a quello (inefficace) delle priorità nazionale, hanno lasciato qualche spazio alle fughe di capitali e alle speculazioni inter-statali. Nella breccia potrebbe tornare ad infilarsi la sfiducia, anche se resterebbe la possibilità di correre ai ripari. Magari entro giovedì. L'Europa si gioca tutto, e ha soltanto cominciato a mostrare di averlo compreso. Si gioca lo sviluppo, il suo modello sociale, le sue ambizioni politiche in un mondo che la crisi spingerà di gran carriera verso il multipolarismo. Quello di ieri è stato un test importante. Speriamo che non si sia trattato dell'ultima spiaggia davanti a uno tsunami inarrestabile.

 

Il leader-avvocato: «Le braccia tese? Non si possono abbassare con la forza» - Fiorenza Sarzanini

ROMA - Il saluto romano per accogliere l'inno dell'Italia lo avevano sempre fatto. Ma prima d'ora gli Ultras Italia non erano mai stati protagonisti di incidenti con altre tifoserie, anche se alla vigilia dei Mondiali di calcio in Germania - era il 2006 - promettevano: «Siamo pronti a scontrarci con tutti». Parole, proclami, minacce. Adesso sono passati ai fatti. Ed è questo ad allarmare gli analisti del Viminale, perché l'eco internazionale dei vergognosi cori di Sofia potrebbe aiutarli a fare proseliti nelle curve, a pescare in quelle frange di estrema destra già ora protagoniste di episodi di violenza sugli spalti e fuori dagli stadi. Il canale con i sostenitori di molti club italiani è già attivato, i contatti frequenti. Ma inquadrarli in gruppi organizzati è difficile perché la loro caratteristica è propria quella di essere «cani sciolti», uniti dalla passione per la nazionale e per il fascismo. Inneggiano al Duce e ai leader di Forza Nuova, sostengono il presidente iraniano Ahmadinejad perché nega l'Olocausto e attacca gli Stati Uniti. Girano con croci celtiche al collo e svastiche tatuate sul corpo. Per finanziarsi vendono su eBay felpe e cappelli, sciarpe e borse che identificano con marchi eloquenti: Dux, oppure Littorio Ninja. Giovanni Adami, è certamente uno dei leader. Ex giocatore di basket in serie A, ha 37 anni, è nato e vive a Udine dove fa l'avvocato. E dove si è specializzato nei ricorsi al Tar contro i Daspo, i provvedimenti amministrativi che impongono ai tifosi più violenti il divieto di ingresso allo stadio. Anche lui era nella curva di Sofia: «Mi fa specie che di una trasferta da elmetto in testa, venga messo in risalto qualche braccio teso e alcuni cori "Duce Duce"». E le braccia tese? «Se qualcuno fa il gesto di stendere il braccio, non glielo si può fisicamente abbassare». Cerca di minimizzare gli incidenti, sostiene che «nel pub gli italiani sono stati aggrediti e, nonostante questo, d'accordo con la polizia sono arrivati fino allo stadio senza provocare ulteriori incidenti. Le immagini del circuito internazionale però hanno mostrato altro, soprattutto quando hanno inquadrato gli spalti. Lo zoccolo duro degli Ultras Italia è nel Nordest - Udine e Verona, soprattutto - ma qualcuno arriva da Angri, nel salernitano, e poi da Latina, Como, Napoli, Bari, Reggio Calabria, fino raggiungere qualche centinaia. Sono gemellati con alcuni gruppi europei neonazisti, due anni fa - prima dei campionati in Germania - una delegazione ha partecipato ad un incontro con tifosi tedeschi, britannici e polacchi a Braunau am Inn, cittadina dove nacque Adolf Hitler. «Onorare la pezza tricolore» con il loro logo è l'obiettivo. Finora lo hanno fatto con il braccio teso. Nella notte di Sofia hanno aggiunto i canti nazisti, i petardi e le cinghiate. Erano 144 i biglietti venduti, nessun nominativo risultava segnalato al Viminale. Ma forse qualche tagliando è finito in mani diverse e ora bisognerà ricostruire la lista di chi era in trasferta con la nazionale. Sabato sera, i primi che hanno lasciato la Bulgaria per tornare a Venezia, ostentavano sicurezza: «Non ci possono contestare alcun reato». Gli sarà vietato entrare allo stadio per il prossimo anno. E forse scatterà anche il divieto internazionale. Provvedimento che l'avvocato Adami, rimasto a Sofia per difendere i compagni, sarà certamente pronto a contestare in tribunale.

 

Opposizione non significa dire solo no alle riforme altrui

Che cosa realmente sanno della scuola, della causa per cui protestavano, gli studenti che l’altro giorno hanno affollato le vie e le piazze d’Italia? Probabilmente solo che il potere, cattivo per definizione (figuriamoci poi se è di destra!), vuole fare dei «tagli», termine altrettanto sgradevole per definizione, e imporre regole limitatrici della precedente libertà (grembiule, valore del voto di condotta), dunque sgradevoli anch’esse. Sapevano, sanno solo questo, non per colpa loro ma perché ormai da tempo in Italia, nel dibattito tra maggioranza e minoranza, e di conseguenza nel discorso pubblico, la realtà, i dati, non riescono ad avere alcun peso, dal momento che su di essi sembra lecito dire tutto e il contrario di tutto. Nulla è vero e nulla è falso, contano solo le opinioni e i fatti meno di zero. Esemplare di questo disprezzo per la realtà continua a essere il dibattito sulla scuola. C’è un ministro, Mariastella Gelmini, che dice che la scuola italiana non funziona. Porta delle cifre: sul numero eccessivo d’insegnanti, sull’eccessiva percentuale assorbita dagli stipendi rispetto al bilancio complessivo, sui risultati modesti degli studenti, sulla discutibile organizzazione della scuola nel Mezzogiorno; evoca poi fenomeni sotto gli occhi di tutti: l’allentamento della disciplina, gli episodi di vero e proprio teppismo nelle aule scolastiche. E alla fine fa delle proposte. Discutibilissime naturalmente, ma la caratteristica singolare dell’Italia è che nessuno, e men che meno l’opposizione, men che meno il sindacato della scuola che pure si prepara a uno sciopero generale di protesta, sembra interessato a discutere di niente. Né dell’analisi né di possibili rimedi alternativi a quelli proposti. Cosa pensa ad esempio dei dati presentati dal ministro Gelmini il ministro ombra dell’istruzione del Pd, la senatrice Garavaglia? Sono veri? Sono falsi? E cosa indicano a suo giudizio? Che la scuola italiana funziona bene o che funziona male? E se è così, lei e il suo partito che cosa propongono? Non lo sappiamo, e bisogna ammettere che per delle forze politiche e sindacali che si richiamano con forza al riformismo si tratta di un atteggiamento non poco contraddittorio. Riformismo, infatti, dovrebbe significare prima di tutto la consapevolezza di che cosa va cambiato, e poi, di conseguenza, la capacità di indicare i cambiamenti del caso: le riforme appunto. Non significa dire solo no alle riforme altrui, e basta. Infatti, alla fine, dato il silenzio circa qualsiasi misura nel merito, l’unica proposta che rimane sul tappeto da parte del Partito democratico e del sindacato appare essere virtualmente solo quella di lasciare le cose come stanno. Naturalmente nessuno si prende la responsabilità di dirlo esplicitamente, ma ancor meno nessuno osa esprimere il minimo suggerimento concreto. In realtà, a proposito della scuola una proposta precisa è stata ed è avanzata di continuo dall'opposizione politico-sindacale. Alla scuola - ci viene detto - servono più soldi (nel discorso pubblico italiano, di qualsiasi cosa si tratti, servono sempre o «ben altro» o «più soldi»). Insomma, la colpa del malfunzionamento della scuola starebbe nelle poche risorse di cui essa dispone: ciò che almeno serve politicamente a rendere ancor più deplorevole la recente decisione del ministro del Tesoro di togliergliene delle altre. Peccato però che pure in questo caso, per dirla con le parole di uno studioso che non milita certo nel campo della destra, Carlo Trigilia, sul Sole-24 ore di martedì scorso, dall'opposizione «non è stata elaborata alcuna proposta di manovra finanziaria che spiegasse se e come era possibile coniugare rigore finanziario e scelte concrete diverse da quelle del governo». Dunque neppure sul come e dove trovare quei benedetti soldi l'opinione pubblica ha la minima indicazione su cui discutere, su cui fare confronti e alla fine farsi un'idea. Questo non tenere conto dei fatti, dei dati concreti, questo continuo scansare la realtà, finiscono così per diventare uno dei principali alimenti della diffusa ineducazione politica degli italiani. Nel caso della scuola contribuiscono a far credere a tanti, a tanti insegnanti, a tanti studenti, di vivere in un Paese governato da ministri sadici, nemici dell'istruzione, che chissà perché rifiutano di distribuire risorse che invece ci sono; contribuisce a far credere a tante scuole, a tante Università, che i problemi possono risolversi con la messa in scena spettrale - più o meno per il quarantesimo anno consecutivo! - dell'ennesimo corteo, dell'ennesima «okkupazione».

 

11.10.08

 

Buonsenso e cretinismo - Giovanni Sartori

Il tema del buonsenso del quale scrivevo venerdì della settimana scorsa ha stuzzicato parecchi lettori. Uno mi chiede se una persona intelligente senza buonsenso equivale a un cretino. Un altro se il buonsenso è l'antidoto contro la stupidità. Un terzo se la scomparsa del buonsenso comporta l'ascesa inarrestabile del cretinismo. Infine, il buonsenso è saggezza e, viceversa, la saggezza è buonsenso? Sono tutte domande belline. L'intelligenza è difficilissima da definire. La parola viene dal latino intelligere e quindi indica, etimologicamente, una capacità di capire. Il che, però, non stabilisce criteri per accertarla. In pratica, in tutti i rami del sapere e anche della expertise, l'intelligenza viene attribuita o negata dai peers, dagli esperti e studiosi dello stesso ambito di competenze. Non sarà un grande criterio (anche nel sapere ci sono fame scroccate e riconoscimenti ingiustamente negati), ma certo non possiamo accettare il genio che stabilisce da sé, bontà sua, di essere tale. Qui, però, non interessa l'intelligenza speculativa che originariamente era l'intelligere del filosofo, di chi «ama il sapere». Qui interessa l'intelligenza pratica che si cimenta con il fare e con i fatti. Ed è questa intelligenza «terra terra» che si avvicina molto a un'intelligenza del buonsenso. Il maggiore costituzionalista inglese dell'Ottocento, Walter Bagehot, spiegava che il sistema di governo del suo Paese si fondava sulla «stupidità deferente» degli inglesi. Forzando quel testo mi azzarderei a dire che una deferential stupidity è, può essere, una forma di intelligenza pratica. Se sai di non sapere, se sai di non capire, è intelligente essere deferenti. Invece assistiamo sempre più a un crescendo di «ignoranza armata», e così di un'arroganza dell' ignoranza, che rappresenta un perfetto e devastante cretinismo pratico. Passo così a rispondere ai quesiti iniziali. Sì, a mio avviso una persona intelligente senza buonsenso si trasforma facilmente in un cretino, s'intende, un cretino pratico. Sì, il buonsenso può correggere la stupidità e aiuta a «scretinizzare» i cretini. Sì, la scomparsa del buonsenso prefigura un mondo sempre più popolato da stupidi la cui caratteristica, scriveva giocosamente Carlo Cipolla, è di non fare soltanto il male proprio ma anche il male altrui. E, infine, ancora sì alla quarta domanda: il buonsenso è tale perché incorpora saggezza, la saggezza che le società prelitterate trasmettevano sotto forma di proverbi. Nel pezzo di venerdì i due esempi di insensatezza erano l'Alitalia e il «rigelo » dei rapporti tra Bush e Putin. Vedi caso, l'indomani cadeva il 40mo anniversario dell'enciclica Humanae Vitae, e papa Ratzinger ha colto l'occasione per ribadire il suo drastico No ai contraccettivi. Un No il cui terrorizzante risvolto è il Sì all'esplosione demografica che ci sta travolgendo, e con noi il pianeta Terra. Sul punto, e sulla dubbia teologia che sostiene questo inedito «furore » della chiesa cattolica (e di nessun'altra) ho scritto più volte. Dirò solo, qui, che considero in ogni caso quel No un'estrema, colossale violazione di ogni buon senso. Come San Tommaso, io credo in una ratio confortata fide e diffido dalla fede senza ratio.

 

Rai e Consulta nella partita tra Di Pietro e Veltroni - Francesco Verderami

Mentre i leader mondiali sono impegnati nel tentativo di arginare una crisi finanziaria senza precedenti, sarebbe davvero grottesca l’immagine di un Parlamento bloccato dai veti incrociati sulle nomine, incapace di raggiungere un accordo su Rai e Consulta e perciò stremato dalla liturgia di votazioni inconcludenti. I presidenti di Camera e Senato hanno convocato per martedì i capigruppo, per evitare di consegnare al Paese la foto di un Parlamento impotente. Ma tutti sanno che quell’appuntamento potrà solo ratificare un compromesso, non costruirlo. Fino ad allora proseguiranno i contatti di vertice, che impegnano cariche istituzionali, rappresentanti di governo e leader di partito: Renato Schifani, Gianfranco Fini e Gianni Letta, s’incrociano con Walter Veltroni, Pier Ferdinando Casini e Antonio Di Pietro, mentre Silvio Berlusconi resta sullo sfondo. Per quanto la stagione del dialogo sia ormai alle spalle, è inevitabile il tentativo di costruire un accordo, che sulla Rai peraltro era stato già trovato un mese fa. C’è un motivo quindi se il premier l’altro ieri ha detto «non mi faccio prendere in giro»: non ha tollerato che sia saltata l’intesa sulla tv di Stato siglata dal leader del Pd con il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio. Non si fida più. Non si fida di Leoluca Orlando, per esempio: «Come può diventare presidente della commissione di Vigilanza uno che accosta il mio governo a quello dell’Argentina dei colonnelli?». Non si fida del capo dell’opposizione e nemmeno degli alleati, perché la riapertura dei giochi ha scatenato gli appetiti sull’emittente pubblica. Lo stallo è evidente, ma non è detto che la situazione non si sblocchi. È vero, il Pd continua a far muro, e chiede che la Vigilanza Rai vada a un esponente dell’Idv. Giovedì sera, in una breve riunione di partito, Veltroni ha ribadito questa posizione. E dato che nei giorni precedenti c’erano stati nel Pd tentativi di smarcarsi da questa linea, ha avocato a sé la decisione finale. A poche settimane dalle elezioni in Abruzzo, dove già è ai ferri corti con Di Pietro, non intende offrire il fianco all’alleato-avversario, non vuole venire accusato di aver «inciuciato» con il Cavaliere per una poltrona. Epperò un piccolo passo avanti c’è stato: il Pd non resta schiacciato su Orlando ma è pronto ad accettare «un esponente dell’Idv». È un segnale. Il rischio per Veltroni infatti è che la mossa di Casini, l’idea della «rosa» di candidati, sia il preludio a un blitz in Vigilanza che grazie ai voti del centrodestra porti alla presidenza della commissione il radicale Marco Beltrandi o un centrista. Insomma «Walter» vuole tener fede agli accordi con «Tonino» ma fino a un certo punto: perché è stanco degli attacchi di Di Pietro, e se la manifestazione di oggi dell’Idv dovesse riproporre «gli insulti intollerabili» che in passato hanno colpito anche Giorgio Napolitano, allora il registro cambierebbe. La pressione perché si arrivi ad un’intesa è forte, il capo dello Stato si adopera da tempo, e Marco Pannella con il suo sciopero della sete è sostenuto nella protesta da centinaia di deputati e senatori. Ieri Fini ha dato il suo contributo per uscire dalle secche, annunciando che se martedì lo stallo proseguisse, le Camere verrebbero convocate per votare «quotidianamente e a oltranza» sulle nomine. Se così fosse, però, si bloccherebbe l’attività del Parlamento. È una questione complicata, su cui peserà anche il ruolo di Schifani, perché a pagare il conto sarebbe il governo, che non potrebbe far esaminare i propri provvedimenti dalle Camere. E certo Berlusconi non accetterebbe di veder scaricata sull’esecutivo ogni responsabilità. Ma forse c’è un modo perché la situazione si sblocchi. Siccome nel risiko delle nomine tutto si tiene, è la partita sulla Corte Costituzionale che potrebbe diventare decisiva. Il Pd riconosce ormai alla maggioranza il diritto di scegliere una «personalità di area» da far eleggere per quell’incarico. «Così come noi chiediamo al centrodestra di non porre veti sulla candidatura di un esponente dell’opposizione alla Vigilanza Rai - sostiene infatti il veltroniano Giorgio Tonini - così il Pd non può continuare a tener bloccata l’elezione di un giudice costituzionale indicato dalla maggioranza». Sui nomi di Gaetano Pecorella, Donato Bruno e Giorgio Spangher «formalmente però - dice il democratico Paolo Gentiloni - non abbiamo ricevuto un’indicazione». È su quella scacchiera, sulla Corte costituzionale, che si giocherà la prima mossa, lì si concentra la maggior attenzione di Berlusconi. La Consulta avrà tra breve un ruolo delicato, dovrà valutare la legittimità del «lodo Alfano», e la sentenza avrà un impatto decisivo sugli assetti politici. Nei suoi colloqui riservati, il premier si dichiara «fiducioso», spiega che «ci sono indici positivi in tal senso». Un accordo sul giudice costituzionale potrebbe sbloccare l’accordo sulla Rai, anticipando l’arrivo alla Corte di personalità di spicco, come l’avvocato Franco Coppi - professore alla Sapienza di Roma, penalista famoso per esser stato il difensore di Giulio Andreotti - che vanta un curriculum assai lusinghiero. E l’autorevolezza della Consulta è un aspetto che sta molto a cuore al capo dello Stato.

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12.10.08

 

Bandiere - Andrea Fabozzi

In un paese dove la politica si muove a cerchi concentrici per gli impulsi di un uomo solo, a che serve un corteo? Anche un corteo grande e partecipato come quello di ieri a Roma, a che serve? È una scommessa vinta per gli organizzatori, questo è sicuro. Quella sinistra che fino a ieri aveva solo domande e adesso, subito, rischia di trovare troppe e troppo facili risposte. Eppure anche un successo può rappresentare un problema. È stata una bella manifestazione. Ma certo. Una boccata d'aria. Una testimonianza di esistenza in vita. Chi è sceso in piazza merita affetto e gratitudine, come quella che abbiamo sentito per la nostra scassata impresa quotidiana. Erano la voce di quella parte del paese che è uscita dal parlamento e quel che è peggio dall'informazione. Un problema per il governo? Chiaro, se il governo avesse cura di guardare qualche volta da questa parte. Un problema per il Pd che prima o poi dovrà scegliere le sue alleanze? Anche, se Veltroni non avesse scelto da tempo altre e più moderate sponde. Un problema, alla fine, lo è soprattutto per chi avrà voglia di immaginare un seguito di questa giornata. Perché non resti solo una testimonianza. Aggrappati ognuno alla sua bandiera, i manifestanti di ieri hanno tanto cantato ma hanno quasi dimenticato il governo. Di slogan contro le mille e una porcheria berlusconiana se ne sono sentiti pochi. Strano per una manifestazione battezzata «L'opposizione è nelle nostre mani». Quello che c'è di movimento in campo, le scuole, le università, l'impiego pubblico, era diluito sotto le bandiere di partito - Rifondazione e Comunisti italiani, essenzialmente, che in questo stesso giorno di ottobre si separarono dieci anni fa. Donne e uomini in piazza: di sicuro quella parte del paese che ancora resiste al dominio di Arcore. Eppure ognuno quasi al riparo della sua bandiera, con le sue storie private di conflitto nella scuola, in ospedale, al supermercato, in banca, ma senza la capacità di rappresentare una lotta collettiva. Una opposizione. E questo è un problema per chi li ha chiamati. Non molta strada è stata fatta. Siamo sempre a metà, tra le rovine del governo Prodi che non potevamo immaginare fossero così tante e le minacce del governo Berlusconi che non potrebbero essere più gravi. Dopo la catastrofe elettorale, la sinistra non è andata avanti né indietro, e ora si concentra sulle alchimie che dovrebbero servire a superare lo sbarramento alle elezioni europee. A che serve una manifestazione, allora? Ad affidarci la convinzione, o la speranza, che una storia non è finita. Che forse non può. Ma ancora di più a consegnarci una sensazione: mettendo da parte quelle bandiere la storia non sarebbe più difficile da continuare. Forse più facile, forse migliore.

 

Globuli rossi. Sfila l'orgoglio comunista - Angelo Mastrandrea

ROMA - Se in politica i simboli contano qualcosa, essere accolti da centinaia di persone che cantano Bandiera rossa e da un mare di bandiere dello stesso colore dell'inno dei comunisti allora forse vuol dire qualcosa. Specie se a cantare e sventolare è la testa del corteo e non la coda come di solito accadeva nell'era dei movimenti altermondialisti prima, pacifisti poi. I tempi sono cambiati, c'è la crisi economica e non il liberismo trionfante, e all'imbocco di via Cavour in una Roma assolata che sembra principio d'estate, da un camioncino si sente urlare che «la parola del futuro è comunismo», punto e basta. Magari fosse così semplice. Gianni Rinaldini a metà corteo guida lo spezzone operaio della sua Fiom, e avverte: «La crisi sarà pesantissima ed è già cominciata. Se la Cgil non raccoglie il disagio sociale, questo rischia di finire altrove ed esplodere anche in forme pericolose». Che vuol dire atti di razzismo, guerre tra poveri, conflitti fuori controllo ed egemonizzati dalle destre. Per questa piazza però il punto è un altro: dimostrare di esistere nonostante la batosta elettorale e le risse intestine. Accantonato l'Arcobaleno, la coalizione uscita massacrata dalle urne ma anche le bandiere che avevano monopolizzato piazze e balconi qualche anno fa, a mettersi in mostra sono i partiti. E lo fanno in pompa magna: gli organizzatori alla fine parleranno di 300 mila persone in corteo, la questura dirà 100 mila (in serata però ridimensionerà curiosamente a 20 mila) e questo vuol dire che sono davvero tanti, molti di più di quanti se ne aspettavano in una vigilia piena di timori. Rifondazione è in grandissimo spolvero, nella prima metà del corteo i ferreriani con il segretario sorridente come mai l'avevamo visto («la ritirata è finita, vorrei lanciare da qui il coordinamento di tutte le opposizioni della sinistra, delle forze sociali e politiche»), nella seconda i vendoliani che distingui solo perché confondono le loro bandiere con quelle della Sinistra democratica (con striscione grillesco rivolto a Berlusconi «Riapriamo il dialogo: vaffanculo») e il leader Nichi che annuncia la nascita dell'associazione politico-culturale «Per la sinistra». E poi i Giovani comunisti con sound system, comunisti lucani di Pietrapertosa con la cornamusa, il Pdci di Diliberto (avanti) e di Rizzo (in coda con striscione su un'altra costituente, «comunista» e opposta a quella vendoliana) e giù giù fino al Pcl anticapitalista di Ferrando, ai Carc e a quelli di Falce e martello, minoranza del Prc oggi nella maggioranza del partito. Si fa vedere anche l'amato-odiato Fausto Bertinotti, e tra qualche fischio e alcuni applausi spuntano t-shirt bianche con su scritto «indicibile: sono comunista», e ogni riferimento all'ex presidente della Camera è puramente voluto. Un giovane racconta che si sta divertendo ad andare in giro a leggere gli striscioni «che confliggono fra loro», ma in realtà se non sei un militante in quota all'una o all'altra parte in causa non te ne accorgi più di tanto. Vero è che mancano all'appello buona parte dei tanti comitati territoriali che pure hanno costituito l'ossatura dei partiti della sinistra, le lotte nei territori per un giorno abdicano alla riaffermazione di un'identità. Con alcune, lodevoli, eccezioni. Gli ambientalisti che lanciano l'avvio di una campagna sul nucleare (ne parla Gianni Mattioli, fondatore dei verdi e poi transfuga, dal palco), il comitato contro la discarica del Formicoso in Alta Irpinia decisi a far conoscere la bontà della loro lotta, il comitato che si oppone all'aeroporto senese di Ampugnano, gli scatenati operatori socio-sanitari napoletani, macchia di bianco in tanto rosso che zigzaga per il corteo cantando a squarciagola «'O sarracino». E poi Action e i Gap, occupanti di case e immigrati dietro gli striscioni «L'opposizione si fa non si declama» e «La crisi? Facciamola pagare a loro». Loro chi? «Banchieri, grandi imprenditori, palazzinari». Nel frattempo distribuiscono pane e olio a un euro e fanno affari e proseliti nei quartieri popolari dove il carovita fa sicuramente più danni del crollo delle borse. Ma, tra tante piccole-grandi differenze, a unire tutti ci pensa una sola persona: la ministra Gelmini. Non c'è in piazza il movimento degli studenti né quello degli insegnanti, ci sono solo mamme docenti e bambini della Iqbal Masih che rappano le canzoni degli Assalti frontali ed è uno spasso ascoltarli, ma un po' ovunque spuntano cartelli «no Gelmini». In una ipotetica classifica per un programma unitario della manifestazione, la scuola primeggia insieme alla crisi e a un antiberlusconismo che abbraccia anche Confindustria. La pace rimane sullo sfondo, i diritti civili pure. Anche l'antirazzismo è in sordina. E, visto quanto sta accadendo in Italia, è forse l'unico vero neo di una bella giornata in cui rispunta l'orgoglio comunista.

 

I segretari non si aspettavano la folla. Ma sul dopo ognuno resta sulle sue - Matteo Bartocci

ROMA - Stringi stringi la vera domanda della vigilia era: la sinistra in Italia c'è ancora o no? E la risposta del lungo serpentone rosso-rosso dell'11 ottobre è stata univoca: c'è ancora eccome. In decine di migliaia hanno sfilato affermando che di una vera opposizione a Berlusconi c'è bisogno. E che se anche è scomparso dal parlamento e privo di copertura mediatica, un cuore a sinistra del Pd esiste ancora. E se chiamato batte un colpo. In una Roma sontuosamente estiva la partecipazione alla manifestazione è stata talmente alta che ha sorpreso perfino gli organizzatori e tanti politici anche navigati. Neanche Massimo Torelli, uno dei promotori, della sinistra fiorentina, si aspettava «un corteo così grande». Il che dimostra «che la sinistra può ripartire solo se smette di chiudersi nelle lotte interne ai partiti e si concentra sull'opposizione unitaria a Berlusconi». A fine giornata, anche Paolo Ferrero è raggiante. Con un sorriso a trentadue denti spiega in lungo e in largo che «partendo dal basso, dal fare, si vede che le cose funzionano e si va avanti insieme. Se invece ci si divide subito tra comunisti e socialisti, tra costituente rossa e di sinistra, tra falce e martello e arcobaleno i partiti si spaccano e non ce n'è per nessuno». E poi la frecciata a Vendola: «Diciamolo, a Chianciano qualcuno aveva ragione e qualcun'altro torto». Il segretario di Rifondazione rilancia la proposta di un coordinamento delle opposizioni di sinistra sui territori, a partire da cose concrete. Si vedrà. Per ora l'idea non trova molto consenso nell'ex arcobaleno. La proposta, par di capire, prova a tenere insieme tutto il caleidoscopio di posizioni. Ma sconta una freddezza generale. «Decideremo la prossima settimana nel nostro direttivo», risponde Grazia Francescato dei Verdi. «Mi pare un po' poco, un dialogo tra recinti diversi», dice con garbo Patrizia Sentinelli, area vendoliana del Prc. Il corteo infatti va avanti come un treno ma ogni spezzone resta chiuso nel suo vagone. Del Pd non c'è quasi nessuno. Quasi però perché invece Livia Turco e Vincenzo Vita (che al Nazareno curano i contatti a sinistra) si fanno vedere volentieri e sognano «un'unica opposizione al governo Berlusconi». L'ex ministra della Salute si dice perfino «contenta» di essere in mezzo a tanta gente che sfila con le bandiere rosse. Colore unico per tante voci, Dai segretari dell'ex Arcobaleno ai promotori tutti d'accordo con Claudio Grassi (segreteria Prc) quando ammette che il corteo è andato «al di sopra delle aspettative, un successo che è anche un segnale importante». Ma le idee sul domani restano diversissime. Ogni partito, perché era questa la parte più visibile (bandiere di Prc e Pdci onnipresenti, folta e compatta falange di Sinistra democratica, gocce in un mare vermiglio i Verdi) ha e resta col suo progetto e la sua interpretazione della giornata. Claudio Fava (Sd) lo dice piatto: «Ci sono due progetti diversi, da un lato un'idea identitaria che riguarda la purezza dei comunisti, dall'altro chi come noi si batte per una sinistra popolare, democratica e rigorosa». Diagnosi partigiana ma esatta. In mezzo a tante falci e martelli che sembra la piazza Rossa, Oliviero Diliberto esulta: «E' la giornata dell'orgoglio comunista. E' questa la strada che ci indica il nostro popolo». Diametralmente opposta invece l'analisi di Nichi Vendola, che ha sfilato molto distante dalla testa del corteo dietro lo striscione «unitario» portato da Sd: «Nella culla di questa manifestazione - dice il presidente della Puglia a Radiocittàfutura - nasce l'associazione politica e culturale 'per la sinistra'. È un atto che dice che il progetto costituente parte, poi naturalmente è difficile descrivere con formule politicistiche il cammino di una cosa che è appena in nuce, che sta cominciando a camminare, che si sta prefigurando». Alfonso Gianni, alfiere del partito della sinistra, è ottimista e cita Mao: «Le masse sono i veri eroi». Quasi spettatori, seppure in prima fila, i Verdi. Paolo Cento è chiarissimo: «Manifestare è ottimo ma il punto è come rappresentare questa piazza». Grazia Francescato, viste le forti divisioni nel Sole che ride, si tiene invece su un filo. E' più che mai convinta della scelta di essere qui ma anche il 25 ottobre col Pd, con «gazebi critici» su cui è sicura «concorderanno anche tanti democratici». Smentisce però intese elettorali alle europee con Veltroni, che pure ha incontrato nei giorni scorsi: «Noi manteniamo la nostra identità. Col Pd c'è un dialogo ma non c'è nessun accordo, perché noi non facciamo le alleanze per le alleanze».

 

Fischi e insulti per il comunismo «indicibile» - Matteo Bartocci

ROMA - Per Fausto Bertinotti quella di ieri è stata sicuramente una giornata particolare. Il corteo romano non gli ha certo lesinato gli applausi ma, ed è una novità, neanche fischi e contestazioni molto rumorose. E' soprattutto quel ragionamento sul «comunismo indicibile» - anticipato nei giorni scorsi dall'ultimo libro di Bruno Vespa - ad aver provocato le ire del popolo che ieri riempiva le strade di Roma. Rilassato, girocollo blu, Bertinotti arriva al corteo in perfetto orario. E' uno dei tanti promotori della manifestazione e quando arriva dietro lo striscione di apertura, sotto i flash dei fotografi, abbraccia sorridente il segretario di Rifondazione Paolo Ferrero. Subito dopo, con discrezione, si porta più indietro e inizia la sua passeggiata anomala. Tante e tanti lo salutano e scattano foto dai cellulari. Ma il «patatrac» avviene quando si ferma insieme a Sandro Curzi all'angolo tra via Cavour e via dei Fori imperiali. Ai margini del serpentone che scorre, in tanti lo vedono e iniziano a polemizzare a mezza voce. «Vattene nel Pd», dice un signore col fazzoletto rosso al collo. E un altro, subito dopo, sputa un «socialista!» come un insulto e «guarda quanti comunisti che ci stanno». Altri due, più giovani: «Basta coi salotti e la tv infame». Ma il peggio per lui deve ancora arrivare. Passa il camion col sound system dei giovani comunisti di Roma. Il ragazzo col microfono lo vede e ferma il corteo. «Guarda, c'è Bertinotti. Quello che dice che il comunismo è indicibile». Poi chiede a un ragazzo: «Tu quanti anni hai? 16? Lo capisci cos'è il comunismo? Sì? Allora il comunismo non ha solo una grande storia ma anche un grande futuro». E dopo una bestemmia parte un coro di »Bandiera rossa» a squarciagola. In tanti, arrivati proprio a quell'angolo, lo canteranno forte. Come una sfida. Di fronte alla quale l'ex presidente della camera prima non reagisce. Ma poi, sotto il crescendo, sbotta e apostrofa un tizio: «Sei un ignorante». Eppure il suo giudizio sulla giornata resta sereno. «E' chiaro che in questo deserto drammatico la vera risposta è la capacità di mobilitazione. Se ci sei batti un colpo. E da questo punto di vista la risposta della piazza è positiva. Ma non basta, perché finora siamo testimoni e invece dobbiamo essere protagonisti. Da domani ci vuole una proposta politica, una piattaforma». Su cui Bertinotti non dà indicazioni dirette. «L'editoriale di Rossana Rossanda (di ieri, ndr) indica un percorso. Cominciamo da questa crisi gigantesca del capitalismo e da un intervento pubblico che non serva solo a salvare il mercato da se stesso. Discutiamone insieme. Dandoci però atto che alcune delle tesi di Rossana la sinistra le ha sempre sostenute».

 

Foto di gruppo metalmeccanic@ - Sara Farolfi

Post-fordismo, taylorismo superato, a lungo le sirene del «post ideologico» hanno cantato. Tanto è cambiato, non vi è dubbio, nel mondo del lavoro. Il ciclo produttivo frantumatosi, i processi di terziarizzazione che hanno generato catene infinite di appalti, la redistribuzione della ricchezza dal lavoro al profitto e alla rendita, la crescita esponenziale, infine, della disuguaglianza sociale. Ma quello che ci consegna «Metalmeccanic@», inchiesta di massa che la Fiom ha realizzato distribuendo 400 mila questionari in oltre 4 mila imprese metalmeccaniche, è una fotografia impietosa del mondo del lavoro, operaio e non solo. La voce di 100 mila lavoratrici e lavoratori (100 mila sono i questionari compilati, la metà dei quali compilati da operai e impiegati non iscritti a nessun sindacato) ci dice di «quanto fordismo c'è nel post fordismo», racconta di «condizioni di lavoro terribili» e non molto diverse da quelle in cui si lavorava tempo fa. E pone una domanda di partecipazione, ascolto e visibilità che come un boomerang interroga il sindacato, ma che sarebbe bene ascoltare per capire i cambiamenti di una fetta consistente del mondo del lavoro (circa 2 milioni sono i lavoratori metalmeccanici, oltre 5 milioni se si considera tutto il settore industriale). A loro, «invisibili» a chi ideologicamente non vuole vedere, diamo la parola. «Working poor». Quello dei «lavoratori poveri» è ormai fenomeno diffuso anche nel nostro paese. E non riguarda solo i giovani o i precari ma principalmente i nuclei familiari con più di due componenti. Il salario mediamente percepito da un metalmeccanico è pari a 1.246 euro, ma il 30% degli intervistati ha un reddito compreso tra 900 e 1000 euro al mese, e la grande maggioranza (il 71% dei lavoratori) non supera comunque i 1300 euro mensili. Le condizioni salariali peggiorano visibilmente per le donne (una donna su tre guadagna meno di 1000 euro al mese) e per i precari (1078 euro al mese in media, e non sarà un caso se il 50% dei lavoratori maschi sotto i 35 anni dichiara di vivere con i genitori), mentre per gli immigrati «la situazione è più mossa». Considerando le stime ufficiali (Istat) sulla «povertà relativa», emerge come il 14% delle famiglie con tre componenti e il 22,5% di quelle di quattro componenti, sono «sicuramente povere». Colpisce quanta parte del reddito sia assorbita dalla spesa per la casa: il 42% degli intervistati paga un mutuo (da 300 a 600 euro al mese, per il 50% di costoro), il 21% vive in affitto (che nella metà dei casi assorbe il 20-30% del reddito familiare), mentre il 36% ha una casa di proprietà. Quanto all'orario di lavoro, le tute blu lavorano in media 40 ore la settimana (più è piccola l'azienda più si lavora), e il 48% dei lavoratori vorrebbe lavorare di meno. Notturni e lavoro domenicale sono poco diffusi, mentre il sabato lavorativo riguarda la metà degli intervistati. Sempre più risicati gli spazi per il «tempo libero», con la metà dei lavoratori che dichiara di non averne. Chi si rivede, il taylorismo... Emerge dall'inchiesta un'organizzazione del lavoro fondamentalmente tayloristica, in cui il 64% di chi ha risposto afferma che il lavoro comporta movimenti ripetitivi, con durata inferiore al minuto per quasi la metà degli intervistati. Anche su questo versante agisce la discriminazione che vede le donne occupate in lavorazioni che comportano movimenti ripetitivi in misura superiore rispetto agli uomini (e che ha a che fare con l'essere inquadrate spesso ad un livello inferiore). «Un'altissima percentuale di lavoratrici e lavoratori vive una condizione lavorativa non molto diversa da quella dei loro padri». Cosa che la dice lunga sul grado di innovazione delle imprese metalmeccaniche (e si tenga anche conto del fatto che l'indagine ha coinvolto per lo più lavoratori delle imprese medio grandi). Significa cioè che la competitività di una larga fetta del sistema industriale si è basata sulla compressione di costi e salari. In questo senso è indicativo anche il dato sulla «formazione» - «vergognoso», secondo il sociologo Francesco Garibaldo – pressoché inesistente, a dispetto dei proclami: appena il 17% degli intervistati ha beneficiato di formazione pagata dall'azienda (12 ore in un anno!). Salute e sicurezza. Il 21% degli intervistati risponde 'non so' alla domanda: ritieni che la tua salute sia stata compremessa a causa del lavoro? Una percentuale elevata «che testimonia l'incertezza a correlare disagio e malessere alla condizione lavorativa, in particolare nei lavoratori più giovani». La risposta affermativa riguarda invece il 43% degli operai, il 29% degli impiegati e il 27% dei tecnici. Effetto di un'organizzazione del lavoro che di «post» ha ben poco, è la diffusione di patologie che colpiscono gli arti superiori. Colpisce però la diffusione di altri tipi di disturbi, che dicono di una condizione di «depressione latente»: affaticamento (diffuso al 57% per gli operai e al 45% per gli impiegati), debolezza (rispettivamente 35% e 26%), insonnia (33% e 31%), ansia (43% e 48%) e irritabilità (49% e 52%). Oltre la metà degli intervistati pensa che non potrà fare lo stesso lavoro a sessant'anni di età. E alla domanda 'sei soddisfatto in generale della tua condizione di lavoro', i 'poco soddisfatto' si attestano alla percentuale del 43,6%.

 

«Così non va». Parla l'inchiesta - Sara Farolfi

ROMA - Se questo è il lavoro, che ne è del sindacato? L'inchiesta di massa realizzata dalla Fiom - «veri e propri pezzi di vita», dice la filosofa femminista Bianca Pomeranzi - interroga la ragione d'essere stessa delle organizzazioni sindacali. C'è ben poco da girarci attorno: l'autorappresentazione che ci consegna questo prezioso (e raro) lavoro dice di «un peggioramento della condizione sociale, redistributiva e del lavoro». La diciamo con lo psichiatra Emilio Rebecchi: «Una condizione sempre più grave, all'interno di una guerra molto sanguinosa, in cui le condizioni di lavoro si aggravano progressivamente». E le prospettive non inducono all'ottimismo: «E' su questo quadro che oggi precipita una recessione economica pesantissima che non sarà breve», ha aperto il dibattito, due giorni fa dopo la presentazione del volume dell'inchiesta, Gabriele Polo. Dibattito animato, domande scomode. «E' l'oggettiva faziosità della cultura del lavoro - dice Umberto Romagnoli, docente di diritto del lavoro, citando Vittorio Foa - che ha portato a concentrare le tutele solo nel lavoro dipendente: quando il sindacato capirà questo, avrà un ritorno di quella credibilità oggi usurata». Primo punto. Ma oggi il compito del sindacato «è enormemente più difficile». Non basta essere «un'insostituibile forma di rappresentanza sociale», ancora Romagnoli. Il compito del sindacato oggi è più difficile perchè «manca la rappresentazione politica - omologa a quella del sindacato - del lavoro». Non solo. «Le cose sono più difficili perchè il capitale è diventato globale, il lavoro è rimasto locale», osserva Pierre Carniti, ex segretario generale della Fim Cisl. Un'asimmetria da ricomporre, «almeno con l'obiettivo di una dimensione europea dell'iniziativa sindacale», converge Gianni Rinaldini, segretario generale Fiom. Non è vero che non c'è più il lavoro ripetitivo, non è scomparso il taylorismo, «secondo me anche negli altri settori, e penso a supermercati, call center e anche determinati settori del pubblico impiego», dice Rinaldini. «Il lavoro che spossessa il lavoratore sopravvive, nessuna tecnologia di per sélo ha cambiato», osserva Antonio Lettieri, ex dirigente Fiom. Se è vero, com'è vero, che l'inchiesta Fiom apre spazi di manovra, allora bisogna «rimettere al centro la contrattazione sull'organizzazione del lavoro, a partire dal ripensamento della rappresentanza sindacale, le Rsu, che oggi non sono in grado di contrattare nulla», conclude Rinaldini. E porsi l'obiettivo «di una riunificazione del ciclo produttivo», a tal punto frantumato che oggi in uno stabilimento operano lavoratori con 4-5 contratti diversi. Cosa centra questa situazione con la discussione sul modello contrattuale? Discussione «estetica, tanto è vero che si parla di modelli», è la risposta corrosiva di Pierre Carniti. Che porta il dibattito sull'«altra faccia della medaglia», la questione redistributiva. Prendiamo la crisi globale, al cui fondo, secondo Carniti, sta un enorme problema redistributivo: «Statalismo per i ricchi e liberismo per i poveri, questa è la ricetta proposta». Negli ultimi dieci anni - e questo lo dicono tutti gli studi ufficiali - la quota di reddito destinata al lavoro è diminuita, mentre è aumentata quella di profitti e rendite. Allora, si può capire il punto di vista di Confindustria «che mira a proceduralizzare il conflitto», ma il sindacato, «quale problema vuole risolvere, considerando che il 47% delle imprese ha meno di tre dipendenti e lì dunque le organizzazioni sindacali neppure esistono?». Poi certo, «se non si sa cosa fare si possono anche fare accordi, ma se il problema è quello di mettere in causa la redistribuzione del reddito, allora un accordo, se va bene è irrilevante, se va male è peggiorativo».

 

11.10.08

 

La sinistra torna in pista. E mette in gioco il futuro - Giacomo Sette

Battere un colpo. Per dimostrare che esiste ancora una sinistra politica e sociale nel paese. Con la consapevolezza che la manifestazione d'oggi è solo l'inizio di un percorso. Più lungo e articolato. «Speriamo di cavarcela», scherza Massimo Torelli, dell'associazione fiorentina «Per la sinistra unita e plurale» e uno dei 220 firmatari dell'appello promotore del corteo che sfilerà per le vie del centro di Roma (partenza alle ore 14 a Piazza della Repubblica per concludersi a Bocca della Verità). «Per un'altra politica, per un'altra Italia. L'opposizione è nelle nostre mani» è lo striscione d'apertura. Sorretto, a giro, dai 220 firmatari dell'appello e dai quattro segretari di Prc, Pdci, Sd e Verdi. Partiti uniti in piazza, oggi. E che, salvo aperture dell'ultima ora di Walter Veltroni, non si divideranno nemmeno il 25, il giorno della manifestazione «democratica». «Quella sarà una piazza dell'orgoglio Pd, quindi non ci interessa», dicono. Il loro sforzo è tutto concentrato sul loro corteo. Per evitare un flop. Che sancirebbe il colpo mortale della sinistra politica. Sono previsti, fuori dal Lazio, gli arrivi di 410 pullman e 2 treni speciali, uno da Milano l'altro da Torino. Poi si spera nella mobilitazione romana. Si sparano le cifre: 40-50 mila pare un obiettivo possibile da raggiungere. Ma se i partiti stanno facendo lo sforzo organizzativo maggiore, ad aprire la manifestazione non saranno loro ma sacche di «resistenza» alle politiche di Berlusconi. La sinistra diffusa. Le realtà di «movimento»: spezzoni di scuola - composto da tutti i soggetti in agitazione in questi giorni (docenti, coordinamento genitori e studenti) -, immigrati (presente una delegazione di Castelvolturno), carovita (coi Gap, i Gruppi d'acquisto popolare) e comitati ambientalisti e territoriali. «L'opposizione deve rinascere dalla società civile», afferma Torelli che non risparmia un stoccatina ai partiti dell'ex-Arcobaleno: «La fase congressuale è stata caratterizzata dalla loro totale assenza nella politica». Quelli sembrano altri tempi, perché la voglia di rimboccarsi le maniche ora è tanta: «Bisogna ripartire dal sociale, è giusto che i partiti stiano in coda», fanno sapere Prc, Pdci, Verdi e Sd. Le politiche della destra spaventano. Ma non sarà una piazza semplicemente antiberlusconiana, in salsa girontondina. «Manifestiamo anche contro la Confindustria», a differenza del Pd. Intanto Pietro Ingrao dà la sua benedizione al corteo, presentandolo come il possibile inizio della «riscossa» dell'area anticapitalista: «È importante, anzi necessario ripetere il successo del 20 ottobre 2007». Proprio dalle forze che fecero la differenza quel giorno si spera di ripartire. Come il mondo del lavoro. La Cgil (rappresentata soprattutto da Fiom, Lavoro e Società e Rete 28 aprile) quel 20 ottobre portò molta gente in piazza. Gli organizzatori confidano di nuovo nel loro sforzo organizzativo. Anche perché i temi del carovita, della precarietà, delle pensioni e della difesa del contratto nazionale sono centrali nella piattaforma del corteo. Di sicuro comunque sfileranno uno spezzone dei lavoratori dell'Alitalia (Sdl) e uno capeggiato da Gianni Rinaldini (Fiom) e Nicola Nicolosi (Lavoro e Società). Si spera anche in una delegazione dei sindacati di base, pronti a rimangiarsi le accuse di «politicismo» sulla piazza di oggi dopo aver apprezzato l'adesione del Prc e Pdci al loro sciopero generale del 17 ottobre. Poi c'è il referendum contro il lodo Alfano. Tema, quello della giustizia, non inserito nell'appello promotore ma che comunque caratterizza la piazza. Banchetti per firmare sono allestiti alla partenza e all'arrivo del corteo e gestiti dai partiti. «La questione giustizia va oltre l'attacco a chi vuol difendere la casta», spiega l'ex Arcobaleno sottolineando le differenze con Antonio Di Pietro, oggi anche lui a manifestare (appunto contro il lodo Alfano) a Piazza Navona. Con Tonino è rapporto di amore e odio. Se infatti imperversa la guerra dei numeri (la sinistra spera d'essere almeno il doppio), dall'altra, soprattutto il Pdci, insiste nel rapportarsi con l'ex pm. Tanto che è possibile che Di Pietro venga a fare un «saluto» alla Bocca della Verità e che il segretario del Prc, Ferrero, contraccambi a Piazza Navona. Ma questi sono nodi secondari, oggi si gioca una partita più grossa: il destino della sinistra italiana.

 

«Questo è solo l'inizio». Gli studenti fanno il pieno - Andrea Gangemi

ROMA - «Siamo in trecentomila, ora se hai coraggio fai un referendum». L'Unione degli studenti esulta per il successo dei novanta cortei di ieri (ma c'è chi azzarda a stimare mezzo milione di persone) e sfida il ministro dell'Istruzione, Mariastella Gelmini, a verificare cosa gli studenti pensino realmente della riforma della scuola. È una delle richieste della delegazione studentesca (oltre all'Uds, anche la Rete degli studenti e l'Unione degli universitari) ai funzionari del Ministero che li hanno ricevuti al termine della manifestazione romana. «Ma non ci hanno risposto, lo faremo da soli sul nostro sito entro novembre», dicono i rappresentanti che insistono per la convocazione del Forum delle associazioni studentesche da parte del ministro, oggi assente da viale Trastevere, per discutere la loro piattaforma. Fuori, un mare di ragazzi applaude agli interventi che si alternano a microfono aperto, e sul muro laterale del palazzo uno striscione recita: «Un decreto-cazzata, un'istruzione mutilata». «Con l'abbassamento dell'obbligo scolastico a 14 anni - dice Roberto Iovino, coordinatore nazionale Uds - gli studenti sono contesi tra il paradiso e l'inferno, tra la possibilità di studiare per essere liberi, o prematuramente diventare precarie pedine del mercato del lavoro. Per non parlare dei prossimi disegni di legge - aggiunge - che parlano di scuole e università-fondazioni». Non mancano i simboli funebri che tanto hanno scosso la sensibilità del governo all'apertura dell'anno scolastico: bare alla testa dei cortei milanese e fiorentino, necrologi per la «morte dell'istruzione», e a Napoli veli neri sui volti e un tappeto di libri a formare un «cimitero delle conoscenze» a piazza Plebiscito. Ma a farla da padrona è l'energia. «Quarantamila studenti, altrettanti a Napoli e Torino», dichiarano gli organizzatori, che annunciano una serie di assemblee nelle scuole e nelle università per la settimana prossima, l'adesione allo sciopero del personale scolastico indetto dai sindacati per il 30 ottobre e «una giornata internazionale di mobilitazione studentesca lanciata dal social forum per il 17 novembre, quando potrebbe scattare l'autogestione in molti istituti». La Confederazione degli studenti darà invece il via, lunedì, a una petizione per chiedere le dimissioni della ministra. Anche all'università stanno per saltare molti coperchi: a Firenze il consiglio di facoltà di Scienze matematiche fisiche e naturali ha approvato giovedì sera un documento in cui invita i docenti a sospendere la didattica fino al 31 ottobre; stessa misura che i ricercatori precari dell'ateneo di Pisa, dove resta occupato il polo didattico «Carmignani», attueranno per una settimana a partire dal 13 ottobre, astenendosi anche da sessioni d'esame, correzione di tesi di laurea e ricevimenti. Anche i ricercatori della Federico II di Napoli e alcuni docenti delle facoltà di Scienze e di Psicologia della Sapienza di Roma si dichiarano pronti a raccogliere la mobilitazione, e in entrambi gli atenei si prospetta l'ipotesi del blocco dell'anno accademico. Il mondo dei più piccini, nel frattempo, non resta a guardare. A Venezia il corteo degli studenti medi della mattina viene prolungato, nel pomeriggio, da una fiaccolata di genitori e insegnanti contro il maestro unico. Il coordinamento dei comitati romani «Non rubateci il futuro» annuncia invece nuove iniziative: migliaia di lenzuoli con scritto «Giù le mani dalla scuola pubblica», da appendere alle finestre di case e istituti. E anche cortei e notti bianche, in programma mercoledì prossimo, e una manifestazione cittadina per metà novembre «contro queste modalità che azzerano qualsiasi confronto con chi la scuola la vive ogni giorno, non solo insegnanti ma anche e soprattutto genitori». La nascita di un «Comitato nazionale insegnanti e genitori vittime della Gelmini» è stata annunciata invece da Francesco Tanasi, segretario nazionale del Codacons e promotore del movimento «Salvare la scuola italiana». «Contro il decreto, che nei prossimi giorni diventerà legge - ha detto - andremo in giudizio sollevando la questione di legittimità costituzionale». E venerdì prossimo lo sciopero generale dei Cobas.

 

Domande alle sinistre - Rossana Rossanda

Non credo che una sinistra possa dirsi esistente se di fronte alla più grossa crisi del capitalismo dal 1929 non sa che cosa proporre. Questi erano i lumi che la cittadina sprovveduta chiedeva di avere dai leader delle sinistre e dell'opposizione e dagli amici economisti, ma non ne ha avuti. Stando così le cose, mi azzardo ad avanzare alcune osservazioni e proposte elementari che, se sono infondate, spero vengano vigorosamente contraddette. Prima osservazione. Perché le sinistre non si chiedono la ragione per cui non solo le destre thatcheriana e reaganiana ma anch'esse si sono e restano persuase che non c'è altra via economica da percorrere che non sia la privatizzazione (spesso liquidazione) di tutti i beni pubblici e di gran parte dei servizi, quelli di interesse sociale inclusi? E perché era giusto incitarli alla concorrenza dentro e fuori i confini nazionali ed europei? La destra ha detto che i privati li avrebbero gestiti meglio e che le tariffe si sarebbero abbassate, ma questo non è successo affatto e in nessun luogo. Seconda osservazione. Perché le sinistre hanno accettato, talvolta mollemente opponendosi, la detassazione delle imprese, delle successioni e delle grandi fortune, togliendo entrate allo stato, nella previsione che i capitali, rimpinguati, sarebbero stati investiti nella produzione? Non è stato affatto così, la produzione non è mai stata così bassa, fino all'orlo - per esempio in Francia - della recessione. Terza osservazione. Perché le sinistre, che fino a ieri rappresentano il lavoro dipendente, hanno accettato che per facilitare la crescita si dovessero abbassare, rispetto al passato, i salari mentre lo Stato doveva restringere nella spesa sociale quel tanto che c'era di salario indiretto (vedi, in Italia, finanziaria e protocollo sul welfare dell'anno scorso)? Con l'ovvia conseguenza di una caduta generale del potere di acquisto in tutti i ceti dipendenti? Stando così le cose non occorrono grandi discussioni filosofiche sulla crisi della politica. Quarta osservazione. Non so se dovunque, ma è certo che in Italia questa strada ha condotto non solo a una produzione bassa ma non puntata sull'innovazione di prodotto, bensì al basso costo del lavoro, in questo dando la testa al muro, o cercando le condizioni per delocalizzare, perché sia nell'Est del nostro continente sia fuori di esso i salari sono ancora più bassi che da noi. Quinta osservazione. Perché le sinistre e le loro stesse teste d'uovo non si sono accorte che i capitali, invece che in produzione se ne andavano sia in modo legale sia in modo fraudolento, nella speculazione finanziaria, dandosi a tali demenze che stanno sbaraccando l'intero sistema? Ultima osservazione. Perché le sinistre non sanno dire altro, a mezza bocca o con grandi sorrisi, che i buchi formati dalle banche, dalle assicurazioni e dagli hedge fund, mandati a picco per demenza dei loro dirigenti, vengano sanati col denaro pubblico, cioè quello dei contribuenti, senza chiedere nessuna proprietà pubblica effettiva in cambio? Suppongo la risposta: non si può reimmaginare un intervento pubblico perché si sa che lo stato gestisce malissimo. Già. Perché, il privato gestisce bene? Nell'epoca dei «trenta gloriosi», cioè della partecipazione pubblica e statale, nessuno di questi immensi guasti si è verificato. Dunque in nome di che cosa, che non sia il pregiudizio, non viene oggi riproposta una politica di intervento pubblico? Certo esso implica darsi non solo una linea economica ma un metodo di gestione pubblica pulito, fatto di diritti chiari invece che ottativi. Perché è vero che questo è mancato dando luogo a quelli che sono stati chiamati boiardi di stato e a clientelismi di vario tipo. Un intervento pubblico non sarebbe il socialismo, come qualche ignorantissimo afferma, ma darebbe luogo a una forma di contrattazione partecipata fra cittadini e istituzioni assai diversa dall'attuale riduzione della democrazia a fiera quinquennale del voto. Chi ci impedisce di metterci a ripensarlo? Nessuno. Chi lo propone? Nessuno. Salvo qualche isolato pensatore americano come Krugman con la riproposizione di un new deal. Chi dirige la musica in Italia è ancora Berlusconi, con la sua speranza che la «scarsa» modernizzazione delle banche italiane ci salvi dal terremoto. Con maggior ragione si può obiettare che una politica di intervento pubblico non si fa da soli, tantomeno in tempi di globalizzazione e dopo che lo stato nazionale si è consegnato mani e piedi alla Costituzione europea che, sotto il profilo politico, è flebile, come si è visto nel caso dei rom e, sotto quello economico, è superliberista. Da parte mia, obietto che lo spazio europeo può essere invece una carta da giocare, per la sua dimensione e la sua moneta unica; vi si potrebbero mettere in atto i processi macroeconomici che oggi un intervento pubblico comporterebbe. Che cosa impedisce che una sinistra possa e debba muoversi su questo terreno su scala continentale? Non penso che mancherebbero le resistenze, e potenti. Ma questo è il momento per aprire il conflitto con qualche possibilità di vincere. I lavoratori europei non sarebbero con noi, invece che darsi alla disperazione o consegnarsi alla Lega o al primo Haider che passa perché gli salvi protezionisticamente l'azienda? La verità è che si tratta di una scelta non «economica», ma «politica». Ecco quanto. Naturalmente sono pronta a riflettere su tutte le critiche demolitrici che mi si vorranno inviare.

 

Diliberto: noi insieme al Prc. I vendoliani: mai - Micaela Bongi

La proposta di nuova legge elettorale per le europee è un «abominio». Uno «scandalo europee». Le liste bloccate sono «uno scippo» ai danni dei cittadini. Ma comunque il segretario del Pdci Oliviero Diliberto non si mostra preoccupato dal rischio di non superare la soglia di sbarramento, fissata nel testo base adottato dalla commissione affari costituzionali della camera al 5 per cento: «Non credo sia un deterrente per noi. Sono convinto che faremo una lista con Rifondazione comunista e che ci sia lo spazio per superare ampiamente la soglia. Io farei la lista comune anche se non ci fosse lo sbarramento». E a via del Policlinico suona l'allarme: i vendoliani di Rifondazione comunista entrano in agitazione ed è l'ex capogruppo alla camera Gennaro Migliore a chiedere la smentita alla segreteria del partito: «Non so su quali basi il segretario del Pdci fondi la sua affermazione», ma Rifondazione per la Sinistra «esclude qualsiasi possibilità di unità dei comunisti per le prossime elezioni europee». Il segretario del Prc, Paolo Ferrero, al momento invece non esclude la possibilità di una lista col Pdci, perché non vuole parlare ora di alleanze: se passerà la legge, si discuterà «di come andare alle europee, ma oggi è il tempo di fare una lotta tutti insieme per bloccare questa legge che è un vero e proprio colpo di stato». Dalla segreteria si leva però, meno pacata, anche la voce di Claudio Grassi. Smentita? Giammai. «Le dichiarazioni di Diliberto rappresentano il suo partito, non vedo perché dovremmo smentirle noi». Ma comunque, «non capisco il diktat. Forse è nobile costruire un nuovo soggetto della sinistra con Mussi e Occhetto, quelli che hanno liquidato il Pci? E Migliore non ha tenacemente sponsorizzato la Sinistra arcobaleno dove c'erano a pieno titolo anche i Comunisti italiani? Va bene la polemica, ma forse qualche volta prima di farla è meglio contare fino a 10». All'attacco di Migliore anche il Pdci, con Alessandro Pignatiello: «Dopo aver contribuito a distruggere la sinistra con la sciagurata operazione dell'Arcobaleno, ora Migliore vuole distruggere anche i comunisti? Ma con la legge elettorale che verrà approvata, dove vuole andare Migliore?». Ma insomma, la smentita richiesta non arriva. Anche perchè l'ipotesi di intesa con il Pdci è effettivamente in campo. Se dalla parte di Rifondazione si immagina però che il partito, come da mandato congressuale, si presenterà col suo simbolo candidando esponenti dei comunisti italiani, dal Pdci rimandano al momento opportuno le trattative su come presentarsi, ribadendo che comunque l'accordo si dovrà fare, perché la legge lo imporrà. E i vendoliani a quel punto dovranno prendere una decisione. Per il momento, se il Pd sta attirando nelle sue liste Verdi e socialisti, resiste la Sinistra democratica di Claudio Fava che punta a andare comunque con una lista per trattare col Pd sulle prossime politiche.

 

Oltre il panico, verso l'abisso - Francesco Piccioni

Il paziente non reagisce. Iniezioni quotidiane di liquidità da parte delle banche centrali, garanzia dei depositi dei cittadini, riduzione concertata e globale dei tassi di interesse, pacchetti multimiliardari di aiuti alla banche in difficoltà, nazionalizzazioni vere e proprie, discorsi dei leader politici che vorrebbero essere rassicuranti... Niente distoglie gli operatori dal perseguire l'unico obiettivo che hanno in testa: vendere, vendere, vendere. A beneficiarne erano le aste dei Bot, in Italia (aumentate di due miliardi), nonostante il calo verticale dei rendimenti. I tentativi di rianimazione sono massicci, ma anche disordinati, differenti per portata e filosofia di fondo, privi del respiro strategico di un'azione di governo unitaria. Del resto un «governo» del mondo non c'è. Quella «libertà individuale» (anche a livello degli stati) che in periodi di espansione sembra la cura migliore per accrescere ricchezza e benessere, nei momenti di crisi acuta appare un limite insuperabile, perché coincide con l'impotenza, l'inefficacia dell'azione (sempre infima di fronte alla dimensione del problema). Il malato, insomma, vede che i medici si affannano e propongono ricette differenti; e perde la fiducia nella loro azione. Le reazioni ad ogni nuova misura sono sempre più flebili, di breve durata; quasi un'indiretta conferma della gravità irrecuperabile della situazione. Persino monsignor Paolo Tarchi, moderatissimo direttore dell'ufficio del lavoro della Cei, è stato costretto a constatare che «questo modello di sviluppo è arrivato al capolinea». Angel Gurria, direttore generale dell'Ocse, vede con chiarezza che «la paralisi si sta diffondendo all'economia reale». Sarà un caso, ma l'associazione dei medici di famiglia ha reso noto l'aumento esponenziale di casi di tachicardia, insonnia e malattie psicosomatiche. Il disastro, se riguardasse solo le borse, potrebbe essere accolto quasi con allegria, come la giusta punizione per gli speculatori. Ma trascinerà a fondo la produzione materiale - quella che ci dà da mangiare, vestire, riparo e calore - e colpirà soprattutto chi una borsa non l'ha mai neppure vista. E, non potranno probabilmente capirlo i cultori del genere, persino quella «immateriale». Per il mercato finanziario quella di ieri è stata in generale la chiusura della peggiore settimana di sempre. Aveva aperto le danze l'incredibile crollo di Wall Street nell'ultima mezz'ora di giovedì: un -7,5% del Dow Jones che dava la certezza che alcuni argini si erano frantumati. Le piazze asiatiche avevano compreso l'antifona fin troppo bene. Tokyo perdeva quasi il 10%, Bombay oltre il 7 (con fuga degli investitori stranieri, obbligati a «ricoprire» posizioni difficili in casa propria). Hong Kong anche. L'Europa apriva nel panico. Anzi, qualche sito specializzato scriveva subito «oltre il panico». Decenni di ideologia tecnocratica e neoliberista ci hanno lasciato in eredità uno strato di broker incapaci di recepire, elaborare, reagire razionalmente a notizie negative. Incapaci, cioè, di non comportarsi come un branco di pecore sotto l'attacco dei lupi. La borsa di Vienna chiudeva le contrattazioni già nelle prime ore per «eccesso di ribasso»; così come aveva fatto quella di Mosca un'ora prima. Stoccolma e Bucarest ammettevano soltanto il «fast market» (una forma limitata di scambio). La situazione si aggravava quando anche a Wall Street si faceva di nuovo giorno. Un'apertura agghiacciante, con il Dow Jones che scivolava sotto dell'8% in altrettanti minuti, provocava un infarto europeo: Francoforte e Parigi superavano l'11% di perdite. Londra era in agonia. L'attesa per il discorso di Bush distraeva per qualche decina di minuti i «ribassisti» (esistono gli speculatori al ribasso, non soltanto quelli che puntano al rialzo dei prezzi); per un minuto - ma nessuno ci può giurare - il Dow Jones è stato dato addirittura positivo. Poi l'altalena cui New York sta abituando il mondo prendeva con decisione l'ascensore per l'inferno. Il -8% veniva superato abbondantemente, in un alternarsi di umori neri e disperate speranze che portavano gli indici vicini al -3%. La recessione incipiente tocca però da subito l'economia reale. A farne le spese in modo spettacolare è stato soprattutto il petrolio, tornato rapidamente - dopo oltre un anno - sotto gli 80 dollari al barile. Stessa sorte per altre commodities (materie prime), le cui quotazioni scendevano con percentuali a due cifre. Si moltiplicavano perciò gli appelli reciproci, tra i leader dei principali paesi, a definire azioni comuni; o quantomeno a vedersi per capirsi meglio. Lo spagnolo Zapatero ha chiesto al presidente francese Sarkozy di convocare un vertice dell'Eurogruppo per domenica; Gordon Brown, primo ministro britannico, suggerisce ai governi europei di copiare la ricetta da lui applicata: nazionalizzare le banche in difficoltà, acquistare i «titoli tossici» per disincagliare il credit crunch. I dato macro provenienti dagli Usa non erano però buoni. Nonostante i prezzi delle importazioni siano calati a settembre del 3% (soprattutto a causa del calo delle quotazioni del greggio), il deficit della bilancia commerciale è rimasto spaventosamente alto: 59,14 miliardi di dollari. Gli americani continuano insomma a consumare a debito, come nulla fosse. Non risollevava il morale General Motors, al minimo dai tempi della guerra di Corea (ma allora il dollaro valeva molto di più); che però smentiva di voler chiedere la «protezione contro i creditori» (ovvero l'amministrazione controllata). Le ultime banche di investimento esistenti (Morgan Stanley e Goldman Sachs) subivano l'onta estrema: la prima perdeva anche il 40%, visto che Moody's annunciava di volerle togliere il rating, la seconda intorno al 20. Carta straccia, insomma. Il discorso di Bush non ha ancora una volta mutato il quadro. Quel suo ripetere «l'economia è sana», «reagiremo con forza», «state tranquilli» provocava la reazione contraria. E non c'è nulla di peggio di un medico notoriamente incapace. A un'ora dalla chiusura il Dow Jones perdeva il 5% (siglando così la peggior settimana di sempre di Wall Street), così come il Nasdaq. Le residue speranze «politiche» si andavano perciò concentrando sulla riunione del G7, iniziata ieri sera e che durerà probabilmente tutta la giornata di oggi. Tra le misure ipotizzate anche la chiusura temporanea delle borse mondiali. Ma se da questa riunione non dovesse uscire «un coniglio dal cilindro», la riapertura potrebbe essere un ictus.

 

«La guerra deve finire, inutile salvare Wall Street» - Andrea Rocco

Lo scorso marzo il manifesto aveva intervistato Robert Manning, professore e direttore del Center for Consumer Financial al Rochester Institute of Technology e probabilmente il massimo esperto di debito dei consumatori e di carte di credito negli Stati Uniti. Manning ha scritto un libro di grande successo, Credit Card Nation (Basic Books, 2000), e più recentemente Living with Debt (2005). Sei mesi fa Manning ci aveva detto: «Il peggio della crisi dovrebbe arrivare tra settembre e ottobre, nei mesi cruciali di campagna elettorale, alimentata anche dalle prime serie perdite di impiego. Nei prossimi mesi la crisi economica si manifesterà in modo molto tangibile». Il peggio, forse, è arrivato e Bob Manning ne aveva previsto la tempistica con una precisione quasi inquietante. Abbiamo parlato di nuovo con il professor Manning (era il giorno del primo «grande crollo» delle Borse europee) per capire quello che ci può riservare il futuro. Le previsioni che lei ha fatto 6 mesi fa erano così accurate da fare quasi paura. Su che cosa erano basate? Quello che era chiaro già allora era che la Casa Bianca stava cercando disperatamente di passare la crisi all'amministrazione successiva. Ma guardando semplicemente ai dati di allora, il tasso di affordability (la percentuale di americani che potevano permettersi di comprare una casa di valore medio), l'aumento dei fallimenti, il gigantesco aumento dell'indebitamento del consumatore e la drastica riduzione dei valori immobiliari, era chiaro che stava per arrivare una grave crisi di liquidità non più tardi dell'autunno. La questione che avevo posto già allora era sul ruolo che avrebbero giocato gli investitori finanziari stranieri nella crisi e nella recessione. La mia tesi era che questa è la prima crisi nella storia americana in cui il ruolo degli operatori stranieri peggiorerà la situazione, invece di alleviare la crisi parcheggiando i loro fondi qui. Questo è dovuto al fatto che l'enormità della crisi impedisce ai cosiddetti «fondi sovrani» di investire a lungo termine soldi negli Usa. Sul fronte immobiliare osservavo i momenti strategici nel percorso dello scoppio della «bolla immobiliare». Lo si poteva capire dal tipo di mutui accesi, dalla maturazione degli stessi. E date le debolezze già presenti nel sistema creditizio la situazione doveva per forza diventare non più sostenibile. Anche perché la guerra in Iraq non è stata conclusa e il deficit della bilancia commerciale continua a crescere. Sembra sempre più evidente che i guai finanziari stiano trasferendosi rapidamente sull'economia reale e che i consumatori, che avevano sostenuto la crescita americana, stiano battendo in ritirata. La cosiddetta ritirata dei consumatori è diversa nel caso di quelli che potrebbero comprare e che decidono di non farlo e quelli che vogliono, ma non possono perché non riescono più a ottenere credito. Ad esempio, sono convinto che l'intera industria automobilistica americana dovrà essere salvata da un intervento pubblico perché non ha più accesso a denaro da prestare alla gente per acquistare l'auto. Quindi ci sarebbe domanda, ma non c'è credito. È quello che abbiamo visto nei giorni scorsi, con un aumento stratosferico dei tassi di interesse sul credito a breve. Ci si accorge di essere entrati in una situazione senza precedenti se ti viene applicato un tasso del 10% per prestiti a 3 mesi. Che influenza avrà tutto questo sulla campagna elettorale e sul voto? Al momento sembra che sia decisamente Obama a beneficiarne... Chiaramente a beneficiarne sarà Obama, anche perché è l'unico candidato che è stato in grado di articolare un programma di politica economica specifico e dettagliato e perché ha capito la cosa fondamentale che sta sotto a questa crisi. Che la globalizzazione nel breve termine ha portato agli americani grandi benefici in termini di aumento degli scambi e minori costi dei prodotti. Quello che non si capiva era che ciò era dovuto essenzialmente allo spostamento all'estero dei posti di lavoro e all'abbassamento dei salari. L'esplosione dell'immobiliare e il credito facile sono stati due modi per tranquillizzare i lavoratori e la middle class e per farli aderire al programma di lungo termine del «regime liberista». Quello che succede ora è che la globalizzazione che penalizza così pesantemente lavoratori e middle class appare nuda davanti ai loro occhi e loro stessi non vogliono ammettere quanto siano stati male informati e indotti a credere che la globalizzazione li avrebbe avvantaggiati. Quando ci si poteva permettere, a credito, una casa, una nuova macchina e una vacanza a Parigi si era costretti a credere nei successi della globalizzazione. Ora iniziano a rendersi conto che era una montatura di Wall Street per spillargli fino all'ultimo dollaro del loro patrimonio. Ma non sanno più dove girarsi perché la casa era la loro ultima riserva per i casi di emergenza. Quali risposte dovrà dare la nuova amministrazione? Prima di tutto, la guerra deve finire. L'amministrazione Obama lo avrà molto chiaro: non ci sono le risorse per continuare la guerra. Poi, l'unico modo per affrontare la massa enorme di titoli di debito derivanti dalla insolvenza dei consumatori è quello nel lungo periodo di limitarne drasticamente la diffusione, mentre nel breve si devono assicurarli più che acquistarli. Ma credo che ci vorranno comunque almeno 2 o 3 anni per stabilizzare il sistema. Come ci si può arrivare? Sto sviluppando un piano di salvataggio indirizzato soprattutto ai lavoratori e alla middle class. Per analogia con la moratoria del debito per il terzo mondo che è stata cruciale per dar fiducia agli investitori e per sollevare le condizioni di vita delle popolazioni, è chiaro che gli americani non saranno mai in grado di ripagare completamente i loro debiti. Primo, perché erano basati su valutazioni irrealistiche dei valori immobiliari, secondo, perché se devono ripagare i debiti non potranno comprare altro e la recessione si aggraverebbe. È inutile salvare Wall Street se il problema è l'impossibilità di working e middle class di ripagare i suoi debiti.

 

Coloni, la terra in pugno. Nel mirino contadini e pacifisti – M. Giorgio

EFRAT - Efrat è lo specchio della libertà di cui ha goduto, a livello internazionale, la politica di colonizzazione portata avanti da tutti i governi israeliani, di ogni colore, dopo l'occupazione dei territori palestinesi nel 1967. Quello che era un piccolo insediamento ebraico ai piedi di Herodion, qualche chilometro a sud di Betlemme, oggi è una cittadina di oltre 9.000 abitanti (per il 60% di origine statunitense) ben organizzata, dove non manca niente, con strade larghe e abitazioni ampie e confortevoli dai tetti rossi, tipici di tutte le colonie ebraiche. Dista da Gerusalemme una ventina di chilometri che gli abitanti percorrono rapidamente grazie alla by-pass road costruita da Israele una quindicina di anni fa, per permettere ai suoi coloni di raggiungere Hebron senza dover transitare per Betlemme e gli altri cento abitati palestinesi in quella zona. Con la costruzione del muro, la separazione tra israeliani e abitanti palestinesi è totale e i coloni di quest'area, nota come Gush Etzion, sono sempre più convinti di aver vinto la loro battaglia. L'illegalità del loro insediamento, sancita dalle risoluzioni internazionali, non suscita più alcuna protesta nelle capitali europee, ancor meno a Washington, e nella terra dei palestinesi ora i coloni sanno di poter fare il bello e il cattivo tempo. L'11 novembre Efrat andrà al voto per rinnovare la sua amministrazione comunale, come qualsiasi centro abitato di Israele, e all'ingresso della colonia, costantemente monitorato dalle guardie di sicurezza, due adolescenti distribuiscono volantini elettorali con il volto sorridente di Ruth, una signora sulla sessantina, candidata alla poltrona di sindaco. Un obiettivo che difficilmente centrerà, perché a vestire i panni del favorito è un colono di origine italiana, Yedidia Sermoneta, molto stimato ad Efrat, dove per 18 anni è stato responsabile della sicurezza di tutto l'insediamento. Nato a Gerusalemme 53 anni fa da genitori arrivati dall'Italia dopo la fondazione di Israele, padre romano e madre genovese, Sermoneta si è trasferito ad Efrat nel 1990. «La nostra zona è calma, i palestinesi qui intorno ci rispettano, con loro abbiamo rapporti buoni ed io, come responsabile della sicurezza, spesso li aiuto quando ci sono emergenze», afferma col tono di chi si sente un benefattore e non un colono che ha preso la terra ai palestinesi dei villaggi vicini. «Qual è il punto principale della mia campagna elettorale? Espandere Efrat! Gli ultimi due sindaci avrebbero potuto farlo, ma non avevano gli attributi giusti, non possedevano la necessaria intraprendenza», sostiene Sermoneta accennando un sorriso mentre sorseggia il suo afuk, il caffelatte all'israeliana. «Efrat deve crescere, è lunga sei chilometri ma larga appena 500 metri, in qualche punto anche meno. Abbiamo bisogno di più spazio per le esigenze della nostra gente», aggiunge il candidato a sindaco. E non ci vuole molto a immaginare su quali terre la colonia si espanderà in futuro. Sermoneta è una via di mezzo tra il colono «istituzionale», rispettoso della legalità israeliana, lontano da qualsiasi forza politica - «sono un indipendente, qui i partiti tradizionali non ti offrono appoggio e si fanno vedere e sentire molto poco», spiega - e il settler religioso-sionista, ispirato più dalla Torah che dalle leggi dello Stato. Le sue responsabilità di sicurezza lo tengono in contatto con i settler di tutta la Cisgiordania, perciò ha il polso di una situazione che si è fatta incandescente in questi ultimi mesi, segnati da un aumento vertiginoso degli atti di violenza dei coloni che vivono negli insediamenti più militanti. Atti ai quali si è aggiunto l'attentato subìto il mese scorso dallo storico Zeev Sternhell, attributo ad «elementi di estrema destra» ma che la polizia, stranamente, non ha ancora individuato, così come raramente mette le manette ai responsabili delle aggressioni ai palestinesi in Cisgiordania. «Il fermento cresce in quelle colonie che si sentono più esposte agli esiti di un eventuale accordo politico con i palestinesi e ad un piano di evacuazione come quello avvenuto nel 2005 a Gaza. L'aggressività (dei coloni) serve a mettere una cosa in chiaro: non ci sarà una nuova Gaza, le colonie non verranno evacuate. Posso garantirvi che chiunque promuoverà un'evacuazione, anche parziale (in Cisgiordania), non avrà vita facile come è avvenuto a Gaza», afferma Sermoneta. «Ad Efrat però siamo tranquilli perché sappiamo che con qualsiasi governo israeliano questa zona, insieme a Ma'aleh Adumin ad est e Bet El a nord, farà parte della Grande Gerusalemme, e rimarrà sotto il pieno controllo israeliano». Progetti che violano la legalità internazionale e non tengono in alcun conto le aspirazione dei palestinesi sulla loro terra. Per i coloni (oltre 400.000 tra quelli della Cisgiordania e di Gerusalemme) però contano solo la Torah, la legge di Dio, e la collaborazione dei governi. La moltiplicazione delle violenze a danno dei palestinesi ha fatto notizia il mese scorso l'attacco massiccio dei coloni di Yitzhar ad Assira al Qabaliya (una decina i palestinesi rimasti feriti e gravi danni alle case) - è seguita alla diffusione da parte dei media di «piani» del governo volti, almeno sulla carta, a restituire oltre il 90% della Cisgiordania, nel quadro di un futuro accordo con l'Anp di Abu Mazen. Provocare la reazione dei palestinesi avrebbe l'effetto, nelle aspettative dei coloni, di innescare un ciclo di scontri sanguinosi che finirebbe per congelare qualsiasi ipotesi di evacuazione delle roccaforti della destra radicale situate a ridosso delle principali città palestinesi, in particolare Nablus e Hebron. In questi ultimi giorni, ad esempio, sono aumentati gli atti di violenza contro i contadini cisgiordani impegnati nella raccolta delle olive (una voce importante dell'economia palestinese) e contro i pacifisti israeliani e internazionali che li proteggono. Nei pressi di Hebron, a subire una aggressione sono stati anche i rappresentanti di «Rabbini per i diritti umani», colpevoli di difendere gli agricoltori palestinesi. È caduta nel vuoto peraltro la denuncia della violenza dei coloni giunta da alti ufficiali dell'esercito israeliano che pure chiude un occhio, spesso tutti e due, di fronte alle aggressioni che subiscono i palestinesi, come ad Assira a Qabaliya. Il professor Sternhell dopo l'attentato ha rinnovato l'allarme sulla pericolosità dei coloni e dell'estrema destra e d'accordo con lui si è detto un altro accademico, Yaron Ezrahi, in gioventù amico del pacifista Emil Grunzweig, ucciso nel 1983 da un estremista di destra durante una manifestazione contro l'invasione israeliana del Libano. Ezrahi vede un preciso collegamento tra gli atti di violenza in Cisgiordania e quelli, in aumento, contro gli arabi israeliani (palestinesi con passaporto israeliano) in Galilea e nelle città miste. «È una svolta preoccupante - avverte il docente -: nei Territori occupati è stata lasciata fiorire una cultura di totale illegalità e i coloni si sono convinti di essere invincibili e immuni da qualsiasi atto degli apparati dello Stato». Gli Stati Uniti e Israele, aggiunge Ezrahi, «sono in un momento di transizione politica e ciò offre spazio a chi vuole impressionare le prossime amministrazioni politiche. Il richiamo al rispetto della legalità di Ezrahi e gli avvertimenti di Sternhell tuttavia servono a ben poco quando lo Stato di Israele non solo non agisce contro i settler più violenti ma porta avanti esso stesso la colonizzazione. Il quotidiano Maariv ha riferito che dall'inizio dell'anno ben 15.000 israeliani sono andati a vivere negli insediamenti «ufficiali» e negli avamposti colonici (illegali per la stessa legge israeliana) nonostante le assicurazioni date lo scorso anno ad Annapolis dal premier Ehud Olmert di fermare le costruzioni nei Territori occupati palestinesi.

 

Comune delle officine. A Bellinzona uniti si vince - Patrizia Cortellessa

Di ritorno da Bellinzona - Uno sciopero così la Svizzera non se lo ricordava dal 1918. Determinazione, partecipazione. Solidarietà. Per raccontare quel che è successo a Bellinzona dal 7 marzo al 9 aprile scorso, durante i 33 giorni di sciopero delle officine di manutenzione delle Ffs-Cargo (la divisione merci delle Ferrovie svizzere), non si può prescindere dal significato di queste parole. A dimostrazione che quando le intelligenze dei lavoratori si uniscono e ognuno diventa protagonista si può anche vincere. Una protesta che inizia alle Officine, gira per le strade della città raccogliendo consensi e inviti alla resistenza e poi torna in fabbrica. Sarà la solidarietà l'arma più importante in mano agli operai. Con i lavoratori delle officine Bellinzona, che hanno avuto il coraggio di ribellarsi» all'arroganza dei vertici delle Ferrovie, si è identificata un'intera comunità. «La gente ne ha piene le scatole, perché inizia ad esserci sempre più incertezza sul futuro lavorativo, con le privatizzazioni e la precarietà che si espandono a macchia d'olio». Il vento liberista colpisce anche la Svizzera. Tra il 1991 e il 2004 tra Ffs, poste e Swisscom (n° 1 sul mercato delle telecomunicazioni) sono stati cancellati in Ticino 2000 posti di lavoro, nel 2007 le Ffs ne hanno tagliati altri 70. Ma torniamo allo sciopero, una forma di lotta non prevista dal contratto collettivo (la Costituzione invece lo prevede). Quando gli operai si guardano intorno e scoprono che la loro battaglia è diventata di tutti, cresce la lotta contro il piano di ristrutturazione voluto da Andreas Meyer, direttore generale dell'esecutivo delle Ferrovie federali, che avrebbe comportato lo smembramento delle Officine: la manutenzione delle locomotive trasferita a Yverdone e quella dei vagoni merci lasciata a una struttura messa in piedi con l'aiuto di alcune ditte private. «No alla privatizzazione, no ai licenziamenti» (401 in totale, di cui 126 in Ticino). E se «lo sciopero è illegale e viola le norme del Contratto collettivo di lavoro in vigore negoziato con i partner sociali», come scrivevano in quei giorni i vertici delle Ferrovie ai lavoratori, minacciando richiami e licenziamenti a raffica, «ben venga l'illegalità», appoggiata e finanziata da tutto il Canton Ticino, polizia compresa. Alla fine, i vertici delle Ferrovie sono dovuti arrivare a una mediazione. E i lavoratori hanno vinto. Il piano è stato ritirato dalle Ffs, almeno fino al 2012. Ma la vertenza è tutt'altro che conclusa. Bisognerà studiare nuove strategie di rilancio a breve e medio termine per le officine di Bellinzona. Cosa è successo in quei giorni. L'occasione per ascoltare da alcuni dei protagonisti - Gianni Frizzo, Matteo Pronzini, Sandro Murgia - cosa è successo in quei giorni, è data dalla visione in anteprima del film: Giù le mani, girato dal regista Danilo Catti durante quelle giornate e presentato fuori concorso al Festival di Locarno. Gianni Frizzo è l'uomo-simbolo di questa battaglia. La sua immagine è finita stampata sulle t-shirt, ma la si può trovare appesa anche ai muri di alcune case della cittadina svizzera. Gli operai delle Ffs Cargo di Bellinzona lo hanno candidato agli Swiss Award 2008, cioè al titolo di «Svizzero dell'anno». Inevitabile qualche battuta. Lui ride, con quegli occhi sinceri che ti conquistano. Capisci subito le persone, la loro coerenza e la loro umanità hanno dato più forza e incisività alla lotta. Ogni famiglia in Ticino ha un parente che ha lavorato o lavora alle Officine, e quei lavoratori svolgono ruoli sociali importanti fuori le mura della fabbrica: pompieri, samaritani, ruoli nelle amministrazioni locali e in politica. E vedi i loro occhi che brillano, quando Gianni, Matteo e Sandro raccontano delle centinaia di persone che riempivano la pittureria (il reparto verniciatura dei treni, roccaforte della protesta) durante i giorni di occupazione, delle mille e mille attestazioni di solidarietà, di come abbiano visto crescere la lotta unitamente alla consapevolezza dei lavoratori, dei 500 pasti al giorno preparati a mezzogiorno, delle visite guidate, delle donazioni di sangue, delle merende al pomeriggio con i bambini, che hanno anche suggerito il titolo dello striscione di apertura del corteo del 19 marzo a Berna - «Giù le mani dal mio papà» - o della forza delle donne «senza le quali non ce l'avremmo mai fatta». Le mogli e compagne dei lavoratori hanno messo in piedi durante quelle giornate un progetto teatrale, che hanno chiamato Laboratorio Officine Donna. Nonostante la ripresa della normale attività lavorativa, una volta a settimana le porte delle Officine di Bellinzona si spalancano per ospitare il teatro delle donne. Cronologia di una lotta. Un passo indietro. Del piano di ristrutturazione all'inizio trapelano solo indiscrezioni. Ma tanto basta. Prima di quel 7 marzo, giorno in cui i lavoratori votano all'unanimità l'inizio dello sciopero bloccando i binari e cacciando il direttore delle Ffs Cargo, Nicolas Perrin, al grido «Giù le mani dall'officina», c'erano stati già diversi cortei e presidi, sia a Bellinzona che a Berna. Molti altri ce ne saranno durante lo sciopero. Il 29 febbraio 2008 il 95% dei lavoratori delle Officine aveva anche votato sì alla possibilità di convocare assemblee il venerdì durante l'orario di lavoro (pagate), cosa fino ad allora non permessa. E da quel momento sarà solo l'assemblea di fabbrica a decidere, passo per passo, le future forme di lotta. Il 3 marzo l'assemblea decide di recarsi il giorno seguente a Berna, dov'è la sede della direzione Ffs. L'appuntamento è alla stazione di Bellinzona. «Quando abbiamo visto la stazione gremita di lavoratori con le famiglie, ci siamo resi conto che si stava delineando qualcosa di molto importante», dicono i tre. La protesta sta montando, e già si prepara la resistenza. Il 6 marzo i lavoratori sono in assemblea dalla mattina. Vogliono essere informati nei dettagli sulle voci che circolano in merito al piano e ai licenziamenti. Quando il giorno dopo (venerdì) arriva Perrin, non viene lasciato parlare. «Non volevamo lasciar passare il messaggio che avrebbe dato false speranze, tipo «il settore carri verrà privatizzato ma chi lavora nel settore avrà ancora una possibilità di impiego». Soprattutto non volevamo che ci fossero divisioni tra operai del settore locomotive e quelli del settore carri. Bisognava portare avanti una lotta in comune, indipendentemente dal settore di lavoro e dal contratto», spiega Frizzo. L'assemblea dei lavoratori vota dunque lo sciopero. Si occupa l'officina e ci si organizza: picchetti 24 ore su 24, creazione di un sito (www.officine.unia.ch dove - a proposito di solidarietà - è stato inserito l'appello per la riassunzione del nostro macchinista-ferroviere Dante De Angelis), l'apertura di un conto corrente postale per raccogliere fondi, manifesti, spille. Si approntano in pittureria tavoli e panche, in un altro reparto la cucina. Quello stesso venerdì l'assemblea di fabbrica, vota anche una risoluzione che impedisce al sindacato di categoria (Sev) di negoziare piani sociali con la direzione senza il consenso dei lavoratori. Sarà solo il Comitato di sciopero (composto da 7 lavoratori) l'unico organismo delegato dall'assemblea a partecipare a tutte le tavole rotonde in programma, durante e dopo lo sciopero. Cento anni di industrializzazione. Le Officine nascono più di cento anni fa con la costruzione della Gotthardbahn, e rappresentano l'elemento centrale dell'industrializzazione dello sviluppo del Canton Ticino. L'edificio che ospita le Officine viene costruito nel 1874, con l'apertura delle linee ferroviarie Bellinzona-Biasca e Bellinzona-Locarno. Vi lavorano all'inizio 140 persone circa. Nel 1882 viene inaugurata la linea del San Gottardo, che trasforma Bellinzona da piccola cittadina a centro industriale. Diventa in breve tempo uno degli stabilimenti di riparazione e manutenzione più importanti della Svizzera. Nel 1909 il numero dei lavoratori impiegati era di 757 unità (oggi conta circa 400 operai, di cui 70 interinali). Ma non bisogna dimenticare alcuni aspetti: «I bagni delle Officine venivano aperti alla domenica per permettere alle famiglie di venire a lavarsi», racconta Gianni. La Sev, la direzione del sindacato di categoria, si costituì nel 1919, ma già nel 1899 esisteva l'Unione operai e ferrovieri officine; gli operai avevano già costituito un sindacato e iniziato a creare fondi di aiuto per le famiglie in difficoltà. La ristrutturazione prospettata dalle Ffs avrebbe interessato anche il Ksc Friborgo (Kunde Service Center, 164 posti in meno, di cui 51 soppressi e 114 trasferiti a Basilea), mentre dalle Officine di Bienne sarebbero stati dislocati 46 posti a Oltern e Yverdon. «Proprio a Friborgo - dice Matteo Pronzini, segretario sindacale di Unia - la Sev aveva dato indicazione di non protestare. La Sev ha dato poi a sua volta mandato al Consiglio di stato di Friborgo di occuparsi del caso». Il governo di Friborgo si oppose al piano, e ci fu anche qualche ora di sciopero. Ma la battaglia per la difesa dei posti di lavoro a Friborgo non si trasformò in una seconda Bellinzona. Il Kunde Service Center fu chiuso. «L'azienda, quando promuove delle riorganizzazioni non le discute, i sindacati vengono informati solo a cose fatte. Il loro ruolo è quello di accompagnare l'azienda nelle sue riorganizzazioni. Le difficoltà sono proprio queste: la passività del sindacato per paura di infrangere una regola sottoscritta», spiega Pronzini. Che aggiunge: «Il sindacato è stato solo lo strumento a disposizione della lotta, perché era l'assemblea democratica l'unico organo sovrano chiamato a prendere decisioni». «Quando si parla di sindacato Unia si parla di rappresentanti di Bellinzona», tiene però a sottolineare Gianni Frizzo, «cioè Matteo e i suoi colleghi». Perché anche Unia, a livello ticinese, non ha capito la piega che stava prendendo quella lotta. E torniamo all'oggi. I segni di quei giorni sono ancora visibili all'interno dello stabilimento di Bellinzona. Nella pittureria non ci sono più i tavoli montati, e le panche sono ammucchiate una su l'altra addosso al muro. Ma gli striscioni e le bandiere sono ancora tutti lì, così come le tute arancioni appese ai muri in quei giorni e mai staccate. La solidarietà invece la respiri ancora girando per le strade di Bellinzona. La puoi vedere, alzando gli occhi, sventolare dai balconi e dalle finestre delle case. Le bandiere rosse con la scritta bianca «Giù le mani dall'Officina» non si sono né scolorite col tempo, né rovinate con la pioggia. Le tavole rotonde continuano. Al centro delle discussione c'è ora la proposta delle Ffs di trasferire le officine dalla divisone cargo alla divisione passeggeri. Ma se il futuro continua a essere incerto, di una cosa si può invece essere sicuri: la lotta continua.

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25.1.08

 

Via Prodi, comincia l’assedio a Veltroni - Stefano Cappellini

«Da oggi inizia una nuova storia», ha detto Walter Veltroni. Che si riferisse al governo tecnico? Istituzionale? No, Veltroni parlava di uno stadio a Roma tutto per il rugby. Questa è l’unica dichiarazione epocale che il leader del Pd si è concesso ieri. Anche perché, per Veltroni, la storia che si apre dopo la caduta del governo Prodi non solo non appare nuova, ma rischia di rivelarsi un remake dei mesi trascorsi inutilmente a cercare una quadra sulla legge elettorale. La prudenza di Veltroni in questo frangente nasconde varie paure: timore di uno scontro aperto con Prodi, di un precipizio elettorale che lo costringerebbe a una campagna in salita, lasciando il Campidoglio aperto alle scorrerie del centrodestra e buttandosi in una sfida senza rete. Il leader democratico ha seguito la diretta del voto di fiducia in Senato chiuso nel Lotf con il vicesegretario Dario Franceschini e il capogruppo alla Camera Antonello Soro. Un’immagine simbolo di ciò che Veltroni può fare in questa fase: stare a guardare. Il sindaco di Roma è convinto che Prodi non miri a ottenere un reincarico, sebbene la vera novità del discorso del Professore ieri in Senato sia stata l’ammissione che il paese non può tornare alle urne senza la riforma della legge elettorale. Fino a ieri Prodi aveva sempre parlato di voto anticipato in caso di sua caduta, senza se e senza ma. Veltroni non gradirebbe certo questa soluzione, devastante in termini di immagine se fosse costretto alla corsa alla premiership in primavera. Nel Pd, però, non tutti la pensano come lui. D’altra parte, e non è problema da meno, il Pd è al momento un’etichetta dietro la quale ciascuna fazione porta avanti un progetto diverso. Massimo D’Alema, per esempio, non si sposta da Prodi: «Se è disponibile, il nostro candidato per un governo a tempo resta lui», ripete in queste ore il ministro degli Esteri. Conferma Nicola Latorre: «Il Pd è fortemente determinato a raccogliere le indicazioni del discorso di Prodi al Senato per proseguire sulla strada da lui indicata per il paese». Veltroni non ci crede, ma non potrebbe certo opporsi a un eventuale Prodi bis. Può però auspicare, e con fondata speranza di essere soddisfatto, che sia il Colle a stoppare sul nascere l’operazione, anche sulla scia dell’irritazione per l’insistenza con cui il Prof ha cercato la conta in Senato. Ma un conto è tenere Prodi lontano da palazzo Chigi, un altro è immaginare un suo ritiro dalle cose della politica. Prodi avrà su Veltroni, da qui al giorno delle elezioni, un potere di interdizione fortissimo: difficilmente potrà dare corso alla minaccia di ricandidarsi, ma certo può cospargere di mine la road map veltroniana, fino al punto di ritirare la sua benedizione al Pd. Non finisce qui. Veltroni ha avuto negli ultimi mesi due soli alleati: Fausto Bertinotti e Silvio Berlusconi. Il primo deve fare i conti con un partito in fibrillazione, che non è disposto a imbarcarsi in un esecutivo tecnico quale che sia. Ieri il capogruppo al Senato Giovanni Russo Spena ragionava così sulle prossime mosse: «Mi pare difficile che tocchi a Prodi il reincarico, un po’ perché non sembrano volerlo né il Pd né il Quirinale e poi perché l’Udc ha già chiesto come condizione che non sia lui a guidare un esecutivo a tempo». E per Russo Spena - così come per il ministro Paolo Ferrero - l’Udc è l’unica sponda realistica per una soluzione istituzionale: «Vedo Marini premier, ma a quel punto io sono totalmente d’accordo con Casini: per la riforma si vota l’ultima bozza Bianco, modello tedesco». Per Veltroni sdoganare questo scenario potrebbe essere una necessità, se vuole evitare le urne, ma significa anche stracciare i vecchi piani di riforma bipolare e acconciarsi a subire la vittoria della linea D’Alema-Rutelli. Perché in questo caso il Colle non è alleato, ma avversario dichiarato: Napolitano, che ha bocciato il modello presidenziale francese, ritiene il fronte “tedesco” l’unica base trasversale per una maggioranza istituzionale. Quanto a Berlusconi, seppur tentato da soluzioni di unità nazionale, per ora ha dettato ai suoi una linea chiara: cercare di arrivare al voto in primavera col governo Prodi in carica e sfiduciato. È vero che c’è una diplomazia forzista al lavoro per studiare sbocchi bipartisan, ma si tratta di mandati esplorativi. Gianni Letta è al centro di numerose trame, e si è sentito più volte con Veltroni, ma anche con Rutelli. E Beppe Pisanu, altro canale aperto, non chiude la porta a un’intesa con Veltroni: «Se dal Pd arrivasse un’offerta seria, con un premier super partes e un’agenda chiara, ci ragioneremmo, ma non possiamo essere noi a togliere le castagne dal fuoco a Veltroni». Ma il segretario del Pd questa proposta non può avanzarla. Può sperare che lo faccia il Colle, dato che il nome di Mario Draghi è tra quelli in cima al taccuino di Napolitano sulla crisi. Ma l’incarico a Draghi significherebbe spostare in avanti l’orologio delle elezioni almeno fino al 2009. Ammesso che Berlusconi voglia accettare questo timing, Veltroni perderebbe Rifondazione («Noi un governo Draghi non possiamo sostenerlo», giura Russo Spena) e l’operazione diventerebbe altro, una Grossa coalizione che troverebbe proprio dentro il Pd - e probabilmente in Prodi - il primo grande ostacolo.

 

Ora il Pd deve parlare. Se può - Paolo Franchi

Romano Prodi ha voluto cadere in Senato: cadere combattendo, non senza averle tentate tutte per restare in piedi. Ce l’ha fatta. Chapeau. Chapeau non solo e non tanto al lottatore tenace che combatte sino in fondo la sua battaglia, ma anche, e soprattutto, al protagonista politico che vuole restare tale, rendendo sin troppo chiaro agli avversari, ma in primo luogo agli amici (chiamiamoli così) come e perché sbaglierebbero grossolanamente se pensassero di essersi liberati di lui e di poter quindi voltare finalmente pagina. Proprio nel giorno della sfiducia, Prodi ha voluto mostrare quanto forte sia la sua intenzione di restare in campo, costituendosi (verrebbe da dire: solennemente, se la giornata del Senato non sconsigliasse avverbi altisonanti) in problema e in segno di contraddizione vivente e operante per il centrosinistra, non foss’altro perché, senza di lui, la coalizione di cui è stato l’unico garante sarebbe virtualmente morta. E, più ancora, per il Partito democratico e per il suo segretario, Walter Veltroni, che, fin dai primi passi da leader, al di là delle profferte unitarie ha dato viceversa molto più dell’impressione di considerare l’alleanza impropriamente definita Unione come un gabbia da forzare quanto prima per dimostrare la «vocazione maggioritaria» del Pd, lasciando peggio che perplessi molti dei suoi, ma di questa conclamata convinzione non ha saputo o potuto trarre le conseguenze. Da ieri una questione gravissima è diventata una questione drammatica: deve dire chi è e che cosa vuole, il Pd. Impresa difficilissima. Sia se, come appare probabile, si andrà a votare (e Prodi sarà di certo della partita). Sia se, come noi continuiamo a sperare, ci si metterà seriamente alla ricerca di una via per varare, prima, una legge elettorale che consenta al Paese, dopo il voto e la vittoria pressoché certa del centrodestra o come si chiama adesso, di non ritrovarsi sgovernato come prima (e Prodi sarà della partita lo stesso).

 

24.1.08

 

«Appesi a me fino all’ultimo secondo» - Tommaso Labate

«Dovranno rimanere appesi alle mie scelte. Fino all’ultimo secondo». Se, come probabile, Romano Prodi deciderà di evitare il massacro del Senato, salvando l’ultima speranza di tenere in vita una legislatura ormai in macerie, «quelli là lo sapranno solo all’ultimo secondo». Dentro la categoria di «quelli là» Romano Prodi ha infilato un po’ tutti. Dai vertici del Pd (Veltroni), compresi i membri del governo (D’Alema e Rutelli); a quelli di Rifondazione (Giordano) con tanto di cariche dello stato (e quindi Bertinotti). L’ultima giornata di quello che sembra «l’ultimo immortale» è stata in realtà un tutt’uno con la precedente. Per quasi tutta la notte tra martedì e ieri, il Professore ha contato e ricontato, sondato e risondato, telefonato e ritelefonato. «I numeri ci sono», commenta coi suoi all’alba. Ma visto che ogni gioco ha un inizio e una fine, quello del premier con i numeretti del Senato termina a metà mattinata. Per la precisione quando l’agenzia Italpress, alle 10.47, lancia in rete il «voterò no alla fiducia» firmato da Domenico Fisichella. Lo stesso che, martedì pomeriggio, aveva fatto capire al Prof che poteva contare sul suo sostegno. «Voglio vedere in faccia chi mi vota contro», è stato il leitmotiv del premier durante tutta la crisi parlamentarizzata. E così è stato anche con il senatore Fisichella, chiamato a palazzo Chigi a pronunciarlo de visu, il suo «no». Fosse tutto qua, la crisi vista dagli occhi del Prof sarebbe finita a mezzogiorno, quando il premier capisce lo schemino: al Senato, per quanti ne posso raccattare nell’opposizione, gli stessi li perdo dalla parte mia. Traduzione: se riesco ad avere la fiducia dal dissidente udeur Cusumano e da un altro paio di scontenti, perdo Dini e qualche senatore a vita. È un teorema, ormai. La ruota gira ma si ferma sempre allo stesso punto. E cioè sull’uscio di palazzo Madama. «Prendi l’ok della Camera ma dimettiti prima del Senato. Non hai i numeri», gliel’hanno ripetuto tutti (e a tutti i livelli), ieri. E a rimarcare la distanza dalla sfida personale del premier hanno usato la seconda persona singolare, accantonando la prima plurale. Ma lui non ne ha voluto sapere. E quando all’ora di pranzo il Quirinale chiama palazzo Chigi per un «incontro informale», il Prof dà mandato al suo staff di far filtrare la notizia dell’incontro. La voce democrat che piomba in un Transatlantico, durante la pausa pranzo, è di quelle che non ammettono scenari alternativi: «Prodi si è convinto, sta cedendo». E invece, a regalargli l’ultimo (ma sarà davvero l’ultimo?) giro interviene il carneade di turno mascherato da uomo della provvidenza. Si chiama Giuseppe Morrone, ingegnere, cosentino, deputato dell’Udeur. Morrone non condivide l’accordo che Mastella ha siglato con Berlusconi (tre senatori e cinque deputati “ospiti” delle liste del Pdl alle prossime elezioni) e porta una fetta consistente del gruppo a sconfessare il capogruppo Fabris e la linea anti-sfiducia. Il vertice del Campanile - prima soccorso dal malizioso Berlusconi, poi sdoganato da Bossi - decide che non è il caso di spaccarsi alla Camera. «Non ci votano contro? Bene, vuol dire che al Senato ci possiamo andare», dicono i prodiani. Angelo Rovati, l’ex cestista amico del premier, la butta sul batterico. «Quando giocavo io, negli spogliatoi c’era il terrore delle piattole. Cosa succede se domani 12 senatori dell’opposizione sono presi dalle piattole e non vengono?». Risposta, sempre di Rovati: «Ci va in Senato, ci va...». «Questa vicenda mi ricorda Tambroni», sottolinea poco più in là De Mita. Prima che inizi la chiama della fiducia, il livello dello scontro si alza. Fonti interne al Pd fanno circolare una velina che recita: «Il Pd valuta dimissioni Prodi prima del Senato». Silvio Sircana parte con gli sms, avvicina Oliviero Diliberto («Guarda qui a che punto siamo») e poi spiega: «Ora arriverà la smentita di Franceschini». Basta girare lo sguardo e il numero due del Pd è già lì, sull’uscio dell’Aula, che prova a spiegare senza nemmeno metterci un po’ d’impegno: «È quasi umiliante dover smentire una delle tante bufale che girano in queste ore...». La fiducia di Montecitorio arriva e Prodi riunisce i ministri. I fronti divisi tra chi gli dice «vai al Senato» e chi gli ripete «non andarci» non cambiano. «Ci vado», ripete lui. Se si ferma un attimo prima del voto di palazzo Madama, forse può sperare in Berlusconi e in un reincarico “esplorativo”. «Volete sapere la verità?», chiedeSircana in attesa del voto della Camera. Al sì di chi gli sta intorno, la risposta del portavoce: «Mi sono davvero rotto la minchia».

 

Veltroni fa trincea dietro la linea Napolitano - Stefano Cappellini

Walter Veltroni è rimasto in Campidoglio per tutto il tempo in cui la Camera votava la fiducia al governo di Romano Prodi, quasi a marcare una distanza fisica, un ruolo di spettatore interessato e partecipe, ma non giocatore, rispetto alla partita di Prodi. Oggi sarà a Ravenna, ai funerali di Arrigo Boldrini. Un modo di testimoniare l’assoluta lealtà nei confronti di Prodi e dei suoi tentativi di tenere in vita il governo, secondo l’intenzione di Veltroni. Un alibi rispetto alla scena del crimine - dove il crimine sarebbe il pressing per costringere Prodi alla resa e alle dimissioni prima della fiducia in Senato - secondo l’interpretazione alternativa dei prodiani, che ormai vedono nel Pd un’entità ostile e tutta proiettata a programmare il dopo-Prof. Solo dopo le 18 Veltroni si è recato al Loft di piazza Sant’Anastasia per chiudersi all’interno con i vertici del Pd e seguire l’evoluzione della giornata. È lì che il leader del Pd ha avuto la conferma dell’intenzione di Prodi di andare fino in fondo, basandosi sulla novità dell’astensione dell’Udeur alla Camera, e di inseguire una improbabile fiducia a palazzo Madama a dispetto di una giornata costellata di smarcamenti e di no al Professore. Non sono mancati anche incidenti diplomatici, come nel caso della velina del Pd spuntata fuori nel pomeriggio che caldeggiava subitanee dimissioni di Prodi e che ha prodotto la sollevazione di Arturo Parisi e una secca smentita del vicesegretario del Pd Dario Franceschini («Bufale»). Ma nonostante tutto il vertice del Pd - da Veltroni a D’Alema, da Rutelli a Bersani - assista con preoccupazione al tentativo prodiano di salvarsi dall’affondamento in Senato, la linea di Veltroni è, almeno per ora, la non interferenza. Ieri sera nel Loft rimbalzavano tutte le ipotesi possibili sui piani del Prof. «Vuole ricandidarsi». «Vuole ottenere un mandato esplorativo e formare lui il governo per le riforme». «Vuole far precipitare tutto verso elezioni anticipate». Ma Veltroni ha stoppato qualsiasi movimento: «Dobbiamo aspettare il voto del Senato», ha ripetuto il segretario, convinto che il Prof non miri a un reincarico, come accadde nel 1998 quando il mandato di Scalfaro non produsse altro che due giorni di agonia supplementare. Il premier ha però varie soluzioni per trascinare con sé nel disastro Veltroni e il Pd. E anche lontano dal loft si disegnano scenari foschi. Francesco Rutelli, uscito dalla riunione dei ministri che Prodi ha convocato subito dopo il voto di fiducia alla Camera, vede all’orizzonte una gigantomachia: «Serve un compromesso, sennò finisce male», ha spiegato ai suoi il vicepremier. Un compromesso, naturalmente, tra il motto prodiano “dopo di me il diluvio” e la necessità di Veltroni di mettere in atto il suo piano d’emergenza, una finestra di tempo tra il default dell’Unione e le elezioni, con in mezzo la riforma elettorale. Rutelli lo ha detto chiaro a Prodi durante la riunione: «È vero che l’astensione dell’Udeur alla Camera è una novità politica che giustifica il passaggio al Senato, ma non possiamo pensare che l’obiettivo del governo possa essere la sopravvivenza». Anche Massimo D’Alema teme che nello scontro Prodi-Veltroni resti sepolto, oltre che il centrosinistra, anche l’ultimo treno per le riforme, ma guarda con sospetto sia alla testardaggine di Prodi che ai piani elettorali autarchici di Veltroni. Il quale, per parte sua, resterà sotto coperta fino a che non sarà Prodi stesso o il Senato a chiudere il round e aprirne uno nuovo. Del resto, a parlare a nome di tutti i contrari all’accanimento terapeutico sul governo è stato ieri, al livello più autorevole possibile, Giorgio Napolitano, che nel suo colloquio con Prodi è stato chiaro. «Il paese non può tornare al voto con questa legge elettorale e presentarsi in Senato per chiedere la fiducia rischia di esacerbare il clima e impedire ogni riforma». Una moral suasion che non ha sortito effetto su Prodi. Il quale oggi sarà in Senato e, con tutta probabilità, per chiedere il pronunciamento dell’aula e inchiodare i “traditori” al loro voto contrario. Ma se, come tutto lascia credere, sfiducia sarà, il Prof accetterà di farsi da parte? La pessimistica previsione di molti veltroniani è che dal fronte prodiano, in testa i ministri Bindi e Parisi, parta un fuoco di fila per sbarrare il passo a qualunque soluzione istituzionale e portare il paese alle urne. Dove Prodi potrebbe giocare più parti: kingmaker, guastatore e persino, nella peggiore delle ipotesi per Veltroni, candidato di disturbo in ipotetiche primarie. Prodi sa di poter tenere sotto scacco il Pd. Ma Veltroni è a sua volta convinto che Prodi dovrà prendere atto di essere solo in una eventuale crociata per il voto immediato. Avrebbe contro non solo il presidente della Repubblica, i presidenti delle Camere, la maggior parte dell’Unione (dove solo i “piccoli” invocano un Prodi-bis) e un pezzo di opposizione, ma soprattutto Confindustria e sindacati. Quanto al profilo e alla composizione di un eventuale governo tecnico, i contatti tra il Pd e la ex Cdl sono moltissimi. Il Colle ha già cominciato a fare la sua parte. E a Rutelli e D’Alema non è sfuggito il riferimento con cui Napolitano, nel suo discorso per l’anniversario della Costituzione, ha bocciato l’importazione in Italia del gollismo. Nel giorno in cui Pierferdinando Casini ha chiesto al Pd lumi sul merito della riforma elettorale che il governo tecnico dovrebbe varare, la valutazione del capo dello Stato potrebbe essere un indizio non trascurabile.

 

23.1.08

 

Prodi non vuole piegarsi alla matematica - Tommaso Labate

«Romano, guarda che è inutile. Non ci sono i numeri. È meglio non cominciarla proprio la partita del Senato». Poco dopo le 16, quando ha fatto il suo ingresso nella stanza del presidente del Consiglio, il senatore diniano Natale D’Amico, che lo conosce da una vita, gli ha parlato con la massima franchezza. Pare che Romano Prodi a stento l’abbia guardato negli occhi: «Io, in Senato ci verrò in qualunque caso». Chi l’ha incontrato nelle ultime ventiquattr’ore giura che il Professore sembra una statua, perennemente concentrato com’è su un foglietto in cui appunta meticolosamente tutti gli scenari possibili e tutte le variazioni aritmetiche di una sfida che potrebbe rimanere aperta sino all’ultimo minuto. Nel primo giorno di una crisi che ha voluto “parlamentarizzare” a tutti i costi, il Prof ha mostrato alla coalizione il volto di chi vuole lottare sino all’ultimo istante per rimanere in sella. Anche al costo di rischiare un’impasse istituzionale. Per questo, si è mosso all’insegna delle pretattica, dosando l’ottimismo di chi sottolinea «penso di farcela anche stavolta» e i sospetti di chi ripete in continuazione «tanto lo so che Veltroni e D’Alema lavorano anche su altri fronti». Che le incognite siano incalcolabili, e la situazione suscettibile di variazioni sino all’ultimo secondo, lo dimostrano anche le parole che un veterano del Palazzo come Pasquale Laurito affidava ieri pomeriggio ai camerieri della bouvette. «Oggi non ho scritto nulla, niente Velina rossa. Al momento non saprei proprio cosa dire». La certezza sui numeri non c’è. Per tutto il pomeriggio, il tabellino dei pronostici in vista del voto di fiducia a palazzo Madama ha offerto al Professore un quadro abbastanza definito. Col centrodestra compatto (152 voti), insieme a Storace (3), De Gregorio (1), Udeur (3) più Fisichella e Turigliatto, la fiducia sarebbe respinta. Poi qualcosa, sul far della sera, è cambiato. «Al Senato è in atto un tentativo disperato», confidava a un collega il rutelliano Ermete Realacci poco prima dell’assemblea dei parlamentari del Pd. Parallelamente, partiva il pressing nei confronti del senatore Domenico Fisichella, che prima delle feste si era congedato così: «Il mio voto per la Finanziaria è l’ultimo a favore di questo governo». Dicono che Francesco Rutelli abbia dovuto dare fondo a tutta la sua capacità diplomatica. Sia come sia, sta di fatto che quando Romano Prodi ha alzato il telefono per contattarlo Fisichella ha replicato: «Non ti preoccupare. Sono pronto a votare la fiducia». Tutto questo accadeva mentre la centrale operativa del gruppo del Pd al Senato dava conto delle perplessità politiche del presidente emerito Carlo Azeglio Ciampi, titubante nel dare un voto decisivo a un governo che - in ogni caso - non riuscirebbe a sopravvivere senza il sostegno dei senatori a vita. Rientrato (definitivamente?) l’allarme sull’ex inquilino del Quirinale, alle 20 la schedina del Professore è tornata sul segno X: 160 a 160. Che vuol dire sfiducia. Sul suo personale foglietto, Prodi ha anche preso nota di alcuni elementi che potrebbero giocare a suo vantaggio. Se si andasse al voto in primavera (opzione al momento più quotata), i parlamentari di prima nomina non riuscirebbero a maturare la sospirata pensione. In questo clima per tutta la giornata si sono rincorse le ipotesi più spericolate: dalla presunta crisi di coscienza di cui sarebbe preda il mastelliano Cusumano al soccorso che potrebbe arrivare dal senatori di Raffaele Lombardo, Saro e Pistorio (che comunque hanno rilasciato smentite secche). In più c’è il caso del senatore azzurro Guido Possa: sta nella lista ufficiale degli “infortunati” (si è recentemente operato ai legamenti), ma alla fine - giurano al quartier generale di Forza Italia - dovrebbe essere della partita. Resta da sperare nel miracolo, per cui non è da escludere che Prodi si cimenti in un pressing asfissiante nei confronti dell’ex senatore di Rifondazione Franco Turigliatto. Se fallisse, non rimarrebbe che affidarsi a un’ultima chance. Quella che l’ex leader del Ppi Gerardo Bianco delineava sul far della sera nel cortile di Montecitorio. «Da qualsiasi parte - sussurrava il deputato - è probabile che qualche senatore si alzi per sollevare un caso di coscienza individuale. Le argomentazioni non mancherebbero: “Non si può votare con questa legge, questo paese in recessione ha bisogno di un governo, meglio far andare avanti l’esecutivo anche senza sostenerlo”. Se i margini per un miracolo del genere ci sono, lo si capirà già domani (oggi, ndr) alla Camera». Quando il Professore avrà modo di vedere se tutti e 14 i deputati dell’Udeur seguiranno Mastella, se qualcuno dell’Udc si sfilerà dalla sfiducia, se ci sono i margini per allargare il “fronte prodiano”. Che non è ancora compatto.

 

Ma il Pd lavora al dopo-Prof - Stefano Cappellini

La prospettiva che Romano Prodi possa salvare il suo governo, magari per un voto, magari con un acquisto di ultim’ora tra le file del centrodestra, è per i vertici del Pd - Walter Veltroni in testa - non meno inquietante del precipizio verso elezioni anticipate. Ieri Gianfranco Fini raccontava in Transatlantico un aneddoto significativo: «Ero presente mentre un giovane deputato del Pd faceva conti su conti per dimostrare che al Senato è possibile ottenere la fiducia. Vicino a lui c’era un pezzo grosso, che lo ha smontato così: “Se ci salvassimo per un voto, il giorno dopo il salvatore andrebbe da Berlusconi a trattare il suo passaggio dall’altra parte”». Senza svelare l’identità dei protagonisti della scenetta («Dico il peccato, non il peccatore»), Fini voleva argomentare la convinzione che non vi sia alternativa al voto anticipato. Ma il suo appello al Quirinale («Napolitano si ricorderà di ciò che ha detto un anno fa, sulla necessità di una maggioranza politica senza senatori a vita») è condiviso anche da quanti - specie nel Pd - si muovono in senso contrario, per scongiurare elezioni in primavera. Il Colle considera fondato il memorandum di Fini. E non ha cambiato idea rispetto a un anno fa. Non solo: l’ostinazione con cui Prodi sta cercando di restare in campo è fonte di grande preoccupazione per il capo dello Stato, che vede il rischio di una paralisi istituzionale in caso di sopravvivenza forzata dell’esecutivo. La partita non si chiuderebbe insomma con un voto risicato. Di certo, Napolitano si muoverà con grande decisione per impedire che si torni alle urne con l’attuale legge elettorale. Troverà un alleato in Walter Veltroni. Il leader del Pd non può permettersi di lasciare la minima impronta sulla caduta di Prodi, e per questo ripete che la crisi va scongiurata. Ma è il primo ad augurarsi che l’agonia non si prolunghi oltre. Quanto al dopo, il sindaco di Roma si è espresso chiaramente sullo scenario del voto anticipato parlando ai gruppi parlamentari: «Sarebbe la soluzione peggiore per il paese». Ma Veltroni ha il problema di convincere Berlusconi a sedersi intorno a un tavolo e trattare una via d’uscita conveniente a entrambi. L’obiettivo di base, nel caso il leader forzista si mostrasse inflessibile sulla volontà di andare al voto, è il rilancio del patto di autarchia. «Non posso credere che Berlusconi voglia andare al voto rispolverando la Cdl», dice il segretario democratico, determinato a presentarsi alle urne in solitaria anche col Porcellum. «Sarebbe una delusione per gli elettori del centrodestra trovarsi di nuovo, dopo tutto quello che è successo in questi anni, con una coalizione sempre più larga, confusa ed eterogenea». La diplomazia veltroniana non dispera però di convincere Berlusconi a un passo ancora più ardito: contribuire al varo di un governo a tempo per le riforme, con il traguardo delle elezioni fissato a primavera 2009. Secondo Veltroni, il Cavaliere potrebbe essere sedotto da una serie di argomenti: iscriverebbe il suo nome tra i padri fondatori della Terza repubblica, con tutto quel che ne consegue sulle prospettive di cursus honorum; potrebbe avvalersi di una legge elettorale che gli consenta di scrollarsi definitivamente di dosso gli alleati; potrebbe scongiurare l’arrivo al governo in un momento di crisi istituzionale e con i venti di recessione che spirano dagli Stati Uniti verso l’Europa. Basterà? Veltroni non è l’unico a muoversi per preparare il dopo-Prodi. Sull’asse Pd-Udc si registrano molti movimenti. Massimo D’Alema ritiene indispensabile battere qualsiasi via per scongiurare le urne. E il suo interlocutore privilegiato è Pierferdinando Casini, il quale è sì determinato a raccogliere Mastella e a proseguire nella costruzione del terzo polo, ma ritiene prematuro un battesimo della Cosa bianca fra pochi mesi. E la posizione di Casini potrebbe rivelarsi determinante, durante il giro di colloqui al Quirinale, per far pendere la bilancia dalla parte dei sostenitori di un governo di scopo. Ma l’asse D’Alema-Casini è alternativo, e non cumulabile, a quello Veltroni-Berlusconi. Il primo prefigura un’alleanza futura tra Pd e centro cattolico fondata su un modello elettorale di tipo tedesco; il secondo sarebbe una Grande Coalizione finalizzata a edificare un bipolarismo Pd-Pdl. Strategie inconciliabili. Ma inconciliabile potrebbe rivelarsi anche il piano autarchico di Veltroni, davanti alle spinte nel Pd e nel centrosinistra per rimettere in piedi una coalizione sulle medesime fondamenta dell’Unione. Un Prodi disarcionato sarebbe il primo a schierarsi contro la navigazione solitaria dei democrat, invocando la continuità di azione rivendicata ieri nel suo discorso alla Camera e magari minacciando la ricandidatura. Bastava ascoltare ieri la formula prudente di Pierluigi Bersani per capire quanto scetticismo gravi sui piani di Veltroni nel suo stesso partito: «Il Pd da solo alle elezioni? Tutto si può fare nella vita. Ne discuteremo...». Ma per Veltroni c’è poco da discutere: soltanto correndo da solo può marcare una rottura rispetto al passato e sperare, trainando il Pd a una grossa affermazione, di restare in sella pur sconfitto.

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12.10.08

 

Noi siamo qui - Piero Sansonetti

Un bel sospiro di sollievo. E' stata una manifestazione grandissima. Molto più grande di quanto ci aspettavamo. Diciamo trecentomila persone, almeno due ore di corteo. Dopo la giornata di venerdì, con altrettanti studenti in piazza in decine di città italiane, ora abbiamo la certezza che l'opposizione non è morta, la protesta non è morta, la sinistra esiste ancora. Paolo Ferrero nei giorni scorsi ha adoperato questa espressione: «E' finita la ritirata». Vuol dire che si ricomincia, si torna all'attacco, si torna a far politica. Qual è l'urgenza, qual è l'obiettivo? Quello di ricominciare a svolgere un ruolo di trasformazione, quello di impedire che il dilagare del berlusconismo porti alla fine del pensiero politico, alla fine del pluralismo, al dominio incontrastato di una classe dirigente che la destra è riuscita a ristrutturare e a ricompattare. E' una battaglia dura, complicata. Si tratta di rispondere a molte domande. Alcune delle quali venivano poste proprio ieri da Rossana Rossanda nell'editoriale de il manifesto , e fondamentalmente sono riducibili a una sola: riuscirà la sinistra a non restare muta - o tutt'al più sorridente, ma priva di iniziativa - di fronte alla più formidabile crisi economico-politica e di sistema che il capitalismo abbia mai incontrato dal 1929 ad oggi? Non si può naturalmente chiedere a un corteo, o a una manifestazione di piazza, di elaborare una nuova politica. Però nessuna politica è possibile se non si tiene su delle gambe «di popolo», su una spinta di massa. Questa spinta ieri c'era. C'era in un corteo che in alcune fasi sembrava persino un po' imbarazzato, un po' incerto su stesso. Stupito di essere così grande dopo mesi di sconfitte terrificanti, a partire dalla frana elettorale, e stupito persino di essere unito, compatto, dopo un lungo periodo di lotte interne e lacerazioni. Ma davvero il corteo era unito? Naturalmente aveva molte anime al suo interno. La più forte, la più visibile, era l'anima che chiede una identità sicura alla sinistra, l'anima fortemente «comunista». Però c'erano anche gli altri, molti altri, che invece credono che non si deve partire dalla propria identità, dal proprio passato, ma da una idea di futuro da mettere insieme e mettere a frutto. L'impressione ieri è stata che queste due anime ancora si scrutano con diffidenza, ma cominciano a pensare di poter lavorare insieme.

 

Bandiere, canti e lotte in corso. La sinistra si riprende la piazza

Checchino Antonini

Tantissimi. Così tanti che alla Bocca della Verità non si entra e la folla straripa al Circo Massimo. Diranno dal palco, riorientato alla meglio per abbracciare quanti più manifestanti, che si è in trecentomila. La questura ne conterà meno di un decimo ma ha dieci decimi quando si tratta di bloccare chi si azzarda a lasciare la piazza con le bandiere srotolate. Ordini dall'alto, si giustificano con chi chiede chiarimenti. Ma sarà l'unica pecca di una giornata vissuta con orgoglio da decine di migliaia di persone - spuntate chissà da dove, vista la congiura del silenzio dei grandi media - che hanno dato vita a un corteo di bandiere - la maggior parte con la falce e il martello - di canzoni, di segnali di vita dalle lotte in corso. Chi scrive non crede all'eventuale lettura identitaria della manifestazione di ieri. Sarebbe parziale, incompleta, infruttuosa. E smentita subito dal colpo d'occhio sulla fila di centinaia di persone per firmare il referendum sul lodo Alfano, smentita dai ripetuti segmenti di corteo che restituivano la determinazione del popolo della scuola pubblica nel contrastare i tagli e i ritorni al passato della ministra Gelmini (gettonatissimo bersaglio di slogan e dazebao) o che incitavano la Cgil (il sindacalismo di base già lo ha proclamato per venerdì prossimo) allo sciopero generale contro l'attacco al contratto nazionale. Il palco, poi, chiarisce ogni dubbio: a prendere la parola saranno solo i movimenti reali, i territori, le vertenze. Parla Simonetta Salacone, dirigente della prima scuola romana occupata contro il maestro unico. Spiegherà Giancarlo Aresta, del manifesto , i cui redattori hanno sfilato imbavagliati, che ci si deve battere per il pane e il diritto di parola e che i «nostri giornali» sono necessari e meritano «affetto». Si ascolta Jean Bilongo, mediatore culturale camerunense a Castelvolturno, teatro della strage di migranti ad opera della camorra. Senza nome la precaria che dice di «quelli come noi», che - invisibili ma licenziabili - fanno marciare la macchina della funzione pubblica. C'è Nicoletta Dosio dalla Val Susa dove è piombata la notizia del prestito della Bce per le grandi opere: «La Tav serve solo a chi la costruisce ma devasta i territori. Si veda in Finanziaria quanto pesano gli interessi per le tratte già realizzate». E, da Vicenza, sei giorni dopo la straordinaria consultazione autogestita, Claudia Rancati ricorda che la battaglia No Dal Molin non è quella questione urbanistica che voleva far credere Prodi: «Riguarda tutti noi». Il palco parla anche di lotta al nucleare e di diritti civili. Le voci sono quelle di Gianni Mattioli e di Anita Sonego. Inevitabile il confronto col 20 ottobre scorso: il corteo non sfigura nell'album di famiglia delle famiglie "radicali". «Ha funzionato la voglia di manifestare e la piataforma inclusiva», commenta col cronista Anna Picciolini, fiorentina dell'associazione "Per una sinistra unita e plurale", una delle promotrici dell'appello per l'11 ottobre. Scaturito dalle lotte e alle lotte destinato, come spiegherà Bianca Pomeranzi, prima firmataria di quell'appello. Se il 20 ottobre ebbe un limite, suggerisce Ciro Pesacane del Forum ambientalista, fu di non avere avuto un «21 ottobre». Non mancavano tracce dei vari cantieri della sinistra, retaggio dell'era arcobaleno, ma lo sbocco politico del corteo sembra risiedere nell'articolazione dell'opposizione al governo e alla confindustria. «Come dopo Genova 2001», dirà anche Paolo Ferrero, segretario nazionale del Prc, al termine di una giornata iniziata distribuendo volantini e pane a un euro in un mercato di Trastevere. Anche stavolta, in tutta Roma, 1360 chili sono andati via in un attimo. A Casalbertone, prima periferia est, i militanti hanno trovato la gente già in fila. «Queste pratiche di mutualismo e condivisione sono costitutive della rifondazione», spiegava a Liberazione Ferrero. L'esperienza dei gruppi di acquisto popolare, su cui lavorano anche i circoli del Prc, si materializza nello spezzone di Action, quasi in coda al lungo fiume di bandiere col quale la sinistra "extraparlamentare" - Prc, Pdci, Sd, verdi e Pcl, in ordine di grandezza - ha riconquistato la scena politica marciando assieme a comitati di genitori e studenti; rappresentanze sindacali; partigiani dell'Anpi (che ospitavano Haidi Giuliani tra le loro fila); operatori sociosanitari napoletani, ricercatori universitari precarissimi, moltissimi i giovani comunisti e della Fgci, più altri protagonisti di momenti di solidarietà internazionale o di difesa del proprio territorio: gli avellinesi del Formicoso minacciati da una megadiscarica di 140 ettari a quota mille, i romani della Villetta per Cuba, i napoletani di Chiaiano che, per aggirare la militarizzazione che impedisce ai tecnici dei comitati di accedere alle cave, li hanno nominati assessori all'ambiente, i toscani di Ampugnano attivi contro l'ampliamento dell'aeroporto. Prossime fermate: gli scioperi del 17 e del 30, la manifestazione della Filcams del 15 novembre, due giorni dopo il "primo maggio" studentesco del 17, il 6 dicembre in Val di Susa,

 

Ferrero: «Subito il coordinamento della sinistra» - Romina Velchi

Alla fine torna utile il buon vecchio Mao: «I veri eroi sono le masse, mentre noi siamo spesso infantili e ridicoli». Il copyright della citazione è di Alfonso Gianni (esponente dell'area vendoliana del Prc), ma è il concetto che più spesso ricorreva ieri pomeriggio nel lungo e rossissimo corteo che ha sfilato per il centro della Capitale. Perché una partecipazione così massiccia, una risposta così grande all'appello a scendere in piazza «contro il governo e contro confindustria» in pochi se l'aspettavano. Tra questi Giorgio Cremaschi: «Questa giornata dimostra che c'è disponibilità a lottare da parte della gente. Il problema è nel quartier generale, dei partiti come dei sindacati». Forse è stato così fino a l'altro ieri. Ma da ieri qualcosa è cambiato. «Non possiamo ripetere l'errore del 20 ottobre - commenta Ciro Pesacane, presidente del Forum ambientalista e tra i promotori della manifestazione - Cioè l'errore di aver fatto scendere in piazza un milione di persone e poi non essere andati avanti». Un errore che, giurano i leader della sinistra, non sarà ripetuto. Non per caso il segretario del Prc Paolo Ferrero (spilletta NoTav al petto) propone di continuare con lo stesso metodo e lancia la proposta di «un coordinamento delle opposizioni di sinistra» (quindi senza Di Pietro «che non è di sinistra»), da subito, anche nei territori; questa, dice, «è la vera proposta unitaria, le costituenti politiche fanno solo perdere tempo». Una proposta che, per esempio, i Verdi discuteranno (assicura Grazia Francescato visibilmente soddisfatta della giornata contro questo «governo radioattivo») «nei prossimi coordinamenti»: in fondo, dice, «non è che l'inizio». Tutti d'accordo, infatti, nel dire che da «oggi» rinasce l'opposizione di sinistra, quella che «il Pd non fa» (per dirla con Franco Giordano); che «Torna Rifondazione comunista», come si legge su uno dei tanti striscioni; che dalla piazza, dalla base sale una domanda di unità della sinistra. Il problema è: quale sinistra. Ferrero non ha dubbi sul significato politico della giornata: «Questa piazza dimostra che qualcuno ha ragione e qualcuno ha torto. E dovrà farsene una ragione: che proposta unitaria è quella che spacca tutti i partiti? Stamattina, a vendere il pane, c'era anche Sinistra democratica...». «Ai compagni della minoranza dico che dalla manifestazione viene un'indicazione chiara - manda a dire Gianluigi Pegolo (segreteria del Prc) - E cioè che l'unità si fa valorizzando Rifondazione, non superandola in un altro partito e che nessuno, da ora, si può azzardare a dire che siamo isolazionisti o che ci vogliamo chiudere in un recinto». «La vera unità è qui», gli fa eco Claudio Grassi, che in testa al corteo e reggendo lo striscione di apertura non nasconde l'emozione: «Molto, molto più di quello che mi aspettavo, una grandissima partecipazione popolare. L'unità della sinistra e dei comunisti non si crea con le alchimie, con le sommatorie verticistiche. Rifondazione comunista oggi ritrova la sua capacità di mobilitazione e ritrova una unità con il proprio popolo, con la propria sfera sociale di riferimento». Già, i comunisti. Difficile negare che quella di ieri fosse una piazza «comunista». Oliviero Diliberto, che sfila dietro lo striscione del Pdci, e Leonardo Masella (mozione 3 al congresso di Chianciano), dicono la stessa cosa: «E' bello vedere tutte queste bandiere rosse mescolate, quelle del Prc e quelle del Pdci». Anche se all'orizzonte resta intricato il nodo delle elezioni europee. Per Diliberto, che l'altro ieri è tornato a proporre una lista unita dei comunisti (ricevendo il secco no dei vendoliani) «i fatti sono più testardi delle opinioni». Come dire: Vendola non ha altra strada che scegliere tra Prc-Pdci o Pd. Il resto del Prc non chiude la porta: «La lotta è tanto più efficace, quanto più i comunisti sono uniti», argomenta Masella; «Avevamo ragione: i comunisti non sono scomparsi, i comunisti servono e il processo di unificazione dei comunisti non può che partire dal basso» concorda Fosco Giannini (mozione 3). Marco Ferrando (Pcl), dal canto suo, apprezza «l'unità d'azione contro Berlusconi e le classi dirigenti», anche se da «qualificare». In ogni caso, il tipo di legge elettorale con cui si andrà a votare è dirimente per decidere quali liste o quali alleanze. Per questo Ferrero dà tempo al tempo: «Non si discuterà di alleanze elettorali fino a marzo». In ogni caso, poiché «questa gente ha diritto di essere rappresentata», «mi aspetto dal Pd che almeno faccia ostruzionismo, nulla di meno. Perché altrimenti vorrebbe dire che pure loro vogliono lo sbarramento del 5%». Non tutto è perduto, assicura comunque: «Abbiamo ancora una carta da giocare». Lontani nel corteo, dietro lo striscione «Per la sinistra», sfilano insieme Nichi Vendola, Franco Giordano («Pratichiamo quello che diciamo - spiega l'ex segretario del Prc - Ci mescoliamo per una battaglia unitaria, senza steccati»), Claudio Fava (coordinatore di Sd). Una distanza fisica e politica: «Nella comune sensibilità restano due gli orizzonti strategici - ammette Fava - Ed è un bene che questo emerga». C'è pure Achille Occhetto: «Bella manifestazione - dice - ma sarà meglio se la prossima volta sarà di una sola forza, di un nuovo partito con una sola simbologia». Appunto: proprio ieri, «nella culla di questa manifestazione - spiega Vendola - l'associazione politico culturale "Per la sinistra" che cerca di aiutare la riflessione su come ricostruire un blocco sociale di sinistra. Il processo costituente - insiste - parte, ma è difficile descrivere con formule politicistiche il cammino di una cosa che è appena in nuce». Non lo è per Alfonso Gianni: c'è una voglia di sinistra da raccogliere, dice in sostanza, ma non ci può essere solo un'unione di comunisti separati da chi non lo è. «Ci vuole - dice - una forza politica all'altezza dei problemi che abbiamo di fronte. Una manifestazione è una manifestazione, con pregi e limiti. Nostro compito è capire quel che sta sotto». Ma poi taglia corto: «Si possono fare letture molteplici. Intanto è un bene che il corteo sia riuscito».

 

Di Pietro non riempie la piazza ma fa il pieno di firme anti-Alfano

Angela Mauro

Mauro ha 13 anni e non ci crede che quello che gli sta davanti è Antonio Di Pietro. «Voglio l'autografo...». Effetti della tv sui ragazzini. Si fa largo nella folla e ci riesce. Mauro non deve combattere con la ressa. Lo sanno anche quelli dell'Idv che in piazza Navona non si può dire che ci sia "massa". «Ma il nostro obiettivo non era riempire la piazza», spiegano intorno all'enorme palco dove si alternano cantanti e artisti presentati da Andrea Rivera. «Il nostro obiettivo era portare gente ai banchetti per firmare contro il lodo Alfano». E su questo non si può dire che ci sia stato flop. In piazza Navona ce n'è una decina di banchetti, in Italia sono tremila, ieri e anche oggi. Il partito di Di Pietro conta di riuscire a raggiungere già in soli due giorni l'obiettivo delle 500mila firme necessarie per chiedere il referendum contro la legge sull'immunità per le alte cariche dello Stato, approvata dal governo Berlusconi. Ieri sera Antonio Di Pietro annunciava soddisfatto il risultato: «Abbiamo già raccolto 250mila firme». «Ci accusano di anti-Berlusconismo. Ma se al governo c'è lui, che altro possiamo essere?». Il leader de L'Italia dei Valori arriva già in mattinata ai banchetti e mette subito i puntini sulle i. «Occupa il Parlamento con le leggi ad personam, impone decreti legge, ha trasformato i parlamentari in dipendenti che devono solo spingere un pulsantino per votare...». Come è successo, tra le altre cose, anche per la norma salva-manager Alitalia, votata a Palazzo Madama anche dal Pd. Distrazione? «Noi ce n'eravamo accorti e l'avevamo detto!», ennesimo puntino sulla i. Ma la giornata, dal titolo "Firma e fermali", non è quella adatta per dare addosso al Pd. Tonino lo sa e non calca la mano su Veltroni. «E' necessario far fronte comune. E serve un'informazione libera, la stampa oggi è più interessata ai rapporti tra me e Walter che alle nefandezze del governo Berlusconi: dopo il lodo Alfano ha già pensato al lodo Consolo, per estendere l'immunità anche ai ministri, sennò si offendono...». Con "l'alleato" Pd, il tocco c'è, ma è leggero. Giusto qualche puntino per dire "si fa come diciamo noi". «Il 25 anche noi saremo in piazza con loro per ricordare che le manifestazioni si fanno contro il governo». Di Pietro non tentenna sul dialogo con Berlusconi, nemmeno in tempi di crisi economica. «Non ci sono soldi? Prendiamoli agli evasori. Non sono scemo, non dialogo con chi gli dai il dito e si prende il braccio...». E poi, per smentire le contrapposizioni con i democratici, va a firmare contro il lodo Alfano a braccetto con Pier Giorgio Gawronski: «Io sono qui, una parte del Pd è qui, l'altra pure idealmente...». La giornata è invece adatta per vuotare il sacco contro il governo. Il tocco è pesante, dal tipico tono anti-politico, la folla raccolta davanti al palco gradisce. «Il lodo Alfano è criminale. Oggi è per Berlusconi, domani se ne servirà qualunque premier. Metti che viene eletto uno che stupra i bambini? Non verrebbe processato! Berlusconi sta alla democrazia come Emilio Fede sta all'informazione!». E ancora: «Il vero conflitto di interessi sta in Parlamento: vanno lì per sistemare se stessi». Applausi dalla delegazione dei dipendenti del San Giacomo, ospedale romano a forte rischio di chiusura. «Ci sono persone che se non fossero parlamentari sarebbero latitanti!». Applausi dai ragazzi anti-mafia del movimento "Ammazzateci tutti". L'ex pm non si spaventa dei proclami del ministro Alfano, pronto anche lui a ricorrere alla piazza per «difendere il suo lodo». «Dobbiamo resistere perchè stiamo andando verso una dittatura dolce, dittatura del Bagaglino. Resistere e fare opposizione ora, quella di domani la lasciamo a qualcun altro. Se non ora quando? Se non ora chi? Se non ora dove? In piazza Navona!». La folla non fa caso al solito italiano sghembo di Tonino. Sembra appagata da una giornata di opposizione attiva. Dal palco Andrea Rivera ci prova a dire che «c'è un collegamento tra questa piazza e quella della sinistra», il lungo corteo che nel frattempo è già arrivato a destinazione a Bocca della Verità. Effettivamente, anche lì si raccoglievano firme contro per il referendum sul lodo Alfano. Ma in piazza Navona, pur senza la Guzzanti e gli insulti al Papa e alla Carfagna che fecero scalpore alla scorsa manifestazione dell'Idv a luglio, i toni sono diversi. Anti-politica, si diceva, nemmeno l'ombra dell'ideologia e le accuse di giustizialismo non fanno paura. «Sarò pure giustizialista, ma non mi faccio prendere in giro dai "rubacchioni" che hanno i conti nel Lichtenstein - tuona l'ex pm - Se fossi andato al governo li avrei presi da parte e gli avrei chiesto: ma come vi è venuto in mente? Solo per arrivarci nel Lichtenstein... Allora: ora i soldi li lasci in Italia, quando mi spieghi che hai fatto, te li rendo...». Sul palco tanta musica, la tammurriata rock di Enzo Avitabile fa partire il trenino in piazza. C'è spazio anche per gli appelli sulla libertà di informazione. Stefano Ferrante de La7 parla a nome dei 25 giornalisti licenziati, denuncia i tagli del governo all'editoria che mettono a rischio i giornali di partito e cooperativa. E se Di Pietro non ha calcato molto la mano sull'opposizione stile Pd («stavolta non mi faccio fregare...»), ci pensa Dario Fo. «Sono così supini che Berlusconi può anche entrare in una delle loro sedi, come ha fatto l'altro giorno in via dei Giubbonari, ed essere accolto con affetto. Io non gli avrei stretto la mano e non perchè non tifo Milan, (il militante del Pd che non ha stretto la mano al premier pare fosse della Juve, ndr.) ma perchè se Berlusconi entra, io esco: non lo stimo. Questa sinistra mi fa incazzare...». Fo si arrabbia pure per i mancati collegamenti video con Beppe Grillo e Marco Travaglio, seppure annunciati nei giorni scorsi (in mattinata è stato proiettato solo un filmato di repertorio). Mancanza voluta per evitare la rissa verbale a distanza con il Pd? Forse. In ogni caso, il tentativo è andato in porto, anche se Walter Veltroni per tutta la giornata non si lascia sfuggire una sola parola sulla manifestazione di Piazza Navona. In fondo, anche il leader del Pd ha avuto il suo "Alfano" da combattere ieri. Non il ministro però. Bensì Giuseppe Alfano, sindaco del Pdl a Comiso, nel ragusano, che ha cancellato la delibera della vecchia giunta di centrosinistra che aveva ribattezzato il locale aeroporto da scalo "Vincenzo Magliocco", generale fascista, a "Pio La Torre", il segretario siciliano del Pci ucciso dalla mafia nell'82. E mentre Veltroni è in Sicilia, nella piazza di Di Pietro, sul Pd, fa breccia l'ironia di Rivera che, come al solito, ne ha per tutti («E' morto Haider in un incidente: ma come? Manteneva sempre la destra!»), ma non tralascia Veltroni in un pezzo ispirato a Passannante, l'anarchico lucano che attentò alla vita di Umberto I. «Se provassi a uccidere Veltroni? Ah, no è già morto. Walter, dicono che quest'estate a Sabaudia vi son venuti i ladri in casa di notte e nemmeno ve ne siete accorti! Insomma, sveglia!».

 

Bush: «Ora una risposta globale alla crisi» - Davide Varì

Parigi: -22,1%, Francoforte: -21,6%; Londra e Milano -21%. Sono i numeri della settimana di borsa appena trascorsa. Numeri che altro non sono che miliardi di euro andati in fumo a causa di una crisi finanziaria che sta mettendo in ginocchio le economie di mezzo mondo. E, nonostante le rassicurazione del ministro dell'Economia Tremonti - «il sistema bancario italiano è solido» - anche il belPaese inizia ad accusare il colpo. Anche i titoli italiani sono stati infatti travolti dall'onda lunga della crisi: Seat (-9,9%), Telecom italia (-9,37%) e Fiat (-61,83%). E in mezzo a queste macerie, la parola d'ordine è una ed una soltanto: rassicurare. Dagli Stati Uniti al Giappone e dalla Russia all'Europa, la strategia è infatti la stessa: rassicurare i cittadini, gli investitori ed i risparmiatori. Ma il mercato sembra non ascoltare e continua a perdere pezzi giorno dopo giorno, ora dopo ora. Gli scambi, di fatto, sono fermi proprio a causa dell'assoluta mancanza di fiducia, di rassicurazioni adeguate. Neanche gli innesti di liquidità da parte delle banche centrali sono serviti ad attenuare la crisi. Tutti i maggiori azionisti hanno infatti paura di ritrovarsi tra le mani la mela avvelenata, quei titoli cosiddetti tossici che potrebbe celarsi dietro qualsiasi scambio. Non a caso, e proprio ieri, il segretario al Tesoro Usa, Hank Paulson, ha confermato che parte dei 700 miliardi di dollari del piano americano verrà utilizzata per acquistare, e dunque toglierli di mezzo, quei titoli "tossici". Ma la realtà, almeno fino ad ora, è che le medicine messe in campo non sono sufficienti. Ieri è andato in scena l'ennesimo tentativo di cura da parte dei sette Paesi più industrializzati. A Washington si sono infatti incontrati i ministri finanziari del G7. Con loro anche il presidente George W. Bush che ha parlato di «crisi globale che richiede forti risposte globali. Siamo entrati in crisi insieme, ne usciremo insieme». Ed ancora: «Bisogna fare in modo che le azioni di ogni Paese non contraddicano quelle degli altri». Insomma, gli Stati Uniti sanno che da questa crisi si esce tutti insieme. Troppo ramificato e interconnesso il mercato globale per sperare di trovare soluzioni "autarchiche". E il timore più grande è che la crisi finanziaria travolga l'economia reale. In effetti, il crollo del sistema creditizio rischia di bloccare migliaia di aziende che riescono ad andare avanti proprio grazie ai prestiti che ricevono dalle banche. Se questo scambio si bloccasse le economie mondiali si ritroverebbero in piena fase recessiva. Una corsa contro il tempo che ha convinto i ministri dei 7 Paesi più industrializzati a varare un pacchetto di misure «urgenti ed eccezionali» per ristabilire l'ordine e la fiducia sui mercati finanziari globali e sostenere le economie ormai in recessione. Primo: garantire la sopravvivenza delle banche con l'aiuto dei Governi. Secondo: sbloccare i mercati monetari e assicurare che le banche e le altre istituzioni finanziarie abbiano accesso a liquidità e finanziamenti. Terzo: affrontare la questione della ricapitalizzazione delle banche, anche con fondi pubblici. La presenza del Governo nella proprietà consentirà inoltre un controllo sugli stipendi dei manager dopo gli eccessi degli ultimi anni. Su questo tema, i Sette assicurano che «le nostre banche e gli altri intermediari finanziari possono raccogliere capitale da fonti pubbliche e private in ammontare sufficiente a ristabilire la fiducia e consentire loro di continuare a prestare alle famiglie e alle imprese». Nel frattempo, e proprio per mettere in luce la dimensione globale della crisi, i sette stanno organizzando incontri con le potenze economiche emergenti: Brasile, Cina, India, Russia e Sudafrica. Gli incontri di questo fine settimana e l'annuncio di un'iniziativa globale rappresentano, secondo gli operatori, l'ultima chance per evitare il "meltdown", la disintegrazione dei mercati.

 

Gli scandalosi salari dei top manager. Anche se "toppano" – V. Venturi

La grande depressione è tornata. Ma mentre le banche scricchiolano e i cittadini si preoccupano, i big manager delle imprese fallimentari banchettano a champagne e caviale, incuranti del mondo che affonda nella crisi. Gli americani si sono scandalizzati quando hanno scoperto che i ‘capitani' della Aig, compagnia assicurativa salvata dal governo, hanno intascato 40 milioni di euro nonostante la situazione tragica in cui versava la loro company. Lo "shame on you" pronunciato dal democratico Elijah Cummings ha raggiunto Martin Sullivan e soci mentre si ritempravano: «È colpa dello tsunami finanziario, non nostra», hanno fatto sapere dal centro benessere con golf che li ha ospitati per una vacanza tra ‘c.e.o' da 500mila dollari. E in Italia, le cose come vanno? Provano a fare il punto della situazione Gianni Dragoni, inviato de Il Sole 24 Ore , e Giorgio Meletti, responsabile della redazione economica del Tg La7 , autori del libro La Paga dei padroni, uscito con tempismo perfetto per i tipi di Chiarelettere (euro 14,69 pp.278). Decidono di partire da un dato inconfutabile e ‘parlante': l'entità dei salari dei capitani d'industria italiani. L'analisi è più o meno tra le righe: la Borsa, solo nel 2007, ha perso l'8% circa del valore, i redditi sono rimasti al palo. Nel frattempo, i responsabili top manager hanno ricevuto aumenti a salari che rappresentano già di base veri schiaffi alla miseria. Nessun "mea culpa" per certi risultati meschini; le colpe degli insuccessi vanno sempre cercate altrove: negli scenari macroeconomici, raccontati con gergo bilancistico e bizantinismi; oppure nell'atteggiamento irresponsabile di lavoratori pubblici, piccoli imprenditori, dipendenti, operai, sindacalisti. C'è da riflettere, se è vero che lo stipendio di Alessandro Profumo, amministratore delegato di Unicredit, è cresciuto del 39% nell'ultimo anno mentre il valore di mercato delle azioni del suo gruppo scendeva del 17%. In un giorno, ha guadagnato quello che i lavoratori dipendenti hanno ricevuto in un anno; dodici mesi suoi contro 365 anni di un comune mortale, e per avere risultati non esaltanti. Va spesso così, in Italia; ma molti manager, banchieri e capitalisti non se ne curano: per Maletti e Dragoni, sono loro i veri "intoccabili" degli ultimi anni, i membri di una casta benedetta da Mediobanca che resta immune da ogni responsabilità e che ha regole di vassallaggio precise. La Paga dei padroni spiega tutte queste cose e ha indubbi meriti stilistici: contiene una mole impressionante di dati; soprattutto propone cifre che parlano. Anzi: urlano. Gli stipendi della nostra classe dirigente servono non solo a suscitare morbosità, ma a svelare "nero su bianco" le sproporzioni esistenti nel capitalismo italiano: un luogo ‘chiuso' abitato da pochi noti: Ligresti, Pesenti, Berlusconi, Moratti, Agnelli, Colaninno, Romiti, De Benedetti, Caltagirone, Benetton... Sempre gli stessi; alcuni sono tra i "salvatori" di Alitalia. Le nostre dinasty, spiegano i due giornalisti, pensano più alla finanza che all'industria, sono preoccupate più di mantenere il potere che a far prosperare imprese. Per tali imprenditori il sole dell'opportunità non tramonta mai; si fa impresa senza assumersi i rischi, usando gli strumenti della finanza creativa, mettendo a repentaglio i risparmi di migliaia di persone - vedi Parmalat; tanto le banche foraggiano, e se le cose non vanno ci si ricicla spostandosi di qua o di là; le buonuscite non mancheranno mai. Nel frattempo si piazzano in ruoli chiave figli, cugini, amici e amici degli amici. E alla fine? Alla fine si torna all'inizio: alle cifre lapidarie e non emotive che svelano la realtà del capitalismo di rapina made in Italy, spacializzato nella "Distruzione del valore". La convinzione che sta alla base di La paga dei padroni di Maletti e Dragoni è che ad ogni fatto economico e sociale si accompagna una questione etica: se i nuovi oligarchi incassano anche senza fare goal, perchè gli altri devono accontentarsi dei livelli retributivi tra i più bassi dell'Unione Europea? Leggeremo, dimenticheremo, come sempre. Good night and good luck.

 

«La crisi sta cambiando anche la Cina. La protezione sociale non è più un tabù» - Stefano Bocconetti

Voglia di capire. Prima ancora che di giudicare. «Del resto, Sinistra europea è stata costruita su principi chiarissimi. E che non siamo disposti a mettere in discussione. Insomma, diamolo per scontato che abbiamo già compiuto una scelta di campo, per la libertà, per i diritti individuali e collettivi. Tanto più che a guidare la delegazione c'era Lothar Bisky. Che come sai, nel novembre dell'89 ha parlato in piazza, a Berlino, dopo la caduta del muro, un leader che si è sempre battuto per i diritti di libertà, anche nell'allora Germania dell'Est. Quindi davvero nessuno sbandamento sul socialismo realizzato, come si diceva una volta». Detto questo, però, resta la voglia di capire. La voglia di capire un paese imponente, con una popolazione che supera il miliardo di persone: la Cina. Dal gigantesco paese è, infatti, tornata da poco un delegazione della Sinistra europea. Fra di loro c'era anche Graziella Mascia, che dell'organizzazione che raggruppa la sinistra nel vecchio continente è la vice presidente. Una curiosità, innanzitutto, Mascia. Com'è nata l'idea di questo viaggio? Sembrerà strano, ma sono stati i cinesi a spingere per questa visita. Perché a Pechino c'è un enorme interesse per l'Europa e per la sinistra, per quel che proponiamo e chiediamo in questa parte del mondo. E come te lo spieghi quest'interesse? Qui i discorsi si fanno un tantino più complessi. Ci vorrebbe qualche parola in più... Certo... La Cina è una delle potenze mondiali, la sua economia cresce a ritmi a due cifre. Eppure, anche questo paese e questo governo cominciano a fare i conti con la crisi, sempre più evidente, di un sistema. Di un sistema di "governo" del mondo, con un sistema di scambi commerciali. Loro, i cinesi, sono nel Wto, organismo che noi abbiamo contestato e che combattiamo. Loro ci stanno dentro, ma probabilmente cominciano a vedere che si apre qualche crepa in quel sistema... Questa che tu racconti è un'impressione o sono stati espliciti? Vedi, in Cina quasi nulla è assolutamente esplicito. Diciamo che durante i colloqui - e sto parlando di incontri ai massimi livelli del partito, o con importanti ministri - noi abbiamo parlato di come questa crisi investa anche gli organismi internazionali. Ne metta in discussione il ruolo, ne riveli la loro incapacità. Diciamo che i cinesi si limitavano ad ascoltarci. In qualche modo ad assentire... Ma su cosa esattamente il partito comunista cinese era "interessato" ad ascoltarvi? Su una cosa, sopra alle altre. Quale? Sul sistema di welfare europeo. Su quello che stiamo provando a difendere e a ricostruire. Un interesse motivato da cosa? Direi che anche qui la crescita spaventosa registrata in questi anni, ora sta rivelando l'altra faccia. Sta rivelando i guasti sociali che ha prodotto. Guasti coi quali anche la Cina deve fare i conti. Ti riferisci al lavoro? Ad un paese che non ha tutela per il lavoro? Si, ma è solo uno degli esempi che si possono fare. Perché, che accade in Cina? Accade che anche Pechino si trova a doversi misurare con tanti segnali di protesta operaia, di insofferenza. Come vi fanno fronte? Stanno tentando di mettere mano ad una nuova legislazione del lavoro. Che provi ad ampliare la rappresentanza, che obblighi le imprese a discutere con il sindacato. Una nuova normativa che, prima di essere varata, è stata discussa soprattutto nei territori, nelle enormi aree in cui è diviso il paese, incontrando naturalmente l'ostilità delle multinazionali. Una norma che punta anche a far crescere il salario e a fissare un orario di lavoro settimanale. E' tanto, è poco? Guarda, prevengo anche le tue domande e ti dico che comunque sia, resta un limite invalicabile: la mancanza di democrazia sindacale. Non esiste in Cina, e non sembra all'ordine del giorno, la possibilità di libertà nello scegliere da chi farsi rappresentare. Questo lo sappiamo, ma sarebbe sbagliato non cogliere le novità. Anche perchè la rincorsa alla manodopera a basso costo è la caratteristica di questa globalizzazione, e se aumentano i diritti dei lavoratori cinesi, ne traggono vantaggio anche gli europei. Prima dicevi che il lavoro era solo uno dei temi. Cos'altro c'è che si muove in Cina? Una visita di una settimana, ovviamente, ti consente solo una conoscenza a volo d'uccello. Però è evidente che tanto si muove anche nel settore della sanità, per dirne un'altra. Ora hanno un obiettivo: alzare la soglia delle cure a tutti i cittadini. Oggi, dicono, lo Stato è in grado di coprire un servizio fino a un massimo del 70 per cento dei costi, il resto è legato alle possibilità economiche del singolo. Stiamo parlando di centinaia di milioni di persone. O ti potrei parlare della scuola. Dove si registra un fenomeno che può apparire strano per noi europei.... Di cosa parli? Del fatto che a differenza che nel resto del mondo, in Cina l'università statale è quella seria, rigorosa, funzionante. Solo che l'accesso è difficile, avviene dopo esami "tostissimi". Naturalmente parliamo di una selezione legata alle disponibilità dello Stato. E solo chi non ce la fa ad entrare nella struttura pubblica, e può permetterselo, in Cina ricorre alle università private. Ma c'è di più, ancora più in controtendenza, rispetto a noi.... Ti rifaccio la domanda: di che stai parlando? Del fatto che ovunque, almeno ovunque dalle nostre parti, si parla e si teorizza della necessità del decentramento dello Stato. Qui in Cina, invece, dove da sempre il decentramento è una necessità vitale, si va nella direzione opposta. Insomma, la Cina si è accorta che tante e troppe sono le differenze nel livello di assistenza, di istruzione, negli standard di vita, fra le diverse zone del paese. Così, sta riprendendo piede la tendenza dello Stato a riappropriarsi di alcune competenze, per offrire a tutti lo stesso trattamento. O almeno per provarci. Un'impressione, comunque, Mascia: dalle tue parole sembra che, bene o male, l'immenso paese asiatico si stia incamminando verso alcune riforme. Insomma, non va tutto bene, ma poco ci manca. Non è così? Non ho detto questo, e non lo penso. Anche qui ti faccio degli esempi: la questione ambientale prima di tutto. Davvero drammatica, nonostante le nuove abitazioni siano tutte con pannelli solari. Ma quando la produzione energetica dipende per tanta parte dal carbone, e la crescita è così spinta, anche l'uso di massa dell'automobile rappresenta un allarme che va oltre i confini cinesi. E ancora: la questione del patriarcato. Certo, davanti ad ospiti stranieri, a Pechino parlano del fatto che almeno il 21 per cento delle istituzioni è rappresentato da donne. Ma la verità è che ci sono intere parti della Cina dove la subordinazione delle donne è legge. Non scritta ma legge. E non è un caso se la federazione delle donne, che abbiamo incontrato, investe su progetti concreti, come la raccolta delle acque, nelle campagne. Perchè, soprattutto in quelle zone, le donne continuano a svolgere i lavori più faticosi e più umili. Donne, ambiente. E anche un po' la democrazia che manca, non trovi? Ancora? Insisto: non credo che ad ogni frase io debba ripetere quali sono le nostre scelte di campo. Però io non credo sia giusto, e soprattutto producente, che un movimento politico, un piccolo movimento politico, vada a fare la lezione: ora vi spieghiamo noi come si fa. Faremmo ridere. Io so, sappiamo, che tanto il tema della democrazia e della partecipazione è questione ineludibile, che verrà al pettine. Noi ne abbiamo parlato, esattamente come abbiamo parlato di come per noi sia immorale un paese con la pena di morte. E loro? Ascoltavano. Tacevano su questo e facevano tante altre domande sul resto. Quali domande? Anche qui, una cosa sorprendente: ci hanno chiesto, ma davvero tutti, quale fosse l'impressione che della Cina si aveva nei nostri paesi? E tu che gli hai risposto? La verità. Ho detto loro che in Italia la destra ha vinto soprattutto per la paura. E dentro quella paura c'è anche tanta Cina. Paura che la concorrenza possa far saltare i difficili equilibri dei mercati, paura al punto che li ha portati a votare chi predicava il protezionismo. Anche se, una volta tornati in Italia, dobbiamo assistere al paradosso per cui, davanti al disastro dell'economia mondiale, coi mercati tremanti, sei costretta ad ascoltare tanti commenti che oggi ti dicono il contrario: meno male che c'è la Cina. Oggi si sente anche questo... Insomma, in una battuta raccontaci il senso del tuo viaggio. Non si può essere sintetici verso un mondo che chiede di essere esplorato. Però una cosa, questo viaggio ce l'ha ricordata: che non ha molto senso provare a mettere "le braghe al mondo". Compito di una sinistra è quello di indagare, di provare a capire. Di non fermarsi alla superficie. Pensare di sapere prima come vadano le cose non è atteggiamento di una sinistra moderna. Ecco, col nostro viaggio abbiamo soprattutto voluto capire. E continueremo a farlo: visto che ci siamo dati appuntamento, con i dirigenti cinesi, per svolgere alcuni seminari. Di approfondimento, sulle questioni economiche in particolare. Visto che la crisi economica e finanziaria non risparmia nessuno. Convinti che dalla capacità di dare una risposta a questa crisi dipende il futuro delle sinistre.

 

11.10.08

 

Gli studenti: ecco l'opposizione. E oggi va in piazza la sinistra

Checchino Antonini

Benvenuti a Roma - probabilmente siete in corteo, o ci sareste stati volentieri. Benvenuti a Roma, dunque, dove già ieri l'opposizione a governo e Confindustria s'è manifestata in massa - è accaduto contemporaneamente in decine di città - su uno dei punti specifici della piattaforma di questo corteo: la difesa della scuola pubblica. Che quella che Gelmini suole chiamare riforma sia null'altro che tagli è parso chiaro a centinaia di migliaia di studenti. Trecentomila secondo l'Uds, il sindacato studentesco. Comunque tantissimi con punte di 40mila a Roma, Napoli, Torino. Un po' meno, 30mila a Milano, 15 mila a Salerno, Firenze e Genova. E, ancora, diecimila a Bologna, Bari, Trieste; duemila a Brindisi, mille in più a Bergamo. Numeri piccoli nelle città minori ma, l'unione fa la forza, tutti insieme forniscono una scossa di adrenalina all'inizio del periodo più caldo dell'autunno caldo. Collettivi e giovani comunisti attraverseranno il corteo di oggi con Rifondazione e la sinistra alternativa. Si replica venerdì prossimo nella piazza dello sciopero generale del sindacalismo di base. Poi le scuole si svuoteranno anche il 30 ottobre nel giorno dello sciopero del comparto indetto dai sindacati confederali. Le cronache restituiscono l'atmosfera di cortei ovunque variopinti e chiassosi, oltre che determinati sulla piattaforma di dieci punti: contro i tagli della finanziaria e i finanziamenti alle private, in difesa dei posti di lavoro, contro l'abbassamento dell'obbligo scolastico e il maestro unico, contro il voto in condotta come strumento di censura e inadeguato a battere il bullismo, per una legge nazionale sul diritto allo studio e un piano di edilizia scolastica. A Roma, in un incontro col direttore generale del ministero, è stato chiesto dalla delegazione di studenti un referendum sulla pseudoriforma. Ma i funzionari non hanno potuto dare risposte politiche. Gliele darà quelle risposte, ma saranno pessime, il governo. E senza neppure scomodare una delegazione: nascosto nelle pieghe del decreto sanità, infatti, c'è un comma che taglia le scuole. Dietro una formula in burocratese - "ridimensionamento delle istituzioni scolastiche" - c'è la cancellazione di plessi interi in barba alle norme che danno a Regioni ed enti locali il compito di definire la definizione della rete scolastica. Non è la prima volta che il federalismo di facciata serve a occultare una gestione autoritaria e centralista. Per delucidazioni si può chiedere a studenti e cittadini di Vicenza che hanno votato all'aperto, e autogestendosi la consultazione, per destinare a usi pubblici e pacifici l'area dell'ex aeroporto civile Dal Molin che le destre hanno consegnato agli Usa per un'ennesima base di guerra. Una rivendicazione che fa parte anch'essa della piattaforma del corteo romano di oggi. «Non è che l'inizio di un autunno caldo», ripeteva in serata l'Unione degli studenti ricordando, al termine di una giornata animata su 90 piazze e finita con una fiaccolata a Venezia, che le scuole, più o meno occupate, autogestite o comunque agitate,saranno di nuovo in piazza il 30 ottobre, accanto ai lavoratori delle scuole nello sciopero generale. E poi fino alla settimana del 17 novembre, una sorta di primo maggio studentesco, designata dal recente social forum europeo che s'è tenuto in Svezia. Anche l'Udu, l'Unione degli universitari, denuncia i continui tagli, operati dalla Finanziaria, per un totale di 8miliardi di euro in 3 anni solo sul comparto scuola, tagli al personale docente, 455 milioni di euro in meno solo sul Fondo per la Formazione Ordinaria Universitaria. Flash dagli atenei: a Firenze oltre all'occupazione c'è una mobilitazione permanente a Ingegneria e il blocco della didattica si estende anche a Scienze. A Torino l'università compatta minaccia di far saltare la cerimonia di apertura dell'anno accademico. A Parma si è svolta una giornata di protesta con volantinaggio all'ingresso del Campus e conseguente ingorgo della tangenziale. Alla Federico II di Napoli si prospetta l'ipotesi di bloccare l'anno accademico e i ricercatori progettano il completo blocco della didattica a loro affidata. A Pisa l'università scende in piazza e la facoltà di Scienze convoca un consiglio straordinario. A Palermo Ingegneria è in stato di agitazione con svolgimento di alcune lezioni nei luoghi pubblici e c'è l'ipotesi di blocco della didattica attraverso la rinuncia a incarichi di supplenza (per i ricercatori) e a carichi aggiuntivi (per i professori). Alla Sapienza di Roma, infine, docenti della facoltà di Scienze e della facoltà di Psicologia1 stanno raccogliendo le firme per ritirare la disponibilità a ricoprire i corsi; a questo si aggiunga una massiccia mobilitazione studentesca con assemblee giornaliere in varie facoltà. «Governo e maggioranza possono stare pur certi che saranno tallonati a ogni passo e fischiati in ogni occasione dalla protesta di studenti, lavoratori, docenti, ricercatori, precari», spiega Domenico Ragozzino, dell'esecutivo nazionale dei Gc, denunciando un modello di scuola «costrittivo, familista, depauperato, privatistico, canalizzato, elitario e degradato». Gelmini afferra il concetto e rinvia a data da destinarsi un convegno a Milano organizzato con una claque di dipendenti della Regione precettati.«Il mondo dei saperi apre una stagione di nuova opposizione con una domanda di libertà e futuro che dobbiamo recepire a cominciare dalla manifestazione di oggi», spiega Nichi Vendola, presidente della Puglia e dirigente Prc.

 

E' finita la ritirata - Paolo Ferrero

Oggi siamo in piazza contro governo e Confindustria ed anche contro quelle interferenze Vaticane che mettono pesantemente in discussione la laicità dello stato. Non è poco. Se il governo Berlusconi, populista e di destra, è una anomalia, lo scandalo maggiore consiste nell'assenza di una opposizione di sinistra. L'opposizione parlamentare uscita dalle urne del 13 aprile, afasica o gridata che sia, non è mai contro Confindustria; grida o sussurra contro Berlusconi ma non dice mai una parola contro i padroni. Per questo è una opposizione subalterna, non in grado di prospettare l'alternativa, una uscita da sinistra dalla crisi economica e sociale in cui siamo immersi. Siamo quindi in piazza per costruire una opposizione di sinistra dopo la sconfitta elettorale di aprile. E' finita la ritirata, la fase dei congressi e delle battaglie intestine, comincia la fase della costruzione, del lavoro politico di massa. Dopo le mobilitazioni studentesche, questa manifestazione è un primo momento, necessario ma non sufficiente. Lo sciopero generale del sindacalismo di base del 17, lo sciopero generale della scuola del 30, saranno altrettanti momenti topici di questa mobilitazione; auspichiamo e ci adoperiamo affinché la positiva rottura praticata dalla Cgil contro i tentativi di distruzione del contratto nazionale di lavoro, evolva nella convocazione di uno sciopero generale, quanto mai necessario per ridare voce ai lavoratori. Finisce la ritirata e comincia in una fase nuova. La crisi finanziaria che è la crisi del liberismo, cioè del volto odierno del capitalismo, cambia radicalmente il terreno su cui si svolge lo scontro politico. Ci presenta un fallimento, quello del capitalismo, che negli ultimi 20 anni ha avuto mano libera a livello planetario. Il risultato di questo dominio sono le guerre, la crisi alimentare, il peggioramento delle condizioni di vita di centinaia di milioni di persone, il riaffacciarsi barbarico del razzismo e della caccia al diverso. Il liberismo, si è basato su un regime di bassi salari e ha prodotto una dilagante insicurezza sociale; la sua crisi accentua questa insicurezza. Sino ad ora la paura è stata gestita da destra, con una produzione scientifica di capri espiatori da additare, in una logica amico-nemico, come i responsabili del disagio e della paura. La destra fa scelte politiche che alimentano la precarietà e l'insicurezza sociale e indirizza le paure che ne derivano contro il diverso: l'immigrato, lo zingaro, l'omosessuale. Il razzismo, il sessismo, l'intolleranza non sono accessori secondari di questo capitalismo ma costituiscono l'elemento rassicurante, conservatore, tradizionale in cui rifugiarsi in questo mondo insicuro. La globalizzazione liberista è stata una gigantesca rivoluzione conservatrice tesa a soppiantare il conflitto di classe con la guerra tra i poveri. La crisi del liberismo può essere usata per accentuare questa deriva oppure per ricostruire il conflitto di classe, un conflitto del basso verso l'alto. Del resto, dalla crisi del '29 non si uscì al centro ma a destra con il nazismo e il fascismo o a sinistra, con il New deal. Oggi la nostra scommessa politica è quella di dare una risposta di sinistra all'insicurezza sociale e alla riduzione delle risorse disponibili, in termini di democrazia, eguaglianza, libertà. Il governo prova a gestire la crisi facendola pagare ai lavoratori e ai pensionati, riducendo gli spazi di democrazia. Il governo vuol salvare le banche ma non i bilanci dei lavoratori, dei pensionati, delle famiglie. Il governo punta ad una gestione autoritaria della frantumazione sociale e della guerra tra i poveri. Noi dobbiamo puntare alla costruzione di un conflitto verticale, del basso contro l'alto che imponga un intervento pubblico che ridistribuisca risorse, ridisegni i poteri e cambi radicalmente il modello sociale. Questa è la partita che è cominciata. Dalla crisi si esce da destra o da sinistra. Con buona pace del Partito Democratico, dal centro non si può uscire; l'idea di rivitalizzare e correggere il liberismo non è solo sbagliata; è patetica. La manifestazione di oggi riprende quindi il cammino di Genova; riprende l'ispirazione di quel movimento contro la globalizzazione liberista che aveva individuato con chiarezza l'aspetto distruttivo e regressivo del liberismo. Mentre in America Latina il movimento no global ha vinto, in Europa e segnatamente in Italia ha perso. Ripartiamo da questa sconfitta, nella nuova situazione aperta dalla crisi del liberismo. Ripartiamo provando a non ripetere gli errori fatti negli anni scorsi. In primo luogo ripartiamo quindi dall'opposizione. Occorre dare continuità alla manifestazione di oggi. Propongo di dar vita ad un coordinamento delle forze politiche, sociali e culturali disponibili a lavorare per la costruzione dell'opposizione di sinistra. Un coordinamento nazionale e sui territori, che unisca la sinistra sul fare. In secondo luogo occorre evitare che la battaglia di opposizione venga riassunta in un orizzonte propagandistico o testimoniale. Per questo occorre ridislocare il lavoro politico nella società, nell'affiancamento delle lotte già in essere - pensiamo solo alla lotta per la scuola pubblica - nella costruzione di vertenze concrete che tocchino le condizioni di vita delle persone, nella costruzione di una rete di mutualismo contro il caro vita. In terzo luogo occorre ricollocare il nostro lavoro politico in un orizzonte europeo. Di fronte alla crisi finanziaria occorre mettere in discussione con rinnovato vigore le politiche della Commissione, l'impianto costituzionale europeo, il suo fondamento liberista e lo strapotere della Banca Centrale sottratta a qualsivoglia controllo democratico. Questa scelta passa dalla lotta contro l'Europa dei padroni per la costruzione di un Europa dei lavoratori e dei popoli. La crisi ci pone anche una sfida più generale. La crisi dimostra come il capitalismo non sia in grado di assicurare il benessere dei popoli e del pianeta. Dopo 20 anni in cui i padroni del mondo hanno fatto quello che volevano ci consegnano una realtà di guerre, crisi economica, crisi alimentare, distruzione dell'ambiente, imbarbarimento della vita sociale. La crisi del capitale ci ripropone l'attualità del comunismo. Proprio perché il capitalismo per riprodursi accentua gerarchie sociali, sfruttamento e barbarie - razzismo, sessismo, patriarcato, intolleranza - la lotta per il comunismo non è una lotta per aggiungere ai diritti sociali una spruzzata di diritti civili; non è una battaglia redistributiva a cui aggiungere un po' di buonismo. La lotta per il comunismo è lotta per la liberazione degli uomini e delle donne, contro lo sfruttamento, la mercificazione dei rapporti sociali e della natura, contro il pregiudizio escludente. Proviamo a far vivere nel paese, da domani, questa prospettiva. E' finita la ritirata.

 

Martti Ahtisaari, Nobel per la pace che fa litigare - Stefania Podda

Namibia, Indonesia, Irlanda del Nord, Medio Oriente. E infine il Kosovo. Martti Ahtisaari, ex presidente e diplomatico finlandese, da ieri neo premio Nobel per la pace, ha avuto un ruolo importante nella soluzione di molti conflitti in giro per il mondo. Ma il suo nome è legato soprattutto al piano per l'indipendenza del Kosovo, proposto nel 2007 nelle vesti di inviato speciale dell'Onu. Ecco perché il riconoscimento che l'Accademia di Stoccolma ha voluto tributargli ha provocato la reazione sdegnata della Serbia e della Russia. Per Belgrado la notizia del premio ad Ahtisaari è stato un vero e proprio choc. Politici e analisti hanno condannato la decisione dei membri dell'Accademia, giudicandola una provocazione. L'ex primo ministro serbo Vojislav Kostunica, strenuo oppositore dell'indipendenza di Pristina, ha ricordato che il piano di Ahtisaari non è stato approvato dal Consiglio di Sicurezza dell'Onu, ma ciò nonostante «viene implementato in Kosovo con la forza». Kostunica ha quindi rimproverato al mediatore di aver agito sulla base di un evidente pregiudizio etnico: «Sarà ricordato per la sua affermazione secondo cui i serbi sono colpevoli in quanto popolo», ha dichiarato Kostunica. Il politologo Cvijetin Milivojevic ha sottolineato che «Ahtisaari non ha negoziato una pace in Kosovo, ma ha premiato gli albanesi dando loro uno stato in territorio serbo». «Di fatto, ha avuto il Nobel per aver eseguito gli ordini delle grandi potenze», ha aggiunto. Poche ore dopo l'annuncio è arrivata anche la posizione ufficiale del governo serbo: «Speriamo che il Nobel ad Ahtisaari sia stato assegnato per altre opere di mediazione e non per quella sul Kosovo poiché in quel caso - ha detto Miroslav Mihajilovic, capo ufficio stampa del nuovo governo europeista di Belgrado - ha soltanto aiutato una secessione illegittima, aumentando le tensioni nei Balcani e i pericoli per la pace». Critica anche la reazione di Mosca, fortemente contraria al piano elaborato dall'inviato delle Nazioni Unite: «Non riesco a capire come un Nobel per la pace o qualsiasi altro premio possa essere concesso ad Ahtisaari - ha denunciato l'ambasciatore russo alla Nato, Dmitry Rogozin, citato dall'agenzia di stampa Interfax -. Lui è l'autore di un'enorme quantità di azioni che hanno distorto e violato il diritto internazionale e le decisioni del Consiglio di Sicurezza dell'Onu». Durissimo anche il commento del vice presidente della commissione Esteri della Duma di Mosca, Leonid Slutsky, che ha ricordato come il piano Ahtisaari abbia scoperchiato «il vaso di Pandora»: «L'ordine pacifico è stato violato», ha aggiunto facendo riferimento a ricordando quanto successo nelle settimane scorse con Abkhazia e Ossezia del Sud, di cui Mosca ha riconosciuto unilateralmente l'indipendenza. Di segno opposto le reazioni della leadership albanese kosovara che ha interpretato il riconoscimento come una vittoria anche per la propria causa: «È un premio meritato», ha dichiarato il presidente del Kosovo, Fatmir Sejdiu -. Facciamo tanti auguri al presidente Ahtisaari per questo premio prestigioso. Noi ci impegneremo a tener fede alle promesse fatte alla comunità internazionale durante il processo di conseguimento dell'indipendenza». «Congratulazioni ad Ahtisaari - ha fatto eco lo speaker del Parlamento locale, Jakup Kraniqi - per un riconoscimento che rappresenta una grande vittoria anche per il Kosovo». L'abbraccio di Pristina è però fonte di imbarazzo per l'autore del «piano di pace» sfociato il 17 febbraio scorso nella contestata proclamazione unilaterale d' indipendenza del Kosovo dalla Serbia. L'entusiasmo del Kosovo e la rabbia della Serbia non depongono a favore dell'imparzialità di Ahtisaari e, nonostante i commenti favorevoli di gran parte della comunità internazionale, molti analisti sottolineano come un plateale riconoscimento dell'opera del mediatore - pur se più ampia del lavoro svolto in Kosovo - sia comunque un inutile schiaffo alla Serbia, a tutto vantaggio dei nazionalisti. I quali hanno infatti buon gioco a raffigurare la Serbia come la vittima ideale nel gioco delle grandi potenze. Peraltro la questione è ancora lontana dall'aver trovato una soluzione: mercoledì la Corte Internazionale di Giustizia dell'Aja ha deciso di accogliere il ricorso serbo e darà dunque un parere legale sullo status del Kosovo, dopo la dichiarazione di indipendenza dalla Serbia. Il quesito è semplice: la dichiarazione unilaterale di indipendenza da parte delle istituzioni provvisorie del governo del Kosovo è in accordo col diritto internazionale?. Deciderà la Corte, ma nel frattempo resta il «precedente kosovaro».

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2.10.08

 

Cgil rompe, i cocci sono del Pd

Almeno una cosa il Partito democratico l’aveva capita, a forza di testate contro il muro. O meglio, a forza di tracolli elettorali nei distretti industriali del Nord. E cioè che operai e impiegati sono stufi di non trovare nelle buste paga il risultato di una produttività in continuo aumento, e di dover pagare quindi di tasca propria l’intangibilità del Moloch del contratto unico nazionale. Di qui la svolta, la netta apertura alla riforma e la scommessa sullo spostamento dei pesi in favore della contrattazione di secondo livello, quella decentrata. Col che, abbiamo individuato quale sarebbe la vittima politica dell’eventuale fallimento della trattativa fra Confindustria e sindacati sulle regole contrattuali. 25 ottobre o non 25 ottobre, collateralismo nuovo o vecchio, per il Pd la rottura decretata dalla Cgil è una pessima notizia e come tale andrebbe trattata, possibilmente reagendo. Anche perché le parti attualmente coinvolte, se lasciate a se stesse sembrano avviate verso l’esito più italiano e probabile della vicenda: il nulla di fatto. Non solo per il “solito” conservatorismo sindacale di sinistra, si badi: quando Confindustria ha tirato fuori la propria piattaforma, e Cisl e Uil si sono precipitati a sottoscriverla, gli osservatori più attenti e ostinatamente liberal sono rimasti sconcertati. Era infatti di un documento meno che mediocre, che proprio sull’esigua entità della quota di salario da delegare al secondo livello smentiva le cose belle dette e richieste per anni dagli imprenditori. Ora suonano i tamburi di guerra. Una Cgil forse in transizione di leadership, uscita più forte dal caso Alitalia e libera da un pungolo riformista esterno, potrebbe trovare comodo (e magari pagante nella competizione fra confederazioni) fermarsi un po’. Fra Confindustria e Cisl-Uil i tifosi del nulla di fatto abbondano (non è che a tutti i padroni piaccia l’idea di trattare sul territorio). Il governo fin qui se ne lava le mani e non caccia un euro d’incentivi. La paralisi la pagherebbero alla fine l’economia nazionale e i lavoratori. Che poi girerebbero il conto nelle urne indovinate a chi?

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13.10.08

 

L’Occidente spera nei Paesi emergenti – Stefano Lepri

WASHINGTON - La speranza viene dai Paesi emergenti. Le loro economie, continuando a crescere, potranno temperare le ripercussioni della crisi finanziaria sulle economie dei Paesi ricchi. Nei vertici d’autunno che si susseguono dentro i palazzi del Fondo monetario e della Banca mondiale, la novità positiva è questa. Con il calo del prezzo del petrolio, si attenuano i timori di inflazione; invece che di strumenti per frenare la crescita dei Paesi emergenti, si parla di strumenti per accelerarla. Nella riunione straordinaria del G-20 sabato sera, dove inatteso si è presentato George Bush in persona - apparso piuttosto umile - si è parlato soprattutto di questo. Il G-20 è un consesso al quale anche la Cina prende parte, e soprattutto alla Cina il discorso si rivolge. Appena qualche mese fa, di fronte al greggio impazzito, Paesi ricchi e Fmi chiedevano a Pechino di moderare l’impetuosa crescita che la portava a consumare sempre più energia. Ora è l’opposto. Già la Banca centrale della Cina si è unita al taglio coordinato dei tassi di interesse qualche giorno fa; forse potrebbe fare di più. Se c’è un governo che può sostenere l’economia con un maggior deficit di bilancio, è proprio quello della Repubblica popolare. In un momento nel quale tutti cercano paralleli con la grande crisi degli anni ‘30, il mondo spera in un New Deal cinese; chiede a Pechino di imitare il presidente Usa Franklin Roosevelt piuttosto che il suo predecessore Edgar Hoover. «Nonostante lo choc negativo della crisi finanziaria, la Cina accelererà la trasformazione del suo modello di sviluppo, promuovendo la domanda interna, soprattutto i consumi delle famiglie» risponde il vicegovernatore della Banca di Cina Yi Gang, e pare un sì. Tutti i Paesi del G-20, in prima fila Russia e Brasile, annunciano «politiche anti-cicliche» ossia espansive, contro la crisi, fondate sulla loro domanda interna. La Cina è cauta nel criticare i Paesi ricchi: li esorta ad agire in fretta per stabilizzare i mercati, avverte che però la liquidità necessaria a sbloccarli se non ritirata provocherà inflazione poi. Altri Paesi emergenti sono più espliciti. Il governatore della Banca centrale del Sud Africa, Tito Mboweni, sotto l’apparenza di una autocritica collettiva rimprovera soprattutto agli Usa di non aver agito per tempo: «Nelle riunioni degli anni scorsi tutti vedevamo accumularsi i pericoli, e sapevamo che cosa occorreva fare per evitare un esito disastroso». Presidente di turno del G-20 è il ministro delle Finanze brasiliano Guido Mantega. E’ stato lui a citare Roosevelt: «Soffriamo le conseguenze di un individualismo impazzito». Ricorda con sarcasmo che il Fmi indicava ai Paesi emergenti, come modello di pratiche finanziarie, gli Usa e l’Europa, e vanta i meriti della normativa del suo Paese. Chiede che sia potenziato il G-20. Il Brasile ha soldi in cassa e per giunta ha scoperto importanti giacimenti di petrolio, ma in questi giorni soffre per la fuoriuscita di capitali in rientro nei Paesi ricchi. Proprio ora che per governare meglio l’economia mondiale si parla di allargare il G-7, si capisce che il G-20 (a cui oltre ai Sette, all’Unione europea e alla Russia partecipano Cina, India, Brasile, Sud Africa, Australia, Indonesia, Messico, Argentina, Arabia saudita, Corea del Sud, Turchia) resisterà a farsi mettere da parte, giovandosi anche dell’attenzione ricevuta da Bush («il presidente degli Usa sta appoggiando le istituzioni che ritiene importanti» ha detto Mantega). La nuova struttura di cui si parla dovrebbe associare al G-7 i Paesi più forti, escludendone altri.

 

Manhattan, l’isola dei Paperoni in svendita – Maurizio Molinari

NEW YORK - Sulla 58 Strada, proprio dietro all’Hotel Plaza, in uno dei lotti di terreno più ambiti di Manhattan, i lavori sono fermi. Niente operai né gru, solo un cartello della società Extell con i numeri di emergenza da chiamare. In questa zona di Midtown i cantieri edili per costruire grattacieli di nuova generazione e condomini di lusso valgono miliardi di dollari, ma ora si tratta di valori solo sulla carta perché il terremoto finanziario sta cambiando volto all’isola al cuore di New York che somma la maggiore ricchezza pro-capite dell’intero pianeta. I sintomi della crisi sono ovunque, basta fare pochi passi, arrivare fino a Madison Avenue - la strada delle boutiques di lusso - e fra la 60 Strada e l’80 Strada ci si accorge che alcuni locali sono insolitamente sfitti, segno che anche i super-ricchi fanno meno acquisti. Sul lato opposto di Central Park, la residenziale Upper West Side vede i brokers immobiliari suggerire ai clienti di «aspettare febbraio per acquistare perché i prezzi della case andranno in picchiata» a causa del fatto che molti manager di Wall Street non potranno contare sui bonus milionari che finora tenevano alto il mercato. Prezzi di acquisto in calo, e di conseguenza affitti in crescita, anche nelle altre zone residenziali più ambite: Tribeca, Soho e l’esclusivo Upper East Side. Poco più a sud della 58 Strada, nell’area di Chelsea, a fare affari d’oro sono hotel che offrono «camere con il bagno in comune»: il costo si aggira sui 150 dollari al giorno ed è molto competitivo da queste parti, ma se il numero di clienti è in crescita è perché, come spiega il New York Times, questo è il momento della «città frugale» dove in molti cercano il modo di «vivere con 250 dollari al giorno, affitto incluso» girando in metro e mangiando di meno nei ristoranti. A cercare camere a costi bassi nelle metropoli degli hotel a cinque stelle non sono i turisti in visita alla Grande Mela ma gli ex dipendenti di società finanziarie, come Lehman Broters e Merrill Lynch, che hanno chiuso i battenti o sono state acquistate da nuovi padroni che per prima cosa hanno ridotto le retribuzioni, costringendo i loro ex dipendenti a trovare nuove sistemazioni decisamente più economiche. Ancora nessuno ha stimato il numero di neo-disoccupati ma dal quartier generale della polizia, sulla Federal Plaza nei pressi del City Hall, trapelano indiscrezioni sulla formazione di un’unità speciale di «suicide hunters» ovvero agenti il cui compito è di scongiurare il rischio di un’epidemia di suicidi. Veri o presunti, come nel caso di Samuel Israel III, manager di un hedge fund che ha simulato con la propria auto il lancio da un ponte sul fiume Hudson nel tentativo di lasciarsi alle spalle una montagna di debiti. Se i suicidi sono uno scenario da sventare, l’aumento delle rapine oramai è un dato di fatto. I numeri crescono oltre l’East River, a Brooklyn, nei quartieri di Williamsburg e Greenpoint, mentre gli scontri a fuoco sono in aumento, nelle ore notture, in zone di Harlem oltre la 128 Strada che solo pochi mesi si pensavano recuperate, al punto da vivere un boom immobiliare ora tramontato. La microcriminalità è una conseguenza della chiusura di molti cantieri edili dove lavoravano operai in difficoltà nel pagarsi pasti e affitti: fra i maggiori progetti in panne vi sono una delle nuove torri di Ground Zero che il costruttore Larry Silverstein pensava di affittare ad una banca che non esiste più e alcuni palazzi per uffici che erano stati progettati per l’Atlantic Yard di Brooklyn. Fra i business a pagare lo scotto della minore liquidità di danaro c’è il mestiere più antico del mondo. Le agenzie di escort posizionate poco a nord di Wall Street per facilitare le visite dei manager si trovano nella necessità di abbassare i prezzi perché in pochi sono in grado di versare 1000 dollari per un’ora di sesso come faceva a cuor leggero l’ex governatore di New York, Eliot Spitzer. Le tariffe si sono assestate assai più in basso, sui 260 dollari a prestazione con l’alternativa di 160 dollari per 30 minuti offerta soprattutto da ragazze russe che hanno preso in affitto camere che non sono più in grado di pagarsi. A complicare il lavoro delle escort di professione c’è la concorrenza delle nuove colleghe: donne quarantenni come Shana, che ha raccontato al Dailynews di aver scelto di vendere sesso non sapendo cosa altro fare dopo essere stata licenziata in luglio da un’agenzia di viaggi che le garantiva uno stipendio annuo di 45 mila dollari.

 

Hillary finalmente con Obama – Maurizio Molinari

NEW YORK - Bill e Hillary Clinton si gettano nella campagna elettorale per sostenere Barack Obama mentre John McCain è alle prese con defezioni e critiche a cui si aggiunge il malessere dei leader repubblicani che vedono arrivare la sconfitta. Dopo aver esitato per settimane a lanciarsi nella mischia a favore del democratico, i coniugi Clinton hanno rotto il ghiaccio presentandosi assieme sul palco di Scranton, in Pennsylvania, a fianco di Joe Biden, candidato vice. Scranton è il luogo dove sono nati tanto Biden che il padre di Hillary, per entrambi è il piccolo centro che testimonia le radici nella classe media bianca aggredita dalla crisi economica, e il comizio è servito ai Clinton per chiedere al popolo dei «blue collar» di rompere gli indugi e votare in massa per Barack. «Obama e Biden sostengono politiche giuste, McCain e Palin politiche errate», ha più volte ripetuto Hillary dal palco, chiedendo esplicitamente a chi la votò durante la primarie - quando prevalse con 10 punti di scarto sul rivale - di sostenere il senatore dell’Illinois. «Una volta eletto, Obama sarà il presidente che erediterà il maggiore numero di sfide da quando Harry Truman sostituì Franklin Delano Roosevelt», ha detto l’ex First Lady sostenendo che Barack è «l’uomo giusto per affrontare il momento più difficile per l’America dalla fine della Seconda Guerra Mondiale». Scesi dal palco di Scranton i Clinton si sono indirizzati verso percorsi diversi negli Stati che si annunciano decisivi nella sfida per la Casa Bianca: Bill ha fatto rotta verso la Virginia per poi proseguire in Ohio e Nevada mentre Hillary resterà in Pennsylvania per fare tappa in seguito in Ohio, Florida e Minnesota. L’offensiva punta a evitare fughe di voti clintoniani verso McCain e chiude una prolungata ambiguità dell’ex coppia presidenziale, che in più occasioni aveva mandato segnali di attenzione per il ticket repubblicano. A spingere i Clinton verso la svolta sono stati probabilmente i sondaggi che da due settimane danno Obama in solido vantaggio - per Gallup è avanti di 7 punti, per Reuters e Rasmussen di 6 - perché considerato dagli elettori più affidabile nella gestione della peggiore crisi economica dalla Grande Depressione. Sul fronte opposto McCain appare in crescente difficoltà. Il deputato democratico afroamericano della Georgia, John Lewis, ha accusato lui e la vice Palin di «giocare con il fuoco» con la questione razziale. Per McCain si tratta di un duro colpo perché in agosto, durante un dibattito in una chiesa della California, aveva indicato proprio in Lewis una delle persone cui avrebbe «chiesto consiglio da presidente». A girare le spalle al candidato repubblicano è stato anche Christopher Buckey, figlio del William che fondò la National Review gettando le basi del nuovo conservatorismo, secondo il quale «Barack Obama ha il potenziale per diventare un grande leader». Il disagio per l’indebolimento di McCain porta i repubblicani a svelare il timore per la sconfitta, come ha fatto l’ex governatore del Wisconsin Tommy Thompson, confessando al New York Times: «Non sono contento della campagna di McCain e non so proprio chi possa esserlo». Fra i leader repubblicani non c’è accordo su come tentare il recupero: c’è chi suggerisce di affondare i colpi contro Obama e chi invece di presentarsi come meno aggressivo e più credibile con l’opinione pubblica. Forse privilegiando quest’ultimo approccio McCain si avvia ad annunciare un nuovo pacchetto di proposte economiche che include la diminuzione delle tasse sulle rendite azionarie. Ad aver meno dubbi su cosa fare è invece la vice, Sarah Palin, che durante un comizio in Pennsylvania ha cavalcato l’antiabortismo accusando Obama di «non avere alcuna cultura della vita».

 

"La guerra santa dei thugs d'Orissa" - FRANCESCA PACI

BHUBANESWAR (ORISSA) - L’altare di St. Vincent è uno scheletro carbonizzato. In terra ci sono un crocifisso spezzato in due, brandelli di paramenti sacri laceri, la foto accartocciata di Papa Ratzinger. Enormi foglie di banano penetrano dalle finestre senza vetri. È passato un mese e mezzo da quando la furia induista si è abbattuta sulla piccola chiesa di Brahmunigaon, ai margini del distretto di Kandahmal, in Orissa. «Fino a qualche giorno fa c’era puzzo di bruciato, le braci ardevano qua e là», racconta l’avvocato Bibhu Dutta Das. È uno dei pochi ad aver accesso a questo villaggio isolato dal coprifuoco e pattugliato da alcune decine di soldati governativi. I cristiani sono fuggiti, dispersi nei 15 campi profughi che i volontari hanno allestito nella regione. «Era tutto organizzato da tempo, la violenza, i roghi», continua Dutta Das, legale delle vittime. Sin da quando, nel 1993, le milizie fondamentaliste indù Bajrang Dal e Rashtriya Swayamsevak Sangh, i due maggiori gruppi armati della destra ultranazionalista Sangh Parivar, assaltavano le madrasse, le scuole coraniche del Gujarat, al grido di «Pahle kassai, phir issai», prima i musulmani e poi i cristiani. Le strade sono sterrate e deserte. Ci vuole almeno un’ora e mezza per percorrere un tratto di 20 chilometri, serpentine spettrali controllate ora dagli uomini con il trishuls, il tridente dipinto in mezzo alla fronte. Il tragitto per Berhampur è accompagnato da capanne e chioschi di succhi di frutta. Qui, nel cuore profondo della locomotiva indiana con tassi di crescita del 9 per cento l’anno, una famiglia su due vive con un paio di dollari al giorno. «Quelli che ci hanno attaccato la notte del 25 agosto erano braccianti, gente ancora più povera di noi, indottrinati dai politici e accecati dal ganja, l’oppio locale», dice Sumonta Nike, insegnante di 34 anni ricoverata nel campo profughi di Cuttack con una cicatrice lunga un palmo in mezzo ai capelli neri e lucidi. Secondo uno studio di Angana Chatterji, docente di antropologia all’Institute of Integral Studies di San Francisco, negli ultimi sei anni almeno 15 mila villaggi sono passati sotto l’influenza del Sangh Parivar che ha sfruttato l’emergenza seguita al ciclone del ’99. Oggi, nel loro venticinquesimo anniversario, i Bajrang Dal contano un milione e 300 mila paramilitari. Una potenza che il fondatore, Vinay Katiyar, consiglia di non sfidare: «Se il Congresso ci mette fuori legge ne vedrà delle belle». «Sono terroristi, terroristi indù» commenta padre Ram Ramakrishn, paragonando le milizie del Sangh Parivar agli uomini dello Student Islamic Movement of India (SIMI), gli integralisti islamici responsabili delle 5 bombe esplose un mese fa a Delhi. Nel suo ufficio, a pochi passi dalla diocesi di Bhubaneswar, padre Ram, camicia coreana e jeans, raccoglie testimonianze e documenti dei precedenti di violenza contro i cristiani d’Orissa: 79 episodi dal 1967 a oggi, quasi due all’anno. La prova, sostiene il missionario, di «una strategia sempre più sofisticata». Un’inchiesta del settimanale Outlook rivela «il percorso formativo» dei fondamentalisti indù che, pare, studierebbero proprio i metodi dello jihadismo indiano. L’altra faccia della guerra santa contemporanea, nonostante, osserva l’analista Sevanti Ninan, «i media usino un linguaggio forte solo quando si tratta di qaedismo». Rashtra e bhaktas, nazione e religione, come rivendica il coordinatore dei Bajrang Dal, Prakash Sharma. Ma il giornalista e ideologo di destra Swapan Das Gupta rifiuta il parallelo: «Accostare i Bajrang Dal al SIMI è come confondere una pistola ad acqua con l’Ak47, gli scontri in Orissa non hanno nulla a che vedere con il terrorismo». «Sono indù e mi vergogno di quanto sta accadendo», ammette sottovoce Venketesh, un ambulante che vende candele e incensi davanti al tempio di Rameswai, a Bhubaneswar. «Ma non lo scriva», aggiunge guardandosi intorno. Il figlio adolescente frequenta una scuola cristiana a pochi passi da qui. Secondo un sondaggio del centro di ricerca Gfk il 69 per cento degli indiani vorrebbe la messa al bando dei Bajrang Dal. Qui la paura mangia l’anima. Se il Congresso guidato da Sonia Gandhi temporeggia in vista delle elezioni del prossimo anno e rinvia l’applicazione dell’articolo 356, che prevede le dimissioni d’ufficio di un governo federale fallimentare, Venketesh fa spallucce e torna alle sue candele. Abinash ha 8 anni, il braccio sinistro rotto, la fronte fasciata come la madre Sumika. Tiene stretto in mano un libro di fiabe, «Noah’s Ark». Abinash e Sumika sono fuggiti tre settimane fa da G. Udayagiri, nel cuore di Kandahmal, e hanno trovato rifugio dallo zio Teesta che abita a Samantapuri, un quartiere periferico della capitale. Dalle finestre aperte arriva la musica di una delle mille «dandiya night», le feste a ritmo della danza tradizionale gujarati «dandiya» che accendono la notte di Bhubaneswar durante la festa di Navaratri. «Fino a vent’anni fa c’erano solo un paio di ricorrenze indù l’anno, ora sono migliaia», osserva Teesta, che viene da una famiglia di falegnami cristiani da tre generazioni. A Natale qualcuno ha lanciato sassi contro le sue finestre: «Erano i giorni in cui cominciavano a circolare volantini dell’Hindutva contro le conversioni forzate al cristianesimo, una bugia bella e buona». La National Commission for Minorities ha appena rilasciato un rapporto sul proselitismo coatto: dopo mesi di ricerche non ha trovato neppure un caso. Domenica 12 ottobre il vescovo di Bhubaneswar, padre Raphael Cheenath, segue in tv la canonizzazione di suor Anna Muttathupadathu, la prima santa indiana: «Una buona notizia anche per Kandahmal, una luce che si accende sulla nostra situazione». Una settimana fa il primo ministro Manmohan Singh, di ritorno da una visita ufficiale in Europa, ha ammesso che «l’Orissa è la vergogna dell’India». L’eco delle sue parole arriva afono qui, a pochi passi dall’arcivescovato, dove un uomo sulla quarantina, camicia indiana pangjabi e sandali come un missionario, chiede 30 rupie, mezzo euro, per la dea Puja e rilascia una ricevuta con la bandiera triangolare rossa, vessillo del Sangh Parivar.

 

Rom per una notte – Flavia Amabile

I fari sono due torce puntate contro. Si avvicinano decisi, accecanti. Solo quando l’auto si ferma mi rendo conto che davanti a me c’è una volante della Polizia. Lentamente il finestrino si abbassa, almeno tre volti mi scrutano. Ero qui alcuni giorni fa, stesso luogo, stessa ora: via Salaria a Roma, dieci di sera. Indossavo una minigonna, si erano fermati in tanti scambiandomi per una prostituta. Soltanto loro, le forze dell’ordine, erano passate oltre, senza degnare di uno sguardo la mia mezza coscia di fuori. Non manifestavo ‘inequivocabilmente l’intenzione di adescare’, come recita l’ordinanza 242 del comune di Roma che vieta la prostituzione in strada. E avevano tirato dritto. Un po' di giorni dopo, questi altri tre agenti sono lì che osservano con interesse la mia gonna a fiori lunga fin quasi ai piedi pressoché monacale, i due maglioni, la borsa di tela, il foulard a tracolla. Nel buio della notte, forse, mi hanno scambiata per una rom e per di più una rom che aspetta clienti. Li guardo, aspetto la fine del loro esame. Vorrei anche raccontare delle tre prostitute nascoste a pochi passi da noi, sul cavalcavia. Ventenni, dell’est, capelli lisci e jeans attillati, si sono allontanate in fretta non appena mi hanno vista arrivare. Non è usuale una rom, e nemmeno una donna con gonna fino ai piedi, a quest’ora sulla Salaria e quindi hanno preferito rintanarsi al sicuro nella penombra. Dal marciapiede dove sono, le ho seguite con la coda dell’occhio mentre si sedevano su gradini lerci a confabulare, finché a una di loro nel buio ha brillato il telefonino. Un sms. Tre minuti dopo un’auto ancora luccicante di concessionaria si è fermata ai piedi del cavalcavia ed è scomparsa con due di loro sopra. La volante è apparsa subito dopo, ma loro, gli agenti, non si sono accorti di nulla: né del protettore che è andato a scaricare la sua merce a pochi metri da qui, né della terza ragazza rimasta sui gradini del cavalcavia in attesa di riconquistare la posizione. Si occupano di me che ho quel foulard a tracolla, così comodo quando si vuole nascondere della refurtiva. «Che fai qui?», mi chiedono. Dovrei rispondere che sono qui per capire: perché, a diversi giorni ormai dall’entrata in vigore dell’ordinanza, i conti non tornano. La Salaria pullula di gazzelle, volanti, auto dei carabinieri e della Polizia. Ma anche di prostitute. A volte le fermano, poi le lasciano andare e le vedi avanzare a passo veloce lungo il lato destro della carreggiata e attraversare sfidando auto e camion in corsa. Pochi istanti e le ritrovi sul lato opposto: in attesa di clienti, come se nulla fosse. «Che fai qui?», ripete l’agente. «Sto qui», rispondo. Mi dedicano un’altra occhiata, poi decidono che non sono pericolosa né illegale, e partono. Senza nemmeno salutare. E’ un mercoledì di partite di calcio. Dopo le undici meno un quarto, quando tutti i goal sono stati segnati, i tifosi di ogni genere si riversano in strada. Alcuni un po’ mogi, altri con le bandiere sulle auto. E quando la tua squadra ha vinto, cosa c’è di meglio che travolgere tutto e tutti con la propria euforia? Clacson all’impazzata, caroselli di auto, e insulti a me che sono ferma sul ciglio della strada. «Zingara di m...». E poi una lunga serie di epiteti sullo stesso tono riferiti a me, e a mia madre. Ma quando la tua squadra ha vinto hai anche voglia di festeggiare in modo diverso. E allora ecco che iniziano a fermarsi. Le solite auto in odore di rottamazione, i sedili consunti. Nel frattempo le forze dell’ordine di ogni genere e tipo sono scomparse e non ne vedrò più nemmeno una per il resto della serata. Da questo momento il campo è libero per ogni genere di commercio. Il primo a frenare e accostarsi sul lato della strada si chiama Luigi, italiano, cinquantenne. Ha il sorriso di chi pregusta un bel fine serata. «Che fai?», chiede. «Lavoro. E tu?», rispondo. «Dai, sali», chiede. «Perché?» «Beh, ci divertiamo un po’, facciamo delle cose...», insiste. «Non so se l’hai capito: sono una rom», lo avverto. Sbianca, il sorriso gli muore sul viso in un istante. Probabilmente ora gli si staranno illuminando nella mente tutti gli allarmi legati alla parola rom. Non dice altro: ingrana la marcia e va via di corsa, come se si fosse ricordato all’improvviso di un appuntamento urgente. Ora le strade sono piene. Uno dopo l’altro, si fermano in tanti. C’è un giovane polacco: bel fisico, zigomi alti, sorriso aperto. Probabilmente di giorno lavora come muratore, ha ancora addosso i vestiti sporchi di polvere di calcinacci. C’è un trentenne italiano che ha una voglia folle di fermarsi, fa il giro più volte senza decidersi. Ci sono tanti che mi guardano senza capire. Alcune donne non le vedi mai in strada: non incontri le cinesi abituate a prostituirsi in luoghi ben protetti, né le filippine. E, per l’appunto, non vedi nemmeno le rom, almeno non quelle con una gonna lunga fino ai piedi. Cambio zona, mi sposto sulla Tiburtina. Forse c’è una rotazione nella distribuzione delle ragazze. Questa settimana si contano sulle dita di una mano quelle che se ne stanno sedute sulle aiuole o sui marciapiedi nel freddo della sera in attesa di lavorare. Una di loro si avvicina. «Chi sei? Sei una nuova? Allora forse avrai più fortuna di noi, se ne vedono una diversa a volte decidono di fermarsi. Da lunedì le hanno portate via tutte le ragazze, non si lavora più. Sei pure rom, povera te! E come fai? Di sicuro non hai nemmeno il permesso di soggiorno. Vabbè buona serata, io sono qui da tre ore e ho fatto solo un cliente». Quando resto sola le auto iniziano a fermarsi. Arriva un tizio in motorino, la testa nascosta sotto il casco. Esamina il mio abbigliamento, sembra indeciso, poi precisa di volere solo alcune prestazioni e non altre: non si fida. Poi si ferma uno che sembra un professore universitario, auto luccicante sotto i lampioni della strada. Parla in modo forbito: non è chiaro se voglia fare un’indagine socio-culturale sull’improvviso apparire delle rom in strada o se voglia soltanto caricarmi a bordo in modo vagamente intellettuale. Infine, passa un’auto: a bordo due donne, forse prostitute: «Zingara di m...tornatene a casa!». Cinque minuti dopo ripassano, ripetono gli insulti. Capisco il messaggio, vado. Arrivo sulla Cristoforo Colombo che è quasi l’una del mattino. Mi sistemo sotto la sede della Regione Lazio. Si ferma un filippino in scooter. Quando sente che sono rom scuote la testa, deluso, e se ne va. Se fossi una prostituta vera sarebbe la mia fortuna. Subito dopo si avvicina uno che sembra uscito dalla scena di un film: auto da 40 mila euro in su, interni in pelle, aria distinta, sembra persino essersi lavato da non molto. Avverto anche lui: sono una rom. Ride: «Embé? Sarai mica fatta diversa dalle altre?»

 

12.10.08

 

L'uomo senza pecunia – Barbara Spinelli

Benedetto XVI conosce certamente la poesia di Heinrich Heine che gli alunni in Germania imparano a memoria. S’intitola Germania-Fiaba d'Inverno, e non solo è difficile tradurne la cadenza ma è difficile trasmettere quel che per i tedeschi significa: è una scheggia piantata nel cuore, non si stacca. Il poeta narra come un giorno torna in patria, e ascolta la strana nenia cantata da una fanciulla con sentimento vero e voce falsa: la nenia evoca l’amore e le miserie d’amore, il sacrificio e il ritrovarsi in un mondo migliore, dove tutte le sofferenze scemano. Evoca la valle di lacrime che è la terra, le gioie che svaniscono presto, e l’Aldilà dove l’anima nuota, trasfigurata, in eterne delizie. D’un tratto Heine cambia tono, rompe l’incanto: «Era la vecchia canzone della rinuncia, la ninnananna del cielo con cui si culla il popolo, questo gran villano, quando mugugna». Il Santo Padre non ha intonato un canto diverso, il 6 ottobre, in apertura del Sinodo internazionale dei vescovi. Ha detto parole bellissime e commosse, come la fanciulla di Heine che suona l’arpa. Ma è una nenia per bambini, la sua, anche se così negativa sul mondo: è indifferente alla tempesta che in questi giorni agita l’economia del pianeta, alle sofferenze che scatena. Non ha parole per descrivere l’inverno di tutto un mondo, che stiamo vivendo: la dura scoperta del reale, che Heine colloca «nel triste mese di novembre, quando il vento strappa le foglie dagli alberi, i giorni diventano più foschi, il cuore è come se lentamente sanguinasse». Il testo del Pontefice, se non fosse stato detto in pubblico e nel momento che traversiamo, se fosse una mistica segreta preghiera, resterebbe nel ricordo come traccia sublime. Parla del visibile e dell’invisibile di cui la creazione è fatta; del vero realismo, che non costruisce sulla sabbia ma sulla roccia. Ma anche in lui, d’un tratto, il sublime sembra spezzarsi: «Tutto questo un giorno passerà. Lo vediamo adesso nel crollo delle grandi banche: questi soldi scompaiono, sono niente. E così tutte queste cose, che sembrano la vera realtà sulla quale contare, sono realtà di secondo ordine. Chi costruisce la sua vita su queste realtà, sulla materia, sul successo, su tutto quello che appare, costruisce sulla sabbia. Solo la Parola di Dio è fondamento di tutta la realtà». Nemmeno se avesse detto queste parole vestito d’un saio - non era vestito d’un saio - il Papa sarebbe stato vicino a chi soffre. Le parole son belle, ma nella voce è come se mancasse un poco di bontà, di veridicità. La voce non dice quel che propriamente sta accadendo. Denuncia una sorta di danza panica attorno al dio denaro, mentre quel che viviamo è un risveglio amaro e una prova scabrosa. È l’uscita costosa da molteplici bolle d’illusioni, ed è lo sforzo che ci tocca fare per non incapsularci in altre bolle: ieri la bolla che dilatava irrealisticamente il valore delle cose, oggi la bolla che le svaluta indiscriminatamente tutte; ieri si credeva che il mercato si regolasse da solo, oggi si sogna uno Stato di nuovo onnipotente. Come altre volte in passato - le terribili crisi finanziarie narrate da Emile Zola sul finire dell’800, nel romanzo Il Denaro; il grande crollo del 1929 - quel che rischia il naufragio è la parte migliore dell’uomo: la fiducia innanzitutto, quest’inclinazione che fonda la civiltà e il coesistere umano pacifico. All’origine del tracollo borsistico c’è un precipizio mondiale della fiducia: fiducia nel mercato e nella politica, negli imprenditori e nella finanza, fiducia del cittadino verso le banche e delle banche tra loro. Ecco, davvero, un nichilistico non credere più in nulla, non aver più fede nella buona fede dell’altro. Al posto della fiducia si insediano sospetto, diffidenza verso i simili, paura che la vita dell’uomo, come nello stato di natura descritto da Hobbes, «trascorra solitaria, povera, brutale e breve». Il denaro appare in questi scenari apocalittici come sporco, diabolico. Lo pensava Marx, che citando Shakespeare lo chiamava prostituta. Lo pensavano i bolscevichi, che fantasticavano d’abolirlo. A destra lo pensava Charles Maurras, che l’associava alla democrazia, ai giornali, al dominio dell’opinione. Eppure è proprio grazie al denaro, alla sua natura astratta, simbolica, che la fiducia si rafforza: se io ti vendo un oggetto in cambio di una banconota fatta di carta vuol dire che scommetto sulla tua onestà, che credo in una convenzione sconnessa dagli oggetti. La fiducia può essere eccessiva, è vero. Ma è vero anche il monito di un altro grande tedesco, Friedrich Hebbel: «Chi ha cominciato a fidarsi di tutti, finisce col considerare chiunque come un farabutto». Il pericolo è qui: che dalla fiducia illimitata si passi alla sfiducia illimitata; che l’economia di mercato, da angelo che era, appaia come un farabutto. Le parole di Benedetto XVI non danno fiducia ma accrescono sfiducia, panico, e questo sordo divorante sospetto. Infine ci sono i poveri, gli ultimi. Difficile dir loro che quel che è visibile è chimera, che bisogna guardare alla vera realtà dell’oltre mondo perché questo mondo passerà. Nell’intimo possiamo pensare - capita spesso - che il male sia in terra. In pubblico siamo responsabili della fiducia in rovina. La crisi non colpisce solo gli speculatori. I deboli hanno da temere la perdita di lavoro, l’insicurezza della pensione, le minacce di pignoramento, la restrizione del credito, i salvataggi pagati dal contribuente, il carovita. Al crac finanziario s’aggiunge inoltre l’aumento dei prezzi alimentari, che resterà a nostro fianco quando le borse riprenderanno: un numero sempre più grande di poveri morirà di fame sulla terra. È bello ricordare che il pane quotidiano è in realtà soprasostanziale, come nella versione greca e latina di Matteo 6,9-13. Ma il pane invocato è anche quello fatto di farina, acqua e sale. La Chiesa ha antiche diffidenze verso il denaro, nonostante la Bibbia sia in materia contraddittoria. È come se desiderasse il ritorno all’economia del baratto, pur di liberarsi dal dio Mammona. Ma nel baratto scambiamo un oggetto contro un altro, e non per questo siamo più liberi e sicuri d’ottenere giustizia. Siamo meno liberi, perché dipendiamo dalla persona con cui barattiamo. Abbiamo sempre il sospetto che lo scambio non sia completamente equo, perché forse le quattro sedie che dò in cambio di una stufa hanno per me un valore che l'altro non valuta. Simmel spiega bene come il denaro - grazie alla sua natura astratta, spersonalizzata - liberi interiormente da rancori oltre che da schiavitù e renda più giusta la proprietà, oltrepassando le appropriazioni ineguali, senza scambio, che sono il furto e il dono. «Il denaro crea rapporti fra gli uomini, ma lascia gli uomini al di fuori di essi, è l’equivalente esatto delle prestazioni oggettive ma un equivalente molto inadeguato per ciò che vi è di personale e individuale in esse» (Georg Simmel, Filosofia del Denaro). Il denaro è fiducia nell'uomo, è entrare in relazione con lui senza paura. Il cardinale Siri, che era un conservatore, coltivava una vicinanza ai poveri che spesso è coltivata dai veri conservatori. Usava ripetere il proverbio: Homo sine pecunia imago mortis. L’uomo senza denaro è immagine della morte: è uomo chiuso, che diffida del simile, che non pratica lo scambio, amicistico o mercantile. Anche queste antiche saggezze sono realistiche, autenticamente: non inventano, non costruiscono sulla sabbia. L’assenza di pecunia è assenza di cibo, di vita, di fede nell’altro. Gli accenni di Siri al denaro fanno pensare a una Chiesa che non si occupa solo dei primi nove mesi di vita e delle ultime ore dell'uomo, ma anche di quello che c’è in mezzo: un corto tragitto mortale, ma non sprezzabile. Non incantabile, comunque, con l’Eiapopeia vom Himmel, con la ninnananna del cielo.

 

Nostalgia dell'America, quella vera - ARRIGO LEVI

Forse non è il momento più adatto per dirlo, ma ho nostalgia dell’America. E penso di non essere il solo. È vero che le due grandi crisi che turbano il mondo, quella finanziaria, e la guerra irachena, hanno come principale origine, un unico peccato dell’America dell’ultimo decennio: un eccesso di arroganza, una smisurata fiducia nella propria potenza politico-militare e finanziaria. Uno dei consiglieri del Presidente uscente avrebbe detto: a scrivere la storia ci pensiamo noi, voi giornalisti e politologi dovrete poi soltanto raccontarla. Ma la storia è molto complicata e non si lascia scrivere da nessuno. E tuttavia, quanto più forte è l’impopolarità dell’America d’oggi nel mondo, e tutti i sondaggi dicono che ha raggiunto livelli drammatici, tanto più cresce la nostalgia dell’America che abbiamo conosciuto, di cui forse è il caso di ricordare i grandi meriti storici. L’America non ha soltanto inventato la democrazia moderna. Nel corso del Novecento ha salvato la democrazia europea, due volte, dalle proprie follie, pagando un prezzo di vite umane altissimo. Ha salvato le nazioni democratiche dal disastro economico in cui l’ultima guerra le aveva fatte precipitare, con aiuti generosi e lungimiranti. Ha salvato le stesse nazioni dalla sfida dell’ultimo totalitarismo europeo, quello sovietico, e ha vinto la guerra fredda insieme con l’Europa democratica senza sparare un colpo di fucile. Ha dato vita alle Nazioni Unite, che non sono il governo del mondo ma sono qualcosa di molto più concreto della Società delle Nazioni. E tutto questo riguarda il passato. La «nostalgia» dell’America nasce dall’ammirazione per la capacità che l’America ha conservato di cambiare. Io non so come finirà la campagna elettorale. Ma il fatto che il mondo in generale «voti Obama» nasce da un sentimento di stupita ammirazione per la ineguagliata capacità dell’America di accogliere i poveri e diseredati del mondo. Per schiudere le porte della Casa Bianca a un nero l’America ha cambiato la sua identità con una rapidità che lascia esterrefatti. La prima campagna presidenziale che ho «coperto» era quella del 1964, quando Johnson, erede di Kennedy, vinse contro il razzista Goldwater. Allora trascorsi un periodo nel profondo Sud, a Jackson Mississippi e dintorni. L’atmosfera razzista faceva paura. Il giornalista straniero era automaticamente identificato come un sostenitore dei negri ed era circondato, ovunque andasse, dall’ostilità minacciosa dei «red necks». Gli studenti «liberal» venuti dal Nord per incoraggiare i negri a votare rischiavano la vita. Diversi di loro vennero uccisi. Da allora sono passati poco più di quarant’anni e un negro che è mezzo americano e mezzo musulmano ha ottime probabilità di diventare Presidente. Questo era allora inconcepibile, e solo in America sarebbe potuto accadere. E’ questa capacità dell’America di cambiare che mi lascia un po’ scettico quando leggo libri ed editoriali che dicono che l’età americana è già finita, che siamo entrati nell’era multipolare, e che forse l’era bipolare, quella della guerra fredda, era meno pericolosa. Sulla pericolosità del mondo del XXI secolo sono perfettamente d’accordo. L’atomica in mano a troppe potenze, e un giorno forse a disposizione di qualche setta fanatica e suicida, è un annuncio di apocalisse. Ma mi convince meno l’idea che il multipolarismo del XXI secolo debba condurre necessariamente, come quello del XX secolo, a una nuova guerra mondiale. Il multipolarismo che noi abbiamo vissuto, e a cui siamo a fatica sopravvissuti, era di scala europea e non mondiale. C’era una lunghissima tradizione di guerre fra nazioni europee strette l’una all’altra in un piccolo spazio, imparentate e divise da somiglianze e diversità ideologiche e religiose che generavano straordinari progressi culturali e conflitti disastrosi: gli ultimi due della serie divennero guerre mondiali. Il multipolarismo d’oggi si esprime in una estensione spazio incomparabilmente più vasta. Fra la Cina e l’America c’è di mezzo il Pacifico. Tra la Russia e l’Asia meridionale ci sono spazi immensi. E la Russia può nutrire rancori per le terre perdute a Occidente, ma presto o tardi si accorgerà che ha un terzo della superficie terrestre a Oriente in cui sfogare la sua ansia di grandezza, e che l’Europa unita d’oggi non è nemica ma alleata necessaria per il suo stesso progresso. E poi c’è l’America, l’America con il suo patrimonio di valori democratici, l’America che sa cambiare, e che si è già accorta, negli anni del tramonto di Bush, che ha bisogno del mondo non meno di quanto il mondo abbia bisogno di lei. L’America ha una riserva di ideali che nessun altro ha. Può sbagliare. Ma ha ancora il coraggio di mettere in giuoco tutta se stessa, e le vite dei suoi cittadini, al servizio di questi ideali. Non credo che la leadership americana del mondo «multipolare» sia finita. E ho fiducia che l’essersi scoperta impopolare l’aiuti a ritrovare se stessa: quella grande America che è stata compagna della nostra storia e di cui abbiamo nostalgia. Fidel Castro incorona Obama: "Ma pagherà profondo razzismo" - Il «profondo razzismo» esistente negli Stati Uniti farà sì che milioni di persone non votino per il candidato Democratico Barack Obama nelle prossime presidenziali americane. L'allarme è del leader cubano Fidel Castro, in un editoriale pubblicato dalla stampa dell’Avana nel quale definisce il Repubblicano John McCain come «bellicoso». «È un miracolo che Obama non abbia sofferto lo stesso destino di Martin Luther King, Malcolm X (entrambi assassinati, ndr) e altri che lottavano per il sogno dell’uguaglianza e della giustizia», scrive l’82enne «Lider Maximo», secondo il quale milioni di bianchi «non possono accettare l’idea che una persona di colore possa occupare la Casa Bianca, appunto chiamata proprio così: bianca». Castro ha poi espresso la sua netta preferenza per Obama, che a suo avviso supera in «intelligenza» il suo rivale repubblicano John McCain. Ma - avverte Fidel - «negli Stati Uniti esiste un profondo razzismo, e il modo di pensare di milioni di bianchi non si può conciliare con l’idea che una persona nera, con mogli e figli, occupi la Casa Bianca, che viene appunto chiamata così: Bianca». «Quello che più abbonda in McCain sono gli anni», ha osservato l’ex leader cubano, che ha 82 anni e che nel 2006 ha ceduto la presidenza al fratello Raul dopo mezzo secolo di potere. McCain ha 72 anni. E riferito a Sarah Palin, la candidata repubblicana alla vicepresidenza, Fidel Castro ha sentenziato: «Non sa niente di niente».

 

Gorbaciov: "Demolito il modello americano" - GIULIETTO CHIESA

Mikhail Gorbaciov guarda sfilare, sugli schermi della Cnn, le cifre della catastrofe finanziaria americana che dilaga nelle borse di tutto il mondo. Non riesce a trattenere un sogghigno. «Questo non potranno dire che è colpa del comunismo, o della Russia. Questo se lo sono creato da soli, con le loro mani. Il prestigio degli Stati Uniti ne esce demolito, e anche il modello economico e sociale che hanno imposto al mondo intero con la loro globalizzazione selvaggia». L'ex presidente sovietico non manca di far notare che l'idea stessa dell'incontro di Venezia San Servolo, «Ambiente: dall'allarme globale all'allerta per i media» è la prova che molte cose si potevano prevedere e furono infatti previste. La nascita, a Bosco Marengo e Torino, del «Forum della Politica Mondiale», cinque anni fa, rispondeva proprio all'intuizione che ci trovavamo alla vigilia di una grande crisi mondiale. «Già allora era chiarissimo che il modello della globalizzazione americana non era sostenibile - dice nell'intervento di apertura - e che avrebbe dato luogo a una serie di convulsioni sistemiche. Questa crisi finanziaria, che presto avrà effetti devastanti sull'economia reale, non è sola. Ce ne sono altre, simultanee che stanno venendo al pettine a velocità crescente: quella energetica, dell'acqua, alimentare, demografica, del cambiamento climatico, della devastazione degli ecosistemi». Per esemplificare, Mikhail Sergeevic? «Guardi la figura miserevole del Fmi, sparito tra le nebbie del panico delle Borse soverchiato dall'impressionante vastità del disastro finanziario. Ma è solo un esempio. Il fatto è che questa nuova architettura presupponeva il riconoscimento della pluralità del mondo dopo la fine dell'URSS. Cioè che, sparita l'URSS, c'erano soggetti potenti che avrebbero voluto svolgere la loro parte attiva: Cina, India, Brasile, Sudafrica, Indonesia e, naturalmente, la Russia. Invece a Washington scelsero la via più facile, quella dell'impero. Pensarono di potere, anzi di dovere, decidere da soli e per conto di tutti. Adesso tocchiamo con mano che il mondo unipolare ha fallito. Perché, oltre a essere profondamente ingiusto, era ed è politicamente irrealistico e insostenibile fisicamente». Che intende per fisicamente insostenibile? «Che è in contrasto con le leggi della fisica e della chimica, perché non può esservi sviluppo indefinito in un sistema limitato di risorse. Invece il modello turbocapitalistico è interamente costruito sulle illusioni di infinità inesistenti. Non si può contare sul profitto in crescita a tutti i costi. Non si può spingere a consumi in crescita illimitata perché le risorse sono definite, a cominciare da quelle energetiche». Dunque, che fare? «Cambiare modello, finché siamo in tempo. Il mercato senza regole è stato un disastro, il neo-liberismo si è rivelato una truffa globale». Ma questo implica mutamenti giganteschi nelle abitudini e condizioni di vita di miliardi di persone. «Ci sono due modi per affrontare il problema. Il primo è tacere la verità e dilazionare decisioni che si sa essere impopolari. Oppure cominciare a dire la verità e organizzare saggiamente, cioè tempestivamente, il cambiamento. Ci vuole una glasnost mondiale». Lei vede un rapporto tra queste crisi e le nuove tensioni internazionali e un ritorno alla guerra fredda? «C’è un rapporto indiretto ma evidente. Nuovi potenti soggetti internazionali, si pensi a Russia e Cina, agiscono ormai sulla scena mondiale. I loro interessi non coincidono e non sono riconducibili a quelli degli Stati Uniti. Vuol dire che la Russia farà, d'ora in poi, la faccia dura? «La Russia è aperta al dialogo, ma si chiuderà di fronte a imposizioni. Bisogna evitare mosse unilaterali, atti di forza, allargamento di alleanze militari (parlo della Nato) e rinuncia all'installazione in Europa di nuovi sistemi d'arma (parlo dei missili USA in Polonia e del radar nella Repubblica Ceca)». Che opinione ha di Putin? «Ha fatto non pochi errori, ma si tenga conto che ha ereditato da Eltsin un paese al collasso. Tratte tutte le somme a me pare che il positivo superi il negativo, e di molto. Dovremmo essergli grati». Ma di democrazia in Russia non si parla. «Gli occidentali e gli europei dovrebbero imparare ad avere pazienza, anche perché non hanno scelta. La Russia sta realizzando una trasformazione democratica. Non dappertutto i tempi sono identici. L'Europa ha impiegato qualche secolo per costruire lo stato di diritto. Dateci tempo e non cercate di farci la lezione. Sappiamo imparare da soli». E' vero che ha fondato un suo partito? «Ci sto pensando, vedremo. Ma io credo che ci sia bisogno di partiti diversi da quelli comprati o comprabili. Ci vogliono organizzazioni democratiche che favoriscano la partecipazione dei cittadini. Sarà necessario che milioni di persone siano attive e coscienti. Questo vale per la Russia ma anche per voi occidentali».

 

"Joerg Haider è stato assassinato" - MARINA VERNA

VIENNA - I primi l’hanno scritto sui bigliettini lasciati, insieme ai fiori e ai ceri, nell’atrio del Palazzo del Land Carinzia, a Klagenfurt: «Haider come Lady D», «Haider come James Dean». Poi sono arrivati i siti antisemiti: «Haider è stato assassinato», «Questa è la soluzione finale della questione austriaca», «Dopo il suo successo elettorale, parlare di casualità è solo da stolti». Il complotto, dunque. L’attentato. Per mano degli sloveni, dice qualcuno. Per odio alla destra estrema, dicono altri. La costruzione del mito è cominciata. Il quotidiano viennese «Der Standard» ha raccolto le prime voci, circostanziate ma anonime. Un ingegnere: «Ho subito pensato a un attentato. La strada su cui si è verificato l’incidente è a due corsie in entrambi i sensi ed è dritta come un palo. Haider guidava una Phaeton, con lo stabilizzatore di direzione, l’auto più sicura che c’è. Stava tornando da una manifestazione, dove qualcuno deve aver manomesso la sua vettura». In realtà tornava da una discoteca, «Le cabaret» di Velden, dove con lo spettacolo «Moulin Rouge Variété» veniva presentato il magazine «Blitzlichtrevue». Anche questo era Haider, sempre di più con il passare degli anni: un «viveur» abbronzato, che irradiava una gioventù forzata e alimentava chiacchiere di omosessualità. «Porta calzoni troppo attillati», dicevano i benpensanti, scuotendo la testa davanti alle foto dei tabloid dove appariva tra ragazzetti bellocci e bicchieri di champagne. A una riunione politica c’era effettivamente stato, due giorni prima dell’incidente ed è a quella che pensa un ex ufficiale: «Giovedì era la festa della Carinzia e lui ha attaccato ancora una volta gli sloveni. Io lo so che aveva anche un sacco di nemici». Anche una studentessa la pensa così: «E’ stato ammazzato, la sua politica verso la Slovenia era coerente e lui dava fastidio a qualcuno». Con il passare delle ore, crescevano anche le reazioni di gioia e sollievo per questa morte, al punto che proprio «Der Standard» ha chiuso il suo blog, perché arrivavano «troppi messaggi senza pietà». Anche questi contribuiranno alla costruzione del mito. Haider non è morto giovane - aveva 58 anni - ma aveva ancora un aspetto giovane, capelli scuri, fisico da maestro di sci. Non lo si immagina anziano, canuto, in pensione, relitto di un’epoca finita. Non voleva invecchiare. Almeno, non prima di diventare cancelliere. Fino al voto di due settimane fa era soltanto una battuta: «Tornerò a Vienna solo per fare il cancelliere». Dopo, era diventato un programma realistico per lui - e un timore per tutti quelli che gli erano contro. Il complotto è il finale perfetto per una vita spericolata. Come il crash di un’auto potente, però.

 

11.10.08

 

Telecom, Alitalia, Generali, così il ciclone cambia l'Italia – F. Manacorda

MILANO - La cordata tricolore in Alitalia che non considera a rischio la ricapitalizzazione da più di un miliardo, ma che dovrà comunque rivedere il suo piano industriale. L’arrivo dei soci stranieri in Telecom che finisce incagliato nelle secche di Borsa, mentre i grandi soci dovranno probabilmente rimettere mano al portafoglio. E di converso la partita Generali - la cassaforte del capitalismo italiano - che potrebbe accelerare, spinta dalla necessità di Unicredit di disfarsi della sua partecipazione. Insomma, il terremoto finanziario sarà pure globale - come ci si ripete ogni minuto - ma i suoi effetti sui riassetti finanziari ed industriali in atto sono, anche, squisitamente locali. Se questa settimana l’italiano medio ha avuto piena coscienza dell’impatto della crisi sui suoi risparmi, qualcosa di simile sta avvenendo anche per i grandi giochi dove finanza e politica si incontrano, qualche volta si scontrano. E al nuovo scenario devono adeguarsi anche i protagonisti. Il numero uno operativo di Intesa-Sanpaolo Corrado Passera nel suo ruolo di banchiere di «sistema», coinvolto nella partita Telecom ma soprattutto in quella Alitalia. Il presidente di Mediobanca Cesare Geronzi che si rafforza all’interno - e probabilmente all’esterno - del suo istituto e ambisce anch’egli a mettere la banca in posizione centrale. Infine il gran capo di Unicredit Alessandro Profumo, che si deve difendere dalle voci sparse ad arte per indebolirlo e si trova ancora una volta costretto a guardare molto all’Italia oltre che al suo impero - in difficoltà, segnala senza equivoci la Borsa - internazionale. Alitalia, prima di tutto. Il rinvio dal 14 al 28 ottobre dell’assemblea dei soci della Cai - il consorzio presieduto da Roberto Colaninno e che ha come braccio forte finanziario Intesa-Sanpaolo - non va assolutamente letto come il segno che ci siano difficoltà per l’aumento di capitale, spiegano fonti della Cai, ma dipende solo dal fatto che anche alla luce della situazione finanziaria attuale la valutazione degli asset di Alitalia e di Air One (che partecipa alla cordata) è assai complicata e richiede più tempo del previsto. E quella valutazione deve essere esatta per dimostrare di aver comprato a prezzi di mercato ed evitare di incorrere nelle ire di Bruxelles. Si vedrà tra venti giorni se i soci saranno tutti presenti all’appello per dare nuovi capitali. Qualche voce circola sul disimpegno del fondo Clessidra, ma sempre in casa Cai si spiega che ci sono altri soci disposti ad entrare. Resta il fatto che, secondo fonti vicine al dossier, il piano industriale che questa estate ha raccolto i soci andrà rivisto. Sotto qualche aspetto in meglio, visto che il prezzo del petrolio è sceso dai 139 dollari il barile che erano nel piano a ben meno di 100 dollari. Ma le buone notizie si fermano qui, dato che nello stesso periodo l’euro è calato del 20% circa rispetto al dollaro e soprattutto che si dovranno fare i conti con l’aria di recessione che si comincia a respirare e con il prevedibile calo del traffico. Meno definiti i contorni di un’altra partita. Con il titolo Telecom in preda a una febbre al ribasso che ieri lo ha portato a 0,75 euro, la possibilità di far entrare nuovi soci attraverso un aumento di capitale sembra allontanarsi. Da un lato anche perché i Fondi sovrani di tutto il mondo - per Telecom si era parlato della Libia e degli Emirati - in queste ultime settimane sono diventati assai più selettivi nei loro investimenti. Dall’altro perché il prezzo che si intendeva spuntare per i nuovi soci - almeno attorno agli 1,30 euro per azione che pure avrebbe significato la metà di quanto pagato dai soci stabili di Telco - appare adesso improponibile alla luce delle quotazioni di Borsa. Mentre cadono le quotazioni si fa sempre più concreta la prospettiva che i soci della Telco - tra di loro, oltre a Telefonica e Intesa-Sanpaolo, c’è in prima linea anche Mediobanca - debbano reintegrare le garanzie sui prestiti ottenuti. Se necessario metteranno mano al portafogli, hanno già fatto sapere. I soldi della Libian Investment Authority che non entrerebbero però in Telecom potrebbero rientrare dalla finestra nel sistema italiano attraverso il consorzio di garanzia per l’aumento Unicredit da 3 miliardi, guidato da Mediobanca e al quale i libici potrebbe partecipare per circa 500 milioni. Ieri il titolo Unicredit quotava 2,32 euro e l’aumento ha un prezzo di 3,083 euro. A queste condizioni l’insuccesso dell’aumento sarebbe matematico. Così come l’arrivo del consorzio di garanzia con Mediobanca. La stessa Mediobanca, azionista di maggioranza relativa delle Generali, è però molto interessata a capire che fine farà il 3,5% della compagnia che Profumo ha già annunciato di voler vendere, dopo che il 9 dicembre scadrà un prestito convertibile dove difficilmente scatterà il rimborso in titoli di Trieste. Quel bel pezzo del Leone è ovviamente merce che vale nel sistema finanziario italiano. Profumo per ora fa sapere di avere trattative in corso ma non si sbilancia. In fondo quel pacchetto, oltre a ottenere il massimo sul mercato, può servire anche in una trattativa con Geronzi.

 

Giappone sul ciglio del baratro – Francesco Sisci

Mai il Giappone, seconda maggiore economia del mondo, è stato così vicino alla bancarotta da dopo la seconda guerra mondiale. Ieri l’indice Nikkei di Tokyo ha registrato infatti la sua perdita più grande in un giorno da quando è stato fondato nel 1949: un serissimo - 9,6 per cento. L’indice si è fermato a 8.276,43 punti, con una perdita del 24 per cento, quasi un quarto del suo valore totale, in una sola settimana. A questi livelli molte delle società quotate in Borsa sarebbero tecnicamente fallite, perché l’indebitamento è maggiore del valore dell’azienda. Lo yen d’altra parte si sta apprezzando sul dollaro e sull’euro, e anche questa è una notizia ferale, perché significa meno competitività per le esportazioni nipponiche. Ormai in Asia la crisi è peggiore di quella del 1997, quando interi Paesi come Indonesia, Sud Corea o Thailandia vennero travolti. Nemmeno allora il Giappone perse così tanto in così poco tempo. Come allora anche Hong Kong è sotto assedio. L’indice Hang Seng del territorio ieri ha ceduto il 7,2 per cento, raggiungendo una perdita del 16 per cento in una settimana, la maggiore dal gennaio del 1998, a ridosso della crisi asiatica. Soprattutto Hong Kong sta tagliando i tassi di interesse in maniera diversa del solito. Le autorità del territorio hanno annunciato che ridurranno il tasso di interesse dell’1 per cento, portandolo al 2,5% per immettere nuova liquidità nel sistema. In passato Hong Kong seguiva però la Fed americana, che ha portato il tasso al 2%. La differenza è importante anche perché il dollaro di Hong Kong è tecnicamente ancorato al dollaro americano: la di fatto banca centrale del territorio ha depositi di dollari Usa per un controvalore dei dollari di Hong Kong in circolazione. La differenza di scelta indica che si stanno allargando i dubbi sulle scelte monetarie americane, e la Cina, che si erge alle spalle di Hong Kong e con cui le autorità del territorio sono in costante contatto, cerca di difendere come può il territorio. A crisi finanziaria però pare ormai prossima a diventare anche crisi sociale e di lì poi forse politica. In Giappone le assicurazioni Yamato sono fallite ieri, la prima assicurazione ad andare in bancarotta da sette anni nel Paese. Il settore delle assicurazioni è quello che sta tormentando negli ultimi anni il Paese, visto il passato primo ministro Fukuda è stato vittima di una campagna di accuse per uno scandalo di cattiva gestione del sistema pensionistico. Non è chiaro cosa voglia oggi fare il Premier attuale Taro Aso, che andrebbe alle urne alla scadenza del mandato a settembre dell’anno prossimo. In un primo momento Aso sembrava propenso a volere elezioni lampo per novembre, ma oggi la crisi galoppante potrebbero spingerlo a rinviare la data. Ieri Aso annunciava di stare organizzando un piano di tagli fiscali e di spese pubbliche infrastrutturali per sostenere la domanda. Ma già queste misure sono sotto il fuoco dell’opposizione perché faranno crescere il già stratosferico debito pubblico nazionale. Il quotidiano Asahi, di centro sinistra, sosteneva ieri che la situazione è molto negativa per il Paese, visto che la domanda di prodotti giapponesi all’estero declina e non c’è modo rapido per aumentare la domanda interna. Lo Yomiuri, di centro destra, spiega nell’editoriale la morale asiatica della storia di questi giorni: “I mercati stanno richiedendo forti misure che siano sufficienti a fermare l’emorragia nella crisi finanziaria internazionale. Il governo americano dovrebbe decidere il prima possibile di immettere fondi pubblici nelle istituzioni finanziarie come forma di rinforzo di capitali”. I tentennamenti, l’incertezza che ancora si sentono arrivare da Wall Street, l’incertezza del mercato, scuotono l’Asia, dove si accumula praticamente tutto il debito estero americano. E se un grande creditore, come il Giappone fallisse, o solo continuasse a cadere all’inizio della prossima settimana, Paesi minori della regione crollerebbero, e la crisi rischierebbe di avvitarsi pesantemente su stessa in un gorgo infernale.

 

Bimbi in una scuola di rifiuti – Flavia Amabile

Forse le brutture che fanno più male sono quelle che colpiscono dove meno te l'aspetti, e chi meno può difendersi. In una scuola di bambini, ad esempio, come a Crotone dove migliaia di tonnellate (350 mila) di scorie pericolose (arsenico, zinco, piombo, indio, germanio, mercurio) sarebbero state utilizzate per realizzare i piazzali di due istituti di Crotone e uno di Cutro, i parcheggi di attività commerciali e la pavimentazione di una delle banchine del porto. Sette persone sono indagate per smaltimento illegale di rifiuti pericolosi e disastro ambientale. Il disastro ambientale riguarda innanzitutto decine di bambini. Per anni hanno frequentato scuole costruite con cemento e scorie avvelenate. Difficile da mandar giù una verità del genere, fa rabbia. Come fa rabbia sapere che nel 2004 Legambiente e Wwf avevano rilevato una presenza di arsenico di quasi tre volte superiore al limite nel mare di Crotone che non è un mare poco frequentato dai bagnanti: se Capo Rizzuto vi fa risuonare qualcosa da un punto di vista turistico, sappiate che sotto l'isola sono stoccate 350 mila tonnellate di scorie altamente tossiche. Secondo l'elaborazione di Legambiente e Wwf, nel mare di Crotone, nel primo e nel secondo semestre del 2002, erano stati rilevati, rispettivamente, 33.360 e 29.704 microgrammi per chilo di arsenico, mentre nel secondo semestre 2003 il dato era di 39.557. Il valore limite e' 12.000. Ora i bambini delle scuole dalle mura piene di materiale tossico sono stati trasferiti in altri istituti. I bagnanti ci penseranno da soli a trasferirsi altrove.E a questo punto il Parlamento ha dato via libera a un'indagine conoscitiva per capire che cosa è accaduto realmente a Crotone ma la verità non sarà facile da scoprire. C'era anche un filmato a descrivere come avveniva lo smaltimento delle scorie tossiche della Pertusola utilizzate per costruire anche scuole pubbliche. Peccato che poi sia scomparso, probabilmente cancellato. Qualcuno tra gli inquirenti del Nisa (Nucleo investigativo sanità e ambiente) sostiene, infatti, che le videocassette fossero addirittura due, ma di una non si è trovata traccia negli archivi della procura. Di quella invece in mano al pm Pierpaolo Bruni, scorrendo le immagini si vede solo un quadro bianco. Tutto cancellato. «Ho aperto un fascicolo sulla sparizione» dice Pierpaolo Bruni, titolare dell'inchiesta sullo smaltimento illegale delle scorie tossiche. In quel filmato realizzato nel 1999 dal Nisa (nucleo investigativo sanità e ambiente) c'era la prova di come gli operai delle imprese Crotonscavi e Ciampà miscelavano i rifiuti tossici che poi sotterravano nei cantieri. L'attenzione degli uomini del Nisa si era soffermata su quel materiale scuro e granuloso, che nulla aveva a che fare con la malta cementizia.