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RASSEGNA
STAMPA di CONQUES
(il blog di CONQUES: www.conques.go.ilcannocchiale.it )
La Repubblica
l'Unità Corriere
della Sera Il Manifesto
Il Riformista Liberazione Europa La
Stampa
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13.10.08
La
telefonata di Sarkozy a Barroso. "Dobbiamo fare qualcosa, e
subito" – Andrea
Bonanni
PARIGI - La settimana di
fuoco dell'Europa, che si concluderà con il vertice di mercoledì prossimo a
Bruxelles, è cominciata mercoledì scorso in tarda mattinata, poche ore dopo
che il governo inglese aveva varato il suo piano per garantire la liquidità
delle banche e mentre le Borse europee continuavano a sfarinarsi. È stato
allora che Nicolas Sarkozy, dopo un breve consulto con i suoi consiglieri,
ha telefonato nell'ufficio del presidente della Commissione europea, Josè
Manuel Barroso, al dodicesimo piano del palazzo Berlaymont. La voce del
presidente di turno dell'Ue era concitata come al solito: "dobbiamo
fare qualcosa tutti insieme. La riunione del G4 sabato a Parigi e quella
dell'Ecofin ieri a Lussemburgo non sono bastate a calmare i mercati. Il prossimo
vertice europeo, tra una settimana, è troppo lontano. Dobbiamo mandare un
messaggio di unità e dobbiamo farlo subito". Barroso, che per cultura
e per carattere è uomo certamente più prudente del presidente francese, ci
rifletté su un attimo. "Il G4 e l'Ecofin non hanno funzionato perché,
agli occhi degli osservatori, gli elementi di divergenza interna hanno
prevalso su quelli di unità - spiegò al telefono - Non possiamo permetterci
un nuovo summit in cui si dia l'impressione che ciascuno va per conto proprio.
Sarebbe controproducente e darebbe un colpo mortale alla nostra
credibilità". Dopo un po' di discussione, il presidente di turno del
Consiglio europeo e il presidente della Commissione convennero che la
formula da adottare avrebbe dovuto essere quella dell'Eurogruppo: un
vertice dei capi di governo dei Paesi dell'euro che non è mai stato
convocato da quando esiste la moneta unica. A quel punto Sarkozy telefonò
al primo ministro lussemburghese Jean Claude Juncker, presidente
dell'Eurogruppo, tirandolo giù dal letto nel suo albergo a Washington, dove
era appena arrivato per partecipare ai lavori del G8. "Jean Claude,
voglio riunire i capi di governo dell'Eurogruppo all'Eliseo, il più presto
possibile. Dobbiamo adottare un piano europeo per favorire la ricapitalizzazione
delle banche sul modello di quello britannico". Juncker, che è un
vecchio e disincantato navigatore delle tempeste europee, nonostante il
sonno e il jet-lag gli rispose con una sola battuta: "Ottima idea,
Nicolas. Ma sei sicuro di riuscire a portare tutti ad un accordo?".
Dopo un attimo di silenzio, dal palazzo dell'Eliseo a cinquemila chilometri
di distanza, arrivò una risposta altrettanto concisa. "No. Ma sono
sicuro che, se non convochiamo i capi di governo, un accordo non lo troveremo
di certo". Juncker concluse con un'altra battuta, che ha ricordato
ieri in conferenza stampa al termine del vertice convocato in tre giorni:
"Nicolas, ti prendi un grosso rischio. Ma capisco che se non lo
facessi il rischio che prenderemmo tutti sarebbe ancora più grosso". I
mercati diranno oggi se la scommessa di Sarkozy ha qualche possibilità di
funzionare. Ma è probabile che, senza i tracolli a catena delle borse
europee di giovedì e venerdì, la tanto ricercata unità degli europei
sarebbe ancora una volta venuta meno. Invece la prospettiva di una
catastrofe finanziaria, i segnali di allarme rosso che sono venuti dalla
riunione dei ministri economici del G8 a Washington e, in via più
riservata, dalla stessa Banca Centrale europea di Francoforte, hanno convinto
anche la cancelliera tedesca Angela Merkel che neppure la Germania sarebbe
riuscita a superare da sola la tempesta. E così ieri i capi di governo,
riuniti per poche ore all'Eliseo, hanno dato per una volta una autentica dimostrazione
di unità. Anche così, però, la bozza della dichiarazione congiunta che era
stata buttata giù in una prima versione già dai ministri finanziari durante
la riunione del G8, ha conosciuto sei successive redazioni. A dimostrazione
che la ricerca del consenso non è stata poi così semplice. Gli ultimi dubbi
sono stati risolti ieri proprio durante la riunione dei capi di governo. La Banca Centrale ha
chiesto e ottenuto che venisse tolto dal testo un paragrafo che le imponeva,
sulla falsariga di quanto già fa la FED americana, di rilevare direttamente i
debiti a breve termine di "società finanziarie e non
finanziarie". "Questo - ha spiegato il presidente della Bce Jean
Claude Trichet - è un compito precipuo delle banche commerciali. Sono loro
che devono fare credito alle imprese. Noi possiamo semmai garantire la loro
esposizione": Alla fine, il paragrafo è stato modificato fino a
renderlo insignificante. Un altro problema, sollevato con forza dai belgi,
è stato quello del varo immediato del "regolatore unico", un
comitato che dovrebbe farsi carico di seguire l'armonizzazione delle norme
prudenziali e della riforma dei bilanci. Alla fine però ha prevalso l'idea
di Sarkozy che una simile decisione, che interessa tutti gli europei, non
avrebbe potuto essere annunciata da un vertice dell'Eurogruppo. La
questione sarà dunque discussa al prossimo vertice Ue, mercoledì. Infine
ieri i capi di governo si sono a lungo interrogati se comunicare o meno l'importo
complessivo del loro piano di garanzia ai mercati finanziari. Per quanto
difficile da calcolare, la comunicazione di una cifra che risulterà
comunque molto imponente, avrebbe indubbiamente rafforzato il messaggio
rassicurante che si vuole indirizzare all'opinione pubblica. Ma contro
questa ipotesi hanno prevalso, per molti premier, considerazioni di
correttezza istituzionale: poiché i piani di garanzia e di intervento
rimangono nazionali, non se ne può quantificare l'importo senza aver
consultato prima i rispettivi governi e parlamenti. Oggi nel pomeriggio,
alla stessa ora, Francia, Germania e Italia renderanno noti i rispettivi
piani e, si spera, gli importi accantonati per finanziarli. Il
"governo europeo dell'economia" comincia, molto modestamente, con
un coordinamento degli orologi.
Quei
filo-nazi partiti dal Nordest che dal 2003 assediano la Nazionale – Carlo Bonini
ROMA - I cinque di
Sofia, tra arrestati e "trattenuti come testimoni", non arrivano
a trent'anni. Ventisette il più giovane, ventinove il più vecchio. Vivono a
Milano, Treviso, Como, Lucca, Napoli. Almeno due di loro negli archivi
della nostra polizia di Prevenzione erano già finiti. Non per fatti di
stadio, ma perché "segnalati come organici a formazioni di estrema
destra". Due profili che - a dire di fonti diverse del Dipartimento di
Pubblica sicurezza - sembrano redatti con carta copiativa. "Neri da
Curva". Prodotti del vivaio dell'odio e dell'intolleranza. Che ormai -
soltanto a voler stare al rapporto presentato nel maggio scorso al
Parlamento dal nostro Servizio interno (Aisi) - monopolizza da destra 63
delle 98 sigle in cui si articola la geografia ultras nel nostro Paese.
Eppure, nel palazzo del pallone, nelle sue periferie (l'Osservatorio sulle manifestazioni
sportive) e in almeno una delle componenti di governo (Alleanza nazionale),
in molti, "indignati", cadono (o fingono di cadere) dal pero.
Come se la notte bulgara avesse rivelato una maligna metastasi di cui si
ignorava l'esistenza. Come se "Ultras Italia" fosse un nuovo
brand d'esportazione venuto alla luce per partenogenesi in qualche ignoto
interstizio della nostra provincia nera. Insomma, il solito "cesto di
mele marce". Non è così. Le "pezze" con cui "Ultras
Italia" annuncia negli stadi italiani ed europei la propria nascita
portano la data del 2002-2003. E non è difficile riconoscerle. Sono stoffe
tricolori appese alle gradinate, in cui è impresso con caratteri
tipografici del Ventennio il nome della città che ne fa mostra come "testimonianza
di italianità". Si comincia con Verona, Udine, Padova, Trieste, che è
poi il quadrilatero nero in cui il grumo si addensa, si manifesta e trova
al suo interno ragioni sufficienti a un lavoro di proselitismo. "In
quella fase - racconta un qualificato funzionario di Polizia che da anni fa
parte delle 'squadre tifo' che seguono la nostra nazionale - contavamo non
più di una cinquantina di elementi. Per lo più del nord-est, che
scommettevano sulla possibilità di creare una struttura agile, visibile e
in grado di affermare una raggiunta egemonia politica di destra nelle curve
del Paese". Del resto, il Triveneto non è luogo geograficamente
neutro. Il "Fronte Veneto Skin" e "Forza Nuova" sono la
ruota dentata xenofoba in cui si incastra una nuova geografia politica e
sociale, di cui, ogni domenica, le curve sono lo specchio. A Verona, dopo
lo scioglimento delle "Brigate Gialloblù", i nuovi padroni sono i
neri di "Verona front" e "Gioventù scaligera". A
Trieste, gli "Ultras Triestina" si imbandierano nei vessilli
imperiali austro-ungarici. A Udine, gli "Hooligans Teddy Boys" e
i "Nord Kaos" maneggiano ciarpame neonazista non diverso da
quello degli "Hell's Angel Ghetto" di Padova. Il palcoscenico
della Nazionale offre agli occhi di questo laboratorio nero tre indubbi
pregi. E' vergine, perché non ingombro in tutta la sua storia di sigle
ultras. E' mediaticamente sovraesposto. Si presta magnificamente alla
semplificazione delle parole d'ordine e dei simboli con cui la destra
xenofoba declina la sua "italianità". L'inno di Mameli intonato
con il saluto romano, i bomber neri, le teste rasate, le croci celtiche,
l'aquila nazista, le ss runiche sono già a Stoccarda e Varsavia nel 2003 ad
accompagnare la nostra Nazionale. Affacciano, ignorate dallo sguardo
televisivo, in Portogallo, agli Europei del 2004. Fino a quando non si
manifestano con violenza, a Palermo, nel 2005, durante un'Italia-Slovenia.
Gli "Ultras Italia" caricano gli sloveni a cinghiate al grido di
"Tito Boia" e le "pezze" che di lì in avanti si
trascinano dietro non parlano più soltanto il dialetto veneto. Si sono
unite alla nuova giostra "Como", "Busto Arsizio",
"Ravenna", "Napoli", "Reggio Calabria",
"Torre del Greco", "Latina", "Castelli
Romani", "Angri", "Nocera Superiore". I cinquanta
degli inizi non sono più tali (a Sofia, sabato, se conteranno 144. A Larnaca, il 6
settembre scorso, erano in 150). Segnalando così come il
"progetto", seguendo una geografia dell'appartenenza politica,
non soltanto abbia superato la linea gotica, ma sia riuscito nell'obiettivo
di far coesistere grazie al suo collante squisitamente nero, tifoserie
altrimenti divise da odi sanguinosi (come la veronese e la napoletana). Ma
al di fuori degli addetti, i fatti di Palermo non sembrano inquietare nessuno.
Neanche quando - sono i primi mesi del 2006 - una delegazione di
"Ultras Italia" partecipa in Austria ad un raduno a Braunau
(città natale di Hitler), dove la feccia neonazista d'Europa (inglesi,
spagnoli, francesi, tedeschi) si incontra per pianificare un Mondiale di
Germania violento. "Ultras Italia" può tranquillamente continuare
a far mostra delle sue "pezze" negli stadi del Mondiale e, nei
due anni successivi, in quelli delle qualificazioni per gli Europei. Il
saluto romano, per dirne una, allieta anche l'inno di Mameli intonato il 22
giugno di quest'anno a Vienna, dove l'Italia gioca la sua semifinale con la Spagna. Tranne gli
osservatori della nostra polizia, nessuno, a quanto pare, vede o vuole
vedere. Il senso comune liquida la faccenda come "folclore". Lo
stesso che fa dire, oggi, al nuovo direttore dell'Osservatorio, Domenico
Mazzilli (significativamente questore di Trieste fino a tre mesi fa) che,
in fondo, ""Duce-Duce" a Sofia non è reato". Che
convince Giovanni Adami, 36 anni, avvocato di Udine, legale dei 5 fermati,
tra i sostenitori del progetto "Ultras Italia", a pronunciare su
questa storia una parola "definitiva": "La verità è che gli
aggrediti siamo noi, gli italiani".
Ragazza marocchina picchiata e insultata
VARESE - L'avrebbero
picchiata a sangue e umiliata con pesanti frasi razziste come "brutta
marocchina di m...". L'episodio, del quale si è avuta notizia solo
ieri sera, sarebbe avvenuto nel primo pomeriggio di venerdì, attorno alle
14.30, nella zona del mercato, in centro Varese. Vittima dell'aggressione
ad opera di alcune coetanee una ragazzina di 15 anni, residente
nell'Hinterland varesino, trovata sanguinante da un volontario dei City
Angels che ha subito chiamato il 118. Sulla scorta della descrizione
fornita dall'adolescente, i carabinieri hanno già denunciato a piede libero
una delle ragazzine che avrebbero dato vita al pestaggio. Si tratta di una
compagna di scuola. Anna, questo il nome di battesimo dell'extracomunitaria,
ha riportato la frattura del setto nasale. Pare che alla base dell'episodio
di violenza vi siano degli alterchi maturati il giorno precedente
all'uscita dalla Scuola professionale di via Montegeneroso, a Varese, dove
la vittima frequenta un corso per parrucchiera. Subito dopo essere salita
sul bus, sarebbe stata insultata da un ragazzo che reclamava il diritto a
quel posto. Poi si sarebbe intromessa un'amica del giovane e le due ragazze
si sarebbero insultate, strattonate, graffiate. Al momento di scendere Anna
si sarebbe sentita promettere ulteriori rappresaglie. Venerdì pomeriggio,
stando al suo racconto, mentre si trovava nel piazzale dove si svolge il
mercato cittadino, sarebbe stata avvicinata da una trentina di persone che
l'avevano seguita sin dall'uscita da scuola. Quindi il violento pestaggio
che sarebbe avvenuto in mezzo all'indifferenza generale dei passanti.
12.10.08
Gli italiani
pessimisti come mai prima - ILVO DIAMANTI
E' come essere in guerra.
E forse è proprio così. Anche se gli attacchi aerei e missilistici sono
rimpiazzati dagli indici Dow Jones, MIB, Nasdaq e CAC. Il che fa una bella
differenza, ovviamente e per fortuna. Ma è una vera guerra quella che si
combatte ogni giorno sulle piazze finanziarie di ogni parte del mondo. E
come tale è rappresentata, sui media. A ogni ora un bollettino che annuncia
i dati della catastrofe. Le borse che crollano dovunque. Mentre i grandi (?)
del mondo si incontrano e si affacciano sulle tivù. Per spiegare che non
c'è da preoccuparsi, nessuna banca fallirà, nessun risparmiatore perderà i
suoi risparmi. Producendo l'effetto opposto. Perché è difficile non farsi
prendere dal panico quando i grandi del mondo ripetono che non bisogna
farsi prendere dal panico. Sentirsi tranquilli quando le autorità intimano
che bisogna restare tranquilli, mantenere i nervi saldi e il sangue freddo.
Se non vi fossero motivi di timore, perché affannarsi a rassicurarti a ogni
minuto che passa? La spiegazione principale di questa crisi finanziaria
senza fondo, peraltro, è che sui mercati ormai domina la sfiducia. Nessuno
si fida di nessuno. Com'è ovvio, visto quel che è successo nel sistema
finanziario negli ultimi anni. Tuttavia, in questo caso, mercati finanziari
e società si rispecchiano. Soprattutto da noi. In Italia. Certo, non
viviamo in un paese da incubo (come ha opportunamente rammentato il
cardinal Bagnasco alcune settimane fa). Però bisognerebbe spiegarlo al paese.
Visto che in Italia si rilevano, da tempo, gli indici di pessimismo e di
insicurezza più elevati d'Europa (come hanno mostrato i sondaggi di
Eurobarometro). Un clima d'opinione che sembra essersi ulteriormente
deteriorato. Sei italiani su dieci pensano, infatti, che in questo momento
non valga la pena di "fare progetti impegnativi per sé e la propria
famiglia, perché il futuro è troppo carico di rischi" (sondaggio
nazionale Demos, condotto nei giorni scorsi). Si tratta della misura più
elevata registrata dal 2000 fino ad oggi. Il problema è che questo
sentimento, al di là delle ragioni ragionevoli che lo ispirano, in Italia
trova importanti moltiplicatori. In particolare, lo sbriciolarsi dei legami
e delle solidarietà sociali, alimentato dalla decomposizione urbana. Il
gioco dei risentimenti incrociati fra gruppi professionali, di cui abbiamo
parlato qualche settimana fa. Professori, medici, avvocati, maestri,
farmacisti, tassisti, broker, commercianti e commercialisti ... Una lista
infinita, destinata ad allungarsi. Tutti contro tutti. Deprecati a
prescindere. Volta a volta: poveracci, privilegiati, evasori, fannulloni,
ladri, incompetenti. Oppure, semplicemente, "nessuno". Un'entità
fantasmatica, come gli operai. Che fanno notizia solo quando muoiono sul
posto di lavoro. Lo sfarinarsi delle appartenenze professionali,
d'altronde, è drammatizzato (e accelerato) dalla perdita di rilevanza delle
grandi organizzazioni di rappresentanza economica (Demos, ottobre 2008). In
particolare, il 27% dei cittadini esprime fiducia nel sindacato, il 25%
verso Confindustria. Si tratta di indici fra i più bassi nella graduatoria
dei principali riferimenti associativi e istituzionali in Italia. La
fiducia nel sindacato, soprattutto, scivola al livello minimo degli ultimi
due anni. Inoltre, scende più in basso della media nella base di
riferimento: gli operai (22%). Mentre sale soprattutto fra i pensionati.
Uno scenario simmetrico rispetto agli anni Novanta, quando sindacato e
Confindustria avevano garantito consenso allo Stato, dopo il tracollo della
prima Repubblica. Era la stagione della concertazione, a cui si oppone,
oggi, una società "sconcertata". Dove le tradizionali
organizzazioni intermedie di rappresentanza non rappresentano più neppure i
loro iscritti. La loro base professionale di riferimento. Come potrebbero,
d'altra parte, supplire al deficit di fiducia delle istituzioni se esse
stesse sono percepite come istituzioni e, per questo, sfiduciate? Il
collasso delle borse e del sistema finanziario, peraltro, rischia di
accentuare ulteriormente le divisioni interne alla società. Di renderle
profonde come baratri. Il 47% degli italiani (Osservatorio sul Capitale
sociale di Demos-Coop, di prossima pubblicazione) afferma, ad esempio, di
aver ridotto i consumi alimentari, in famiglia. Ma il dato scende sotto il
40% fra imprenditori, lavoratori autonomi e professionisti, mentre supera
il 50% fra gli operai e i pensionati. Da ciò il problema: come possa
mantenere un grado accettabile di coesione una società così incoerente. Tendenzialmente
dis-integrata. E come possa, a maggior ragione, non ri-esplodere quel
dissenso politico che travolse, dall'autunno 2006, il governo Prodi e le
forze che lo sostenevano. In una fase assai meno drammatica,
economicamente, rispetto a quella attuale. Oggi, anzi, si osserva un
orientamento contrario. Visto che la fiducia nel governo continua a
crescere e ha raggiunto il livello più alto dal settembre 2002. (Al
contrario dell'opposizione di centrosinistra, ormai ai minimi storici). La
spiegazione più ragionevole sta, a nostro avviso, proprio nel clima di
inquietudine e diffidenza che inquina il nostro mondo. Questa società si
sente sotto assedio. E le forze politiche, gli uomini di governo, lo stesso
Presidente del Consiglio confermano le sue paure. Ne traggono motivo di
consenso. Promettono di difenderla dai nemici che la minacciano. Immigrati,
rom, prostitute, automobilisti e motociclisti ubriachi, tossici e
spacciatori. Promettono, inoltre, di contrastare il disordine sociale,
devastato dalla perdita di senso e di autorità. Combattono la morte del
futuro e il collasso del presente attraverso il richiamo al passato.
Attraverso i valori e i simboli pre-sessantottini. I grembiulini, il voto
di condotta, i bambini che si alzano quando entra il professore. Attraverso
lo Stato protettivo e protettore, gli impiegati pubblici che, finalmente,
la smettono di poltrire, i professori che, finalmente, si fanno rispettare,
i maestri, che, finalmente, tornano ad essere unici. Questa società sotto
assedio (come la definisce Bauman) applaude l'esercito sparso sul
territorio e nelle città, i vigili urbani che diventano poliziotti, i
sindaci che si fingono sceriffi. I "ministri della paura",
geniale invenzione di Antonio Albanese (puntualmente superata dalla
realtà). Questa società, di fronte al terrorismo delle borse, come dopo
l'attacco alle torri nel settembre 2001, esprime domanda di certezza e di
autorità. Così, si raccoglie, trepida, intorno al Grande Rassicuratore.
Che, dagli schermi, dice ciò che tutti temono e tutti vogliono sentire. Non
c'è motivo di avere paura. Cioè: abbiate paura, perché ce n'è motivo. Ma io
- solo io - vi salverò. Dalle banche e dai banchieri, dai subprime e dai
fondi tossici, dalle cattive azioni e dai cattivi maestri (sempre loro...).
Dai broker armati, che vi minacciano: "O la borsa o la vita". E
se le borse non mi ascoltano io le chiuderò. Abbiate sfiducia negli altri.
Paura del mondo. Il futuro è ieri. E' il consenso triste del nostro tempo.
Intriso di sfiducia e di paure. Prigioniero della nostalgia.
Dalla Lega la
tassa sull'immigrato. 200 euro per permesso di soggiorno
- VLADIMIRO POLCHI
ROMA - Dopo il permesso
di soggiorno a punti arriva la tassa sull'immigrato. Ogni straniero dovrà
infatti versare 200 euro per chiedere il rilascio e il rinnovo del permesso
o avviare la pratica di cittadinanza. La tassa va ad aggiungersi ai 70 euro
di costi fissi già sborsati dai lavoratori extracomunitari. Il nuovo
balzello è contenuto in due emendamenti leghisti al disegno di legge sulla
sicurezza e servirà a finanziare un "fondo per la prevenzione dei
flussi migratori" istituito presso la Farnesina. Non
si ferma dunque l'offensiva del gruppo del Carroccio al Senato: prima il
permesso a punti per punire gli immigrati che commettono infrazioni, poi la
regolarizzazione delle ronde cittadine, quindi l'obbligo di referendum
prima della costruzione di una moschea. Ora, il giro di vite
sull'immigrazione si arricchisce di un nuovo tassello. Basta leggere due
degli emendamenti presentati venerdì scorso dai leghisti in Senato. Primo,
"le istanze o dichiarazioni di elezione, acquisto, riacquisto,
rinuncia o concessione della cittadinanza sono soggette al pagamento di una
tassa di importo pari a euro 200". Secondo, "la richiesta di
rilascio e di rinnovo del permesso di soggiorno è sottoposta al pagamento
di una tassa, il cui importo è fissato in 200 euro". La tassa si
applica anche in caso di permesso di soggiorno per motivi familiari. A cosa
serviranno questi soldi? Semplice, a finanziare "un fondo per la
prevenzione dei flussi migratori, finalizzato a progetti di sviluppo locale
nei Paesi, che hanno stipulato o intendono stipulare con lo Stato italiano
accordi bilaterali". "Vogliamo semplicemente che chi arrivi nel
nostro Paese ne rispetti le leggi e gli emendamenti presentati vanno in
questa direzione. Le nostre proposte - piega Lorenzo Bodega, vicepresidente
dei senatori della Lega - stanno riscuotendo opinioni favorevoli tra i
cittadini. Se prendiamo, per esempio, il permesso a punti, questo è un
sistema che darà più sicurezza e più integrazione, facendo emergere solo
quella immigrazione positiva e onesta che lavora, produce e si è integrata
alla perfezione". Quanto alla nuova tassa sui permessi, il senatore
del Carroccio sostiene che servirà ad "aiutare i Paesi poveri a casa
loro, grazie ai 200 euro che ogni immigrato dovrà pagare al Fondo per la
prevenzione dei flussi migratori. Questa - aggiunge - è solidarietà e
vicinanza verso i popoli: aiutarli in casa loro, senza illusioni di El
Dorado, che non esistono più. A maggior ragione da noi". Ma quale sarà
l'effetto della nuova tassa sulle tasche degli immigrati? "Già oggi
per richiedere il primo rilascio o il rinnovo del permesso di soggiorno il
lavoratore straniero spende 70 euro tra spese postali, pagamento del bollo
e costo del permesso elettronico - spiega l'avvocato Marco Paggi
dell'Associazione di studi giuridici sull'immigrazione - Simile la spesa
per ottenere la cittadinanza, tra pagamento del bollo e costo dei
certificati in Italia e in madrepatria". Ora si vorrebbe aggiungere
una tassa ad hoc di 200 euro. "Una tassa sui poveri, che rischia di
minacciare pericolosamente il tenore di vita dei migranti". Un
esempio? "Basta pensare a quei nuclei familiari - risponde Paggi - i
cui componenti hanno contratti di lavoro a tempo determinato e che devono
rinnovare il permesso di soggiorno ogni sei mesi. In tal caso, la famiglia
dovrebbe sborsare, tra tasse e costi fissi, 540 euro all'anno per ogni suo
membro".
11.10.08
Nel week end
l'ultima spiaggia. 48 ore per evitare il crac globale
FEDERICO RAMPINI
È l’ultima spiaggia, è il
weekend in cui i leader mondiali devono fare il miracolo. Un frenetico
susseguirsi di vertici - oggi si chiude il G7 a Washington, domani si
ritrova l'Eurogruppo a Parigi - deve riuscire in 48 ore a dare una parvenza
di controllo su una situazione impazzita. La ricchezza bruciata nelle Borse
rispetto a un anno fa raggiunge 14.300 miliardi di dollari: è sparito
esattamente l'intero Pil annuo degli Stati Uniti. E queste sono
"solo" perdite su azioni, non includono i crolli obbligazionari,
né le bancarotte o le altre insolvenze di debiti. Sotto la pressione
dell'onda di panico, i governi e i banchieri centrali tentano da ieri sera
di mostrare un fronte comune. Per placare il terrore deve uscire una
sorpresa dal G7 o dal vertice europeo, un eccezionale sussulto di leadership.
Ieri sera il primo incontro del G7 ha partorito una bozza in cinque punti,
le cinque priorità su cui si concentra l'azione dei governi: impedire
fallimenti di grandi istituzioni finanziarie; scongelare i mercati del
credito; ricapitalizzare le banche; garantire sicurezza ai depositanti;
aumentare la trasparenza dei bilanci. Un'aggiunta finale promette politiche
macroeconomiche anti-recessione. Quel documento diffuso da Washington nella
serata non scioglie un'ambiguità. Non si capisce quanto sia un riassunto
razionale di tutto ciò che i singoli governi hanno fatto finora, e
continueranno a fare ciascuno per conto suo. Oppure se il G7 segnali il
passaggio a un'azione comune, pienamente coordinata, quindi anche con
energie unificate, risorse moltiplicate. "La risposta fin qui non ha
avuto un carattere globale", denunciava ieri il Fondo monetario
internazionale. Basteranno le dichiarazioni comuni per cambiare il segno
degli avvenimenti? Le mosse più importanti in riserva sono di tre tipi. Primo:
una ricapitalizzazione massiccia delle banche con l'uso di fondi pubblici
(e quindi nazionalizzazioni parziali o totali). Secondo: l'annuncio che gli
Stati estenderanno la protezione pubblica non soltanto ai depositi dei
risparmiatori, ma garantendo perfino i prestiti che gli istituti di credito
si fanno tra loro sul mercato interbancario. Terzo: il varo di forme di
solidarietà tra paesi che vadano ben oltre la concertazione già attuata fra
le banche centrali. Il primo punto è già contenuto nel documento del G7 che
promette iniezioni di capitali per stabilizzare le banche. Il secondo, cioè
l'ombrello di protezione statale esteso dai depositi dei risparmiatori fino
all'intero mercato interbancario, potrebbe essere "l'arma
nucleare" in grado di colpire l'epicentro strategico della crisi che è
il crollo di fiducia tra banche e la paralisi nei flussi di credito: è
sostenuto dagli inglesi, ha l'inconveniente dei costi incalcolabili e
potenzialmente illimitati. Infine, le solidarietà intergovernative per
essere credibili devono poggiare su strumenti nuovi e risorse consistenti:
rispunterà forse in seno all'Eurogruppo di Parigi l'idea del fondo unico
europeo sul modello dei 700 miliardi di dollari del piano Paulson (per
ricomprare dalle banche i titoli-spazzatura). Resta però il dubbio che non
basti, visto che Wall Street ha già digerito e dimenticato l'esistenza del
fondo Paulson con una lunga serie di cadute. La vigilia del weekend al
cardiopalmo è stata turbata anche dalla dichiarazione a mercati aperti di
Berlusconi, sull'ipotesi di chiudere le Borse per "preparare una nuova
Bretton Woods", battuta poi rimangiata dall'interessato e smentita
perfino dalla Casa Bianca. La conferenza di Bretton Woods in cui vennero
ridisegnate le regole dell'economia mondiale durò dal primo al 22 luglio
1944 e forse oggi non basterebbero neppure tre settimane per rifare
quell'impresa storica, permessa allora da una leadership americana tanto
illuminata quanto unipolare, nonché dalla statura di personaggi come
Roosevelt, Churchill e Keynes. La voce della chiusura delle Borse mondiali
circolava da giorni nelle sale mercati, ma come un'ipotesi di pura
disperazione. Tutti i limiti coercitivi imposti contro la speculazione
ribassista sono stati dei clamorosi autogol, erano in vigore quando il Dow Jones
perse 777 punti in una sola seduta: finché le grandi piazze finanziarie
restano aperte vuol dire che, sia pure a prezzi in caduta libera, c'è
ancora chi compra. L'alternativa è molto peggiore. Spezzare la spirale
vorticosa dei crolli è diventato sempre più complicato via via che si
sovrappongono due paure: alla glaciazione del credito si aggiunge la
certezza di una recessione mondiale. Le due malattie si acutizzano a
vicenda. Perfino le più costose nazionalizzazioni bancarie hanno effetti
deludenti: ieri è tornata ad allargarsi a livelli d'allarme la forbice tra
i tassi d'interesse dei Bot americani, e i rendimenti che devono offrire
sul mercato gli istituti Fannie Mae e Freddie Mac per finanziare i loro
mutui. Visto che i due colossi del credito immobiliare sono sotto controllo
pubblico, vuol dire che ormai non basta più neppure la garanzia federale
che Washington offre. Il ministro del Tesoro britannico, Alistair Darling,
ha fatto la diagnosi più realistica: "Abbiamo bisogno di decisioni
internazionali subito, o si va al collasso mondiale dei mercati". Il
conto alla rovescia è cominciato, il lunedì mattina si avvicina a grandi
passi. Nessuno può permettersi che questo weekend sia una replica dei vacui
G4 o Ecofin dei giorni precedenti, con dichiarazioni altisonanti a cui non
ha fatto seguito una vera azione di squadra. Nessuno osa immaginare che
cosa accadrebbe alla riapertura dei mercati.
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12.10.08
Il dramma e
l’umiltà - Luigi Manconi
Una tragedia nella tragedia: nella vicenda umanissima
e drammaticissima di Eluana Englaro si sono riflessi, come in uno specchio,
due orientamenti culturali che, impadronendosi di quella storia privata,
hanno rivelato la forza dirompente del suo significato simbolico e morale.
Il percorso di sofferenza di Eluana e dei suoi familiari apparteneva a una
sfera intima quale quella del rapporto tra genitori e figli e quella,
straziante, della responsabilità di un padre nei confronti di un dolore
indicibile e di un destino incontrollabile. Quella vicenda avrebbe dovuto
avere il suo corso ordinario se l’intervento della tecnica (qui nella
forma dell’alimentazione e dell’idratazione artificiali) non
avesse richiesto un’autorizzazione giuridica per essere sospeso: e
così assecondare l’esaurirsi di quella vita verso la sua fine
inevitabile. È stato qui, nell’ineludibile richiamo a una norma e a
chi avesse il potere di interpretarla, che quella vicenda intima è
diventata pubblica. Nella tragedia di quella donna e dei suoi genitori
hanno fatto irruzione, così, due autorità esterne che non si sono limitate
a far sentire la propria voce, ma che hanno potentemente interferito. Il
magistero della Chiesa, per un verso, e il Parlamento, per l’altro. I
loro interventi hanno rivelato una desolante assenza di pietas, una incapacità
di compassione, una rigidità propria dell’autorità priva della
saggezza del cuore. L’Italia cattolica, apostolica e romana, di
fronte a una tragedia irreparabile, ha manifestato quella singolare
spietatezza che solo la fede che si fa superbia e l’etica che si
congeda dalla carità riescono a esprimere. Appena pochi giorni fa, Avvenire
ha criticato Bepino Englaro, padre di Eluana. Ci rammarichiamo per
Avvenire. Ma Bepino Englaro non è un eroe civile: è un padre nel senso più
antico ed essenziale della genitorialità, ed è un uomo nel significato più
alto e tragico che la condizione umana possa esigere. Un padre chiamato
dalla sorte al compito più oneroso e doloroso: decidere della vita della
persona alla quale ha dato la vita e scegliere quale sia il male minore al
quale destinarla. Un uomo normale che deve compiere, suo malgrado, una
scelta straordinaria e che, da sedici anni, dice di sapere quale sarebbe la
volontà della figlia. È certo - è una delle poche certezze di cui
disponiamo - che lo sa, per sentimento e per intelligenza, meglio di
chiunque altro. Non solo: Bepino Englaro avrebbe potuto compiere la scelta,
silenziosa e anonima, fatta da migliaia e migliaia di familiari e da
migliaia e migliaia di medici. Ovvero consentire che la vita di Eluana venisse
tacitamente spenta. Non ha accettato questo e si è fatto dolente testimone,
dignitoso e sobrio, della propria tragedia, nella consapevolezza che non si
tratti solo di una vicenda privata; e ha accompagnato giorno dopo giorno la
muta esistenza della figlia lungo le successive stazioni della sua via
crucis. Di quest’uomo Avvenire ha scritto: «Il padre sembra chiedere
la sospensione dell’alimentazione della figlia per
"liberare" non lei, ma se stesso, da una situazione che non può tollerare»
e poi: «In realtà a non farcela più è la persona che assiste»; e ancora:
«Nel nome della libera scelta, a venir liberate in realtà sarebbero le
persone sulle cui spalle il malato pesa». Viene da dire: ma come vi
permettete? E come vi permettete di definire "emozionismo"
quell’espressione di amore - così altamente morale - che fa sentire
come intollerabile la condizione di chi si trovi in stato vegetativo e che
induce a volerla interrompere? A produrre, in alcuni ambienti cattolici, un
simile atteggiamento così virtuosamente crudele nei confronti di Eluana e
dei suoi familiari, è ancora una volta un atto di alterigia etica:
l’idea, che non è propria della fede, bensì della sua interpretazione
integralista, di conoscere quale sia il "vero bene" e la gerarchia
delle priorità morali. La "sacralità della vita" di Eluana in
questo caso e in ogni caso. Non troppo diversa da questa lettura
confessionale-fondamentalista è quella che ha spinto il centrodestra a
elevare il conflitto di competenza a seguito delle sentenze della Corte di
cassazione e della Corte d’appello presso il Tribunale civile di
Milano, che autorizzavano la sospensione dell’alimentazione e
dell’idratazione artificiali. Per sedici lunghi anni il Parlamento ha
ignorato la vicenda di Eluana Englaro e delle migliaia di persone nelle sue
stesse condizioni. Quando la magistratura ha infine saggiamente deciso, il
Parlamento ha detto di sentirsi "espropriato": non una parola o
un gesto per la famiglia di Eluana Englaro, ma tante dichiarazioni che, in
nome della "indisponibilità della vita", mortificavano il senso
più profondo della vita stessa e della sua dignità. Ovvero la libertà umana
e il primato della coscienza rispetto a qualunque autorità esterna. E il
principio inviolabile dell’autoderminazione individuale. Parlamentari
ignorantissimi che discettano di "deriva eutanasica" in nome di
valori cristiani che hanno bestemmiato fino a un quarto d’ora fa e,
in quel dibattito alla Camera e al Senato, nessuna consapevolezza dei veri
dilemmi etici che le questioni di vita e di morte sollevano e nessuna
coscienza di quali siano le nuove problematiche che lo sviluppo delle
biotecnologie impone, ma neanche alcuna intelligenza del cuore: solo ed
esclusivamente la preoccupazione di attenersi a quanto la Conferenza
episcopale italiana ha detto dice e dirà. Anche in queste ore c’è chi
- Luca Volontè, e chi altri mai - grida contro l’eutanasia, non
sapendo evidentemente quel che dice; e ignorando quanto il magistero della
Chiesa (da Pio XII a Benedetto XVI, quand’era prefetto della Sacra
congregazione per la dottrina della fede) ha costantemente affermato. Chi
scrive, questo giornale e tanti uomini e donne di buona volontà, non vivono
questa come una "battaglia" (per usare ancora le parole sgraziate
di Avvenire) la vivono come un dramma, che richiede umiltà e, appunto,
pietas e compassione. Chi scrive ritiene che fondamento della persona umana
sia la libertà. Che è, se non sbaglio, concetto cristiano (Agostino: ama e
fa’ ciò che vuoi) e - grazie a Dio, è il caso di dire - non solo
cristiano. La libertà non vive nel vuoto e nell’assenza: è relazione,
scambio, empatia. È legame sociale. Ma, quando la libertà individuale entra
in conflitto con altri vincoli (la decisione terapeutica e la scienza
medica, la morale religiosa e la norma giuridica, la domanda affettiva di
sopravvivere il più a lungo possibile...), non può essere che la libertà
individuale a costituire il punto di riferimento. Essa non rappresenta un
assoluto ma - come affermava la Conferenza episcopale spagnola già nel 2000 -
nemmeno la vita umana è il valore supremo assoluto.
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13.10.08
Italiani e
fiducia nelle banche. In una settimana giù del 28%
Renato Mannheimer
Il governo e
altre autorità istituzionali cercano in questi giorni di rassicurare
gli italiani sugli effetti della drammatica crisi finanziaria ed economica
che sta coinvolgendo gran parte del mondo. Il possibile insorgere di una
crisi di fiducia tra i cittadini costituisce in effetti un timore fondato e
suffragato dagli esiti degli ultimi sondaggi di opinione. La preoccupazione
riscontrabile nel nostro Paese riguardo alla sicurezza dei depositi e alla
solidità delle banche si è andata infatti accrescendo enormemente proprio
negli ultimi giorni. Un mese fa (il 12 settembre) circa un quarto degli
italiani adulti pronosticava un deterioramento dell'economia. Oggi (la
rilevazione è stata eseguita il 9 ottobre), sono quasi raddoppiati
giungendo al 46%: gli incrementi maggiori nel pessimismo si sono verificati
significativamente tra le persone in età lavorativa centrale (35-55enni) e
tra i residenti in una delle aree di maggiore vitalità economica, il
Nord-Est. La previsione sulla
situazione finanziaria personale peggiora anch'essa considerevolmente:
in sette giorni i pessimisti raddoppiano, passando dal 16 al 34%.
Nell'insieme, più del 60% degli italiani si pronuncia oggi negativamente
per l'economia mondiale e il 40% ha questa stessa sensazione per ciò che
concerne la propria famiglia. Sono specialmente le banche a trovarsi
nell'occhio del mirino. La fiducia in queste ultime, già tradizionalmente
bassa, è calata ulteriormente, raggiungendo il minimo storico. E si fanno
sempre più estesi i dubbi sulla loro affidabilità. Ancora la scorsa settimana,
la maggioranza (67%) dei cittadini riteneva «molto o abbastanza solida» la
banca di cui è cliente: oggi questa quota è drasticamente scesa al 39%: la
maggioranza degli italiani comincia dunque a non fidarsi più del proprio
istituto di credito. È un orientamento più diffuso tra chi è più lontano
dalla politica e segue con maggiore difficoltà le notizie sui quotidiani. Certo, si tratta di meri atteggiamenti,
di stati d'animo non sempre suffragati da dati di fatto. Ma, come ci
insegna la stessa crisi che stiamo attraversando, spesso i fenomeni e i
comportamenti economici sono dettati più dalla componente emotiva che da
quella razionale. Di conseguenza, gli aspetti psicologici sono, specie in
questi giorni, estremamente rilevanti. Nel loro insieme, questi dati
possono dunque essere interpretati almeno da due diversi punti di vista. Da
una parte, emerge come gli italiani mostrino ancora un atteggiamento
responsabile: siamo ben lontani da quella che può essere definita una
situazione di panico. Dall'altro canto, non si può non rilevare come il
clima di opinione e la fiducia del Paese nelle istituzioni finanziarie
vadano progressivamente deteriorandosi. Con conseguenze difficili da
prevedere.
L’Ue
si gioca tutto
E così Gordon Brown, geloso tutore della
sterlina britannica, ha fatto da guida ai Signori dell’euro. Soltanto
i mercati, sin dalle prime contrattazioni di oggi, ci diranno se le
proposte dell’Eurogruppo saranno riuscite a placare la nevrosi finanziaria
che scuote il mondo intero. Per ora si può soltanto constatare che il piano
d'azione varato ieri a Parigi appare ben più concreto dei precedenti, e che
i Quindici, nel tentativo di risultare convincenti, hanno rinunciato a una
buona fetta del loro orgoglio monetario. Tutti, infatti, hanno riconosciuto
che le misure contemplate si ispirano alla strategia varata da Londra. E
per il Primo ministro inglese, considerato fino a ieri un sopravvissuto
della politica in attesa di sostituzione, non si tratta di una soddisfazione
da poco. I massimi dirigenti politici dall'area euro, del resto, avevano
ben poche alternative. Le precedenti dichiarazioni comuni non erano
riuscite a rassicurare gli operatori, e persino il decantato «piano
Paulson» era stato accolto con indifferenza dalle borse americane in
picchiata. Occorreva fare di più, e giustamente nessuno è stato lì a vedere
se le idee migliori venivano da questa o dall'altra parte della Manica. I
Quindici garantiscono la partecipazione degli Stati alla ricapitalizzazione
delle banche, ribadiscono che nessun istituto di credito suscettibile di
recare danno all'intero sistema sarà lasciato fallire, e soprattutto
estendono la garanzia statale al mercato interbancario. Sbloccano, cioè,
quei prestiti tra banche che sono arrivati alla paralisi per reciproca
sfiducia, innescando da un lato pericoli di fallimento degli istituti e
dall'altro strette creditizie verso i clienti dell'«economia reale». Nella
stessa direzione, quella di estendere come mai prima la sfera delle
garanzie pubbliche, si muove la possibilità di sostituire i prodotti
finanziari «malati» con obbligazioni statali, alleggerendo non poco
eventuali bilanci pericolanti delle banche. Il tutto a titolo provvisorio e
con l'indicazione della scadenza a fine 2009, perché si spera che allora le
cose vadano meglio ma anche per sottolineare che non si vuole sostituire
stabilmente la filosofia di mercato con nazionalizzazioni o
semi-nazionalizzazioni (benché di fatto sia proprio questo che il piano
prevede). L'accordo è stato reso possibile sì dalla paura di una crisi
ancor più catastrofica di quella vista sin qui, ma anche dal compromesso
che i più tenaci difensori dell'autonomia nazionale, come la tedesca
Merkel, hanno saputo trovare con lo schieramento «comunitario» guidato da Berlusconi.
Non è nato infatti a Parigi il «fondo unico europeo» che l'Italia aveva
suggerito, ma le misure adottate gli somigliano e gli somiglieranno ancora
di più dopo che Germania, Francia e Italia avranno annunciato oggi i
dettagli cifrati dei propri impegni nell'ambito dell'intesa collettiva. I
«Quindici più uno» convenuti ieri a Parigi si vedranno peraltro mercoledì e
giovedì a Bruxelles con gli altri undici soci della UE, e l'occasione
dovrebbe portare all'adozione da parte di tutta l'Unione del piano di
battaglia varato ieri. Basterà? Risulterà frenata la corsa verso il baratro
dei mercati internazionali? Brown si è detto convinto di sì, ma ogni
previsione appare ancora temeraria. Perché le borse hanno una loro logica
difficile da anticipare. Perché la medicina potrebbe essere arrivata troppo
tardi. E anche perché i Quindici, pur progredendo sul binario dell'azione
comune e coordinata rispetto a quello (inefficace) delle priorità
nazionale, hanno lasciato qualche spazio alle fughe di capitali e alle speculazioni
inter-statali. Nella breccia potrebbe tornare ad infilarsi la sfiducia,
anche se resterebbe la possibilità di correre ai ripari. Magari entro
giovedì. L'Europa si gioca tutto, e ha soltanto cominciato a mostrare di
averlo compreso. Si gioca lo sviluppo, il suo modello sociale, le sue
ambizioni politiche in un mondo che la crisi spingerà di gran carriera
verso il multipolarismo. Quello di ieri è stato un test importante.
Speriamo che non si sia trattato dell'ultima spiaggia davanti a uno tsunami
inarrestabile.
Il
leader-avvocato: «Le braccia tese? Non si possono abbassare con la forza» - Fiorenza
Sarzanini
ROMA - Il saluto romano
per accogliere l'inno dell'Italia lo avevano sempre fatto. Ma prima d'ora
gli Ultras Italia non erano mai stati protagonisti di incidenti con altre
tifoserie, anche se alla vigilia dei Mondiali di calcio in Germania - era
il 2006 - promettevano: «Siamo pronti a scontrarci con tutti». Parole,
proclami, minacce. Adesso sono passati ai fatti. Ed è questo ad allarmare
gli analisti del Viminale, perché l'eco internazionale dei vergognosi cori
di Sofia potrebbe aiutarli a fare proseliti nelle curve, a pescare in
quelle frange di estrema destra già ora protagoniste di episodi di violenza
sugli spalti e fuori dagli stadi. Il
canale con i sostenitori di molti club italiani è già attivato, i
contatti frequenti. Ma inquadrarli in gruppi organizzati è difficile perché
la loro caratteristica è propria quella di essere «cani sciolti», uniti
dalla passione per la nazionale e per il fascismo. Inneggiano al Duce e ai
leader di Forza Nuova, sostengono il presidente iraniano Ahmadinejad perché
nega l'Olocausto e attacca gli Stati Uniti. Girano con croci celtiche al
collo e svastiche tatuate sul corpo. Per finanziarsi vendono su eBay felpe
e cappelli, sciarpe e borse che identificano con marchi eloquenti: Dux,
oppure Littorio Ninja. Giovanni
Adami, è certamente uno dei leader. Ex giocatore di basket in serie
A, ha 37 anni, è nato e vive a Udine dove fa l'avvocato. E dove si è
specializzato nei ricorsi al Tar contro i Daspo, i provvedimenti
amministrativi che impongono ai tifosi più violenti il divieto di ingresso
allo stadio. Anche lui era nella curva di Sofia: «Mi fa specie che di una
trasferta da elmetto in testa, venga messo in risalto qualche braccio teso
e alcuni cori "Duce Duce"». E le braccia tese? «Se qualcuno fa il
gesto di stendere il braccio, non glielo si può fisicamente abbassare».
Cerca di minimizzare gli incidenti, sostiene che «nel pub gli italiani sono
stati aggrediti e, nonostante questo, d'accordo con la polizia sono
arrivati fino allo stadio senza provocare ulteriori incidenti. Le immagini
del circuito internazionale però hanno mostrato altro, soprattutto quando
hanno inquadrato gli spalti. Lo
zoccolo duro degli Ultras Italia è nel Nordest - Udine e Verona,
soprattutto - ma qualcuno arriva da Angri, nel salernitano, e poi da
Latina, Como, Napoli, Bari, Reggio Calabria, fino raggiungere qualche
centinaia. Sono gemellati con alcuni gruppi europei neonazisti, due anni fa
- prima dei campionati in Germania - una delegazione ha partecipato ad un
incontro con tifosi tedeschi, britannici e polacchi a Braunau am Inn,
cittadina dove nacque Adolf Hitler. «Onorare la pezza tricolore» con il
loro logo è l'obiettivo. Finora lo
hanno fatto con il braccio teso. Nella notte di Sofia hanno aggiunto
i canti nazisti, i petardi e le cinghiate. Erano 144 i biglietti venduti,
nessun nominativo risultava segnalato al Viminale. Ma forse qualche
tagliando è finito in mani diverse e ora bisognerà ricostruire la lista di
chi era in trasferta con la nazionale. Sabato sera, i primi che hanno
lasciato la Bulgaria
per tornare a Venezia, ostentavano sicurezza: «Non ci possono contestare
alcun reato». Gli sarà vietato entrare allo stadio per il prossimo anno. E
forse scatterà anche il divieto internazionale. Provvedimento che
l'avvocato Adami, rimasto a Sofia per difendere i compagni, sarà certamente
pronto a contestare in tribunale.
Opposizione
non significa dire solo no alle riforme altrui
Che cosa realmente sanno della scuola,
della causa per cui protestavano, gli studenti che l’altro giorno
hanno affollato le vie e le piazze d’Italia? Probabilmente solo che
il potere, cattivo per definizione (figuriamoci poi se è di destra!), vuole
fare dei «tagli», termine altrettanto sgradevole per definizione, e imporre
regole limitatrici della precedente libertà (grembiule, valore del voto di
condotta), dunque sgradevoli anch’esse. Sapevano, sanno solo questo,
non per colpa loro ma perché ormai da tempo in Italia, nel dibattito tra
maggioranza e minoranza, e di conseguenza nel discorso pubblico, la realtà,
i dati, non riescono ad avere alcun peso, dal momento che su di essi sembra
lecito dire tutto e il contrario di tutto. Nulla è vero e nulla è falso,
contano solo le opinioni e i fatti meno di zero. Esemplare di questo
disprezzo per la realtà continua a essere il dibattito sulla scuola.
C’è un ministro, Mariastella Gelmini, che dice che la scuola italiana
non funziona. Porta delle cifre: sul numero eccessivo d’insegnanti,
sull’eccessiva percentuale assorbita dagli stipendi rispetto al
bilancio complessivo, sui risultati modesti degli studenti, sulla
discutibile organizzazione della scuola nel Mezzogiorno; evoca poi fenomeni
sotto gli occhi di tutti: l’allentamento della disciplina, gli
episodi di vero e proprio teppismo nelle aule scolastiche. E alla fine fa
delle proposte. Discutibilissime naturalmente, ma la caratteristica
singolare dell’Italia è che nessuno, e men che meno l’opposizione,
men che meno il sindacato della scuola che pure si prepara a uno sciopero
generale di protesta, sembra interessato a discutere di niente. Né
dell’analisi né di possibili rimedi alternativi a quelli proposti.
Cosa pensa ad esempio dei dati presentati dal ministro Gelmini il ministro
ombra dell’istruzione del Pd, la senatrice Garavaglia? Sono veri?
Sono falsi? E cosa indicano a suo giudizio? Che la scuola italiana funziona
bene o che funziona male? E se è così, lei e il suo partito che cosa
propongono? Non lo sappiamo, e bisogna ammettere che per delle forze
politiche e sindacali che si richiamano con forza al riformismo si tratta
di un atteggiamento non poco contraddittorio. Riformismo, infatti, dovrebbe
significare prima di tutto la consapevolezza di che cosa va cambiato, e
poi, di conseguenza, la capacità di indicare i cambiamenti del caso: le
riforme appunto. Non significa dire solo no alle riforme altrui, e basta.
Infatti, alla fine, dato il silenzio circa qualsiasi misura nel merito,
l’unica proposta che rimane sul tappeto da parte del Partito
democratico e del sindacato appare essere virtualmente solo quella di
lasciare le cose come stanno. Naturalmente nessuno si prende la
responsabilità di dirlo esplicitamente, ma ancor meno nessuno osa esprimere
il minimo suggerimento concreto. In realtà, a proposito della scuola una
proposta precisa è stata ed è avanzata di continuo dall'opposizione
politico-sindacale. Alla scuola - ci viene detto - servono più soldi (nel
discorso pubblico italiano, di qualsiasi cosa si tratti, servono sempre o
«ben altro» o «più soldi»). Insomma, la colpa del malfunzionamento della
scuola starebbe nelle poche risorse di cui essa dispone: ciò che almeno
serve politicamente a rendere ancor più deplorevole la recente decisione
del ministro del Tesoro di togliergliene delle altre. Peccato però che pure
in questo caso, per dirla con le parole di uno studioso che non milita
certo nel campo della destra, Carlo Trigilia, sul Sole-24 ore di martedì
scorso, dall'opposizione «non è stata elaborata alcuna proposta di manovra
finanziaria che spiegasse se e come era possibile coniugare rigore
finanziario e scelte concrete diverse da quelle del governo». Dunque
neppure sul come e dove trovare quei benedetti soldi l'opinione pubblica ha
la minima indicazione su cui discutere, su cui fare confronti e alla fine
farsi un'idea. Questo non tenere conto dei fatti, dei dati concreti, questo
continuo scansare la realtà, finiscono così per diventare uno dei
principali alimenti della diffusa ineducazione politica degli italiani. Nel
caso della scuola contribuiscono a far credere a tanti, a tanti insegnanti,
a tanti studenti, di vivere in un Paese governato da ministri sadici,
nemici dell'istruzione, che chissà perché rifiutano di distribuire risorse
che invece ci sono; contribuisce a far credere a tante scuole, a tante
Università, che i problemi possono risolversi con la messa in scena
spettrale - più o meno per il quarantesimo anno consecutivo! -
dell'ennesimo corteo, dell'ennesima «okkupazione».
11.10.08
Buonsenso e
cretinismo - Giovanni
Sartori
Il tema del buonsenso del
quale scrivevo venerdì della settimana scorsa ha stuzzicato parecchi
lettori. Uno mi chiede se una persona intelligente senza buonsenso equivale
a un cretino. Un altro se il buonsenso è l'antidoto contro la stupidità. Un
terzo se la scomparsa del buonsenso comporta l'ascesa inarrestabile del
cretinismo. Infine, il buonsenso è saggezza e, viceversa, la saggezza è
buonsenso? Sono tutte domande belline. L'intelligenza è difficilissima da
definire. La parola viene dal latino intelligere e quindi indica,
etimologicamente, una capacità di capire. Il che, però, non stabilisce
criteri per accertarla. In pratica, in tutti i rami del sapere e anche
della expertise, l'intelligenza viene attribuita o negata dai peers, dagli
esperti e studiosi dello stesso ambito di competenze. Non sarà un grande
criterio (anche nel sapere ci sono fame scroccate e riconoscimenti
ingiustamente negati), ma certo non possiamo accettare il genio che
stabilisce da sé, bontà sua, di essere tale. Qui, però, non interessa
l'intelligenza speculativa che originariamente era l'intelligere del
filosofo, di chi «ama il sapere». Qui interessa l'intelligenza pratica che
si cimenta con il fare e con i fatti. Ed è questa intelligenza «terra
terra» che si avvicina molto a un'intelligenza del buonsenso. Il maggiore
costituzionalista inglese dell'Ottocento, Walter Bagehot, spiegava che il
sistema di governo del suo Paese si fondava sulla «stupidità deferente»
degli inglesi. Forzando quel testo mi azzarderei a dire che una deferential
stupidity è, può essere, una forma di intelligenza pratica. Se sai di non
sapere, se sai di non capire, è intelligente essere deferenti. Invece
assistiamo sempre più a un crescendo di «ignoranza armata», e così di
un'arroganza dell' ignoranza, che rappresenta un perfetto e devastante
cretinismo pratico. Passo così a rispondere ai quesiti iniziali. Sì, a mio
avviso una persona intelligente senza buonsenso si trasforma facilmente in
un cretino, s'intende, un cretino pratico. Sì, il buonsenso può correggere
la stupidità e aiuta a «scretinizzare» i cretini. Sì, la scomparsa del
buonsenso prefigura un mondo sempre più popolato da stupidi la cui
caratteristica, scriveva giocosamente Carlo Cipolla, è di non fare soltanto
il male proprio ma anche il male altrui. E, infine, ancora sì alla quarta
domanda: il buonsenso è tale perché incorpora saggezza, la saggezza che le
società prelitterate trasmettevano sotto forma di proverbi. Nel pezzo di
venerdì i due esempi di insensatezza erano l'Alitalia e il «rigelo » dei
rapporti tra Bush e Putin. Vedi caso, l'indomani cadeva il 40mo
anniversario dell'enciclica Humanae Vitae, e papa Ratzinger ha colto
l'occasione per ribadire il suo drastico No ai contraccettivi. Un No il cui
terrorizzante risvolto è il Sì all'esplosione demografica che ci sta
travolgendo, e con noi il pianeta Terra. Sul punto, e sulla dubbia teologia
che sostiene questo inedito «furore » della chiesa cattolica (e di
nessun'altra) ho scritto più volte. Dirò solo, qui, che considero in ogni
caso quel No un'estrema, colossale violazione di ogni buon senso. Come San
Tommaso, io credo in una ratio confortata fide e diffido dalla fede senza
ratio.
Rai e Consulta
nella partita tra Di Pietro e Veltroni - Francesco
Verderami
Mentre i leader mondiali sono
impegnati nel tentativo di arginare una crisi finanziaria senza precedenti,
sarebbe davvero grottesca l’immagine di un Parlamento bloccato dai
veti incrociati sulle nomine, incapace di raggiungere un accordo su Rai e
Consulta e perciò stremato dalla liturgia di votazioni inconcludenti. I
presidenti di Camera e Senato hanno convocato per martedì i capigruppo, per
evitare di consegnare al Paese la foto di un Parlamento impotente. Ma tutti
sanno che quell’appuntamento potrà solo ratificare un compromesso,
non costruirlo. Fino ad allora proseguiranno i contatti di vertice, che
impegnano cariche istituzionali, rappresentanti di governo e leader di
partito: Renato Schifani, Gianfranco Fini e Gianni Letta,
s’incrociano con Walter Veltroni, Pier Ferdinando Casini e Antonio Di
Pietro, mentre Silvio Berlusconi resta sullo sfondo. Per quanto la stagione
del dialogo sia ormai alle spalle, è inevitabile il tentativo di costruire
un accordo, che sulla Rai peraltro era stato già trovato un mese fa.
C’è un motivo quindi se il premier l’altro ieri ha detto «non
mi faccio prendere in giro»: non ha tollerato che sia saltata
l’intesa sulla tv di Stato siglata dal leader del Pd con il
sottosegretario alla Presidenza del Consiglio. Non si fida più. Non si fida
di Leoluca Orlando, per esempio: «Come può diventare presidente della
commissione di Vigilanza uno che accosta il mio governo a quello
dell’Argentina dei colonnelli?». Non si fida del capo
dell’opposizione e nemmeno degli alleati, perché la riapertura dei
giochi ha scatenato gli appetiti sull’emittente pubblica. Lo stallo è
evidente, ma non è detto che la situazione non si sblocchi. È vero, il Pd
continua a far muro, e chiede che la Vigilanza Rai
vada a un esponente dell’Idv. Giovedì sera, in una breve riunione di
partito, Veltroni ha ribadito questa posizione. E dato che nei giorni
precedenti c’erano stati nel Pd tentativi di smarcarsi da questa
linea, ha avocato a sé la decisione finale. A poche settimane dalle
elezioni in Abruzzo, dove già è ai ferri corti con Di Pietro, non intende
offrire il fianco all’alleato-avversario, non vuole venire accusato
di aver «inciuciato» con il Cavaliere per una poltrona. Epperò un piccolo
passo avanti c’è stato: il Pd non resta schiacciato su Orlando ma è
pronto ad accettare «un esponente dell’Idv». È un segnale. Il rischio
per Veltroni infatti è che la mossa di Casini, l’idea della «rosa» di
candidati, sia il preludio a un blitz in Vigilanza che grazie ai voti del
centrodestra porti alla presidenza della commissione il radicale Marco
Beltrandi o un centrista. Insomma «Walter» vuole tener fede agli accordi
con «Tonino» ma fino a un certo punto: perché è stanco degli attacchi di Di
Pietro, e se la manifestazione di oggi dell’Idv dovesse riproporre
«gli insulti intollerabili» che in passato hanno colpito anche Giorgio
Napolitano, allora il registro cambierebbe. La pressione perché si arrivi
ad un’intesa è forte, il capo dello Stato si adopera da tempo, e
Marco Pannella con il suo sciopero della sete è sostenuto nella protesta da
centinaia di deputati e senatori. Ieri Fini ha dato il suo contributo per
uscire dalle secche, annunciando che se martedì lo stallo proseguisse, le
Camere verrebbero convocate per votare «quotidianamente e a oltranza» sulle
nomine. Se così fosse, però, si bloccherebbe l’attività del
Parlamento. È una questione complicata, su cui peserà anche il ruolo di
Schifani, perché a pagare il conto sarebbe il governo, che non potrebbe far
esaminare i propri provvedimenti dalle Camere. E certo Berlusconi non
accetterebbe di veder scaricata sull’esecutivo ogni responsabilità. Ma
forse c’è un modo perché la situazione si sblocchi. Siccome nel
risiko delle nomine tutto si tiene, è la partita sulla Corte Costituzionale
che potrebbe diventare decisiva. Il Pd riconosce ormai alla maggioranza il
diritto di scegliere una «personalità di area» da far eleggere per
quell’incarico. «Così come noi chiediamo al centrodestra di non porre
veti sulla candidatura di un esponente dell’opposizione alla
Vigilanza Rai - sostiene infatti il veltroniano Giorgio Tonini - così il Pd
non può continuare a tener bloccata l’elezione di un giudice
costituzionale indicato dalla maggioranza». Sui nomi di Gaetano Pecorella,
Donato Bruno e Giorgio Spangher «formalmente però - dice il democratico
Paolo Gentiloni - non abbiamo ricevuto un’indicazione». È su quella
scacchiera, sulla Corte costituzionale, che si giocherà la prima mossa, lì
si concentra la maggior attenzione di Berlusconi. La Consulta avrà tra
breve un ruolo delicato, dovrà valutare la legittimità del «lodo Alfano», e
la sentenza avrà un impatto decisivo sugli assetti politici. Nei suoi
colloqui riservati, il premier si dichiara «fiducioso», spiega che «ci sono
indici positivi in tal senso». Un accordo sul giudice costituzionale
potrebbe sbloccare l’accordo sulla Rai, anticipando l’arrivo
alla Corte di personalità di spicco, come l’avvocato Franco Coppi -
professore alla Sapienza di Roma, penalista famoso per esser stato il
difensore di Giulio Andreotti - che vanta un curriculum assai lusinghiero.
E l’autorevolezza della Consulta è un aspetto che sta molto a cuore
al capo dello Stato.
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12.10.08
Bandiere
- Andrea Fabozzi
In un paese dove la
politica si muove a cerchi concentrici per gli impulsi di un uomo solo, a
che serve un corteo? Anche un corteo grande e partecipato come quello di
ieri a Roma, a che serve? È una scommessa vinta per gli organizzatori,
questo è sicuro. Quella sinistra che fino a ieri aveva solo domande e
adesso, subito, rischia di trovare troppe e troppo facili risposte. Eppure
anche un successo può rappresentare un problema. È stata una bella
manifestazione. Ma certo. Una boccata d'aria. Una testimonianza di
esistenza in vita. Chi è sceso in piazza merita affetto e gratitudine, come
quella che abbiamo sentito per la nostra scassata impresa quotidiana. Erano
la voce di quella parte del paese che è uscita dal parlamento e quel che è
peggio dall'informazione. Un problema per il governo? Chiaro, se il governo
avesse cura di guardare qualche volta da questa parte. Un problema per il
Pd che prima o poi dovrà scegliere le sue alleanze? Anche, se Veltroni non
avesse scelto da tempo altre e più moderate sponde. Un problema, alla fine,
lo è soprattutto per chi avrà voglia di immaginare un seguito di questa
giornata. Perché non resti solo una testimonianza. Aggrappati ognuno alla
sua bandiera, i manifestanti di ieri hanno tanto cantato ma hanno quasi
dimenticato il governo. Di slogan contro le mille e una porcheria
berlusconiana se ne sono sentiti pochi. Strano per una manifestazione
battezzata «L'opposizione è nelle nostre mani». Quello che c'è di movimento
in campo, le scuole, le università, l'impiego pubblico, era diluito sotto
le bandiere di partito - Rifondazione e Comunisti italiani, essenzialmente,
che in questo stesso giorno di ottobre si separarono dieci anni fa. Donne e
uomini in piazza: di sicuro quella parte del paese che ancora resiste al
dominio di Arcore. Eppure ognuno quasi al riparo della sua bandiera, con le
sue storie private di conflitto nella scuola, in ospedale, al supermercato,
in banca, ma senza la capacità di rappresentare una lotta collettiva. Una
opposizione. E questo è un problema per chi li ha chiamati. Non molta
strada è stata fatta. Siamo sempre a metà, tra le rovine del governo Prodi
che non potevamo immaginare fossero così tante e le minacce del governo
Berlusconi che non potrebbero essere più gravi. Dopo la catastrofe
elettorale, la sinistra non è andata avanti né indietro, e ora si concentra
sulle alchimie che dovrebbero servire a superare lo sbarramento alle
elezioni europee. A che serve una manifestazione, allora? Ad affidarci la
convinzione, o la speranza, che una storia non è finita. Che forse non può.
Ma ancora di più a consegnarci una sensazione: mettendo da parte quelle
bandiere la storia non sarebbe più difficile da continuare. Forse più
facile, forse migliore.
Globuli rossi. Sfila
l'orgoglio comunista - Angelo
Mastrandrea
ROMA - Se in politica i
simboli contano qualcosa, essere accolti da centinaia di persone che
cantano Bandiera rossa e da un mare di bandiere dello stesso colore
dell'inno dei comunisti allora forse vuol dire qualcosa. Specie se a
cantare e sventolare è la testa del corteo e non la coda come di solito
accadeva nell'era dei movimenti altermondialisti prima, pacifisti poi. I
tempi sono cambiati, c'è la crisi economica e non il liberismo trionfante,
e all'imbocco di via Cavour in una Roma assolata che sembra principio
d'estate, da un camioncino si sente urlare che «la parola del futuro è
comunismo», punto e basta. Magari fosse così semplice. Gianni Rinaldini a
metà corteo guida lo spezzone operaio della sua Fiom, e avverte: «La crisi
sarà pesantissima ed è già cominciata. Se la Cgil non raccoglie il
disagio sociale, questo rischia di finire altrove ed esplodere anche in
forme pericolose». Che vuol dire atti di razzismo, guerre tra poveri,
conflitti fuori controllo ed egemonizzati dalle destre. Per questa piazza
però il punto è un altro: dimostrare di esistere nonostante la batosta
elettorale e le risse intestine. Accantonato l'Arcobaleno, la coalizione
uscita massacrata dalle urne ma anche le bandiere che avevano monopolizzato
piazze e balconi qualche anno fa, a mettersi in mostra sono i partiti. E lo
fanno in pompa magna: gli organizzatori alla fine parleranno di 300 mila
persone in corteo, la questura dirà 100 mila (in serata però ridimensionerà
curiosamente a 20 mila) e questo vuol dire che sono davvero tanti, molti di
più di quanti se ne aspettavano in una vigilia piena di timori.
Rifondazione è in grandissimo spolvero, nella prima metà del corteo i
ferreriani con il segretario sorridente come mai l'avevamo visto («la
ritirata è finita, vorrei lanciare da qui il coordinamento di tutte le
opposizioni della sinistra, delle forze sociali e politiche»), nella
seconda i vendoliani che distingui solo perché confondono le loro bandiere
con quelle della Sinistra democratica (con striscione grillesco rivolto a
Berlusconi «Riapriamo il dialogo: vaffanculo») e il leader Nichi che
annuncia la nascita dell'associazione politico-culturale «Per la sinistra».
E poi i Giovani comunisti con sound system, comunisti lucani di
Pietrapertosa con la cornamusa, il Pdci di Diliberto (avanti) e di Rizzo
(in coda con striscione su un'altra costituente, «comunista» e opposta a
quella vendoliana) e giù giù fino al Pcl anticapitalista di Ferrando, ai
Carc e a quelli di Falce e martello, minoranza del Prc oggi nella
maggioranza del partito. Si fa vedere anche l'amato-odiato Fausto Bertinotti,
e tra qualche fischio e alcuni applausi spuntano t-shirt bianche con su
scritto «indicibile: sono comunista», e ogni riferimento all'ex presidente
della Camera è puramente voluto. Un giovane racconta che si sta divertendo
ad andare in giro a leggere gli striscioni «che confliggono fra loro», ma
in realtà se non sei un militante in quota all'una o all'altra parte in
causa non te ne accorgi più di tanto. Vero è che mancano all'appello buona
parte dei tanti comitati territoriali che pure hanno costituito l'ossatura
dei partiti della sinistra, le lotte nei territori per un giorno abdicano
alla riaffermazione di un'identità. Con alcune, lodevoli, eccezioni. Gli
ambientalisti che lanciano l'avvio di una campagna sul nucleare (ne parla
Gianni Mattioli, fondatore dei verdi e poi transfuga, dal palco), il
comitato contro la discarica del Formicoso in Alta Irpinia decisi a far
conoscere la bontà della loro lotta, il comitato che si oppone
all'aeroporto senese di Ampugnano, gli scatenati operatori socio-sanitari
napoletani, macchia di bianco in tanto rosso che zigzaga per il corteo
cantando a squarciagola «'O sarracino». E poi Action e i Gap, occupanti di
case e immigrati dietro gli striscioni «L'opposizione si fa non si declama»
e «La crisi? Facciamola pagare a loro». Loro chi? «Banchieri, grandi
imprenditori, palazzinari». Nel frattempo distribuiscono pane e olio a un
euro e fanno affari e proseliti nei quartieri popolari dove il carovita fa
sicuramente più danni del crollo delle borse. Ma, tra tante piccole-grandi
differenze, a unire tutti ci pensa una sola persona: la ministra Gelmini.
Non c'è in piazza il movimento degli studenti né quello degli insegnanti,
ci sono solo mamme docenti e bambini della Iqbal Masih che rappano le
canzoni degli Assalti frontali ed è uno spasso ascoltarli, ma un po'
ovunque spuntano cartelli «no Gelmini». In una ipotetica classifica per un
programma unitario della manifestazione, la scuola primeggia insieme alla
crisi e a un antiberlusconismo che abbraccia anche Confindustria. La pace
rimane sullo sfondo, i diritti civili pure. Anche l'antirazzismo è in
sordina. E, visto quanto sta accadendo in Italia, è forse l'unico vero neo
di una bella giornata in cui rispunta l'orgoglio comunista.
I segretari non si
aspettavano la folla. Ma sul dopo ognuno resta sulle sue
- Matteo Bartocci
ROMA - Stringi stringi la
vera domanda della vigilia era: la sinistra in Italia c'è ancora o no? E la
risposta del lungo serpentone rosso-rosso dell'11 ottobre è stata univoca:
c'è ancora eccome. In decine di migliaia hanno sfilato affermando che di
una vera opposizione a Berlusconi c'è bisogno. E che se anche è scomparso
dal parlamento e privo di copertura mediatica, un cuore a sinistra del Pd
esiste ancora. E se chiamato batte un colpo. In una Roma sontuosamente
estiva la partecipazione alla manifestazione è stata talmente alta che ha
sorpreso perfino gli organizzatori e tanti politici anche navigati. Neanche
Massimo Torelli, uno dei promotori, della sinistra fiorentina, si aspettava
«un corteo così grande». Il che dimostra «che la sinistra può ripartire
solo se smette di chiudersi nelle lotte interne ai partiti e si concentra
sull'opposizione unitaria a Berlusconi». A fine giornata, anche Paolo
Ferrero è raggiante. Con un sorriso a trentadue denti spiega in lungo e in
largo che «partendo dal basso, dal fare, si vede che le cose funzionano e
si va avanti insieme. Se invece ci si divide subito tra comunisti e
socialisti, tra costituente rossa e di sinistra, tra falce e martello e arcobaleno
i partiti si spaccano e non ce n'è per nessuno». E poi la frecciata a
Vendola: «Diciamolo, a Chianciano qualcuno aveva ragione e qualcun'altro
torto». Il segretario di Rifondazione rilancia la proposta di un
coordinamento delle opposizioni di sinistra sui territori, a partire da
cose concrete. Si vedrà. Per ora l'idea non trova molto consenso nell'ex
arcobaleno. La proposta, par di capire, prova a tenere insieme tutto il
caleidoscopio di posizioni. Ma sconta una freddezza generale. «Decideremo
la prossima settimana nel nostro direttivo», risponde Grazia Francescato
dei Verdi. «Mi pare un po' poco, un dialogo tra recinti diversi», dice con
garbo Patrizia Sentinelli, area vendoliana del Prc. Il corteo infatti va
avanti come un treno ma ogni spezzone resta chiuso nel suo vagone. Del Pd
non c'è quasi nessuno. Quasi però perché invece Livia Turco e Vincenzo Vita
(che al Nazareno curano i contatti a sinistra) si fanno vedere volentieri e
sognano «un'unica opposizione al governo Berlusconi». L'ex ministra della
Salute si dice perfino «contenta» di essere in mezzo a tanta gente che
sfila con le bandiere rosse. Colore unico per tante voci, Dai segretari
dell'ex Arcobaleno ai promotori tutti d'accordo con Claudio Grassi
(segreteria Prc) quando ammette che il corteo è andato «al di sopra delle
aspettative, un successo che è anche un segnale importante». Ma le idee sul
domani restano diversissime. Ogni partito, perché era questa la parte più
visibile (bandiere di Prc e Pdci onnipresenti, folta e compatta falange di Sinistra
democratica, gocce in un mare vermiglio i Verdi) ha e resta col suo
progetto e la sua interpretazione della giornata. Claudio Fava (Sd) lo dice
piatto: «Ci sono due progetti diversi, da un lato un'idea identitaria che
riguarda la purezza dei comunisti, dall'altro chi come noi si batte per una
sinistra popolare, democratica e rigorosa». Diagnosi partigiana ma esatta.
In mezzo a tante falci e martelli che sembra la piazza Rossa, Oliviero
Diliberto esulta: «E' la giornata dell'orgoglio comunista. E' questa la
strada che ci indica il nostro popolo». Diametralmente opposta invece
l'analisi di Nichi Vendola, che ha sfilato molto distante dalla testa del
corteo dietro lo striscione «unitario» portato da Sd: «Nella culla di
questa manifestazione - dice il presidente della Puglia a Radiocittàfutura
- nasce l'associazione politica e culturale 'per la sinistra'. È un atto
che dice che il progetto costituente parte, poi naturalmente è difficile
descrivere con formule politicistiche il cammino di una cosa che è appena
in nuce, che sta cominciando a camminare, che si sta prefigurando». Alfonso
Gianni, alfiere del partito della sinistra, è ottimista e cita Mao: «Le
masse sono i veri eroi». Quasi spettatori, seppure in prima fila, i Verdi.
Paolo Cento è chiarissimo: «Manifestare è ottimo ma il punto è come
rappresentare questa piazza». Grazia Francescato, viste le forti divisioni
nel Sole che ride, si tiene invece su un filo. E' più che mai convinta
della scelta di essere qui ma anche il 25 ottobre col Pd, con «gazebi
critici» su cui è sicura «concorderanno anche tanti democratici». Smentisce
però intese elettorali alle europee con Veltroni, che pure ha incontrato
nei giorni scorsi: «Noi manteniamo la nostra identità. Col Pd c'è un
dialogo ma non c'è nessun accordo, perché noi non facciamo le alleanze per
le alleanze».
Fischi e insulti
per il comunismo «indicibile» - Matteo
Bartocci
ROMA - Per Fausto
Bertinotti quella di ieri è stata sicuramente una giornata particolare. Il
corteo romano non gli ha certo lesinato gli applausi ma, ed è una novità,
neanche fischi e contestazioni molto rumorose. E' soprattutto quel
ragionamento sul «comunismo indicibile» - anticipato nei giorni scorsi
dall'ultimo libro di Bruno Vespa - ad aver provocato le ire del popolo che
ieri riempiva le strade di Roma. Rilassato, girocollo blu, Bertinotti
arriva al corteo in perfetto orario. E' uno dei tanti promotori della
manifestazione e quando arriva dietro lo striscione di apertura, sotto i
flash dei fotografi, abbraccia sorridente il segretario di Rifondazione
Paolo Ferrero. Subito dopo, con discrezione, si porta più indietro e inizia
la sua passeggiata anomala. Tante e tanti lo salutano e scattano foto dai
cellulari. Ma il «patatrac» avviene quando si ferma insieme a Sandro Curzi
all'angolo tra via Cavour e via dei Fori imperiali. Ai margini del
serpentone che scorre, in tanti lo vedono e iniziano a polemizzare a mezza
voce. «Vattene nel Pd», dice un signore col fazzoletto rosso al collo. E un
altro, subito dopo, sputa un «socialista!» come un insulto e «guarda quanti
comunisti che ci stanno». Altri due, più giovani: «Basta coi salotti e la
tv infame». Ma il peggio per lui deve ancora arrivare. Passa il camion col
sound system dei giovani comunisti di Roma. Il ragazzo col microfono lo
vede e ferma il corteo. «Guarda, c'è Bertinotti. Quello che dice che il
comunismo è indicibile». Poi chiede a un ragazzo: «Tu quanti anni hai? 16?
Lo capisci cos'è il comunismo? Sì? Allora il comunismo non ha solo una
grande storia ma anche un grande futuro». E dopo una bestemmia parte un
coro di »Bandiera rossa» a squarciagola. In tanti, arrivati proprio a
quell'angolo, lo canteranno forte. Come una sfida. Di fronte alla quale l'ex
presidente della camera prima non reagisce. Ma poi, sotto il crescendo,
sbotta e apostrofa un tizio: «Sei un ignorante». Eppure il suo giudizio
sulla giornata resta sereno. «E' chiaro che in questo deserto drammatico la
vera risposta è la capacità di mobilitazione. Se ci sei batti un colpo. E
da questo punto di vista la risposta della piazza è positiva. Ma non basta,
perché finora siamo testimoni e invece dobbiamo essere protagonisti. Da
domani ci vuole una proposta politica, una piattaforma». Su cui Bertinotti
non dà indicazioni dirette. «L'editoriale di Rossana Rossanda (di ieri,
ndr) indica un percorso. Cominciamo da questa crisi gigantesca del
capitalismo e da un intervento pubblico che non serva solo a salvare il
mercato da se stesso. Discutiamone insieme. Dandoci però atto che alcune
delle tesi di Rossana la sinistra le ha sempre sostenute».
Foto di gruppo
metalmeccanic@ - Sara Farolfi
Post-fordismo, taylorismo
superato, a lungo le sirene del «post ideologico» hanno cantato. Tanto è
cambiato, non vi è dubbio, nel mondo del lavoro. Il ciclo produttivo
frantumatosi, i processi di terziarizzazione che hanno generato catene
infinite di appalti, la redistribuzione della ricchezza dal lavoro al
profitto e alla rendita, la crescita esponenziale, infine, della
disuguaglianza sociale. Ma quello che ci consegna «Metalmeccanic@»,
inchiesta di massa che la
Fiom ha realizzato distribuendo 400 mila questionari in
oltre 4 mila imprese metalmeccaniche, è una fotografia impietosa del mondo
del lavoro, operaio e non solo. La voce di 100 mila lavoratrici e
lavoratori (100 mila sono i questionari compilati, la metà dei quali
compilati da operai e impiegati non iscritti a nessun sindacato) ci dice di
«quanto fordismo c'è nel post fordismo», racconta di «condizioni di lavoro
terribili» e non molto diverse da quelle in cui si lavorava tempo fa. E
pone una domanda di partecipazione, ascolto e visibilità che come un
boomerang interroga il sindacato, ma che sarebbe bene ascoltare per capire
i cambiamenti di una fetta consistente del mondo del lavoro (circa 2
milioni sono i lavoratori metalmeccanici, oltre 5 milioni se si considera
tutto il settore industriale). A loro, «invisibili» a chi ideologicamente
non vuole vedere, diamo la parola. «Working poor». Quello dei
«lavoratori poveri» è ormai fenomeno diffuso anche nel nostro paese. E non
riguarda solo i giovani o i precari ma principalmente i nuclei familiari
con più di due componenti. Il salario mediamente percepito da un
metalmeccanico è pari a 1.246 euro, ma il 30% degli intervistati ha un
reddito compreso tra 900 e 1000 euro al mese, e la grande maggioranza (il
71% dei lavoratori) non supera comunque i 1300 euro mensili. Le condizioni
salariali peggiorano visibilmente per le donne (una donna su tre guadagna
meno di 1000 euro al mese) e per i precari (1078 euro al mese in media, e
non sarà un caso se il 50% dei lavoratori maschi sotto i 35 anni dichiara
di vivere con i genitori), mentre per gli immigrati «la situazione è più
mossa». Considerando le stime ufficiali (Istat) sulla «povertà relativa»,
emerge come il 14% delle famiglie con tre componenti e il 22,5% di quelle
di quattro componenti, sono «sicuramente povere». Colpisce quanta parte del
reddito sia assorbita dalla spesa per la casa: il 42% degli intervistati
paga un mutuo (da 300 a
600 euro al mese, per il 50% di costoro), il 21% vive in affitto (che nella
metà dei casi assorbe il 20-30% del reddito familiare), mentre il 36% ha
una casa di proprietà. Quanto all'orario di lavoro, le tute blu lavorano in
media 40 ore la settimana (più è piccola l'azienda più si lavora), e il 48%
dei lavoratori vorrebbe lavorare di meno. Notturni e lavoro domenicale sono
poco diffusi, mentre il sabato lavorativo riguarda la metà degli
intervistati. Sempre più risicati gli spazi per il «tempo libero», con la
metà dei lavoratori che dichiara di non averne. Chi si rivede, il
taylorismo... Emerge dall'inchiesta un'organizzazione del lavoro
fondamentalmente tayloristica, in cui il 64% di chi ha risposto afferma che
il lavoro comporta movimenti ripetitivi, con durata inferiore al minuto per
quasi la metà degli intervistati. Anche su questo versante agisce la
discriminazione che vede le donne occupate in lavorazioni che comportano
movimenti ripetitivi in misura superiore rispetto agli uomini (e che ha a
che fare con l'essere inquadrate spesso ad un livello inferiore).
«Un'altissima percentuale di lavoratrici e lavoratori vive una condizione
lavorativa non molto diversa da quella dei loro padri». Cosa che la dice
lunga sul grado di innovazione delle imprese metalmeccaniche (e si tenga
anche conto del fatto che l'indagine ha coinvolto per lo più lavoratori
delle imprese medio grandi). Significa cioè che la competitività di una
larga fetta del sistema industriale si è basata sulla compressione di costi
e salari. In questo senso è indicativo anche il dato sulla «formazione» -
«vergognoso», secondo il sociologo Francesco Garibaldo – pressoché inesistente,
a dispetto dei proclami: appena il 17% degli intervistati ha beneficiato di
formazione pagata dall'azienda (12 ore in un anno!). Salute e sicurezza.
Il 21% degli intervistati risponde 'non so' alla domanda: ritieni che
la tua salute sia stata compremessa a causa del lavoro? Una percentuale
elevata «che testimonia l'incertezza a correlare disagio e malessere alla
condizione lavorativa, in particolare nei lavoratori più giovani». La
risposta affermativa riguarda invece il 43% degli operai, il 29% degli
impiegati e il 27% dei tecnici. Effetto di un'organizzazione del lavoro che
di «post» ha ben poco, è la diffusione di patologie che colpiscono gli arti
superiori. Colpisce però la diffusione di altri tipi di disturbi, che
dicono di una condizione di «depressione latente»: affaticamento (diffuso
al 57% per gli operai e al 45% per gli impiegati), debolezza
(rispettivamente 35% e 26%), insonnia (33% e 31%), ansia (43% e 48%) e
irritabilità (49% e 52%). Oltre la metà degli intervistati pensa che non
potrà fare lo stesso lavoro a sessant'anni di età. E alla domanda 'sei
soddisfatto in generale della tua condizione di lavoro', i 'poco
soddisfatto' si attestano alla percentuale del 43,6%.
«Così non va».
Parla l'inchiesta - Sara
Farolfi
ROMA - Se questo è il lavoro,
che ne è del sindacato? L'inchiesta di massa realizzata dalla Fiom - «veri
e propri pezzi di vita», dice la filosofa femminista Bianca Pomeranzi -
interroga la ragione d'essere stessa delle organizzazioni sindacali. C'è
ben poco da girarci attorno: l'autorappresentazione che ci consegna questo
prezioso (e raro) lavoro dice di «un peggioramento della condizione
sociale, redistributiva e del lavoro». La diciamo con lo psichiatra Emilio
Rebecchi: «Una condizione sempre più grave, all'interno di una guerra molto
sanguinosa, in cui le condizioni di lavoro si aggravano progressivamente».
E le prospettive non inducono all'ottimismo: «E' su questo quadro che oggi
precipita una recessione economica pesantissima che non sarà breve», ha
aperto il dibattito, due giorni fa dopo la presentazione del volume
dell'inchiesta, Gabriele Polo. Dibattito animato, domande scomode. «E'
l'oggettiva faziosità della cultura del lavoro - dice Umberto Romagnoli,
docente di diritto del lavoro, citando Vittorio Foa - che ha portato a
concentrare le tutele solo nel lavoro dipendente: quando il sindacato
capirà questo, avrà un ritorno di quella credibilità oggi usurata». Primo
punto. Ma oggi il compito del sindacato «è enormemente più difficile». Non
basta essere «un'insostituibile forma di rappresentanza sociale», ancora
Romagnoli. Il compito del sindacato oggi è più difficile perchè «manca la
rappresentazione politica - omologa a quella del sindacato - del lavoro». Non
solo. «Le cose sono più difficili perchè il capitale è diventato globale,
il lavoro è rimasto locale», osserva Pierre Carniti, ex segretario generale
della Fim Cisl. Un'asimmetria da ricomporre, «almeno con l'obiettivo di una
dimensione europea dell'iniziativa sindacale», converge Gianni Rinaldini,
segretario generale Fiom. Non è vero che non c'è più il lavoro ripetitivo,
non è scomparso il taylorismo, «secondo me anche negli altri settori, e
penso a supermercati, call center e anche determinati settori del pubblico
impiego», dice Rinaldini. «Il lavoro che spossessa il lavoratore
sopravvive, nessuna tecnologia di per sélo ha cambiato», osserva Antonio
Lettieri, ex dirigente Fiom. Se è vero, com'è vero, che l'inchiesta Fiom
apre spazi di manovra, allora bisogna «rimettere al centro la
contrattazione sull'organizzazione del lavoro, a partire dal ripensamento
della rappresentanza sindacale, le Rsu, che oggi non sono in grado di
contrattare nulla», conclude Rinaldini. E porsi l'obiettivo «di una
riunificazione del ciclo produttivo», a tal punto frantumato che oggi in
uno stabilimento operano lavoratori con 4-5 contratti diversi. Cosa centra
questa situazione con la discussione sul modello contrattuale? Discussione
«estetica, tanto è vero che si parla di modelli», è la risposta corrosiva
di Pierre Carniti. Che porta il dibattito sull'«altra faccia della
medaglia», la questione redistributiva. Prendiamo la crisi globale, al cui
fondo, secondo Carniti, sta un enorme problema redistributivo: «Statalismo
per i ricchi e liberismo per i poveri, questa è la ricetta proposta». Negli
ultimi dieci anni - e questo lo dicono tutti gli studi ufficiali - la quota
di reddito destinata al lavoro è diminuita, mentre è aumentata quella di
profitti e rendite. Allora, si può capire il punto di vista di
Confindustria «che mira a proceduralizzare il conflitto», ma il sindacato,
«quale problema vuole risolvere, considerando che il 47% delle imprese ha
meno di tre dipendenti e lì dunque le organizzazioni sindacali neppure
esistono?». Poi certo, «se non si sa cosa fare si possono anche fare
accordi, ma se il problema è quello di mettere in causa la redistribuzione
del reddito, allora un accordo, se va bene è irrilevante, se va male è
peggiorativo».
11.10.08
La sinistra torna
in pista. E mette in gioco il futuro - Giacomo
Sette
Battere un colpo. Per
dimostrare che esiste ancora una sinistra politica e sociale nel paese. Con
la consapevolezza che la manifestazione d'oggi è solo l'inizio di un
percorso. Più lungo e articolato. «Speriamo di cavarcela», scherza Massimo
Torelli, dell'associazione fiorentina «Per la sinistra unita e plurale» e
uno dei 220 firmatari dell'appello promotore del corteo che sfilerà per le
vie del centro di Roma (partenza alle ore 14 a Piazza della
Repubblica per concludersi a Bocca della Verità). «Per un'altra politica,
per un'altra Italia. L'opposizione è nelle nostre mani» è lo striscione
d'apertura. Sorretto, a giro, dai 220 firmatari dell'appello e dai quattro
segretari di Prc, Pdci, Sd e Verdi. Partiti uniti in piazza, oggi. E che,
salvo aperture dell'ultima ora di Walter Veltroni, non si divideranno
nemmeno il 25, il giorno della manifestazione «democratica». «Quella sarà
una piazza dell'orgoglio Pd, quindi non ci interessa», dicono. Il loro
sforzo è tutto concentrato sul loro corteo. Per evitare un flop. Che
sancirebbe il colpo mortale della sinistra politica. Sono previsti, fuori
dal Lazio, gli arrivi di 410 pullman e 2 treni speciali, uno da Milano
l'altro da Torino. Poi si spera nella mobilitazione romana. Si sparano le
cifre: 40-50 mila pare un obiettivo possibile da raggiungere. Ma se i
partiti stanno facendo lo sforzo organizzativo maggiore, ad aprire la
manifestazione non saranno loro ma sacche di «resistenza» alle politiche di
Berlusconi. La sinistra diffusa. Le realtà di «movimento»: spezzoni di scuola
- composto da tutti i soggetti in agitazione in questi giorni (docenti,
coordinamento genitori e studenti) -, immigrati (presente una delegazione
di Castelvolturno), carovita (coi Gap, i Gruppi d'acquisto popolare) e
comitati ambientalisti e territoriali. «L'opposizione deve rinascere dalla
società civile», afferma Torelli che non risparmia un stoccatina ai partiti
dell'ex-Arcobaleno: «La fase congressuale è stata caratterizzata dalla loro
totale assenza nella politica». Quelli sembrano altri tempi, perché la
voglia di rimboccarsi le maniche ora è tanta: «Bisogna ripartire dal
sociale, è giusto che i partiti stiano in coda», fanno sapere Prc, Pdci,
Verdi e Sd. Le politiche della destra spaventano. Ma non sarà una piazza
semplicemente antiberlusconiana, in salsa girontondina. «Manifestiamo anche
contro la
Confindustria», a differenza del Pd. Intanto Pietro
Ingrao dà la sua benedizione al corteo, presentandolo come il possibile
inizio della «riscossa» dell'area anticapitalista: «È importante, anzi
necessario ripetere il successo del 20 ottobre 2007». Proprio dalle forze
che fecero la differenza quel giorno si spera di ripartire. Come il mondo
del lavoro. La Cgil
(rappresentata soprattutto da Fiom, Lavoro e Società e Rete 28 aprile) quel
20 ottobre portò molta gente in piazza. Gli organizzatori confidano di
nuovo nel loro sforzo organizzativo. Anche perché i temi del carovita,
della precarietà, delle pensioni e della difesa del contratto nazionale
sono centrali nella piattaforma del corteo. Di sicuro comunque sfileranno
uno spezzone dei lavoratori dell'Alitalia (Sdl) e uno capeggiato da Gianni
Rinaldini (Fiom) e Nicola Nicolosi (Lavoro e Società). Si spera anche in
una delegazione dei sindacati di base, pronti a rimangiarsi le accuse di
«politicismo» sulla piazza di oggi dopo aver apprezzato l'adesione del Prc
e Pdci al loro sciopero generale del 17 ottobre. Poi c'è il referendum
contro il lodo Alfano. Tema, quello della giustizia, non inserito
nell'appello promotore ma che comunque caratterizza la piazza. Banchetti
per firmare sono allestiti alla partenza e all'arrivo del corteo e gestiti
dai partiti. «La questione giustizia va oltre l'attacco a chi vuol
difendere la casta», spiega l'ex Arcobaleno sottolineando le differenze con
Antonio Di Pietro, oggi anche lui a manifestare (appunto contro il lodo
Alfano) a Piazza Navona. Con Tonino è rapporto di amore e odio. Se infatti
imperversa la guerra dei numeri (la sinistra spera d'essere almeno il
doppio), dall'altra, soprattutto il Pdci, insiste nel rapportarsi con l'ex
pm. Tanto che è possibile che Di Pietro venga a fare un «saluto» alla Bocca
della Verità e che il segretario del Prc, Ferrero, contraccambi a Piazza
Navona. Ma questi sono nodi secondari, oggi si gioca una partita più
grossa: il destino della sinistra italiana.
«Questo è solo
l'inizio». Gli studenti fanno il pieno - Andrea
Gangemi
ROMA - «Siamo in
trecentomila, ora se hai coraggio fai un referendum». L'Unione degli
studenti esulta per il successo dei novanta cortei di ieri (ma c'è chi
azzarda a stimare mezzo milione di persone) e sfida il ministro
dell'Istruzione, Mariastella Gelmini, a verificare cosa gli studenti
pensino realmente della riforma della scuola. È una delle richieste della
delegazione studentesca (oltre all'Uds, anche la Rete degli studenti e
l'Unione degli universitari) ai funzionari del Ministero che li hanno
ricevuti al termine della manifestazione romana. «Ma non ci hanno risposto,
lo faremo da soli sul nostro sito entro novembre», dicono i rappresentanti
che insistono per la convocazione del Forum delle associazioni studentesche
da parte del ministro, oggi assente da viale Trastevere, per discutere la
loro piattaforma. Fuori, un mare di ragazzi applaude agli interventi che si
alternano a microfono aperto, e sul muro laterale del palazzo uno
striscione recita: «Un decreto-cazzata, un'istruzione mutilata». «Con
l'abbassamento dell'obbligo scolastico a 14 anni - dice Roberto Iovino,
coordinatore nazionale Uds - gli studenti sono contesi tra il paradiso e
l'inferno, tra la possibilità di studiare per essere liberi, o
prematuramente diventare precarie pedine del mercato del lavoro. Per non
parlare dei prossimi disegni di legge - aggiunge - che parlano di scuole e
università-fondazioni». Non mancano i simboli funebri che tanto hanno
scosso la sensibilità del governo all'apertura dell'anno scolastico: bare
alla testa dei cortei milanese e fiorentino, necrologi per la «morte
dell'istruzione», e a Napoli veli neri sui volti e un tappeto di libri a
formare un «cimitero delle conoscenze» a piazza Plebiscito. Ma a farla da
padrona è l'energia. «Quarantamila studenti, altrettanti a Napoli e
Torino», dichiarano gli organizzatori, che annunciano una serie di
assemblee nelle scuole e nelle università per la settimana prossima,
l'adesione allo sciopero del personale scolastico indetto dai sindacati per
il 30 ottobre e «una giornata internazionale di mobilitazione studentesca
lanciata dal social forum per il 17 novembre, quando potrebbe scattare
l'autogestione in molti istituti». La Confederazione
degli studenti darà invece il via, lunedì, a una petizione per chiedere le
dimissioni della ministra. Anche all'università stanno per saltare molti
coperchi: a Firenze il consiglio di facoltà di Scienze matematiche fisiche
e naturali ha approvato giovedì sera un documento in cui invita i docenti a
sospendere la didattica fino al 31 ottobre; stessa misura che i ricercatori
precari dell'ateneo di Pisa, dove resta occupato il polo didattico
«Carmignani», attueranno per una settimana a partire dal 13 ottobre,
astenendosi anche da sessioni d'esame, correzione di tesi di laurea e
ricevimenti. Anche i ricercatori della Federico II di Napoli e alcuni
docenti delle facoltà di Scienze e di Psicologia della Sapienza di Roma si
dichiarano pronti a raccogliere la mobilitazione, e in entrambi gli atenei
si prospetta l'ipotesi del blocco dell'anno accademico. Il mondo dei più
piccini, nel frattempo, non resta a guardare. A Venezia il corteo degli
studenti medi della mattina viene prolungato, nel pomeriggio, da una
fiaccolata di genitori e insegnanti contro il maestro unico. Il
coordinamento dei comitati romani «Non rubateci il futuro» annuncia invece
nuove iniziative: migliaia di lenzuoli con scritto «Giù le mani dalla
scuola pubblica», da appendere alle finestre di case e istituti. E anche
cortei e notti bianche, in programma mercoledì prossimo, e una
manifestazione cittadina per metà novembre «contro queste modalità che
azzerano qualsiasi confronto con chi la scuola la vive ogni giorno, non
solo insegnanti ma anche e soprattutto genitori». La nascita di un
«Comitato nazionale insegnanti e genitori vittime della Gelmini» è stata
annunciata invece da Francesco Tanasi, segretario nazionale del Codacons e
promotore del movimento «Salvare la scuola italiana». «Contro il decreto,
che nei prossimi giorni diventerà legge - ha detto - andremo in giudizio
sollevando la questione di legittimità costituzionale». E venerdì prossimo
lo sciopero generale dei Cobas.
Domande alle
sinistre - Rossana Rossanda
Non credo che una
sinistra possa dirsi esistente se di fronte alla più grossa crisi del
capitalismo dal 1929 non sa che cosa proporre. Questi erano i lumi che la
cittadina sprovveduta chiedeva di avere dai leader delle sinistre e
dell'opposizione e dagli amici economisti, ma non ne ha avuti. Stando così
le cose, mi azzardo ad avanzare alcune osservazioni e proposte elementari
che, se sono infondate, spero vengano vigorosamente contraddette. Prima
osservazione. Perché le sinistre non si chiedono la ragione per cui non
solo le destre thatcheriana e reaganiana ma anch'esse si sono e restano
persuase che non c'è altra via economica da percorrere che non sia la
privatizzazione (spesso liquidazione) di tutti i beni pubblici e di gran
parte dei servizi, quelli di interesse sociale inclusi? E perché era giusto
incitarli alla concorrenza dentro e fuori i confini nazionali ed europei?
La destra ha detto che i privati li avrebbero gestiti meglio e che le
tariffe si sarebbero abbassate, ma questo non è successo affatto e in
nessun luogo. Seconda osservazione. Perché le sinistre hanno accettato,
talvolta mollemente opponendosi, la detassazione delle imprese, delle
successioni e delle grandi fortune, togliendo entrate allo stato, nella
previsione che i capitali, rimpinguati, sarebbero stati investiti nella
produzione? Non è stato affatto così, la produzione non è mai stata così
bassa, fino all'orlo - per esempio in Francia - della recessione. Terza
osservazione. Perché le sinistre, che fino a ieri rappresentano il lavoro dipendente,
hanno accettato che per facilitare la crescita si dovessero abbassare,
rispetto al passato, i salari mentre lo Stato doveva restringere nella
spesa sociale quel tanto che c'era di salario indiretto (vedi, in Italia,
finanziaria e protocollo sul welfare dell'anno scorso)? Con l'ovvia
conseguenza di una caduta generale del potere di acquisto in tutti i ceti
dipendenti? Stando così le cose non occorrono grandi discussioni
filosofiche sulla crisi della politica. Quarta osservazione. Non so se
dovunque, ma è certo che in Italia questa strada ha condotto non solo a una
produzione bassa ma non puntata sull'innovazione di prodotto, bensì al
basso costo del lavoro, in questo dando la testa al muro, o cercando le
condizioni per delocalizzare, perché sia nell'Est del nostro continente sia
fuori di esso i salari sono ancora più bassi che da noi. Quinta
osservazione. Perché le sinistre e le loro stesse teste d'uovo non si sono
accorte che i capitali, invece che in produzione se ne andavano sia in modo
legale sia in modo fraudolento, nella speculazione finanziaria, dandosi a
tali demenze che stanno sbaraccando l'intero sistema? Ultima osservazione.
Perché le sinistre non sanno dire altro, a mezza bocca o con grandi
sorrisi, che i buchi formati dalle banche, dalle assicurazioni e dagli
hedge fund, mandati a picco per demenza dei loro dirigenti, vengano sanati
col denaro pubblico, cioè quello dei contribuenti, senza chiedere nessuna
proprietà pubblica effettiva in cambio? Suppongo la risposta: non si può
reimmaginare un intervento pubblico perché si sa che lo stato gestisce
malissimo. Già. Perché, il privato gestisce bene? Nell'epoca dei «trenta
gloriosi», cioè della partecipazione pubblica e statale, nessuno di questi
immensi guasti si è verificato. Dunque in nome di che cosa, che non sia il
pregiudizio, non viene oggi riproposta una politica di intervento pubblico?
Certo esso implica darsi non solo una linea economica ma un metodo di
gestione pubblica pulito, fatto di diritti chiari invece che ottativi.
Perché è vero che questo è mancato dando luogo a quelli che sono stati
chiamati boiardi di stato e a clientelismi di vario tipo. Un intervento
pubblico non sarebbe il socialismo, come qualche ignorantissimo afferma, ma
darebbe luogo a una forma di contrattazione partecipata fra cittadini e
istituzioni assai diversa dall'attuale riduzione della democrazia a fiera
quinquennale del voto. Chi ci impedisce di metterci a ripensarlo? Nessuno.
Chi lo propone? Nessuno. Salvo qualche isolato pensatore americano come
Krugman con la riproposizione di un new deal. Chi dirige la musica in
Italia è ancora Berlusconi, con la sua speranza che la «scarsa»
modernizzazione delle banche italiane ci salvi dal terremoto. Con maggior
ragione si può obiettare che una politica di intervento pubblico non si fa
da soli, tantomeno in tempi di globalizzazione e dopo che lo stato
nazionale si è consegnato mani e piedi alla Costituzione europea che, sotto
il profilo politico, è flebile, come si è visto nel caso dei rom e, sotto
quello economico, è superliberista. Da parte mia, obietto che lo spazio
europeo può essere invece una carta da giocare, per la sua dimensione e la
sua moneta unica; vi si potrebbero mettere in atto i processi
macroeconomici che oggi un intervento pubblico comporterebbe. Che cosa impedisce
che una sinistra possa e debba muoversi su questo terreno su scala
continentale? Non penso che mancherebbero le resistenze, e potenti. Ma
questo è il momento per aprire il conflitto con qualche possibilità di
vincere. I lavoratori europei non sarebbero con noi, invece che darsi alla
disperazione o consegnarsi alla Lega o al primo Haider che passa perché gli
salvi protezionisticamente l'azienda? La verità è che si tratta di una
scelta non «economica», ma «politica». Ecco quanto. Naturalmente sono pronta
a riflettere su tutte le critiche demolitrici che mi si vorranno inviare.
Diliberto: noi
insieme al Prc. I vendoliani: mai - Micaela
Bongi
La proposta di nuova
legge elettorale per le europee è un «abominio». Uno «scandalo europee». Le
liste bloccate sono «uno scippo» ai danni dei cittadini. Ma comunque il
segretario del Pdci Oliviero Diliberto non si mostra preoccupato dal
rischio di non superare la soglia di sbarramento, fissata nel testo base
adottato dalla commissione affari costituzionali della camera al 5 per
cento: «Non credo sia un deterrente per noi. Sono convinto che faremo una
lista con Rifondazione comunista e che ci sia lo spazio per superare
ampiamente la soglia. Io farei la lista comune anche se non ci fosse lo
sbarramento». E a via del Policlinico suona l'allarme: i vendoliani di
Rifondazione comunista entrano in agitazione ed è l'ex capogruppo alla
camera Gennaro Migliore a chiedere la smentita alla segreteria del partito:
«Non so su quali basi il segretario del Pdci fondi la sua affermazione», ma
Rifondazione per la
Sinistra «esclude qualsiasi possibilità di unità dei
comunisti per le prossime elezioni europee». Il segretario del Prc, Paolo
Ferrero, al momento invece non esclude la possibilità di una lista col
Pdci, perché non vuole parlare ora di alleanze: se passerà la legge, si
discuterà «di come andare alle europee, ma oggi è il tempo di fare una
lotta tutti insieme per bloccare questa legge che è un vero e proprio colpo
di stato». Dalla segreteria si leva però, meno pacata, anche la voce di
Claudio Grassi. Smentita? Giammai. «Le dichiarazioni di Diliberto
rappresentano il suo partito, non vedo perché dovremmo smentirle noi». Ma
comunque, «non capisco il diktat. Forse è nobile costruire un nuovo
soggetto della sinistra con Mussi e Occhetto, quelli che hanno liquidato il
Pci? E Migliore non ha tenacemente sponsorizzato la Sinistra arcobaleno
dove c'erano a pieno titolo anche i Comunisti italiani? Va bene la
polemica, ma forse qualche volta prima di farla è meglio contare fino a
10». All'attacco di Migliore anche il Pdci, con Alessandro Pignatiello:
«Dopo aver contribuito a distruggere la sinistra con la sciagurata
operazione dell'Arcobaleno, ora Migliore vuole distruggere anche i
comunisti? Ma con la legge elettorale che verrà approvata, dove vuole
andare Migliore?». Ma insomma, la smentita richiesta non arriva. Anche
perchè l'ipotesi di intesa con il Pdci è effettivamente in campo. Se dalla
parte di Rifondazione si immagina però che il partito, come da mandato
congressuale, si presenterà col suo simbolo candidando esponenti dei
comunisti italiani, dal Pdci rimandano al momento opportuno le trattative
su come presentarsi, ribadendo che comunque l'accordo si dovrà fare, perché
la legge lo imporrà. E i vendoliani a quel punto dovranno prendere una
decisione. Per il momento, se il Pd sta attirando nelle sue liste Verdi e
socialisti, resiste la
Sinistra democratica di Claudio Fava che punta a andare
comunque con una lista per trattare col Pd sulle prossime politiche.
Oltre il panico,
verso l'abisso - Francesco
Piccioni
Il paziente non reagisce.
Iniezioni quotidiane di liquidità da parte delle banche centrali, garanzia
dei depositi dei cittadini, riduzione concertata e globale dei tassi di
interesse, pacchetti multimiliardari di aiuti alla banche in difficoltà,
nazionalizzazioni vere e proprie, discorsi dei leader politici che
vorrebbero essere rassicuranti... Niente distoglie gli operatori dal
perseguire l'unico obiettivo che hanno in testa: vendere, vendere, vendere.
A beneficiarne erano le aste dei Bot, in Italia (aumentate di due
miliardi), nonostante il calo verticale dei rendimenti. I tentativi di
rianimazione sono massicci, ma anche disordinati, differenti per portata e
filosofia di fondo, privi del respiro strategico di un'azione di governo
unitaria. Del resto un «governo» del mondo non c'è. Quella «libertà
individuale» (anche a livello degli stati) che in periodi di espansione
sembra la cura migliore per accrescere ricchezza e benessere, nei momenti
di crisi acuta appare un limite insuperabile, perché coincide con
l'impotenza, l'inefficacia dell'azione (sempre infima di fronte alla
dimensione del problema). Il malato, insomma, vede che i medici si
affannano e propongono ricette differenti; e perde la fiducia nella loro
azione. Le reazioni ad ogni nuova misura sono sempre più flebili, di breve
durata; quasi un'indiretta conferma della gravità irrecuperabile della
situazione. Persino monsignor Paolo Tarchi, moderatissimo direttore
dell'ufficio del lavoro della Cei, è stato costretto a constatare che
«questo modello di sviluppo è arrivato al capolinea». Angel Gurria,
direttore generale dell'Ocse, vede con chiarezza che «la paralisi si sta
diffondendo all'economia reale». Sarà un caso, ma l'associazione dei medici
di famiglia ha reso noto l'aumento esponenziale di casi di tachicardia,
insonnia e malattie psicosomatiche. Il disastro, se riguardasse solo le
borse, potrebbe essere accolto quasi con allegria, come la giusta punizione
per gli speculatori. Ma trascinerà a fondo la produzione materiale - quella
che ci dà da mangiare, vestire, riparo e calore - e colpirà soprattutto chi
una borsa non l'ha mai neppure vista. E, non potranno probabilmente capirlo
i cultori del genere, persino quella «immateriale». Per il mercato
finanziario quella di ieri è stata in generale la chiusura della peggiore
settimana di sempre. Aveva aperto le danze l'incredibile crollo di Wall
Street nell'ultima mezz'ora di giovedì: un -7,5% del Dow Jones che dava la
certezza che alcuni argini si erano frantumati. Le piazze asiatiche avevano
compreso l'antifona fin troppo bene. Tokyo perdeva quasi il 10%, Bombay
oltre il 7 (con fuga degli investitori stranieri, obbligati a «ricoprire»
posizioni difficili in casa propria). Hong Kong anche. L'Europa apriva nel
panico. Anzi, qualche sito specializzato scriveva subito «oltre il panico».
Decenni di ideologia tecnocratica e neoliberista ci hanno lasciato in
eredità uno strato di broker incapaci di recepire, elaborare, reagire
razionalmente a notizie negative. Incapaci, cioè, di non comportarsi come
un branco di pecore sotto l'attacco dei lupi. La borsa di Vienna chiudeva
le contrattazioni già nelle prime ore per «eccesso di ribasso»; così come
aveva fatto quella di Mosca un'ora prima. Stoccolma e Bucarest ammettevano
soltanto il «fast market» (una forma limitata di scambio). La situazione si
aggravava quando anche a Wall Street si faceva di nuovo giorno. Un'apertura
agghiacciante, con il Dow Jones che scivolava sotto dell'8% in altrettanti
minuti, provocava un infarto europeo: Francoforte e Parigi superavano l'11%
di perdite. Londra era in agonia. L'attesa per il discorso di Bush
distraeva per qualche decina di minuti i «ribassisti» (esistono gli
speculatori al ribasso, non soltanto quelli che puntano al rialzo dei
prezzi); per un minuto - ma nessuno ci può giurare - il Dow Jones è stato
dato addirittura positivo. Poi l'altalena cui New York sta abituando il
mondo prendeva con decisione l'ascensore per l'inferno. Il -8% veniva
superato abbondantemente, in un alternarsi di umori neri e disperate
speranze che portavano gli indici vicini al -3%. La recessione incipiente
tocca però da subito l'economia reale. A farne le spese in modo
spettacolare è stato soprattutto il petrolio, tornato rapidamente - dopo
oltre un anno - sotto gli 80 dollari al barile. Stessa sorte per altre
commodities (materie prime), le cui quotazioni scendevano con percentuali a
due cifre. Si moltiplicavano perciò gli appelli reciproci, tra i leader dei
principali paesi, a definire azioni comuni; o quantomeno a vedersi per
capirsi meglio. Lo spagnolo Zapatero ha chiesto al presidente francese
Sarkozy di convocare un vertice dell'Eurogruppo per domenica; Gordon Brown,
primo ministro britannico, suggerisce ai governi europei di copiare la
ricetta da lui applicata: nazionalizzare le banche in difficoltà,
acquistare i «titoli tossici» per disincagliare il credit crunch. I dato
macro provenienti dagli Usa non erano però buoni. Nonostante i prezzi delle
importazioni siano calati a settembre del 3% (soprattutto a causa del calo
delle quotazioni del greggio), il deficit della bilancia commerciale è
rimasto spaventosamente alto: 59,14 miliardi di dollari. Gli americani
continuano insomma a consumare a debito, come nulla fosse. Non risollevava
il morale General Motors, al minimo dai tempi della guerra di Corea (ma
allora il dollaro valeva molto di più); che però smentiva di voler chiedere
la «protezione contro i creditori» (ovvero l'amministrazione controllata).
Le ultime banche di investimento esistenti (Morgan Stanley e Goldman Sachs)
subivano l'onta estrema: la prima perdeva anche il 40%, visto che Moody's
annunciava di volerle togliere il rating, la seconda intorno al 20. Carta
straccia, insomma. Il discorso di Bush non ha ancora una volta mutato il
quadro. Quel suo ripetere «l'economia è sana», «reagiremo con forza»,
«state tranquilli» provocava la reazione contraria. E non c'è nulla di
peggio di un medico notoriamente incapace. A un'ora dalla chiusura il Dow
Jones perdeva il 5% (siglando così la peggior settimana di sempre di Wall
Street), così come il Nasdaq. Le residue speranze «politiche» si andavano
perciò concentrando sulla riunione del G7, iniziata ieri sera e che durerà
probabilmente tutta la giornata di oggi. Tra le misure ipotizzate anche la
chiusura temporanea delle borse mondiali. Ma se da questa riunione non
dovesse uscire «un coniglio dal cilindro», la riapertura potrebbe essere un
ictus.
«La guerra deve
finire, inutile salvare Wall Street» - Andrea
Rocco
Lo scorso marzo il
manifesto aveva intervistato Robert Manning, professore e direttore del
Center for Consumer Financial al Rochester Institute of Technology e
probabilmente il massimo esperto di debito dei consumatori e di carte di
credito negli Stati Uniti. Manning ha scritto un libro di grande successo,
Credit Card Nation (Basic Books, 2000), e più recentemente Living with Debt
(2005). Sei mesi fa Manning ci aveva detto: «Il peggio della crisi dovrebbe
arrivare tra settembre e ottobre, nei mesi cruciali di campagna elettorale,
alimentata anche dalle prime serie perdite di impiego. Nei prossimi mesi la
crisi economica si manifesterà in modo molto tangibile». Il peggio, forse,
è arrivato e Bob Manning ne aveva previsto la tempistica con una precisione
quasi inquietante. Abbiamo parlato di nuovo con il professor Manning (era
il giorno del primo «grande crollo» delle Borse europee) per capire quello
che ci può riservare il futuro. Le previsioni che lei ha fatto 6 mesi fa
erano così accurate da fare quasi paura. Su che cosa erano basate? Quello
che era chiaro già allora era che la Casa Bianca stava cercando disperatamente di
passare la crisi all'amministrazione successiva. Ma guardando semplicemente
ai dati di allora, il tasso di affordability (la percentuale di americani che
potevano permettersi di comprare una casa di valore medio), l'aumento dei
fallimenti, il gigantesco aumento dell'indebitamento del consumatore e la
drastica riduzione dei valori immobiliari, era chiaro che stava per
arrivare una grave crisi di liquidità non più tardi dell'autunno. La
questione che avevo posto già allora era sul ruolo che avrebbero giocato
gli investitori finanziari stranieri nella crisi e nella recessione. La mia
tesi era che questa è la prima crisi nella storia americana in cui il ruolo
degli operatori stranieri peggiorerà la situazione, invece di alleviare la
crisi parcheggiando i loro fondi qui. Questo è dovuto al fatto che
l'enormità della crisi impedisce ai cosiddetti «fondi sovrani» di investire
a lungo termine soldi negli Usa. Sul fronte immobiliare osservavo i momenti
strategici nel percorso dello scoppio della «bolla immobiliare». Lo si
poteva capire dal tipo di mutui accesi, dalla maturazione degli stessi. E
date le debolezze già presenti nel sistema creditizio la situazione doveva
per forza diventare non più sostenibile. Anche perché la guerra in Iraq non
è stata conclusa e il deficit della bilancia commerciale continua a
crescere. Sembra sempre più evidente che i guai finanziari stiano
trasferendosi rapidamente sull'economia reale e che i consumatori, che
avevano sostenuto la crescita americana, stiano battendo in ritirata. La
cosiddetta ritirata dei consumatori è diversa nel caso di quelli che
potrebbero comprare e che decidono di non farlo e quelli che vogliono, ma
non possono perché non riescono più a ottenere credito. Ad esempio, sono
convinto che l'intera industria automobilistica americana dovrà essere
salvata da un intervento pubblico perché non ha più accesso a denaro da
prestare alla gente per acquistare l'auto. Quindi ci sarebbe domanda, ma
non c'è credito. È quello che abbiamo visto nei giorni scorsi, con un
aumento stratosferico dei tassi di interesse sul credito a breve. Ci si
accorge di essere entrati in una situazione senza precedenti se ti viene
applicato un tasso del 10% per prestiti a 3 mesi. Che influenza avrà
tutto questo sulla campagna elettorale e sul voto? Al momento sembra che
sia decisamente Obama a beneficiarne... Chiaramente a beneficiarne sarà
Obama, anche perché è l'unico candidato che è stato in grado di articolare
un programma di politica economica specifico e dettagliato e perché ha
capito la cosa fondamentale che sta sotto a questa crisi. Che la
globalizzazione nel breve termine ha portato agli americani grandi benefici
in termini di aumento degli scambi e minori costi dei prodotti. Quello che
non si capiva era che ciò era dovuto essenzialmente allo spostamento
all'estero dei posti di lavoro e all'abbassamento dei salari. L'esplosione
dell'immobiliare e il credito facile sono stati due modi per tranquillizzare
i lavoratori e la middle class e per farli aderire al programma di lungo
termine del «regime liberista». Quello che succede ora è che la
globalizzazione che penalizza così pesantemente lavoratori e middle class
appare nuda davanti ai loro occhi e loro stessi non vogliono ammettere
quanto siano stati male informati e indotti a credere che la
globalizzazione li avrebbe avvantaggiati. Quando ci si poteva permettere, a
credito, una casa, una nuova macchina e una vacanza a Parigi si era
costretti a credere nei successi della globalizzazione. Ora iniziano a
rendersi conto che era una montatura di Wall Street per spillargli fino
all'ultimo dollaro del loro patrimonio. Ma non sanno più dove girarsi
perché la casa era la loro ultima riserva per i casi di emergenza. Quali
risposte dovrà dare la nuova amministrazione? Prima di tutto, la guerra
deve finire. L'amministrazione Obama lo avrà molto chiaro: non ci sono le
risorse per continuare la guerra. Poi, l'unico modo per affrontare la massa
enorme di titoli di debito derivanti dalla insolvenza dei consumatori è
quello nel lungo periodo di limitarne drasticamente la diffusione, mentre
nel breve si devono assicurarli più che acquistarli. Ma credo che ci
vorranno comunque almeno 2 o 3 anni per stabilizzare il sistema. Come ci
si può arrivare? Sto sviluppando un piano di salvataggio indirizzato
soprattutto ai lavoratori e alla middle class. Per analogia con la
moratoria del debito per il terzo mondo che è stata cruciale per dar
fiducia agli investitori e per sollevare le condizioni di vita delle
popolazioni, è chiaro che gli americani non saranno mai in grado di
ripagare completamente i loro debiti. Primo, perché erano basati su
valutazioni irrealistiche dei valori immobiliari, secondo, perché se devono
ripagare i debiti non potranno comprare altro e la recessione si
aggraverebbe. È inutile salvare Wall Street se il problema è l'impossibilità
di working e middle class di ripagare i suoi debiti.
Coloni, la terra
in pugno. Nel mirino contadini e pacifisti
– M. Giorgio
EFRAT - Efrat è lo
specchio della libertà di cui ha goduto, a livello internazionale, la
politica di colonizzazione portata avanti da tutti i governi israeliani, di
ogni colore, dopo l'occupazione dei territori palestinesi nel 1967. Quello
che era un piccolo insediamento ebraico ai piedi di Herodion, qualche
chilometro a sud di Betlemme, oggi è una cittadina di oltre 9.000 abitanti
(per il 60% di origine statunitense) ben organizzata, dove non manca
niente, con strade larghe e abitazioni ampie e confortevoli dai tetti
rossi, tipici di tutte le colonie ebraiche. Dista da Gerusalemme una
ventina di chilometri che gli abitanti percorrono rapidamente grazie alla
by-pass road costruita da Israele una quindicina di anni fa, per permettere
ai suoi coloni di raggiungere Hebron senza dover transitare per Betlemme e
gli altri cento abitati palestinesi in quella zona. Con la costruzione del
muro, la separazione tra israeliani e abitanti palestinesi è totale e i
coloni di quest'area, nota come Gush Etzion, sono sempre più convinti di
aver vinto la loro battaglia. L'illegalità del loro insediamento, sancita
dalle risoluzioni internazionali, non suscita più alcuna protesta nelle
capitali europee, ancor meno a Washington, e nella terra dei palestinesi
ora i coloni sanno di poter fare il bello e il cattivo tempo. L'11 novembre
Efrat andrà al voto per rinnovare la sua amministrazione comunale, come
qualsiasi centro abitato di Israele, e all'ingresso della colonia,
costantemente monitorato dalle guardie di sicurezza, due adolescenti
distribuiscono volantini elettorali con il volto sorridente di Ruth, una
signora sulla sessantina, candidata alla poltrona di sindaco. Un obiettivo
che difficilmente centrerà, perché a vestire i panni del favorito è un
colono di origine italiana, Yedidia Sermoneta, molto stimato ad Efrat, dove
per 18 anni è stato responsabile della sicurezza di tutto l'insediamento.
Nato a Gerusalemme 53 anni fa da genitori arrivati dall'Italia dopo la
fondazione di Israele, padre romano e madre genovese, Sermoneta si è
trasferito ad Efrat nel 1990. «La nostra zona è calma, i palestinesi qui
intorno ci rispettano, con loro abbiamo rapporti buoni ed io, come
responsabile della sicurezza, spesso li aiuto quando ci sono emergenze»,
afferma col tono di chi si sente un benefattore e non un colono che ha
preso la terra ai palestinesi dei villaggi vicini. «Qual è il punto
principale della mia campagna elettorale? Espandere Efrat! Gli ultimi due
sindaci avrebbero potuto farlo, ma non avevano gli attributi giusti, non
possedevano la necessaria intraprendenza», sostiene Sermoneta accennando un
sorriso mentre sorseggia il suo afuk, il caffelatte all'israeliana. «Efrat
deve crescere, è lunga sei chilometri ma larga appena 500 metri, in qualche
punto anche meno. Abbiamo bisogno di più spazio per le esigenze della
nostra gente», aggiunge il candidato a sindaco. E non ci vuole molto a
immaginare su quali terre la colonia si espanderà in futuro. Sermoneta è
una via di mezzo tra il colono «istituzionale», rispettoso della legalità
israeliana, lontano da qualsiasi forza politica - «sono un indipendente,
qui i partiti tradizionali non ti offrono appoggio e si fanno vedere e
sentire molto poco», spiega - e il settler religioso-sionista, ispirato più
dalla Torah che dalle leggi dello Stato. Le sue responsabilità di sicurezza
lo tengono in contatto con i settler di tutta la Cisgiordania,
perciò ha il polso di una situazione che si è fatta incandescente in questi
ultimi mesi, segnati da un aumento vertiginoso degli atti di violenza dei
coloni che vivono negli insediamenti più militanti. Atti ai quali si è
aggiunto l'attentato subìto il mese scorso dallo storico Zeev Sternhell,
attributo ad «elementi di estrema destra» ma che la polizia, stranamente,
non ha ancora individuato, così come raramente mette le manette ai
responsabili delle aggressioni ai palestinesi in Cisgiordania. «Il fermento
cresce in quelle colonie che si sentono più esposte agli esiti di un
eventuale accordo politico con i palestinesi e ad un piano di evacuazione
come quello avvenuto nel 2005
a Gaza. L'aggressività (dei coloni) serve a mettere
una cosa in chiaro: non ci sarà una nuova Gaza, le colonie non verranno
evacuate. Posso garantirvi che chiunque promuoverà un'evacuazione, anche
parziale (in Cisgiordania), non avrà vita facile come è avvenuto a Gaza»,
afferma Sermoneta. «Ad Efrat però siamo tranquilli perché sappiamo che con
qualsiasi governo israeliano questa zona, insieme a Ma'aleh Adumin ad est e
Bet El a nord, farà parte della Grande Gerusalemme, e rimarrà sotto il
pieno controllo israeliano». Progetti che violano la legalità
internazionale e non tengono in alcun conto le aspirazione dei palestinesi
sulla loro terra. Per i coloni (oltre 400.000 tra quelli della Cisgiordania
e di Gerusalemme) però contano solo la Torah, la legge di Dio, e la collaborazione
dei governi. La moltiplicazione delle violenze a danno dei palestinesi ha
fatto notizia il mese scorso l'attacco massiccio dei coloni di Yitzhar ad
Assira al Qabaliya (una decina i palestinesi rimasti feriti e gravi danni
alle case) - è seguita alla diffusione da parte dei media di «piani» del
governo volti, almeno sulla carta, a restituire oltre il 90% della
Cisgiordania, nel quadro di un futuro accordo con l'Anp di Abu Mazen.
Provocare la reazione dei palestinesi avrebbe l'effetto, nelle aspettative
dei coloni, di innescare un ciclo di scontri sanguinosi che finirebbe per
congelare qualsiasi ipotesi di evacuazione delle roccaforti della destra
radicale situate a ridosso delle principali città palestinesi, in
particolare Nablus e Hebron. In questi ultimi giorni, ad esempio, sono
aumentati gli atti di violenza contro i contadini cisgiordani impegnati
nella raccolta delle olive (una voce importante dell'economia palestinese)
e contro i pacifisti israeliani e internazionali che li proteggono. Nei
pressi di Hebron, a subire una aggressione sono stati anche i
rappresentanti di «Rabbini per i diritti umani», colpevoli di difendere gli
agricoltori palestinesi. È caduta nel vuoto peraltro la denuncia della
violenza dei coloni giunta da alti ufficiali dell'esercito israeliano che
pure chiude un occhio, spesso tutti e due, di fronte alle aggressioni che
subiscono i palestinesi, come ad Assira a Qabaliya. Il professor Sternhell
dopo l'attentato ha rinnovato l'allarme sulla pericolosità dei coloni e
dell'estrema destra e d'accordo con lui si è detto un altro accademico,
Yaron Ezrahi, in gioventù amico del pacifista Emil Grunzweig, ucciso nel
1983 da un estremista di destra durante una manifestazione contro
l'invasione israeliana del Libano. Ezrahi vede un preciso collegamento tra
gli atti di violenza in Cisgiordania e quelli, in aumento, contro gli arabi
israeliani (palestinesi con passaporto israeliano) in Galilea e nelle città
miste. «È una svolta preoccupante - avverte il docente -: nei Territori
occupati è stata lasciata fiorire una cultura di totale illegalità e i
coloni si sono convinti di essere invincibili e immuni da qualsiasi atto
degli apparati dello Stato». Gli Stati Uniti e Israele, aggiunge Ezrahi,
«sono in un momento di transizione politica e ciò offre spazio a chi vuole
impressionare le prossime amministrazioni politiche. Il richiamo al
rispetto della legalità di Ezrahi e gli avvertimenti di Sternhell tuttavia
servono a ben poco quando lo Stato di Israele non solo non agisce contro i
settler più violenti ma porta avanti esso stesso la colonizzazione. Il
quotidiano Maariv ha riferito che dall'inizio dell'anno ben 15.000
israeliani sono andati a vivere negli insediamenti «ufficiali» e negli
avamposti colonici (illegali per la stessa legge israeliana) nonostante le
assicurazioni date lo scorso anno ad Annapolis dal premier Ehud Olmert di
fermare le costruzioni nei Territori occupati palestinesi.
Comune delle
officine. A Bellinzona uniti si vince - Patrizia
Cortellessa
Di ritorno da Bellinzona - Uno
sciopero così la Svizzera
non se lo ricordava dal 1918. Determinazione, partecipazione. Solidarietà.
Per raccontare quel che è successo a Bellinzona dal 7 marzo al 9 aprile
scorso, durante i 33 giorni di sciopero delle officine di manutenzione
delle Ffs-Cargo (la divisione merci delle Ferrovie svizzere), non si può
prescindere dal significato di queste parole. A dimostrazione che quando le
intelligenze dei lavoratori si uniscono e ognuno diventa protagonista si
può anche vincere. Una protesta che inizia alle Officine, gira per le
strade della città raccogliendo consensi e inviti alla resistenza e poi
torna in fabbrica. Sarà la solidarietà l'arma più importante in mano agli
operai. Con i lavoratori delle officine Bellinzona, che hanno avuto il
coraggio di ribellarsi» all'arroganza dei vertici delle Ferrovie, si è
identificata un'intera comunità. «La gente ne ha piene le scatole, perché
inizia ad esserci sempre più incertezza sul futuro lavorativo, con le
privatizzazioni e la precarietà che si espandono a macchia d'olio». Il
vento liberista colpisce anche la Svizzera. Tra il 1991 e il 2004 tra Ffs,
poste e Swisscom (n° 1 sul mercato delle telecomunicazioni) sono stati
cancellati in Ticino 2000 posti di lavoro, nel 2007 le Ffs ne hanno
tagliati altri 70. Ma torniamo allo sciopero, una forma di lotta non
prevista dal contratto collettivo (la Costituzione
invece lo prevede). Quando gli operai si guardano intorno e scoprono che la
loro battaglia è diventata di tutti, cresce la lotta contro il piano di
ristrutturazione voluto da Andreas Meyer, direttore generale dell'esecutivo
delle Ferrovie federali, che avrebbe comportato lo smembramento delle
Officine: la manutenzione delle locomotive trasferita a Yverdone e quella
dei vagoni merci lasciata a una struttura messa in piedi con l'aiuto di
alcune ditte private. «No alla privatizzazione, no ai licenziamenti» (401 in totale, di cui 126 in Ticino). E se «lo
sciopero è illegale e viola le norme del Contratto collettivo di lavoro in
vigore negoziato con i partner sociali», come scrivevano in quei giorni i
vertici delle Ferrovie ai lavoratori, minacciando richiami e licenziamenti
a raffica, «ben venga l'illegalità», appoggiata e finanziata da tutto il
Canton Ticino, polizia compresa. Alla fine, i vertici delle Ferrovie sono
dovuti arrivare a una mediazione. E i lavoratori hanno vinto. Il piano è
stato ritirato dalle Ffs, almeno fino al 2012. Ma la vertenza è tutt'altro
che conclusa. Bisognerà studiare nuove strategie di rilancio a breve e
medio termine per le officine di Bellinzona. Cosa è successo in quei
giorni. L'occasione per ascoltare da alcuni dei protagonisti - Gianni
Frizzo, Matteo Pronzini, Sandro Murgia - cosa è successo in quei giorni, è
data dalla visione in anteprima del film: Giù le mani, girato dal regista
Danilo Catti durante quelle giornate e presentato fuori concorso al
Festival di Locarno. Gianni Frizzo è l'uomo-simbolo di questa battaglia. La
sua immagine è finita stampata sulle t-shirt, ma la si può trovare appesa
anche ai muri di alcune case della cittadina svizzera. Gli operai delle Ffs
Cargo di Bellinzona lo hanno candidato agli Swiss Award 2008, cioè al
titolo di «Svizzero dell'anno». Inevitabile qualche battuta. Lui ride, con
quegli occhi sinceri che ti conquistano. Capisci subito le persone, la loro
coerenza e la loro umanità hanno dato più forza e incisività alla lotta.
Ogni famiglia in Ticino ha un parente che ha lavorato o lavora alle
Officine, e quei lavoratori svolgono ruoli sociali importanti fuori le mura
della fabbrica: pompieri, samaritani, ruoli nelle amministrazioni locali e
in politica. E vedi i loro occhi che brillano, quando Gianni, Matteo e
Sandro raccontano delle centinaia di persone che riempivano la pittureria
(il reparto verniciatura dei treni, roccaforte della protesta) durante i
giorni di occupazione, delle mille e mille attestazioni di solidarietà, di
come abbiano visto crescere la lotta unitamente alla consapevolezza dei
lavoratori, dei 500 pasti al giorno preparati a mezzogiorno, delle visite
guidate, delle donazioni di sangue, delle merende al pomeriggio con i
bambini, che hanno anche suggerito il titolo dello striscione di apertura
del corteo del 19 marzo a Berna - «Giù le mani dal mio papà» - o della
forza delle donne «senza le quali non ce l'avremmo mai fatta». Le mogli e
compagne dei lavoratori hanno messo in piedi durante quelle giornate un
progetto teatrale, che hanno chiamato Laboratorio Officine Donna.
Nonostante la ripresa della normale attività lavorativa, una volta a
settimana le porte delle Officine di Bellinzona si spalancano per ospitare
il teatro delle donne. Cronologia di una lotta. Un passo indietro.
Del piano di ristrutturazione all'inizio trapelano solo indiscrezioni. Ma
tanto basta. Prima di quel 7 marzo, giorno in cui i lavoratori votano
all'unanimità l'inizio dello sciopero bloccando i binari e cacciando il
direttore delle Ffs Cargo, Nicolas Perrin, al grido «Giù le mani
dall'officina», c'erano stati già diversi cortei e presidi, sia a
Bellinzona che a Berna. Molti altri ce ne saranno durante lo sciopero. Il
29 febbraio 2008 il 95% dei lavoratori delle Officine aveva anche votato sì
alla possibilità di convocare assemblee il venerdì durante l'orario di
lavoro (pagate), cosa fino ad allora non permessa. E da quel momento sarà
solo l'assemblea di fabbrica a decidere, passo per passo, le future forme
di lotta. Il 3 marzo l'assemblea decide di recarsi il giorno seguente a
Berna, dov'è la sede della direzione Ffs. L'appuntamento è alla stazione di
Bellinzona. «Quando abbiamo visto la stazione gremita di lavoratori con le
famiglie, ci siamo resi conto che si stava delineando qualcosa di molto
importante», dicono i tre. La protesta sta montando, e già si prepara la
resistenza. Il 6 marzo i lavoratori sono in assemblea dalla mattina.
Vogliono essere informati nei dettagli sulle voci che circolano in merito
al piano e ai licenziamenti. Quando il giorno dopo (venerdì) arriva Perrin,
non viene lasciato parlare. «Non volevamo lasciar passare il messaggio che
avrebbe dato false speranze, tipo «il settore carri verrà privatizzato ma
chi lavora nel settore avrà ancora una possibilità di impiego». Soprattutto
non volevamo che ci fossero divisioni tra operai del settore locomotive e
quelli del settore carri. Bisognava portare avanti una lotta in comune,
indipendentemente dal settore di lavoro e dal contratto», spiega Frizzo.
L'assemblea dei lavoratori vota dunque lo sciopero. Si occupa l'officina e
ci si organizza: picchetti 24 ore su 24, creazione di un sito
(www.officine.unia.ch dove - a proposito di solidarietà - è stato inserito
l'appello per la riassunzione del nostro macchinista-ferroviere Dante De
Angelis), l'apertura di un conto corrente postale per raccogliere fondi,
manifesti, spille. Si approntano in pittureria tavoli e panche, in un altro
reparto la cucina. Quello stesso venerdì l'assemblea di fabbrica, vota
anche una risoluzione che impedisce al sindacato di categoria (Sev) di
negoziare piani sociali con la direzione senza il consenso dei lavoratori.
Sarà solo il Comitato di sciopero (composto da 7 lavoratori) l'unico
organismo delegato dall'assemblea a partecipare a tutte le tavole rotonde
in programma, durante e dopo lo sciopero. Cento anni di
industrializzazione. Le Officine nascono più di cento anni fa con la
costruzione della Gotthardbahn, e rappresentano l'elemento centrale
dell'industrializzazione dello sviluppo del Canton Ticino. L'edificio che
ospita le Officine viene costruito nel 1874, con l'apertura delle linee
ferroviarie Bellinzona-Biasca e Bellinzona-Locarno. Vi lavorano all'inizio
140 persone circa. Nel 1882 viene inaugurata la linea del San Gottardo, che
trasforma Bellinzona da piccola cittadina a centro industriale. Diventa in
breve tempo uno degli stabilimenti di riparazione e manutenzione più importanti
della Svizzera. Nel 1909 il numero dei lavoratori impiegati era di 757
unità (oggi conta circa 400 operai, di cui 70 interinali). Ma non bisogna
dimenticare alcuni aspetti: «I bagni delle Officine venivano aperti alla
domenica per permettere alle famiglie di venire a lavarsi», racconta
Gianni. La Sev,
la direzione del sindacato di categoria, si costituì nel 1919, ma già nel
1899 esisteva l'Unione operai e ferrovieri officine; gli operai avevano già
costituito un sindacato e iniziato a creare fondi di aiuto per le famiglie
in difficoltà. La ristrutturazione prospettata dalle Ffs avrebbe
interessato anche il Ksc Friborgo (Kunde Service Center, 164 posti in meno,
di cui 51 soppressi e 114 trasferiti a Basilea), mentre dalle Officine di
Bienne sarebbero stati dislocati 46 posti a Oltern e Yverdon. «Proprio a
Friborgo - dice Matteo Pronzini, segretario sindacale di Unia - la Sev aveva dato indicazione
di non protestare. La Sev
ha dato poi a sua volta mandato al Consiglio di stato di Friborgo di
occuparsi del caso». Il governo di Friborgo si oppose al piano, e ci fu
anche qualche ora di sciopero. Ma la battaglia per la difesa dei posti di
lavoro a Friborgo non si trasformò in una seconda Bellinzona. Il Kunde
Service Center fu chiuso. «L'azienda, quando promuove delle
riorganizzazioni non le discute, i sindacati vengono informati solo a cose
fatte. Il loro ruolo è quello di accompagnare l'azienda nelle sue
riorganizzazioni. Le difficoltà sono proprio queste: la passività del
sindacato per paura di infrangere una regola sottoscritta», spiega
Pronzini. Che aggiunge: «Il sindacato è stato solo lo strumento a
disposizione della lotta, perché era l'assemblea democratica l'unico organo
sovrano chiamato a prendere decisioni». «Quando si parla di sindacato Unia
si parla di rappresentanti di Bellinzona», tiene però a sottolineare Gianni
Frizzo, «cioè Matteo e i suoi colleghi». Perché anche Unia, a livello
ticinese, non ha capito la piega che stava prendendo quella lotta. E
torniamo all'oggi. I segni di quei giorni sono ancora visibili all'interno
dello stabilimento di Bellinzona. Nella pittureria non ci sono più i tavoli
montati, e le panche sono ammucchiate una su l'altra addosso al muro. Ma
gli striscioni e le bandiere sono ancora tutti lì, così come le tute
arancioni appese ai muri in quei giorni e mai staccate. La solidarietà
invece la respiri ancora girando per le strade di Bellinzona. La puoi
vedere, alzando gli occhi, sventolare dai balconi e dalle finestre delle
case. Le bandiere rosse con la scritta bianca «Giù le mani dall'Officina»
non si sono né scolorite col tempo, né rovinate con la pioggia. Le tavole
rotonde continuano. Al centro delle discussione c'è ora la proposta delle
Ffs di trasferire le officine dalla divisone cargo alla divisione
passeggeri. Ma se il futuro continua a essere incerto, di una cosa si può
invece essere sicuri: la lotta continua.
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25.1.08
Via Prodi,
comincia l’assedio a Veltroni - Stefano Cappellini
«Da oggi inizia una nuova storia», ha detto Walter Veltroni.
Che si riferisse al governo tecnico? Istituzionale? No, Veltroni parlava di
uno stadio a Roma tutto per il rugby. Questa è l’unica dichiarazione
epocale che il leader del Pd si è concesso ieri. Anche perché, per
Veltroni, la storia che si apre dopo la caduta del governo Prodi non solo
non appare nuova, ma rischia di rivelarsi un remake dei mesi trascorsi
inutilmente a cercare una quadra sulla legge elettorale. La prudenza di
Veltroni in questo frangente nasconde varie paure: timore di uno scontro aperto
con Prodi, di un precipizio elettorale che lo costringerebbe a una campagna
in salita, lasciando il Campidoglio aperto alle scorrerie del centrodestra
e buttandosi in una sfida senza rete. Il leader democratico ha seguito la
diretta del voto di fiducia in Senato chiuso nel Lotf con il vicesegretario
Dario Franceschini e il capogruppo alla Camera Antonello Soro.
Un’immagine simbolo di ciò che Veltroni può fare in questa fase:
stare a guardare. Il sindaco di Roma è convinto che Prodi non miri a
ottenere un reincarico, sebbene la vera novità del discorso del Professore
ieri in Senato sia stata l’ammissione che il paese non può tornare
alle urne senza la riforma della legge elettorale. Fino a ieri Prodi aveva
sempre parlato di voto anticipato in caso di sua caduta, senza se e senza
ma. Veltroni non gradirebbe certo questa soluzione, devastante in termini
di immagine se fosse costretto alla corsa alla premiership in primavera.
Nel Pd, però, non tutti la pensano come lui. D’altra parte, e non è
problema da meno, il Pd è al momento un’etichetta dietro la quale
ciascuna fazione porta avanti un progetto diverso. Massimo D’Alema,
per esempio, non si sposta da Prodi: «Se è disponibile, il nostro candidato
per un governo a tempo resta lui», ripete in queste ore il ministro degli
Esteri. Conferma Nicola Latorre: «Il Pd è fortemente determinato a
raccogliere le indicazioni del discorso di Prodi al Senato per proseguire
sulla strada da lui indicata per il paese». Veltroni non ci crede, ma non
potrebbe certo opporsi a un eventuale Prodi bis. Può però auspicare, e con
fondata speranza di essere soddisfatto, che sia il Colle a stoppare sul
nascere l’operazione, anche sulla scia dell’irritazione per
l’insistenza con cui il Prof ha cercato la conta in Senato. Ma un
conto è tenere Prodi lontano da palazzo Chigi, un altro è immaginare un suo
ritiro dalle cose della politica. Prodi avrà su Veltroni, da qui al giorno
delle elezioni, un potere di interdizione fortissimo: difficilmente potrà
dare corso alla minaccia di ricandidarsi, ma certo può cospargere di mine
la road map veltroniana, fino al punto di ritirare la sua benedizione al
Pd. Non finisce qui. Veltroni ha avuto negli ultimi mesi due soli alleati:
Fausto Bertinotti e Silvio Berlusconi. Il primo deve fare i conti con un partito
in fibrillazione, che non è disposto a imbarcarsi in un esecutivo tecnico
quale che sia. Ieri il capogruppo al Senato Giovanni Russo Spena ragionava
così sulle prossime mosse: «Mi pare difficile che tocchi a Prodi il
reincarico, un po’ perché non sembrano volerlo né il Pd né il
Quirinale e poi perché l’Udc ha già chiesto come condizione che non
sia lui a guidare un esecutivo a tempo». E per Russo Spena - così come per
il ministro Paolo Ferrero - l’Udc è l’unica sponda realistica per
una soluzione istituzionale: «Vedo Marini premier, ma a quel punto io sono
totalmente d’accordo con Casini: per la riforma si vota
l’ultima bozza Bianco, modello tedesco». Per Veltroni sdoganare
questo scenario potrebbe essere una necessità, se vuole evitare le urne, ma
significa anche stracciare i vecchi piani di riforma bipolare e acconciarsi
a subire la vittoria della linea D’Alema-Rutelli. Perché in questo
caso il Colle non è alleato, ma avversario dichiarato: Napolitano, che ha
bocciato il modello presidenziale francese, ritiene il fronte
“tedesco” l’unica base trasversale per una maggioranza
istituzionale. Quanto a Berlusconi, seppur tentato da soluzioni di unità
nazionale, per ora ha dettato ai suoi una linea chiara: cercare di arrivare
al voto in primavera col governo Prodi in carica e sfiduciato. È vero che
c’è una diplomazia forzista al lavoro per studiare sbocchi
bipartisan, ma si tratta di mandati esplorativi. Gianni Letta è al centro
di numerose trame, e si è sentito più volte con Veltroni, ma anche con Rutelli.
E Beppe Pisanu, altro canale aperto, non chiude la porta a un’intesa
con Veltroni: «Se dal Pd arrivasse un’offerta seria, con un premier
super partes e un’agenda chiara, ci ragioneremmo, ma non possiamo
essere noi a togliere le castagne dal fuoco a Veltroni». Ma il segretario
del Pd questa proposta non può avanzarla. Può sperare che lo faccia il
Colle, dato che il nome di Mario Draghi è tra quelli in cima al taccuino di
Napolitano sulla crisi. Ma l’incarico a Draghi significherebbe
spostare in avanti l’orologio delle elezioni almeno fino al 2009.
Ammesso che Berlusconi voglia accettare questo timing, Veltroni perderebbe
Rifondazione («Noi un governo Draghi non possiamo sostenerlo», giura Russo
Spena) e l’operazione diventerebbe altro, una Grossa coalizione che
troverebbe proprio dentro il Pd - e probabilmente in Prodi - il primo
grande ostacolo.
Ora il Pd deve
parlare. Se può
- Paolo Franchi
Romano Prodi ha voluto cadere in Senato: cadere
combattendo, non senza averle tentate tutte per restare in piedi. Ce l’ha
fatta. Chapeau. Chapeau non solo e non tanto al lottatore tenace che
combatte sino in fondo la sua battaglia, ma anche, e soprattutto, al
protagonista politico che vuole restare tale, rendendo sin troppo chiaro
agli avversari, ma in primo luogo agli amici (chiamiamoli così) come e
perché sbaglierebbero grossolanamente se pensassero di essersi liberati di
lui e di poter quindi voltare finalmente pagina. Proprio nel giorno della
sfiducia, Prodi ha voluto mostrare quanto forte sia la sua intenzione di restare
in campo, costituendosi (verrebbe da dire: solennemente, se la giornata del
Senato non sconsigliasse avverbi altisonanti) in problema e in segno di
contraddizione vivente e operante per il centrosinistra, non
foss’altro perché, senza di lui, la coalizione di cui è stato
l’unico garante sarebbe virtualmente morta. E, più ancora, per il
Partito democratico e per il suo segretario, Walter Veltroni, che, fin dai
primi passi da leader, al di là delle profferte unitarie ha dato viceversa
molto più dell’impressione di considerare l’alleanza
impropriamente definita Unione come un gabbia da forzare quanto prima per
dimostrare la «vocazione maggioritaria» del Pd, lasciando peggio che
perplessi molti dei suoi, ma di questa conclamata convinzione non ha saputo
o potuto trarre le conseguenze. Da ieri una questione gravissima è
diventata una questione drammatica: deve dire chi è e che cosa vuole, il
Pd. Impresa difficilissima. Sia se, come appare probabile, si andrà a
votare (e Prodi sarà di certo della partita). Sia se, come noi continuiamo
a sperare, ci si metterà seriamente alla ricerca di una via per varare,
prima, una legge elettorale che consenta al Paese, dopo il voto e la
vittoria pressoché certa del centrodestra o come si chiama adesso, di non
ritrovarsi sgovernato come prima (e Prodi sarà della partita lo stesso).
24.1.08
«Appesi a me fino
all’ultimo secondo» - Tommaso
Labate
«Dovranno rimanere appesi
alle mie scelte. Fino all’ultimo secondo». Se, come probabile, Romano
Prodi deciderà di evitare il massacro del Senato, salvando l’ultima
speranza di tenere in vita una legislatura ormai in macerie, «quelli là lo
sapranno solo all’ultimo secondo». Dentro la categoria di «quelli là»
Romano Prodi ha infilato un po’ tutti. Dai vertici del Pd (Veltroni),
compresi i membri del governo (D’Alema e Rutelli); a quelli di
Rifondazione (Giordano) con tanto di cariche dello stato (e quindi
Bertinotti). L’ultima giornata di quello che sembra «l’ultimo
immortale» è stata in realtà un tutt’uno con la precedente. Per quasi
tutta la notte tra martedì e ieri, il Professore ha contato e ricontato,
sondato e risondato, telefonato e ritelefonato. «I numeri ci sono»,
commenta coi suoi all’alba. Ma visto che ogni gioco ha un inizio e
una fine, quello del premier con i numeretti del Senato termina a metà
mattinata. Per la precisione quando l’agenzia Italpress, alle 10.47,
lancia in rete il «voterò no alla fiducia» firmato da Domenico Fisichella.
Lo stesso che, martedì pomeriggio, aveva fatto capire al Prof che poteva
contare sul suo sostegno. «Voglio vedere in faccia chi mi vota contro», è
stato il leitmotiv del premier durante tutta la crisi parlamentarizzata. E
così è stato anche con il senatore Fisichella, chiamato a palazzo Chigi a
pronunciarlo de visu, il suo «no». Fosse tutto qua, la crisi vista dagli
occhi del Prof sarebbe finita a mezzogiorno, quando il premier capisce lo
schemino: al Senato, per quanti ne posso raccattare nell’opposizione,
gli stessi li perdo dalla parte mia. Traduzione: se riesco ad avere la
fiducia dal dissidente udeur Cusumano e da un altro paio di scontenti,
perdo Dini e qualche senatore a vita. È un teorema, ormai. La ruota gira ma
si ferma sempre allo stesso punto. E cioè sull’uscio di palazzo
Madama. «Prendi l’ok della Camera ma dimettiti prima del Senato. Non
hai i numeri», gliel’hanno ripetuto tutti (e a tutti i livelli),
ieri. E a rimarcare la distanza dalla sfida personale del premier hanno
usato la seconda persona singolare, accantonando la prima plurale. Ma lui
non ne ha voluto sapere. E quando all’ora di pranzo il Quirinale
chiama palazzo Chigi per un «incontro informale», il Prof dà mandato al suo
staff di far filtrare la notizia dell’incontro. La voce democrat che
piomba in un Transatlantico, durante la pausa pranzo, è di quelle che non
ammettono scenari alternativi: «Prodi si è convinto, sta cedendo». E
invece, a regalargli l’ultimo (ma sarà davvero l’ultimo?) giro
interviene il carneade di turno mascherato da uomo della provvidenza. Si
chiama Giuseppe Morrone, ingegnere, cosentino, deputato dell’Udeur.
Morrone non condivide l’accordo che Mastella ha siglato con
Berlusconi (tre senatori e cinque deputati “ospiti” delle liste
del Pdl alle prossime elezioni) e porta una fetta consistente del gruppo a
sconfessare il capogruppo Fabris e la linea anti-sfiducia. Il vertice del
Campanile - prima soccorso dal malizioso Berlusconi, poi sdoganato da Bossi
- decide che non è il caso di spaccarsi alla Camera. «Non ci votano contro?
Bene, vuol dire che al Senato ci possiamo andare», dicono i prodiani.
Angelo Rovati, l’ex cestista amico del premier, la butta sul
batterico. «Quando giocavo io, negli spogliatoi c’era il terrore
delle piattole. Cosa succede se domani 12 senatori dell’opposizione
sono presi dalle piattole e non vengono?». Risposta, sempre di Rovati: «Ci
va in Senato, ci va...». «Questa vicenda mi ricorda Tambroni», sottolinea
poco più in là De Mita. Prima che inizi la chiama della fiducia, il livello
dello scontro si alza. Fonti interne al Pd fanno circolare una velina che
recita: «Il Pd valuta dimissioni Prodi prima del Senato». Silvio Sircana
parte con gli sms, avvicina Oliviero Diliberto («Guarda qui a che punto
siamo») e poi spiega: «Ora arriverà la smentita di Franceschini». Basta
girare lo sguardo e il numero due del Pd è già lì, sull’uscio dell’Aula,
che prova a spiegare senza nemmeno metterci un po’ d’impegno:
«È quasi umiliante dover smentire una delle tante bufale che girano in
queste ore...». La fiducia di Montecitorio arriva e Prodi riunisce i
ministri. I fronti divisi tra chi gli dice «vai al Senato» e chi gli ripete
«non andarci» non cambiano. «Ci vado», ripete lui. Se si ferma un attimo
prima del voto di palazzo Madama, forse può sperare in Berlusconi e in un
reincarico “esplorativo”. «Volete sapere la verità?»,
chiedeSircana in attesa del voto della Camera. Al sì di chi gli sta
intorno, la risposta del portavoce: «Mi sono davvero rotto la minchia».
Veltroni fa
trincea dietro la linea Napolitano - Stefano
Cappellini
Walter Veltroni è rimasto
in Campidoglio per tutto il tempo in cui la Camera votava la
fiducia al governo di Romano Prodi, quasi a marcare una distanza fisica, un
ruolo di spettatore interessato e partecipe, ma non giocatore, rispetto
alla partita di Prodi. Oggi sarà a Ravenna, ai funerali di Arrigo Boldrini.
Un modo di testimoniare l’assoluta lealtà nei confronti di Prodi e
dei suoi tentativi di tenere in vita il governo, secondo l’intenzione
di Veltroni. Un alibi rispetto alla scena del crimine - dove il crimine
sarebbe il pressing per costringere Prodi alla resa e alle dimissioni prima
della fiducia in Senato - secondo l’interpretazione alternativa dei
prodiani, che ormai vedono nel Pd un’entità ostile e tutta proiettata
a programmare il dopo-Prof. Solo dopo le 18 Veltroni si è recato al Loft di
piazza Sant’Anastasia per chiudersi all’interno con i vertici
del Pd e seguire l’evoluzione della giornata. È lì che il leader del
Pd ha avuto la conferma dell’intenzione di Prodi di andare fino in
fondo, basandosi sulla novità dell’astensione dell’Udeur alla
Camera, e di inseguire una improbabile fiducia a palazzo Madama a dispetto
di una giornata costellata di smarcamenti e di no al Professore. Non sono
mancati anche incidenti diplomatici, come nel caso della velina del Pd
spuntata fuori nel pomeriggio che caldeggiava subitanee dimissioni di Prodi
e che ha prodotto la sollevazione di Arturo Parisi e una secca smentita del
vicesegretario del Pd Dario Franceschini («Bufale»). Ma nonostante tutto il
vertice del Pd - da Veltroni a D’Alema, da Rutelli a Bersani -
assista con preoccupazione al tentativo prodiano di salvarsi
dall’affondamento in Senato, la linea di Veltroni è, almeno per ora,
la non interferenza. Ieri sera nel Loft rimbalzavano tutte le ipotesi
possibili sui piani del Prof. «Vuole ricandidarsi». «Vuole ottenere un
mandato esplorativo e formare lui il governo per le riforme». «Vuole far
precipitare tutto verso elezioni anticipate». Ma Veltroni ha stoppato
qualsiasi movimento: «Dobbiamo aspettare il voto del Senato», ha ripetuto
il segretario, convinto che il Prof non miri a un reincarico, come accadde
nel 1998 quando il mandato di Scalfaro non produsse altro che due giorni di
agonia supplementare. Il premier ha però varie soluzioni per trascinare con
sé nel disastro Veltroni e il Pd. E anche lontano dal loft si disegnano
scenari foschi. Francesco Rutelli, uscito dalla riunione dei ministri che
Prodi ha convocato subito dopo il voto di fiducia alla Camera, vede
all’orizzonte una gigantomachia: «Serve un compromesso, sennò finisce
male», ha spiegato ai suoi il vicepremier. Un compromesso, naturalmente,
tra il motto prodiano “dopo di me il diluvio” e la necessità di
Veltroni di mettere in atto il suo piano d’emergenza, una finestra di
tempo tra il default dell’Unione e le elezioni, con in mezzo la
riforma elettorale. Rutelli lo ha detto chiaro a Prodi durante la riunione:
«È vero che l’astensione dell’Udeur alla Camera è una novità
politica che giustifica il passaggio al Senato, ma non possiamo pensare che
l’obiettivo del governo possa essere la sopravvivenza». Anche Massimo
D’Alema teme che nello scontro Prodi-Veltroni resti sepolto, oltre
che il centrosinistra, anche l’ultimo treno per le riforme, ma guarda
con sospetto sia alla testardaggine di Prodi che ai piani elettorali
autarchici di Veltroni. Il quale, per parte sua, resterà sotto coperta fino
a che non sarà Prodi stesso o il Senato a chiudere il round e aprirne uno
nuovo. Del resto, a parlare a nome di tutti i contrari
all’accanimento terapeutico sul governo è stato ieri, al livello più
autorevole possibile, Giorgio Napolitano, che nel suo colloquio con Prodi è
stato chiaro. «Il paese non può tornare al voto con questa legge elettorale
e presentarsi in Senato per chiedere la fiducia rischia di esacerbare il
clima e impedire ogni riforma». Una moral suasion che non ha sortito
effetto su Prodi. Il quale oggi sarà in Senato e, con tutta probabilità,
per chiedere il pronunciamento dell’aula e inchiodare i
“traditori” al loro voto contrario. Ma se, come tutto lascia
credere, sfiducia sarà, il Prof accetterà di farsi da parte? La pessimistica
previsione di molti veltroniani è che dal fronte prodiano, in testa i
ministri Bindi e Parisi, parta un fuoco di fila per sbarrare il passo a
qualunque soluzione istituzionale e portare il paese alle urne. Dove Prodi
potrebbe giocare più parti: kingmaker, guastatore e persino, nella peggiore
delle ipotesi per Veltroni, candidato di disturbo in ipotetiche primarie.
Prodi sa di poter tenere sotto scacco il Pd. Ma Veltroni è a sua volta
convinto che Prodi dovrà prendere atto di essere solo in una eventuale crociata
per il voto immediato. Avrebbe contro non solo il presidente della
Repubblica, i presidenti delle Camere, la maggior parte dell’Unione
(dove solo i “piccoli” invocano un Prodi-bis) e un pezzo di
opposizione, ma soprattutto Confindustria e sindacati. Quanto al profilo e
alla composizione di un eventuale governo tecnico, i contatti tra il Pd e
la ex Cdl sono moltissimi. Il Colle ha già cominciato a fare la sua parte.
E a Rutelli e D’Alema non è sfuggito il riferimento con cui
Napolitano, nel suo discorso per l’anniversario della Costituzione,
ha bocciato l’importazione in Italia del gollismo. Nel giorno in cui
Pierferdinando Casini ha chiesto al Pd lumi sul merito della riforma
elettorale che il governo tecnico dovrebbe varare, la valutazione del capo dello
Stato potrebbe essere un indizio non trascurabile.
23.1.08
Prodi non vuole
piegarsi alla matematica - Tommaso Labate
«Romano, guarda che è inutile. Non ci sono i numeri. È
meglio non cominciarla proprio la partita del Senato». Poco dopo le 16,
quando ha fatto il suo ingresso nella stanza del presidente del Consiglio,
il senatore diniano Natale D’Amico, che lo conosce da una vita, gli
ha parlato con la massima franchezza. Pare che Romano Prodi a stento
l’abbia guardato negli occhi: «Io, in Senato ci verrò in qualunque
caso». Chi l’ha incontrato nelle ultime ventiquattr’ore giura
che il Professore sembra una statua, perennemente concentrato com’è
su un foglietto in cui appunta meticolosamente tutti gli scenari possibili
e tutte le variazioni aritmetiche di una sfida che potrebbe rimanere aperta
sino all’ultimo minuto. Nel primo giorno di una crisi che ha voluto
“parlamentarizzare” a tutti i costi, il Prof ha mostrato alla
coalizione il volto di chi vuole lottare sino all’ultimo istante per
rimanere in sella. Anche al costo di rischiare un’impasse
istituzionale. Per questo, si è mosso all’insegna delle pretattica,
dosando l’ottimismo di chi sottolinea «penso di farcela anche
stavolta» e i sospetti di chi ripete in continuazione «tanto lo so che
Veltroni e D’Alema lavorano anche su altri fronti». Che le incognite
siano incalcolabili, e la situazione suscettibile di variazioni sino
all’ultimo secondo, lo dimostrano anche le parole che un veterano del
Palazzo come Pasquale Laurito affidava ieri pomeriggio ai camerieri della
bouvette. «Oggi non ho scritto nulla, niente Velina rossa. Al momento non
saprei proprio cosa dire». La certezza sui numeri non c’è. Per tutto
il pomeriggio, il tabellino dei pronostici in vista del voto di fiducia a
palazzo Madama ha offerto al Professore un quadro abbastanza definito. Col
centrodestra compatto (152 voti), insieme a Storace (3), De Gregorio (1),
Udeur (3) più Fisichella e Turigliatto, la fiducia sarebbe respinta. Poi
qualcosa, sul far della sera, è cambiato. «Al Senato è in atto un tentativo
disperato», confidava a un collega il rutelliano Ermete Realacci poco prima
dell’assemblea dei parlamentari del Pd. Parallelamente, partiva il
pressing nei confronti del senatore Domenico Fisichella, che prima delle
feste si era congedato così: «Il mio voto per la Finanziaria è
l’ultimo a favore di questo governo». Dicono che Francesco Rutelli
abbia dovuto dare fondo a tutta la sua capacità diplomatica. Sia come sia,
sta di fatto che quando Romano Prodi ha alzato il telefono per contattarlo
Fisichella ha replicato: «Non ti preoccupare. Sono pronto a votare la
fiducia». Tutto questo accadeva mentre la centrale operativa del gruppo del
Pd al Senato dava conto delle perplessità politiche del presidente emerito
Carlo Azeglio Ciampi, titubante nel dare un voto decisivo a un governo che
- in ogni caso - non riuscirebbe a sopravvivere senza il sostegno dei
senatori a vita. Rientrato (definitivamente?) l’allarme sull’ex
inquilino del Quirinale, alle 20 la schedina del Professore è tornata sul
segno X: 160 a
160. Che vuol dire sfiducia. Sul suo personale foglietto, Prodi ha anche
preso nota di alcuni elementi che potrebbero giocare a suo vantaggio. Se si
andasse al voto in primavera (opzione al momento più quotata), i
parlamentari di prima nomina non riuscirebbero a maturare la sospirata
pensione. In questo clima per tutta la giornata si sono rincorse le ipotesi
più spericolate: dalla presunta crisi di coscienza di cui sarebbe preda il
mastelliano Cusumano al soccorso che potrebbe arrivare dal senatori di
Raffaele Lombardo, Saro e Pistorio (che comunque hanno rilasciato smentite
secche). In più c’è il caso del senatore azzurro Guido Possa: sta
nella lista ufficiale degli “infortunati” (si è recentemente
operato ai legamenti), ma alla fine - giurano al quartier generale di Forza
Italia - dovrebbe essere della partita. Resta da sperare nel miracolo, per
cui non è da escludere che Prodi si cimenti in un pressing asfissiante nei
confronti dell’ex senatore di Rifondazione Franco Turigliatto. Se
fallisse, non rimarrebbe che affidarsi a un’ultima chance. Quella che
l’ex leader del Ppi Gerardo Bianco delineava sul far della sera nel
cortile di Montecitorio. «Da qualsiasi parte - sussurrava il deputato - è
probabile che qualche senatore si alzi per sollevare un caso di coscienza
individuale. Le argomentazioni non mancherebbero: “Non si può votare
con questa legge, questo paese in recessione ha bisogno di un governo,
meglio far andare avanti l’esecutivo anche senza sostenerlo”.
Se i margini per un miracolo del genere ci sono, lo si capirà già domani
(oggi, ndr) alla Camera». Quando il Professore avrà modo di vedere se tutti
e 14 i deputati dell’Udeur seguiranno Mastella, se qualcuno
dell’Udc si sfilerà dalla sfiducia, se ci sono i margini per
allargare il “fronte prodiano”. Che non è ancora compatto.
Ma il Pd lavora
al dopo-Prof
- Stefano Cappellini
La prospettiva che Romano Prodi possa salvare il suo governo,
magari per un voto, magari con un acquisto di ultim’ora tra le file
del centrodestra, è per i vertici del Pd - Walter Veltroni in testa - non
meno inquietante del precipizio verso elezioni anticipate. Ieri Gianfranco
Fini raccontava in Transatlantico un aneddoto significativo: «Ero presente
mentre un giovane deputato del Pd faceva conti su conti per dimostrare che
al Senato è possibile ottenere la fiducia. Vicino a lui c’era un
pezzo grosso, che lo ha smontato così: “Se ci salvassimo per un voto,
il giorno dopo il salvatore andrebbe da Berlusconi a trattare il suo
passaggio dall’altra parte”». Senza svelare l’identità
dei protagonisti della scenetta («Dico il peccato, non il peccatore»), Fini
voleva argomentare la convinzione che non vi sia alternativa al voto
anticipato. Ma il suo appello al Quirinale («Napolitano si ricorderà di ciò
che ha detto un anno fa, sulla necessità di una maggioranza politica senza
senatori a vita») è condiviso anche da quanti - specie nel Pd - si muovono
in senso contrario, per scongiurare elezioni in primavera. Il Colle
considera fondato il memorandum di Fini. E non ha cambiato idea rispetto a
un anno fa. Non solo: l’ostinazione con cui Prodi sta cercando di
restare in campo è fonte di grande preoccupazione per il capo dello Stato,
che vede il rischio di una paralisi istituzionale in caso di sopravvivenza
forzata dell’esecutivo. La partita non si chiuderebbe insomma con un
voto risicato. Di certo, Napolitano si muoverà con grande decisione per
impedire che si torni alle urne con l’attuale legge elettorale.
Troverà un alleato in Walter Veltroni. Il leader del Pd non può permettersi
di lasciare la minima impronta sulla caduta di Prodi, e per questo ripete
che la crisi va scongiurata. Ma è il primo ad augurarsi che l’agonia
non si prolunghi oltre. Quanto al dopo, il sindaco di Roma si è espresso
chiaramente sullo scenario del voto anticipato parlando ai gruppi
parlamentari: «Sarebbe la soluzione peggiore per il paese». Ma Veltroni ha
il problema di convincere Berlusconi a sedersi intorno a un tavolo e
trattare una via d’uscita conveniente a entrambi. L’obiettivo
di base, nel caso il leader forzista si mostrasse inflessibile sulla
volontà di andare al voto, è il rilancio del patto di autarchia. «Non posso
credere che Berlusconi voglia andare al voto rispolverando la Cdl», dice il
segretario democratico, determinato a presentarsi alle urne in solitaria
anche col Porcellum. «Sarebbe una delusione per gli elettori del
centrodestra trovarsi di nuovo, dopo tutto quello che è successo in questi
anni, con una coalizione sempre più larga, confusa ed eterogenea». La
diplomazia veltroniana non dispera però di convincere Berlusconi a un passo
ancora più ardito: contribuire al varo di un governo a tempo per le
riforme, con il traguardo delle elezioni fissato a primavera 2009. Secondo
Veltroni, il Cavaliere potrebbe essere sedotto da una serie di argomenti: iscriverebbe
il suo nome tra i padri fondatori della Terza repubblica, con tutto quel
che ne consegue sulle prospettive di cursus honorum; potrebbe avvalersi di
una legge elettorale che gli consenta di scrollarsi definitivamente di
dosso gli alleati; potrebbe scongiurare l’arrivo al governo in un
momento di crisi istituzionale e con i venti di recessione che spirano
dagli Stati Uniti verso l’Europa. Basterà? Veltroni non è
l’unico a muoversi per preparare il dopo-Prodi. Sull’asse Pd-Udc
si registrano molti movimenti. Massimo D’Alema ritiene indispensabile
battere qualsiasi via per scongiurare le urne. E il suo interlocutore
privilegiato è Pierferdinando Casini, il quale è sì determinato a
raccogliere Mastella e a proseguire nella costruzione del terzo polo, ma
ritiene prematuro un battesimo della Cosa bianca fra pochi mesi. E la
posizione di Casini potrebbe rivelarsi determinante, durante il giro di
colloqui al Quirinale, per far pendere la bilancia dalla parte dei
sostenitori di un governo di scopo. Ma l’asse D’Alema-Casini è
alternativo, e non cumulabile, a quello Veltroni-Berlusconi. Il primo
prefigura un’alleanza futura tra Pd e centro cattolico fondata su un
modello elettorale di tipo tedesco; il secondo sarebbe una Grande
Coalizione finalizzata a edificare un bipolarismo Pd-Pdl. Strategie
inconciliabili. Ma inconciliabile potrebbe rivelarsi anche il piano
autarchico di Veltroni, davanti alle spinte nel Pd e nel centrosinistra per
rimettere in piedi una coalizione sulle medesime fondamenta dell’Unione.
Un Prodi disarcionato sarebbe il primo a schierarsi contro la navigazione
solitaria dei democrat, invocando la continuità di azione rivendicata ieri
nel suo discorso alla Camera e magari minacciando la ricandidatura. Bastava
ascoltare ieri la formula prudente di Pierluigi Bersani per capire quanto
scetticismo gravi sui piani di Veltroni nel suo stesso partito: «Il Pd da
solo alle elezioni? Tutto si può fare nella vita. Ne discuteremo...». Ma
per Veltroni c’è poco da discutere: soltanto correndo da solo può
marcare una rottura rispetto al passato e sperare, trainando il Pd a una
grossa affermazione, di restare in sella pur sconfitto.
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12.10.08
Noi siamo qui
- Piero Sansonetti
Un bel sospiro di
sollievo. E' stata una manifestazione grandissima. Molto più grande di
quanto ci aspettavamo. Diciamo trecentomila persone, almeno due ore di
corteo. Dopo la giornata di venerdì, con altrettanti studenti in piazza in
decine di città italiane, ora abbiamo la certezza che l'opposizione non è
morta, la protesta non è morta, la sinistra esiste ancora. Paolo Ferrero
nei giorni scorsi ha adoperato questa espressione: «E' finita la ritirata».
Vuol dire che si ricomincia, si torna all'attacco, si torna a far politica.
Qual è l'urgenza, qual è l'obiettivo? Quello di ricominciare a svolgere un
ruolo di trasformazione, quello di impedire che il dilagare del
berlusconismo porti alla fine del pensiero politico, alla fine del
pluralismo, al dominio incontrastato di una classe dirigente che la destra
è riuscita a ristrutturare e a ricompattare. E' una battaglia dura,
complicata. Si tratta di rispondere a molte domande. Alcune delle quali
venivano poste proprio ieri da Rossana Rossanda nell'editoriale de il
manifesto , e fondamentalmente sono riducibili a una sola: riuscirà la
sinistra a non restare muta - o tutt'al più sorridente, ma priva di
iniziativa - di fronte alla più formidabile crisi economico-politica e di
sistema che il capitalismo abbia mai incontrato dal 1929 ad oggi? Non si
può naturalmente chiedere a un corteo, o a una manifestazione di piazza, di
elaborare una nuova politica. Però nessuna politica è possibile se non si
tiene su delle gambe «di popolo», su una spinta di massa. Questa spinta ieri
c'era. C'era in un corteo che in alcune fasi sembrava persino un po'
imbarazzato, un po' incerto su stesso. Stupito di essere così grande dopo
mesi di sconfitte terrificanti, a partire dalla frana elettorale, e stupito
persino di essere unito, compatto, dopo un lungo periodo di lotte interne e
lacerazioni. Ma davvero il corteo era unito? Naturalmente aveva molte anime
al suo interno. La più forte, la più visibile, era l'anima che chiede una
identità sicura alla sinistra, l'anima fortemente «comunista». Però c'erano
anche gli altri, molti altri, che invece credono che non si deve partire
dalla propria identità, dal proprio passato, ma da una idea di futuro da
mettere insieme e mettere a frutto. L'impressione ieri è stata che queste
due anime ancora si scrutano con diffidenza, ma cominciano a pensare di
poter lavorare insieme.
Bandiere, canti e
lotte in corso. La sinistra si riprende la piazza
Checchino Antonini
Tantissimi. Così tanti
che alla Bocca della Verità non si entra e la folla straripa al Circo
Massimo. Diranno dal palco, riorientato alla meglio per abbracciare quanti
più manifestanti, che si è in trecentomila. La questura ne conterà meno di
un decimo ma ha dieci decimi quando si tratta di bloccare chi si azzarda a
lasciare la piazza con le bandiere srotolate. Ordini dall'alto, si
giustificano con chi chiede chiarimenti. Ma sarà l'unica pecca di una
giornata vissuta con orgoglio da decine di migliaia di persone - spuntate
chissà da dove, vista la congiura del silenzio dei grandi media - che hanno
dato vita a un corteo di bandiere - la maggior parte con la falce e il
martello - di canzoni, di segnali di vita dalle lotte in corso. Chi scrive
non crede all'eventuale lettura identitaria della manifestazione di ieri.
Sarebbe parziale, incompleta, infruttuosa. E smentita subito dal colpo
d'occhio sulla fila di centinaia di persone per firmare il referendum sul
lodo Alfano, smentita dai ripetuti segmenti di corteo che restituivano la
determinazione del popolo della scuola pubblica nel contrastare i tagli e i
ritorni al passato della ministra Gelmini (gettonatissimo bersaglio di
slogan e dazebao) o che incitavano la Cgil (il sindacalismo di base già lo ha
proclamato per venerdì prossimo) allo sciopero generale contro l'attacco al
contratto nazionale. Il palco, poi, chiarisce ogni dubbio: a prendere la
parola saranno solo i movimenti reali, i territori, le vertenze. Parla
Simonetta Salacone, dirigente della prima scuola romana occupata contro il
maestro unico. Spiegherà Giancarlo Aresta, del manifesto , i cui redattori
hanno sfilato imbavagliati, che ci si deve battere per il pane e il diritto
di parola e che i «nostri giornali» sono necessari e meritano «affetto». Si
ascolta Jean Bilongo, mediatore culturale camerunense a Castelvolturno,
teatro della strage di migranti ad opera della camorra. Senza nome la
precaria che dice di «quelli come noi», che - invisibili ma licenziabili -
fanno marciare la macchina della funzione pubblica. C'è Nicoletta Dosio
dalla Val Susa dove è piombata la notizia del prestito della Bce per le
grandi opere: «La Tav
serve solo a chi la costruisce ma devasta i territori. Si veda in
Finanziaria quanto pesano gli interessi per le tratte già realizzate». E,
da Vicenza, sei giorni dopo la straordinaria consultazione autogestita,
Claudia Rancati ricorda che la battaglia No Dal Molin non è quella
questione urbanistica che voleva far credere Prodi: «Riguarda tutti noi».
Il palco parla anche di lotta al nucleare e di diritti civili. Le voci sono
quelle di Gianni Mattioli e di Anita Sonego. Inevitabile il confronto col
20 ottobre scorso: il corteo non sfigura nell'album di famiglia delle
famiglie "radicali". «Ha funzionato la voglia di manifestare e la
piataforma inclusiva», commenta col cronista Anna Picciolini, fiorentina
dell'associazione "Per una sinistra unita e plurale", una delle
promotrici dell'appello per l'11 ottobre. Scaturito dalle lotte e alle
lotte destinato, come spiegherà Bianca Pomeranzi, prima firmataria di
quell'appello. Se il 20 ottobre ebbe un limite, suggerisce Ciro Pesacane
del Forum ambientalista, fu di non avere avuto un «21 ottobre». Non
mancavano tracce dei vari cantieri della sinistra, retaggio dell'era
arcobaleno, ma lo sbocco politico del corteo sembra risiedere
nell'articolazione dell'opposizione al governo e alla confindustria. «Come
dopo Genova 2001», dirà anche Paolo Ferrero, segretario nazionale del Prc,
al termine di una giornata iniziata distribuendo volantini e pane a un euro
in un mercato di Trastevere. Anche stavolta, in tutta Roma, 1360 chili sono
andati via in un attimo. A Casalbertone, prima periferia est, i militanti
hanno trovato la gente già in fila. «Queste pratiche di mutualismo e
condivisione sono costitutive della rifondazione», spiegava a Liberazione
Ferrero. L'esperienza dei gruppi di acquisto popolare, su cui lavorano
anche i circoli del Prc, si materializza nello spezzone di Action, quasi in
coda al lungo fiume di bandiere col quale la sinistra
"extraparlamentare" - Prc, Pdci, Sd, verdi e Pcl, in ordine di grandezza
- ha riconquistato la scena politica marciando assieme a comitati di
genitori e studenti; rappresentanze sindacali; partigiani dell'Anpi (che
ospitavano Haidi Giuliani tra le loro fila); operatori sociosanitari
napoletani, ricercatori universitari precarissimi, moltissimi i giovani
comunisti e della Fgci, più altri protagonisti di momenti di solidarietà
internazionale o di difesa del proprio territorio: gli avellinesi del
Formicoso minacciati da una megadiscarica di 140 ettari a quota
mille, i romani della Villetta per Cuba, i napoletani di Chiaiano che, per
aggirare la militarizzazione che impedisce ai tecnici dei comitati di
accedere alle cave, li hanno nominati assessori all'ambiente, i toscani di
Ampugnano attivi contro l'ampliamento dell'aeroporto. Prossime fermate: gli
scioperi del 17 e del 30, la manifestazione della Filcams del 15 novembre,
due giorni dopo il "primo maggio" studentesco del 17, il 6
dicembre in Val di Susa,
Ferrero: «Subito
il coordinamento della sinistra» - Romina Velchi
Alla fine torna utile il
buon vecchio Mao: «I veri eroi sono le masse, mentre noi siamo spesso
infantili e ridicoli». Il copyright della citazione è di Alfonso Gianni
(esponente dell'area vendoliana del Prc), ma è il concetto che più spesso
ricorreva ieri pomeriggio nel lungo e rossissimo corteo che ha sfilato per
il centro della Capitale. Perché una partecipazione così massiccia, una
risposta così grande all'appello a scendere in piazza «contro il governo e
contro confindustria» in pochi se l'aspettavano. Tra questi Giorgio
Cremaschi: «Questa giornata dimostra che c'è disponibilità a lottare da
parte della gente. Il problema è nel quartier generale, dei partiti come
dei sindacati». Forse è stato così fino a l'altro ieri. Ma da ieri qualcosa
è cambiato. «Non possiamo ripetere l'errore del 20 ottobre - commenta Ciro
Pesacane, presidente del Forum ambientalista e tra i promotori della
manifestazione - Cioè l'errore di aver fatto scendere in piazza un milione
di persone e poi non essere andati avanti». Un errore che, giurano i leader
della sinistra, non sarà ripetuto. Non per caso il segretario del Prc Paolo
Ferrero (spilletta NoTav al petto) propone di continuare con lo stesso
metodo e lancia la proposta di «un coordinamento delle opposizioni di
sinistra» (quindi senza Di Pietro «che non è di sinistra»), da subito,
anche nei territori; questa, dice, «è la vera proposta unitaria, le
costituenti politiche fanno solo perdere tempo». Una proposta che, per
esempio, i Verdi discuteranno (assicura Grazia Francescato visibilmente
soddisfatta della giornata contro questo «governo radioattivo») «nei
prossimi coordinamenti»: in fondo, dice, «non è che l'inizio». Tutti
d'accordo, infatti, nel dire che da «oggi» rinasce l'opposizione di
sinistra, quella che «il Pd non fa» (per dirla con Franco Giordano); che
«Torna Rifondazione comunista», come si legge su uno dei tanti striscioni;
che dalla piazza, dalla base sale una domanda di unità della sinistra. Il
problema è: quale sinistra. Ferrero non ha dubbi sul significato politico della
giornata: «Questa piazza dimostra che qualcuno ha ragione e qualcuno ha
torto. E dovrà farsene una ragione: che proposta unitaria è quella che
spacca tutti i partiti? Stamattina, a vendere il pane, c'era anche Sinistra
democratica...». «Ai compagni della minoranza dico che dalla manifestazione
viene un'indicazione chiara - manda a dire Gianluigi Pegolo (segreteria del
Prc) - E cioè che l'unità si fa valorizzando Rifondazione, non superandola
in un altro partito e che nessuno, da ora, si può azzardare a dire che
siamo isolazionisti o che ci vogliamo chiudere in un recinto». «La vera
unità è qui», gli fa eco Claudio Grassi, che in testa al corteo e reggendo
lo striscione di apertura non nasconde l'emozione: «Molto, molto più di
quello che mi aspettavo, una grandissima partecipazione popolare. L'unità
della sinistra e dei comunisti non si crea con le alchimie, con le
sommatorie verticistiche. Rifondazione comunista oggi ritrova la sua
capacità di mobilitazione e ritrova una unità con il proprio popolo, con la
propria sfera sociale di riferimento». Già, i comunisti. Difficile negare
che quella di ieri fosse una piazza «comunista». Oliviero Diliberto, che
sfila dietro lo striscione del Pdci, e Leonardo Masella (mozione 3 al
congresso di Chianciano), dicono la stessa cosa: «E' bello vedere tutte
queste bandiere rosse mescolate, quelle del Prc e quelle del Pdci». Anche
se all'orizzonte resta intricato il nodo delle elezioni europee. Per
Diliberto, che l'altro ieri è tornato a proporre una lista unita dei comunisti
(ricevendo il secco no dei vendoliani) «i fatti sono più testardi delle
opinioni». Come dire: Vendola non ha altra strada che scegliere tra
Prc-Pdci o Pd. Il resto del Prc non chiude la porta: «La lotta è tanto più
efficace, quanto più i comunisti sono uniti», argomenta Masella; «Avevamo
ragione: i comunisti non sono scomparsi, i comunisti servono e il processo
di unificazione dei comunisti non può che partire dal basso» concorda Fosco
Giannini (mozione 3). Marco Ferrando (Pcl), dal canto suo, apprezza «l'unità
d'azione contro Berlusconi e le classi dirigenti», anche se da
«qualificare». In ogni caso, il tipo di legge elettorale con cui si andrà a
votare è dirimente per decidere quali liste o quali alleanze. Per questo
Ferrero dà tempo al tempo: «Non si discuterà di alleanze elettorali fino a
marzo». In ogni caso, poiché «questa gente ha diritto di essere
rappresentata», «mi aspetto dal Pd che almeno faccia ostruzionismo, nulla
di meno. Perché altrimenti vorrebbe dire che pure loro vogliono lo
sbarramento del 5%». Non tutto è perduto, assicura comunque: «Abbiamo
ancora una carta da giocare». Lontani nel corteo, dietro lo striscione «Per
la sinistra», sfilano insieme Nichi Vendola, Franco Giordano («Pratichiamo
quello che diciamo - spiega l'ex segretario del Prc - Ci mescoliamo per una
battaglia unitaria, senza steccati»), Claudio Fava (coordinatore di Sd).
Una distanza fisica e politica: «Nella comune sensibilità restano due gli
orizzonti strategici - ammette Fava - Ed è un bene che questo emerga». C'è
pure Achille Occhetto: «Bella manifestazione - dice - ma sarà meglio se la
prossima volta sarà di una sola forza, di un nuovo partito con una sola
simbologia». Appunto: proprio ieri, «nella culla di questa manifestazione -
spiega Vendola - l'associazione politico culturale "Per la
sinistra" che cerca di aiutare la riflessione su come ricostruire un
blocco sociale di sinistra. Il processo costituente - insiste - parte, ma è
difficile descrivere con formule politicistiche il cammino di una cosa che
è appena in nuce». Non lo è per Alfonso Gianni: c'è una voglia di sinistra
da raccogliere, dice in sostanza, ma non ci può essere solo un'unione di
comunisti separati da chi non lo è. «Ci vuole - dice - una forza politica
all'altezza dei problemi che abbiamo di fronte. Una manifestazione è una
manifestazione, con pregi e limiti. Nostro compito è capire quel che sta
sotto». Ma poi taglia corto: «Si possono fare letture molteplici. Intanto è
un bene che il corteo sia riuscito».
Di Pietro non
riempie la piazza ma fa il pieno di firme anti-Alfano
Angela Mauro
Mauro ha 13 anni e non ci
crede che quello che gli sta davanti è Antonio Di Pietro. «Voglio
l'autografo...». Effetti della tv sui ragazzini. Si fa largo nella folla e
ci riesce. Mauro non deve combattere con la ressa. Lo sanno anche quelli
dell'Idv che in piazza Navona non si può dire che ci sia "massa".
«Ma il nostro obiettivo non era riempire la piazza», spiegano intorno
all'enorme palco dove si alternano cantanti e artisti presentati da Andrea
Rivera. «Il nostro obiettivo era portare gente ai banchetti per firmare
contro il lodo Alfano». E su questo non si può dire che ci sia stato flop.
In piazza Navona ce n'è una decina di banchetti, in Italia sono tremila,
ieri e anche oggi. Il partito di Di Pietro conta di riuscire a raggiungere
già in soli due giorni l'obiettivo delle 500mila firme necessarie per
chiedere il referendum contro la legge sull'immunità per le alte cariche
dello Stato, approvata dal governo Berlusconi. Ieri sera Antonio Di Pietro
annunciava soddisfatto il risultato: «Abbiamo già raccolto 250mila firme». «Ci
accusano di anti-Berlusconismo. Ma se al governo c'è lui, che altro
possiamo essere?». Il leader de L'Italia dei Valori arriva già in mattinata
ai banchetti e mette subito i puntini sulle i. «Occupa il Parlamento con le
leggi ad personam, impone decreti legge, ha trasformato i parlamentari in
dipendenti che devono solo spingere un pulsantino per votare...». Come è
successo, tra le altre cose, anche per la norma salva-manager Alitalia,
votata a Palazzo Madama anche dal Pd. Distrazione? «Noi ce n'eravamo
accorti e l'avevamo detto!», ennesimo puntino sulla i. Ma la giornata, dal
titolo "Firma e fermali", non è quella adatta per dare addosso al
Pd. Tonino lo sa e non calca la mano su Veltroni. «E' necessario far fronte
comune. E serve un'informazione libera, la stampa oggi è più interessata ai
rapporti tra me e Walter che alle nefandezze del governo Berlusconi: dopo
il lodo Alfano ha già pensato al lodo Consolo, per estendere l'immunità
anche ai ministri, sennò si offendono...». Con "l'alleato" Pd, il
tocco c'è, ma è leggero. Giusto qualche puntino per dire "si fa come
diciamo noi". «Il 25 anche noi saremo in piazza con loro per ricordare
che le manifestazioni si fanno contro il governo». Di Pietro non tentenna
sul dialogo con Berlusconi, nemmeno in tempi di crisi economica. «Non ci
sono soldi? Prendiamoli agli evasori. Non sono scemo, non dialogo con chi
gli dai il dito e si prende il braccio...». E poi, per smentire le
contrapposizioni con i democratici, va a firmare contro il lodo Alfano a
braccetto con Pier Giorgio Gawronski: «Io sono qui, una parte del Pd è qui,
l'altra pure idealmente...». La giornata è invece adatta per vuotare il
sacco contro il governo. Il tocco è pesante, dal tipico tono anti-politico,
la folla raccolta davanti al palco gradisce. «Il lodo Alfano è criminale.
Oggi è per Berlusconi, domani se ne servirà qualunque premier. Metti che
viene eletto uno che stupra i bambini? Non verrebbe processato! Berlusconi
sta alla democrazia come Emilio Fede sta all'informazione!». E ancora: «Il
vero conflitto di interessi sta in Parlamento: vanno lì per sistemare se
stessi». Applausi dalla delegazione dei dipendenti del San Giacomo,
ospedale romano a forte rischio di chiusura. «Ci sono persone che se non fossero
parlamentari sarebbero latitanti!». Applausi dai ragazzi anti-mafia del
movimento "Ammazzateci tutti". L'ex pm non si spaventa dei
proclami del ministro Alfano, pronto anche lui a ricorrere alla piazza per
«difendere il suo lodo». «Dobbiamo resistere perchè stiamo andando verso
una dittatura dolce, dittatura del Bagaglino. Resistere e fare opposizione
ora, quella di domani la lasciamo a qualcun altro. Se non ora quando? Se
non ora chi? Se non ora dove? In piazza Navona!». La folla non fa caso al solito
italiano sghembo di Tonino. Sembra appagata da una giornata di opposizione
attiva. Dal palco Andrea Rivera ci prova a dire che «c'è un collegamento
tra questa piazza e quella della sinistra», il lungo corteo che nel
frattempo è già arrivato a destinazione a Bocca della Verità.
Effettivamente, anche lì si raccoglievano firme contro per il referendum
sul lodo Alfano. Ma in piazza Navona, pur senza la Guzzanti e gli
insulti al Papa e alla Carfagna che fecero scalpore alla scorsa
manifestazione dell'Idv a luglio, i toni sono diversi. Anti-politica, si
diceva, nemmeno l'ombra dell'ideologia e le accuse di giustizialismo non
fanno paura. «Sarò pure giustizialista, ma non mi faccio prendere in giro
dai "rubacchioni" che hanno i conti nel Lichtenstein - tuona l'ex
pm - Se fossi andato al governo li avrei presi da parte e gli avrei
chiesto: ma come vi è venuto in mente? Solo per arrivarci nel
Lichtenstein... Allora: ora i soldi li lasci in Italia, quando mi spieghi
che hai fatto, te li rendo...». Sul palco tanta musica, la tammurriata rock
di Enzo Avitabile fa partire il trenino in piazza. C'è spazio anche per gli
appelli sulla libertà di informazione. Stefano Ferrante de La7 parla a nome
dei 25 giornalisti licenziati, denuncia i tagli del governo all'editoria che
mettono a rischio i giornali di partito e cooperativa. E se Di Pietro non
ha calcato molto la mano sull'opposizione stile Pd («stavolta non mi faccio
fregare...»), ci pensa Dario Fo. «Sono così supini che Berlusconi può anche
entrare in una delle loro sedi, come ha fatto l'altro giorno in via dei
Giubbonari, ed essere accolto con affetto. Io non gli avrei stretto la mano
e non perchè non tifo Milan, (il militante del Pd che non ha stretto la
mano al premier pare fosse della Juve, ndr.) ma perchè se Berlusconi entra,
io esco: non lo stimo. Questa sinistra mi fa incazzare...». Fo si arrabbia
pure per i mancati collegamenti video con Beppe Grillo e Marco Travaglio,
seppure annunciati nei giorni scorsi (in mattinata è stato proiettato solo
un filmato di repertorio). Mancanza voluta per evitare la rissa verbale a
distanza con il Pd? Forse. In ogni caso, il tentativo è andato in porto,
anche se Walter Veltroni per tutta la giornata non si lascia sfuggire una
sola parola sulla manifestazione di Piazza Navona. In fondo, anche il
leader del Pd ha avuto il suo "Alfano" da combattere ieri. Non il
ministro però. Bensì Giuseppe Alfano, sindaco del Pdl a Comiso, nel
ragusano, che ha cancellato la delibera della vecchia giunta di
centrosinistra che aveva ribattezzato il locale aeroporto da scalo
"Vincenzo Magliocco", generale fascista, a "Pio La Torre", il
segretario siciliano del Pci ucciso dalla mafia nell'82. E mentre Veltroni
è in Sicilia, nella piazza di Di Pietro, sul Pd, fa breccia l'ironia di
Rivera che, come al solito, ne ha per tutti («E' morto Haider in un
incidente: ma come? Manteneva sempre la destra!»), ma non tralascia
Veltroni in un pezzo ispirato a Passannante, l'anarchico lucano che attentò
alla vita di Umberto I. «Se provassi a uccidere Veltroni? Ah, no è già
morto. Walter, dicono che quest'estate a Sabaudia vi son venuti i ladri in
casa di notte e nemmeno ve ne siete accorti! Insomma, sveglia!».
Bush: «Ora una
risposta globale alla crisi» - Davide Varì
Parigi: -22,1%,
Francoforte: -21,6%; Londra e Milano -21%. Sono i numeri della settimana di
borsa appena trascorsa. Numeri che altro non sono che miliardi di euro
andati in fumo a causa di una crisi finanziaria che sta mettendo in
ginocchio le economie di mezzo mondo. E, nonostante le rassicurazione del
ministro dell'Economia Tremonti - «il sistema bancario italiano è solido» -
anche il belPaese inizia ad accusare il colpo. Anche i titoli italiani sono
stati infatti travolti dall'onda lunga della crisi: Seat (-9,9%), Telecom
italia (-9,37%) e Fiat (-61,83%). E in mezzo a queste macerie, la parola
d'ordine è una ed una soltanto: rassicurare. Dagli Stati Uniti al Giappone
e dalla Russia all'Europa, la strategia è infatti la stessa: rassicurare i
cittadini, gli investitori ed i risparmiatori. Ma il mercato sembra non
ascoltare e continua a perdere pezzi giorno dopo giorno, ora dopo ora. Gli
scambi, di fatto, sono fermi proprio a causa dell'assoluta mancanza di
fiducia, di rassicurazioni adeguate. Neanche gli innesti di liquidità da
parte delle banche centrali sono serviti ad attenuare la crisi. Tutti i
maggiori azionisti hanno infatti paura di ritrovarsi tra le mani la mela
avvelenata, quei titoli cosiddetti tossici che potrebbe celarsi dietro
qualsiasi scambio. Non a caso, e proprio ieri, il segretario al Tesoro Usa,
Hank Paulson, ha confermato che parte dei 700 miliardi di dollari del piano
americano verrà utilizzata per acquistare, e dunque toglierli di mezzo,
quei titoli "tossici". Ma la realtà, almeno fino ad ora, è che le
medicine messe in campo non sono sufficienti. Ieri è andato in scena
l'ennesimo tentativo di cura da parte dei sette Paesi più industrializzati.
A Washington si sono infatti incontrati i ministri finanziari del G7. Con
loro anche il presidente George W. Bush che ha parlato di «crisi globale che
richiede forti risposte globali. Siamo entrati in crisi insieme, ne
usciremo insieme». Ed ancora: «Bisogna fare in modo che le azioni di ogni
Paese non contraddicano quelle degli altri». Insomma, gli Stati Uniti sanno
che da questa crisi si esce tutti insieme. Troppo ramificato e
interconnesso il mercato globale per sperare di trovare soluzioni
"autarchiche". E il timore più grande è che la crisi finanziaria
travolga l'economia reale. In effetti, il crollo del sistema creditizio
rischia di bloccare migliaia di aziende che riescono ad andare avanti
proprio grazie ai prestiti che ricevono dalle banche. Se questo scambio si
bloccasse le economie mondiali si ritroverebbero in piena fase recessiva.
Una corsa contro il tempo che ha convinto i ministri dei 7 Paesi più
industrializzati a varare un pacchetto di misure «urgenti ed eccezionali»
per ristabilire l'ordine e la fiducia sui mercati finanziari globali e
sostenere le economie ormai in recessione. Primo: garantire la
sopravvivenza delle banche con l'aiuto dei Governi. Secondo: sbloccare i
mercati monetari e assicurare che le banche e le altre istituzioni
finanziarie abbiano accesso a liquidità e finanziamenti. Terzo: affrontare
la questione della ricapitalizzazione delle banche, anche con fondi
pubblici. La presenza del Governo nella proprietà consentirà inoltre un
controllo sugli stipendi dei manager dopo gli eccessi degli ultimi anni. Su
questo tema, i Sette assicurano che «le nostre banche e gli altri
intermediari finanziari possono raccogliere capitale da fonti pubbliche e
private in ammontare sufficiente a ristabilire la fiducia e consentire loro
di continuare a prestare alle famiglie e alle imprese». Nel frattempo, e
proprio per mettere in luce la dimensione globale della crisi, i sette
stanno organizzando incontri con le potenze economiche emergenti: Brasile,
Cina, India, Russia e Sudafrica. Gli incontri di questo fine settimana e
l'annuncio di un'iniziativa globale rappresentano, secondo gli operatori,
l'ultima chance per evitare il "meltdown", la disintegrazione dei
mercati.
Gli scandalosi
salari dei top manager. Anche se "toppano" –
V. Venturi
La grande depressione è
tornata. Ma mentre le banche scricchiolano e i cittadini si preoccupano, i
big manager delle imprese fallimentari banchettano a champagne e caviale,
incuranti del mondo che affonda nella crisi. Gli americani si sono
scandalizzati quando hanno scoperto che i ‘capitani' della Aig, compagnia
assicurativa salvata dal governo, hanno intascato 40 milioni di euro
nonostante la situazione tragica in cui versava la loro company. Lo
"shame on you" pronunciato dal democratico Elijah Cummings ha
raggiunto Martin Sullivan e soci mentre si ritempravano: «È colpa dello
tsunami finanziario, non nostra», hanno fatto sapere dal centro benessere
con golf che li ha ospitati per una vacanza tra ‘c.e.o' da 500mila
dollari. E in Italia, le cose come vanno? Provano a fare il punto della
situazione Gianni Dragoni, inviato de Il Sole 24 Ore , e Giorgio Meletti,
responsabile della redazione economica del Tg La7 , autori del libro La Paga dei
padroni, uscito con tempismo perfetto per i tipi di Chiarelettere (euro
14,69 pp.278). Decidono di partire da un dato inconfutabile e
‘parlante': l'entità dei salari dei capitani d'industria italiani. L'analisi
è più o meno tra le righe: la
Borsa, solo nel 2007, ha perso l'8% circa del valore, i
redditi sono rimasti al palo. Nel frattempo, i responsabili top manager
hanno ricevuto aumenti a salari che rappresentano già di base veri schiaffi
alla miseria. Nessun "mea culpa" per certi risultati meschini; le
colpe degli insuccessi vanno sempre cercate altrove: negli scenari
macroeconomici, raccontati con gergo bilancistico e bizantinismi; oppure
nell'atteggiamento irresponsabile di lavoratori pubblici, piccoli
imprenditori, dipendenti, operai, sindacalisti. C'è da riflettere, se è
vero che lo stipendio di Alessandro Profumo, amministratore delegato di
Unicredit, è cresciuto del 39% nell'ultimo anno mentre il valore di mercato
delle azioni del suo gruppo scendeva del 17%. In un giorno, ha guadagnato
quello che i lavoratori dipendenti hanno ricevuto in un anno; dodici mesi
suoi contro 365 anni di un comune mortale, e per avere risultati non esaltanti.
Va spesso così, in Italia; ma molti manager, banchieri e capitalisti non se
ne curano: per Maletti e Dragoni, sono loro i veri "intoccabili"
degli ultimi anni, i membri di una casta benedetta da Mediobanca che resta
immune da ogni responsabilità e che ha regole di vassallaggio precise. La Paga dei padroni spiega
tutte queste cose e ha indubbi meriti stilistici: contiene una mole
impressionante di dati; soprattutto propone cifre che parlano. Anzi:
urlano. Gli stipendi della nostra classe dirigente servono non solo a
suscitare morbosità, ma a svelare "nero su bianco" le
sproporzioni esistenti nel capitalismo italiano: un luogo ‘chiuso'
abitato da pochi noti: Ligresti, Pesenti, Berlusconi, Moratti, Agnelli,
Colaninno, Romiti, De Benedetti, Caltagirone, Benetton... Sempre gli
stessi; alcuni sono tra i "salvatori" di Alitalia. Le nostre
dinasty, spiegano i due giornalisti, pensano più alla finanza che
all'industria, sono preoccupate più di mantenere il potere che a far
prosperare imprese. Per tali imprenditori il sole dell'opportunità non
tramonta mai; si fa impresa senza assumersi i rischi, usando gli strumenti
della finanza creativa, mettendo a repentaglio i risparmi di migliaia di
persone - vedi Parmalat; tanto le banche foraggiano, e se le cose non vanno
ci si ricicla spostandosi di qua o di là; le buonuscite non mancheranno
mai. Nel frattempo si piazzano in ruoli chiave figli, cugini, amici e amici
degli amici. E alla fine? Alla fine si torna all'inizio: alle cifre
lapidarie e non emotive che svelano la realtà del capitalismo di rapina
made in Italy, spacializzato nella "Distruzione del valore". La
convinzione che sta alla base di La paga dei padroni di Maletti e Dragoni è
che ad ogni fatto economico e sociale si accompagna una questione etica: se
i nuovi oligarchi incassano anche senza fare goal, perchè gli altri devono
accontentarsi dei livelli retributivi tra i più bassi dell'Unione Europea?
Leggeremo, dimenticheremo, come sempre. Good night and good luck.
«La crisi sta
cambiando anche la Cina. La
protezione sociale non è più un tabù» - Stefano
Bocconetti
Voglia di capire. Prima
ancora che di giudicare. «Del resto, Sinistra europea è stata costruita su
principi chiarissimi. E che non siamo disposti a mettere in discussione.
Insomma, diamolo per scontato che abbiamo già compiuto una scelta di campo,
per la libertà, per i diritti individuali e collettivi. Tanto più che a
guidare la delegazione c'era Lothar Bisky. Che come sai, nel novembre dell'89 ha parlato in piazza,
a Berlino, dopo la caduta del muro, un leader che si è sempre battuto per i
diritti di libertà, anche nell'allora Germania dell'Est. Quindi davvero
nessuno sbandamento sul socialismo realizzato, come si diceva una volta».
Detto questo, però, resta la voglia di capire. La voglia di capire un paese
imponente, con una popolazione che supera il miliardo di persone: la Cina. Dal gigantesco
paese è, infatti, tornata da poco un delegazione della Sinistra europea.
Fra di loro c'era anche Graziella Mascia, che dell'organizzazione che
raggruppa la sinistra nel vecchio continente è la vice presidente. Una
curiosità, innanzitutto, Mascia. Com'è nata l'idea di questo viaggio? Sembrerà
strano, ma sono stati i cinesi a spingere per questa visita. Perché a
Pechino c'è un enorme interesse per l'Europa e per la sinistra, per quel
che proponiamo e chiediamo in questa parte del mondo. E come te lo
spieghi quest'interesse? Qui i discorsi si fanno un tantino più
complessi. Ci vorrebbe qualche parola in più... Certo... La Cina è una delle potenze
mondiali, la sua economia cresce a ritmi a due cifre. Eppure, anche questo
paese e questo governo cominciano a fare i conti con la crisi, sempre più
evidente, di un sistema. Di un sistema di "governo" del mondo,
con un sistema di scambi commerciali. Loro, i cinesi, sono nel Wto,
organismo che noi abbiamo contestato e che combattiamo. Loro ci stanno
dentro, ma probabilmente cominciano a vedere che si apre qualche crepa in
quel sistema... Questa che tu racconti è un'impressione o sono stati
espliciti? Vedi, in Cina quasi nulla è assolutamente esplicito. Diciamo
che durante i colloqui - e sto parlando di incontri ai massimi livelli del
partito, o con importanti ministri - noi abbiamo parlato di come questa
crisi investa anche gli organismi internazionali. Ne metta in discussione
il ruolo, ne riveli la loro incapacità. Diciamo che i cinesi si limitavano
ad ascoltarci. In qualche modo ad assentire... Ma su cosa esattamente il
partito comunista cinese era "interessato" ad ascoltarvi? Su
una cosa, sopra alle altre. Quale? Sul sistema di welfare europeo.
Su quello che stiamo provando a difendere e a ricostruire. Un interesse
motivato da cosa? Direi che anche qui la crescita spaventosa registrata
in questi anni, ora sta rivelando l'altra faccia. Sta rivelando i guasti
sociali che ha prodotto. Guasti coi quali anche la Cina deve fare i conti. Ti
riferisci al lavoro? Ad un paese che non ha tutela per il lavoro? Si,
ma è solo uno degli esempi che si possono fare. Perché, che accade in
Cina? Accade che anche Pechino si trova a doversi misurare con tanti
segnali di protesta operaia, di insofferenza. Come vi fanno fronte? Stanno
tentando di mettere mano ad una nuova legislazione del lavoro. Che provi ad
ampliare la rappresentanza, che obblighi le imprese a discutere con il
sindacato. Una nuova normativa che, prima di essere varata, è stata
discussa soprattutto nei territori, nelle enormi aree in cui è diviso il
paese, incontrando naturalmente l'ostilità delle multinazionali. Una norma
che punta anche a far crescere il salario e a fissare un orario di lavoro
settimanale. E' tanto, è poco? Guarda, prevengo anche le tue domande e ti
dico che comunque sia, resta un limite invalicabile: la mancanza di
democrazia sindacale. Non esiste in Cina, e non sembra all'ordine del
giorno, la possibilità di libertà nello scegliere da chi farsi
rappresentare. Questo lo sappiamo, ma sarebbe sbagliato non cogliere le
novità. Anche perchè la rincorsa alla manodopera a basso costo è la
caratteristica di questa globalizzazione, e se aumentano i diritti dei
lavoratori cinesi, ne traggono vantaggio anche gli europei. Prima dicevi
che il lavoro era solo uno dei temi. Cos'altro c'è che si muove in Cina? Una
visita di una settimana, ovviamente, ti consente solo una conoscenza a volo
d'uccello. Però è evidente che tanto si muove anche nel settore della
sanità, per dirne un'altra. Ora hanno un obiettivo: alzare la soglia delle
cure a tutti i cittadini. Oggi, dicono, lo Stato è in grado di coprire un
servizio fino a un massimo del 70 per cento dei costi, il resto è legato
alle possibilità economiche del singolo. Stiamo parlando di centinaia di
milioni di persone. O ti potrei parlare della scuola. Dove si registra un
fenomeno che può apparire strano per noi europei.... Di cosa parli? Del
fatto che a differenza che nel resto del mondo, in Cina l'università
statale è quella seria, rigorosa, funzionante. Solo che l'accesso è
difficile, avviene dopo esami "tostissimi". Naturalmente parliamo
di una selezione legata alle disponibilità dello Stato. E solo chi non ce
la fa ad entrare nella struttura pubblica, e può permetterselo, in Cina
ricorre alle università private. Ma c'è di più, ancora più in
controtendenza, rispetto a noi.... Ti rifaccio la domanda: di che stai
parlando? Del fatto che ovunque, almeno ovunque dalle nostre parti, si
parla e si teorizza della necessità del decentramento dello Stato. Qui in
Cina, invece, dove da sempre il decentramento è una necessità vitale, si va
nella direzione opposta. Insomma, la Cina si è accorta che tante e troppe sono le
differenze nel livello di assistenza, di istruzione, negli standard di
vita, fra le diverse zone del paese. Così, sta riprendendo piede la
tendenza dello Stato a riappropriarsi di alcune competenze, per offrire a
tutti lo stesso trattamento. O almeno per provarci. Un'impressione,
comunque, Mascia: dalle tue parole sembra che, bene o male, l'immenso paese
asiatico si stia incamminando verso alcune riforme. Insomma, non va tutto
bene, ma poco ci manca. Non è così? Non ho detto questo, e non lo penso.
Anche qui ti faccio degli esempi: la questione ambientale prima di tutto.
Davvero drammatica, nonostante le nuove abitazioni siano tutte con pannelli
solari. Ma quando la produzione energetica dipende per tanta parte dal
carbone, e la crescita è così spinta, anche l'uso di massa dell'automobile
rappresenta un allarme che va oltre i confini cinesi. E ancora: la
questione del patriarcato. Certo, davanti ad ospiti stranieri, a Pechino
parlano del fatto che almeno il 21 per cento delle istituzioni è rappresentato
da donne. Ma la verità è che ci sono intere parti della Cina dove la
subordinazione delle donne è legge. Non scritta ma legge. E non è un caso
se la federazione delle donne, che abbiamo incontrato, investe su progetti
concreti, come la raccolta delle acque, nelle campagne. Perchè, soprattutto
in quelle zone, le donne continuano a svolgere i lavori più faticosi e più
umili. Donne, ambiente. E anche un po' la democrazia che manca, non
trovi? Ancora? Insisto: non credo che ad ogni frase io debba ripetere quali
sono le nostre scelte di campo. Però io non credo sia giusto, e soprattutto
producente, che un movimento politico, un piccolo movimento politico, vada
a fare la lezione: ora vi spieghiamo noi come si fa. Faremmo ridere. Io so,
sappiamo, che tanto il tema della democrazia e della partecipazione è
questione ineludibile, che verrà al pettine. Noi ne abbiamo parlato,
esattamente come abbiamo parlato di come per noi sia immorale un paese con
la pena di morte. E loro? Ascoltavano. Tacevano su questo e facevano
tante altre domande sul resto. Quali domande? Anche qui, una cosa
sorprendente: ci hanno chiesto, ma davvero tutti, quale fosse l'impressione
che della Cina si aveva nei nostri paesi? E tu che gli hai risposto? La
verità. Ho detto loro che in Italia la destra ha vinto soprattutto per la
paura. E dentro quella paura c'è anche tanta Cina. Paura che la concorrenza
possa far saltare i difficili equilibri dei mercati, paura al punto che li
ha portati a votare chi predicava il protezionismo. Anche se, una volta
tornati in Italia, dobbiamo assistere al paradosso per cui, davanti al
disastro dell'economia mondiale, coi mercati tremanti, sei costretta ad
ascoltare tanti commenti che oggi ti dicono il contrario: meno male che c'è
la Cina. Oggi
si sente anche questo... Insomma, in una battuta raccontaci il senso del
tuo viaggio. Non si può essere sintetici verso un mondo che chiede di
essere esplorato. Però una cosa, questo viaggio ce l'ha ricordata: che non
ha molto senso provare a mettere "le braghe al mondo". Compito di
una sinistra è quello di indagare, di provare a capire. Di non fermarsi
alla superficie. Pensare di sapere prima come vadano le cose non è
atteggiamento di una sinistra moderna. Ecco, col nostro viaggio abbiamo
soprattutto voluto capire. E continueremo a farlo: visto che ci siamo dati
appuntamento, con i dirigenti cinesi, per svolgere alcuni seminari. Di
approfondimento, sulle questioni economiche in particolare. Visto che la
crisi economica e finanziaria non risparmia nessuno. Convinti che dalla capacità
di dare una risposta a questa crisi dipende il futuro delle sinistre.
11.10.08
Gli studenti: ecco
l'opposizione. E oggi va in piazza la sinistra
Checchino Antonini
Benvenuti a Roma -
probabilmente siete in corteo, o ci sareste stati volentieri. Benvenuti a
Roma, dunque, dove già ieri l'opposizione a governo e Confindustria s'è
manifestata in massa - è accaduto contemporaneamente in decine di città -
su uno dei punti specifici della piattaforma di questo corteo: la difesa
della scuola pubblica. Che quella che Gelmini suole chiamare riforma sia
null'altro che tagli è parso chiaro a centinaia di migliaia di studenti.
Trecentomila secondo l'Uds, il sindacato studentesco. Comunque tantissimi
con punte di 40mila a Roma, Napoli, Torino. Un po' meno, 30mila a Milano,
15 mila a Salerno, Firenze e Genova. E, ancora, diecimila a Bologna, Bari,
Trieste; duemila a Brindisi, mille in più a Bergamo. Numeri piccoli nelle
città minori ma, l'unione fa la forza, tutti insieme forniscono una scossa
di adrenalina all'inizio del periodo più caldo dell'autunno caldo.
Collettivi e giovani comunisti attraverseranno il corteo di oggi con
Rifondazione e la sinistra alternativa. Si replica venerdì prossimo nella
piazza dello sciopero generale del sindacalismo di base. Poi le scuole si
svuoteranno anche il 30 ottobre nel giorno dello sciopero del comparto
indetto dai sindacati confederali. Le cronache restituiscono l'atmosfera di
cortei ovunque variopinti e chiassosi, oltre che determinati sulla
piattaforma di dieci punti: contro i tagli della finanziaria e i
finanziamenti alle private, in difesa dei posti di lavoro, contro
l'abbassamento dell'obbligo scolastico e il maestro unico, contro il voto in
condotta come strumento di censura e inadeguato a battere il bullismo, per
una legge nazionale sul diritto allo studio e un piano di edilizia
scolastica. A Roma, in un incontro col direttore generale del ministero, è
stato chiesto dalla delegazione di studenti un referendum sulla
pseudoriforma. Ma i funzionari non hanno potuto dare risposte politiche.
Gliele darà quelle risposte, ma saranno pessime, il governo. E senza
neppure scomodare una delegazione: nascosto nelle pieghe del decreto
sanità, infatti, c'è un comma che taglia le scuole. Dietro una formula in
burocratese - "ridimensionamento delle istituzioni scolastiche" -
c'è la cancellazione di plessi interi in barba alle norme che danno a
Regioni ed enti locali il compito di definire la definizione della rete
scolastica. Non è la prima volta che il federalismo di facciata serve a
occultare una gestione autoritaria e centralista. Per delucidazioni si può
chiedere a studenti e cittadini di Vicenza che hanno votato all'aperto, e
autogestendosi la consultazione, per destinare a usi pubblici e pacifici
l'area dell'ex aeroporto civile Dal Molin che le destre hanno consegnato
agli Usa per un'ennesima base di guerra. Una rivendicazione che fa parte
anch'essa della piattaforma del corteo romano di oggi. «Non è che l'inizio
di un autunno caldo», ripeteva in serata l'Unione degli studenti
ricordando, al termine di una giornata animata su 90 piazze e finita con
una fiaccolata a Venezia, che le scuole, più o meno occupate, autogestite o
comunque agitate,saranno di nuovo in piazza il 30 ottobre, accanto ai
lavoratori delle scuole nello sciopero generale. E poi fino alla settimana
del 17 novembre, una sorta di primo maggio studentesco, designata dal
recente social forum europeo che s'è tenuto in Svezia. Anche l'Udu, l'Unione
degli universitari, denuncia i continui tagli, operati dalla Finanziaria,
per un totale di 8miliardi di euro in 3 anni solo sul comparto scuola,
tagli al personale docente, 455 milioni di euro in meno solo sul Fondo per la Formazione Ordinaria
Universitaria. Flash dagli atenei: a Firenze oltre all'occupazione c'è una
mobilitazione permanente a Ingegneria e il blocco della didattica si
estende anche a Scienze. A Torino l'università compatta minaccia di far
saltare la cerimonia di apertura dell'anno accademico. A Parma si è svolta
una giornata di protesta con volantinaggio all'ingresso del Campus e
conseguente ingorgo della tangenziale. Alla Federico II di Napoli si
prospetta l'ipotesi di bloccare l'anno accademico e i ricercatori
progettano il completo blocco della didattica a loro affidata. A Pisa
l'università scende in piazza e la facoltà di Scienze convoca un consiglio
straordinario. A Palermo Ingegneria è in stato di agitazione con
svolgimento di alcune lezioni nei luoghi pubblici e c'è l'ipotesi di blocco
della didattica attraverso la rinuncia a incarichi di supplenza (per i
ricercatori) e a carichi aggiuntivi (per i professori). Alla Sapienza di
Roma, infine, docenti della facoltà di Scienze e della facoltà di
Psicologia1 stanno raccogliendo le firme per ritirare la disponibilità a
ricoprire i corsi; a questo si aggiunga una massiccia mobilitazione
studentesca con assemblee giornaliere in varie facoltà. «Governo e
maggioranza possono stare pur certi che saranno tallonati a ogni passo e
fischiati in ogni occasione dalla protesta di studenti, lavoratori,
docenti, ricercatori, precari», spiega Domenico Ragozzino, dell'esecutivo
nazionale dei Gc, denunciando un modello di scuola «costrittivo, familista,
depauperato, privatistico, canalizzato, elitario e degradato». Gelmini
afferra il concetto e rinvia a data da destinarsi un convegno a Milano
organizzato con una claque di dipendenti della Regione precettati.«Il mondo
dei saperi apre una stagione di nuova opposizione con una domanda di
libertà e futuro che dobbiamo recepire a cominciare dalla manifestazione di
oggi», spiega Nichi Vendola, presidente della Puglia e dirigente Prc.
E' finita la
ritirata - Paolo Ferrero
Oggi siamo in piazza
contro governo e Confindustria ed anche contro quelle interferenze Vaticane
che mettono pesantemente in discussione la laicità dello stato. Non è poco.
Se il governo Berlusconi, populista e di destra, è una anomalia, lo
scandalo maggiore consiste nell'assenza di una opposizione di sinistra.
L'opposizione parlamentare uscita dalle urne del 13 aprile, afasica o
gridata che sia, non è mai contro Confindustria; grida o sussurra contro
Berlusconi ma non dice mai una parola contro i padroni. Per questo è una
opposizione subalterna, non in grado di prospettare l'alternativa, una
uscita da sinistra dalla crisi economica e sociale in cui siamo immersi.
Siamo quindi in piazza per costruire una opposizione di sinistra dopo la
sconfitta elettorale di aprile. E' finita la ritirata, la fase dei
congressi e delle battaglie intestine, comincia la fase della costruzione,
del lavoro politico di massa. Dopo le mobilitazioni studentesche, questa
manifestazione è un primo momento, necessario ma non sufficiente. Lo
sciopero generale del sindacalismo di base del 17, lo sciopero generale
della scuola del 30, saranno altrettanti momenti topici di questa
mobilitazione; auspichiamo e ci adoperiamo affinché la positiva rottura
praticata dalla Cgil contro i tentativi di distruzione del contratto
nazionale di lavoro, evolva nella convocazione di uno sciopero generale,
quanto mai necessario per ridare voce ai lavoratori. Finisce la ritirata e
comincia in una fase nuova. La crisi finanziaria che è la crisi del
liberismo, cioè del volto odierno del capitalismo, cambia radicalmente il
terreno su cui si svolge lo scontro politico. Ci presenta un fallimento,
quello del capitalismo, che negli ultimi 20 anni ha avuto mano libera a
livello planetario. Il risultato di questo dominio sono le guerre, la crisi
alimentare, il peggioramento delle condizioni di vita di centinaia di
milioni di persone, il riaffacciarsi barbarico del razzismo e della caccia
al diverso. Il liberismo, si è basato su un regime di bassi salari e ha
prodotto una dilagante insicurezza sociale; la sua crisi accentua questa
insicurezza. Sino ad ora la paura è stata gestita da destra, con una
produzione scientifica di capri espiatori da additare, in una logica
amico-nemico, come i responsabili del disagio e della paura. La destra fa
scelte politiche che alimentano la precarietà e l'insicurezza sociale e
indirizza le paure che ne derivano contro il diverso: l'immigrato, lo
zingaro, l'omosessuale. Il razzismo, il sessismo, l'intolleranza non sono
accessori secondari di questo capitalismo ma costituiscono l'elemento
rassicurante, conservatore, tradizionale in cui rifugiarsi in questo mondo
insicuro. La globalizzazione liberista è stata una gigantesca rivoluzione
conservatrice tesa a soppiantare il conflitto di classe con la guerra tra i
poveri. La crisi del liberismo può essere usata per accentuare questa
deriva oppure per ricostruire il conflitto di classe, un conflitto del
basso verso l'alto. Del resto, dalla crisi del '29 non si uscì al centro ma
a destra con il nazismo e il fascismo o a sinistra, con il New deal. Oggi
la nostra scommessa politica è quella di dare una risposta di sinistra
all'insicurezza sociale e alla riduzione delle risorse disponibili, in
termini di democrazia, eguaglianza, libertà. Il governo prova a gestire la
crisi facendola pagare ai lavoratori e ai pensionati, riducendo gli spazi
di democrazia. Il governo vuol salvare le banche ma non i bilanci dei
lavoratori, dei pensionati, delle famiglie. Il governo punta ad una
gestione autoritaria della frantumazione sociale e della guerra tra i
poveri. Noi dobbiamo puntare alla costruzione di un conflitto verticale,
del basso contro l'alto che imponga un intervento pubblico che
ridistribuisca risorse, ridisegni i poteri e cambi radicalmente il modello
sociale. Questa è la partita che è cominciata. Dalla crisi si esce da
destra o da sinistra. Con buona pace del Partito Democratico, dal centro
non si può uscire; l'idea di rivitalizzare e correggere il liberismo non è
solo sbagliata; è patetica. La manifestazione di oggi riprende quindi il
cammino di Genova; riprende l'ispirazione di quel movimento contro la
globalizzazione liberista che aveva individuato con chiarezza l'aspetto
distruttivo e regressivo del liberismo. Mentre in America Latina il
movimento no global ha vinto, in Europa e segnatamente in Italia ha perso.
Ripartiamo da questa sconfitta, nella nuova situazione aperta dalla crisi
del liberismo. Ripartiamo provando a non ripetere gli errori fatti negli
anni scorsi. In primo luogo ripartiamo quindi dall'opposizione. Occorre
dare continuità alla manifestazione di oggi. Propongo di dar vita ad un
coordinamento delle forze politiche, sociali e culturali disponibili a
lavorare per la costruzione dell'opposizione di sinistra. Un coordinamento
nazionale e sui territori, che unisca la sinistra sul fare. In secondo
luogo occorre evitare che la battaglia di opposizione venga riassunta in un
orizzonte propagandistico o testimoniale. Per questo occorre ridislocare il
lavoro politico nella società, nell'affiancamento delle lotte già in essere
- pensiamo solo alla lotta per la scuola pubblica - nella costruzione di
vertenze concrete che tocchino le condizioni di vita delle persone, nella
costruzione di una rete di mutualismo contro il caro vita. In terzo luogo
occorre ricollocare il nostro lavoro politico in un orizzonte europeo. Di
fronte alla crisi finanziaria occorre mettere in discussione con rinnovato
vigore le politiche della Commissione, l'impianto costituzionale europeo,
il suo fondamento liberista e lo strapotere della Banca Centrale sottratta
a qualsivoglia controllo democratico. Questa scelta passa dalla lotta
contro l'Europa dei padroni per la costruzione di un Europa dei lavoratori
e dei popoli. La crisi ci pone anche una sfida più generale. La crisi
dimostra come il capitalismo non sia in grado di assicurare il benessere
dei popoli e del pianeta. Dopo 20 anni in cui i padroni del mondo hanno
fatto quello che volevano ci consegnano una realtà di guerre, crisi
economica, crisi alimentare, distruzione dell'ambiente, imbarbarimento
della vita sociale. La crisi del capitale ci ripropone l'attualità del
comunismo. Proprio perché il capitalismo per riprodursi accentua gerarchie
sociali, sfruttamento e barbarie - razzismo, sessismo, patriarcato,
intolleranza - la lotta per il comunismo non è una lotta per aggiungere ai
diritti sociali una spruzzata di diritti civili; non è una battaglia
redistributiva a cui aggiungere un po' di buonismo. La lotta per il
comunismo è lotta per la liberazione degli uomini e delle donne, contro lo
sfruttamento, la mercificazione dei rapporti sociali e della natura, contro
il pregiudizio escludente. Proviamo a far vivere nel paese, da domani,
questa prospettiva. E' finita la ritirata.
Martti Ahtisaari,
Nobel per la pace che fa litigare - Stefania Podda
Namibia, Indonesia, Irlanda del Nord,
Medio Oriente. E infine il Kosovo. Martti Ahtisaari, ex presidente e
diplomatico finlandese, da ieri neo premio Nobel per la pace, ha avuto un
ruolo importante nella soluzione di molti conflitti in giro per il mondo.
Ma il suo nome è legato soprattutto al piano per l'indipendenza del Kosovo,
proposto nel 2007 nelle vesti di inviato speciale dell'Onu. Ecco perché il
riconoscimento che l'Accademia di Stoccolma ha voluto tributargli ha
provocato la reazione sdegnata della Serbia e della Russia. Per Belgrado la
notizia del premio ad Ahtisaari è stato un vero e proprio choc. Politici e
analisti hanno condannato la decisione dei membri dell'Accademia,
giudicandola una provocazione. L'ex primo ministro serbo Vojislav
Kostunica, strenuo oppositore dell'indipendenza di Pristina, ha ricordato
che il piano di Ahtisaari non è stato approvato dal Consiglio di Sicurezza
dell'Onu, ma ciò nonostante «viene implementato in Kosovo con la forza».
Kostunica ha quindi rimproverato al mediatore di aver agito sulla base di
un evidente pregiudizio etnico: «Sarà ricordato per la sua affermazione
secondo cui i serbi sono colpevoli in quanto popolo», ha dichiarato
Kostunica. Il politologo Cvijetin Milivojevic ha sottolineato che
«Ahtisaari non ha negoziato una pace in Kosovo, ma ha premiato gli albanesi
dando loro uno stato in territorio serbo». «Di fatto, ha avuto il Nobel per
aver eseguito gli ordini delle grandi potenze», ha aggiunto. Poche ore dopo
l'annuncio è arrivata anche la posizione ufficiale del governo serbo:
«Speriamo che il Nobel ad Ahtisaari sia stato assegnato per altre opere di
mediazione e non per quella sul Kosovo poiché in quel caso - ha detto
Miroslav Mihajilovic, capo ufficio stampa del nuovo governo europeista di
Belgrado - ha soltanto aiutato una secessione illegittima, aumentando le
tensioni nei Balcani e i pericoli per la pace». Critica anche la reazione
di Mosca, fortemente contraria al piano elaborato dall'inviato delle
Nazioni Unite: «Non riesco a capire come un Nobel per la pace o qualsiasi
altro premio possa essere concesso ad Ahtisaari - ha denunciato
l'ambasciatore russo alla Nato, Dmitry Rogozin, citato dall'agenzia di
stampa Interfax -. Lui è l'autore di un'enorme quantità di azioni che hanno
distorto e violato il diritto internazionale e le decisioni del Consiglio
di Sicurezza dell'Onu». Durissimo anche il commento del vice presidente
della commissione Esteri della Duma di Mosca, Leonid Slutsky, che ha
ricordato come il piano Ahtisaari abbia scoperchiato «il vaso di Pandora»:
«L'ordine pacifico è stato violato», ha aggiunto facendo riferimento a
ricordando quanto successo nelle settimane scorse con Abkhazia e Ossezia
del Sud, di cui Mosca ha riconosciuto unilateralmente l'indipendenza. Di
segno opposto le reazioni della leadership albanese kosovara che ha
interpretato il riconoscimento come una vittoria anche per la propria
causa: «È un premio meritato», ha dichiarato il presidente del Kosovo,
Fatmir Sejdiu -. Facciamo tanti auguri al presidente Ahtisaari per questo
premio prestigioso. Noi ci impegneremo a tener fede alle promesse fatte
alla comunità internazionale durante il processo di conseguimento
dell'indipendenza». «Congratulazioni ad Ahtisaari - ha fatto eco lo speaker
del Parlamento locale, Jakup Kraniqi - per un riconoscimento che
rappresenta una grande vittoria anche per il Kosovo». L'abbraccio di
Pristina è però fonte di imbarazzo per l'autore del «piano di pace»
sfociato il 17 febbraio scorso nella contestata proclamazione unilaterale
d' indipendenza del Kosovo dalla Serbia. L'entusiasmo del Kosovo e la
rabbia della Serbia non depongono a favore dell'imparzialità di Ahtisaari
e, nonostante i commenti favorevoli di gran parte della comunità
internazionale, molti analisti sottolineano come un plateale riconoscimento
dell'opera del mediatore - pur se più ampia del lavoro svolto in Kosovo -
sia comunque un inutile schiaffo alla Serbia, a tutto vantaggio dei
nazionalisti. I quali hanno infatti buon gioco a raffigurare la Serbia come la vittima
ideale nel gioco delle grandi potenze. Peraltro la questione è ancora
lontana dall'aver trovato una soluzione: mercoledì la Corte Internazionale
di Giustizia dell'Aja ha deciso di accogliere il ricorso serbo e darà
dunque un parere legale sullo status del Kosovo, dopo la dichiarazione di
indipendenza dalla Serbia. Il quesito è semplice: la dichiarazione
unilaterale di indipendenza da parte delle istituzioni provvisorie del
governo del Kosovo è in accordo col diritto internazionale?. Deciderà la Corte, ma nel frattempo
resta il «precedente kosovaro».
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2.10.08
Cgil
rompe, i cocci sono del Pd
Almeno una cosa il Partito democratico l’aveva
capita, a forza di testate contro il muro. O meglio, a forza di tracolli
elettorali nei distretti industriali del Nord. E cioè che operai e
impiegati sono stufi di non trovare nelle buste paga il risultato di una
produttività in continuo aumento, e di dover pagare quindi di tasca propria
l’intangibilità del Moloch del contratto unico nazionale. Di qui la
svolta, la netta apertura alla riforma e la scommessa sullo spostamento dei
pesi in favore della contrattazione di secondo livello, quella decentrata.
Col che, abbiamo individuato quale sarebbe la vittima politica
dell’eventuale fallimento della trattativa fra Confindustria e
sindacati sulle regole contrattuali. 25 ottobre o non 25 ottobre,
collateralismo nuovo o vecchio, per il Pd la rottura decretata dalla Cgil è
una pessima notizia e come tale andrebbe trattata, possibilmente reagendo.
Anche perché le parti attualmente coinvolte, se lasciate a se stesse
sembrano avviate verso l’esito più italiano e probabile della
vicenda: il nulla di fatto. Non solo per il “solito”
conservatorismo sindacale di sinistra, si badi: quando Confindustria ha
tirato fuori la propria piattaforma, e Cisl e Uil si sono precipitati a
sottoscriverla, gli osservatori più attenti e ostinatamente liberal sono
rimasti sconcertati. Era infatti di un documento meno che mediocre, che
proprio sull’esigua entità della quota di salario da delegare al
secondo livello smentiva le cose belle dette e richieste per anni dagli
imprenditori. Ora suonano i tamburi di guerra. Una Cgil forse in
transizione di leadership, uscita più forte dal caso Alitalia e libera da
un pungolo riformista esterno, potrebbe trovare comodo (e magari pagante
nella competizione fra confederazioni) fermarsi un po’. Fra Confindustria
e Cisl-Uil i tifosi del nulla di fatto abbondano (non è che a tutti i
padroni piaccia l’idea di trattare sul territorio). Il governo fin
qui se ne lava le mani e non caccia un euro d’incentivi. La paralisi
la pagherebbero alla fine l’economia nazionale e i lavoratori. Che
poi girerebbero il conto nelle urne indovinate a chi?
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13.10.08
L’Occidente
spera nei Paesi emergenti – Stefano Lepri
WASHINGTON - La speranza viene dai Paesi
emergenti. Le loro economie, continuando a crescere, potranno temperare le
ripercussioni della crisi finanziaria sulle economie dei Paesi ricchi. Nei
vertici d’autunno che si susseguono dentro i palazzi del Fondo
monetario e della Banca mondiale, la novità positiva è questa. Con il calo
del prezzo del petrolio, si attenuano i timori di inflazione; invece che di
strumenti per frenare la crescita dei Paesi emergenti, si parla di
strumenti per accelerarla. Nella riunione straordinaria del G-20 sabato
sera, dove inatteso si è presentato George Bush in persona - apparso
piuttosto umile - si è parlato soprattutto di questo. Il G-20 è un consesso
al quale anche la Cina
prende parte, e soprattutto alla Cina il discorso si rivolge. Appena
qualche mese fa, di fronte al greggio impazzito, Paesi ricchi e Fmi
chiedevano a Pechino di moderare l’impetuosa crescita che la portava
a consumare sempre più energia. Ora è l’opposto. Già la Banca centrale della
Cina si è unita al taglio coordinato dei tassi di interesse qualche giorno
fa; forse potrebbe fare di più. Se c’è un governo che può sostenere
l’economia con un maggior deficit di bilancio, è proprio quello della
Repubblica popolare. In un momento nel quale tutti cercano paralleli con la
grande crisi degli anni ‘30, il mondo spera in un New Deal cinese;
chiede a Pechino di imitare il presidente Usa Franklin Roosevelt piuttosto
che il suo predecessore Edgar Hoover. «Nonostante lo choc negativo della
crisi finanziaria, la Cina
accelererà la trasformazione del suo modello di sviluppo, promuovendo la
domanda interna, soprattutto i consumi delle famiglie» risponde il
vicegovernatore della Banca di Cina Yi Gang, e pare un sì. Tutti i Paesi
del G-20, in
prima fila Russia e Brasile, annunciano «politiche anti-cicliche» ossia
espansive, contro la crisi, fondate sulla loro domanda interna. La Cina è cauta nel
criticare i Paesi ricchi: li esorta ad agire in fretta per stabilizzare i
mercati, avverte che però la liquidità necessaria a sbloccarli se non
ritirata provocherà inflazione poi. Altri Paesi emergenti sono più
espliciti. Il governatore della Banca centrale del Sud Africa, Tito
Mboweni, sotto l’apparenza di una autocritica collettiva rimprovera
soprattutto agli Usa di non aver agito per tempo: «Nelle riunioni degli
anni scorsi tutti vedevamo accumularsi i pericoli, e sapevamo che cosa
occorreva fare per evitare un esito disastroso». Presidente di turno del
G-20 è il ministro delle Finanze brasiliano Guido Mantega. E’ stato
lui a citare Roosevelt: «Soffriamo le conseguenze di un individualismo
impazzito». Ricorda con sarcasmo che il Fmi indicava ai Paesi emergenti,
come modello di pratiche finanziarie, gli Usa e l’Europa, e vanta i
meriti della normativa del suo Paese. Chiede che sia potenziato il G-20. Il
Brasile ha soldi in cassa e per giunta ha scoperto importanti giacimenti di
petrolio, ma in questi giorni soffre per la fuoriuscita di capitali in
rientro nei Paesi ricchi. Proprio ora che per governare meglio
l’economia mondiale si parla di allargare il G-7, si capisce che il
G-20 (a cui oltre ai Sette, all’Unione europea e alla Russia partecipano
Cina, India, Brasile, Sud Africa, Australia, Indonesia, Messico, Argentina,
Arabia saudita, Corea del Sud, Turchia) resisterà a farsi mettere da parte,
giovandosi anche dell’attenzione ricevuta da Bush («il presidente
degli Usa sta appoggiando le istituzioni che ritiene importanti» ha detto
Mantega). La nuova struttura di cui si parla dovrebbe associare al G-7 i
Paesi più forti, escludendone altri.
Manhattan,
l’isola dei Paperoni in svendita – Maurizio Molinari
NEW YORK - Sulla 58 Strada, proprio dietro
all’Hotel Plaza, in uno dei lotti di terreno più ambiti di Manhattan,
i lavori sono fermi. Niente operai né gru, solo un cartello della società
Extell con i numeri di emergenza da chiamare. In questa zona di Midtown i
cantieri edili per costruire grattacieli di nuova generazione e condomini
di lusso valgono miliardi di dollari, ma ora si tratta di valori solo sulla
carta perché il terremoto finanziario sta cambiando volto all’isola
al cuore di New York che somma la maggiore ricchezza pro-capite dell’intero
pianeta. I sintomi della crisi sono ovunque, basta fare pochi passi,
arrivare fino a Madison Avenue - la strada delle boutiques di lusso - e fra
la 60 Strada e l’80 Strada ci si accorge che alcuni locali sono
insolitamente sfitti, segno che anche i super-ricchi fanno meno acquisti.
Sul lato opposto di Central Park, la residenziale Upper West Side vede i
brokers immobiliari suggerire ai clienti di «aspettare febbraio per
acquistare perché i prezzi della case andranno in picchiata» a causa del
fatto che molti manager di Wall Street non potranno contare sui bonus
milionari che finora tenevano alto il mercato. Prezzi di acquisto in calo,
e di conseguenza affitti in crescita, anche nelle altre zone residenziali
più ambite: Tribeca, Soho e l’esclusivo Upper East Side. Poco più a
sud della 58 Strada, nell’area di Chelsea, a fare affari d’oro
sono hotel che offrono «camere con il bagno in comune»: il costo si aggira
sui 150 dollari al giorno ed è molto competitivo da queste parti, ma se il
numero di clienti è in crescita è perché, come spiega il New York Times,
questo è il momento della «città frugale» dove in molti cercano il modo di
«vivere con 250 dollari al giorno, affitto incluso» girando in metro e
mangiando di meno nei ristoranti. A cercare camere a costi bassi nelle
metropoli degli hotel a cinque stelle non sono i turisti in visita alla
Grande Mela ma gli ex dipendenti di società finanziarie, come Lehman
Broters e Merrill Lynch, che hanno chiuso i battenti o sono state
acquistate da nuovi padroni che per prima cosa hanno ridotto le
retribuzioni, costringendo i loro ex dipendenti a trovare nuove
sistemazioni decisamente più economiche. Ancora nessuno ha stimato il
numero di neo-disoccupati ma dal quartier generale della polizia, sulla
Federal Plaza nei pressi del City Hall, trapelano indiscrezioni sulla
formazione di un’unità speciale di «suicide hunters» ovvero agenti il
cui compito è di scongiurare il rischio di un’epidemia di suicidi.
Veri o presunti, come nel caso di Samuel Israel III, manager di un hedge
fund che ha simulato con la propria auto il lancio da un ponte sul fiume
Hudson nel tentativo di lasciarsi alle spalle una montagna di debiti. Se i
suicidi sono uno scenario da sventare, l’aumento delle rapine oramai
è un dato di fatto. I numeri crescono oltre l’East River, a Brooklyn,
nei quartieri di Williamsburg e Greenpoint, mentre gli scontri a fuoco sono
in aumento, nelle ore notture, in zone di Harlem oltre la 128 Strada che
solo pochi mesi si pensavano recuperate, al punto da vivere un boom
immobiliare ora tramontato. La microcriminalità è una conseguenza della
chiusura di molti cantieri edili dove lavoravano operai in difficoltà nel
pagarsi pasti e affitti: fra i maggiori progetti in panne vi sono una delle
nuove torri di Ground Zero che il costruttore Larry Silverstein pensava di
affittare ad una banca che non esiste più e alcuni palazzi per uffici che
erano stati progettati per l’Atlantic Yard di Brooklyn. Fra i
business a pagare lo scotto della minore liquidità di danaro c’è il
mestiere più antico del mondo. Le agenzie di escort posizionate poco a nord
di Wall Street per facilitare le visite dei manager si trovano nella
necessità di abbassare i prezzi perché in pochi sono in grado di versare
1000 dollari per un’ora di sesso come faceva a cuor leggero
l’ex governatore di New York, Eliot Spitzer. Le tariffe si sono
assestate assai più in basso, sui 260 dollari a prestazione con
l’alternativa di 160 dollari per 30 minuti offerta soprattutto da
ragazze russe che hanno preso in affitto camere che non sono più in grado
di pagarsi. A complicare il lavoro delle escort di professione c’è la
concorrenza delle nuove colleghe: donne quarantenni come Shana, che ha
raccontato al Dailynews di aver scelto di vendere sesso non sapendo cosa
altro fare dopo essere stata licenziata in luglio da un’agenzia di
viaggi che le garantiva uno stipendio annuo di 45 mila dollari.
Hillary
finalmente con Obama – Maurizio Molinari
NEW YORK - Bill e Hillary Clinton si
gettano nella campagna elettorale per sostenere Barack Obama mentre John McCain
è alle prese con defezioni e critiche a cui si aggiunge il malessere dei
leader repubblicani che vedono arrivare la sconfitta. Dopo aver esitato per
settimane a lanciarsi nella mischia a favore del democratico, i coniugi
Clinton hanno rotto il ghiaccio presentandosi assieme sul palco di
Scranton, in Pennsylvania, a fianco di Joe Biden, candidato vice. Scranton
è il luogo dove sono nati tanto Biden che il padre di Hillary, per entrambi
è il piccolo centro che testimonia le radici nella classe media bianca
aggredita dalla crisi economica, e il comizio è servito ai Clinton per
chiedere al popolo dei «blue collar» di rompere gli indugi e votare in
massa per Barack. «Obama e Biden sostengono politiche giuste, McCain e
Palin politiche errate», ha più volte ripetuto Hillary dal palco, chiedendo
esplicitamente a chi la votò durante la primarie - quando prevalse con 10
punti di scarto sul rivale - di sostenere il senatore dell’Illinois.
«Una volta eletto, Obama sarà il presidente che erediterà il maggiore numero
di sfide da quando Harry Truman sostituì Franklin Delano Roosevelt», ha
detto l’ex First Lady sostenendo che Barack è «l’uomo giusto
per affrontare il momento più difficile per l’America dalla fine
della Seconda Guerra Mondiale». Scesi dal palco di Scranton i Clinton si
sono indirizzati verso percorsi diversi negli Stati che si annunciano
decisivi nella sfida per la
Casa Bianca: Bill ha fatto rotta verso la Virginia per poi
proseguire in Ohio e Nevada mentre Hillary resterà in Pennsylvania per fare
tappa in seguito in Ohio, Florida e Minnesota. L’offensiva punta a
evitare fughe di voti clintoniani verso McCain e chiude una prolungata
ambiguità dell’ex coppia presidenziale, che in più occasioni aveva
mandato segnali di attenzione per il ticket repubblicano. A spingere i
Clinton verso la svolta sono stati probabilmente i sondaggi che da due
settimane danno Obama in solido vantaggio - per Gallup è avanti di 7 punti,
per Reuters e Rasmussen di 6 - perché considerato dagli elettori più
affidabile nella gestione della peggiore crisi economica dalla Grande
Depressione. Sul fronte opposto McCain appare in crescente difficoltà. Il
deputato democratico afroamericano della Georgia, John Lewis, ha accusato lui
e la vice Palin di «giocare con il fuoco» con la questione razziale. Per
McCain si tratta di un duro colpo perché in agosto, durante un dibattito in
una chiesa della California, aveva indicato proprio in Lewis una delle
persone cui avrebbe «chiesto consiglio da presidente». A girare le spalle
al candidato repubblicano è stato anche Christopher Buckey, figlio del
William che fondò la
National Review gettando le basi del nuovo
conservatorismo, secondo il quale «Barack Obama ha il potenziale per
diventare un grande leader». Il disagio per l’indebolimento di McCain
porta i repubblicani a svelare il timore per la sconfitta, come ha fatto
l’ex governatore del Wisconsin Tommy Thompson, confessando al New
York Times: «Non sono contento della campagna di McCain e non so proprio
chi possa esserlo». Fra i leader repubblicani non c’è accordo su come
tentare il recupero: c’è chi suggerisce di affondare i colpi contro
Obama e chi invece di presentarsi come meno aggressivo e più credibile con
l’opinione pubblica. Forse privilegiando quest’ultimo approccio
McCain si avvia ad annunciare un nuovo pacchetto di proposte economiche che
include la diminuzione delle tasse sulle rendite azionarie. Ad aver meno
dubbi su cosa fare è invece la vice, Sarah Palin, che durante un comizio in
Pennsylvania ha cavalcato l’antiabortismo accusando Obama di «non
avere alcuna cultura della vita».
"La
guerra santa dei thugs d'Orissa" - FRANCESCA PACI
BHUBANESWAR (ORISSA) - L’altare di
St. Vincent è uno scheletro carbonizzato. In terra ci sono un crocifisso
spezzato in due, brandelli di paramenti sacri laceri, la foto accartocciata
di Papa Ratzinger. Enormi foglie di banano penetrano dalle finestre senza
vetri. È passato un mese e mezzo da quando la furia induista si è abbattuta
sulla piccola chiesa di Brahmunigaon, ai margini del distretto di
Kandahmal, in Orissa. «Fino a qualche giorno fa c’era puzzo di
bruciato, le braci ardevano qua e là», racconta l’avvocato Bibhu
Dutta Das. È uno dei pochi ad aver accesso a questo villaggio isolato dal
coprifuoco e pattugliato da alcune decine di soldati governativi. I
cristiani sono fuggiti, dispersi nei 15 campi profughi che i volontari
hanno allestito nella regione. «Era tutto organizzato da tempo, la
violenza, i roghi», continua Dutta Das, legale delle vittime. Sin da
quando, nel 1993, le milizie fondamentaliste indù Bajrang Dal e Rashtriya
Swayamsevak Sangh, i due maggiori gruppi armati della destra
ultranazionalista Sangh Parivar, assaltavano le madrasse, le scuole coraniche
del Gujarat, al grido di «Pahle kassai, phir issai», prima i musulmani e
poi i cristiani. Le strade sono sterrate e deserte. Ci vuole almeno
un’ora e mezza per percorrere un tratto di 20 chilometri,
serpentine spettrali controllate ora dagli uomini con il trishuls, il
tridente dipinto in mezzo alla fronte. Il tragitto per Berhampur è
accompagnato da capanne e chioschi di succhi di frutta. Qui, nel cuore
profondo della locomotiva indiana con tassi di crescita del 9 per cento
l’anno, una famiglia su due vive con un paio di dollari al giorno.
«Quelli che ci hanno attaccato la notte del 25 agosto erano braccianti,
gente ancora più povera di noi, indottrinati dai politici e accecati dal
ganja, l’oppio locale», dice Sumonta Nike, insegnante di 34 anni
ricoverata nel campo profughi di Cuttack con una cicatrice lunga un palmo
in mezzo ai capelli neri e lucidi. Secondo uno studio di Angana Chatterji,
docente di antropologia all’Institute of Integral Studies di San
Francisco, negli ultimi sei anni almeno 15 mila villaggi sono passati sotto
l’influenza del Sangh Parivar che ha sfruttato l’emergenza
seguita al ciclone del ’99. Oggi, nel loro venticinquesimo
anniversario, i Bajrang Dal contano un milione e 300 mila paramilitari. Una
potenza che il fondatore, Vinay Katiyar, consiglia di non sfidare: «Se il
Congresso ci mette fuori legge ne vedrà delle belle». «Sono terroristi,
terroristi indù» commenta padre Ram Ramakrishn, paragonando le milizie del
Sangh Parivar agli uomini dello Student Islamic Movement of India (SIMI),
gli integralisti islamici responsabili delle 5 bombe esplose un mese fa a
Delhi. Nel suo ufficio, a pochi passi dalla diocesi di Bhubaneswar, padre
Ram, camicia coreana e jeans, raccoglie testimonianze e documenti dei precedenti
di violenza contro i cristiani d’Orissa: 79 episodi dal 1967 a oggi, quasi due
all’anno. La prova, sostiene il missionario, di «una strategia sempre
più sofisticata». Un’inchiesta del settimanale Outlook rivela «il percorso
formativo» dei fondamentalisti indù che, pare, studierebbero proprio i
metodi dello jihadismo indiano. L’altra faccia della guerra santa
contemporanea, nonostante, osserva l’analista Sevanti Ninan, «i media
usino un linguaggio forte solo quando si tratta di qaedismo». Rashtra e
bhaktas, nazione e religione, come rivendica il coordinatore dei Bajrang
Dal, Prakash Sharma. Ma il giornalista e ideologo di destra Swapan Das
Gupta rifiuta il parallelo: «Accostare i Bajrang Dal al SIMI è come
confondere una pistola ad acqua con l’Ak47, gli scontri in Orissa non
hanno nulla a che vedere con il terrorismo». «Sono indù e mi vergogno di
quanto sta accadendo», ammette sottovoce Venketesh, un ambulante che vende
candele e incensi davanti al tempio di Rameswai, a Bhubaneswar. «Ma non lo
scriva», aggiunge guardandosi intorno. Il figlio adolescente frequenta una
scuola cristiana a pochi passi da qui. Secondo un sondaggio del centro di
ricerca Gfk il 69 per cento degli indiani vorrebbe la messa al bando dei
Bajrang Dal. Qui la paura mangia l’anima. Se il Congresso guidato da
Sonia Gandhi temporeggia in vista delle elezioni del prossimo anno e rinvia
l’applicazione dell’articolo 356, che prevede le dimissioni
d’ufficio di un governo federale fallimentare, Venketesh fa spallucce
e torna alle sue candele. Abinash ha 8 anni, il braccio sinistro rotto, la
fronte fasciata come la madre Sumika. Tiene stretto in mano un libro di
fiabe, «Noah’s Ark». Abinash e Sumika sono fuggiti tre settimane fa
da G. Udayagiri, nel cuore di Kandahmal, e hanno trovato rifugio dallo zio
Teesta che abita a Samantapuri, un quartiere periferico della capitale.
Dalle finestre aperte arriva la musica di una delle mille «dandiya night»,
le feste a ritmo della danza tradizionale gujarati «dandiya» che accendono
la notte di Bhubaneswar durante la festa di Navaratri. «Fino a
vent’anni fa c’erano solo un paio di ricorrenze indù
l’anno, ora sono migliaia», osserva Teesta, che viene da una famiglia
di falegnami cristiani da tre generazioni. A Natale qualcuno ha lanciato
sassi contro le sue finestre: «Erano i giorni in cui cominciavano a
circolare volantini dell’Hindutva contro le conversioni forzate al
cristianesimo, una bugia bella e buona». La National Commission
for Minorities ha appena rilasciato un rapporto sul proselitismo coatto:
dopo mesi di ricerche non ha trovato neppure un caso. Domenica 12 ottobre
il vescovo di Bhubaneswar, padre Raphael Cheenath, segue in tv la
canonizzazione di suor Anna Muttathupadathu, la prima santa indiana: «Una
buona notizia anche per Kandahmal, una luce che si accende sulla nostra
situazione». Una settimana fa il primo ministro Manmohan Singh, di ritorno
da una visita ufficiale in Europa, ha ammesso che «l’Orissa è la
vergogna dell’India». L’eco delle sue parole arriva afono qui,
a pochi passi dall’arcivescovato, dove un uomo sulla quarantina,
camicia indiana pangjabi e sandali come un missionario, chiede 30 rupie,
mezzo euro, per la dea Puja e rilascia una ricevuta con la bandiera triangolare
rossa, vessillo del Sangh Parivar.
Rom
per una notte – Flavia Amabile
I fari sono due torce puntate contro. Si
avvicinano decisi, accecanti. Solo quando l’auto si ferma mi rendo
conto che davanti a me c’è una volante della Polizia. Lentamente il
finestrino si abbassa, almeno tre volti mi scrutano. Ero
qui alcuni giorni fa, stesso luogo, stessa ora:
via Salaria a Roma, dieci di sera. Indossavo una minigonna, si erano
fermati in tanti scambiandomi per una prostituta. Soltanto loro, le forze
dell’ordine, erano passate oltre, senza degnare di uno sguardo la mia
mezza coscia di fuori. Non manifestavo ‘inequivocabilmente
l’intenzione di adescare’, come recita l’ordinanza 242
del comune di Roma che vieta la prostituzione in strada. E avevano tirato
dritto. Un po' di giorni dopo,
questi altri tre agenti sono lì che osservano con interesse la mia gonna a
fiori lunga fin quasi ai piedi pressoché monacale, i due maglioni, la borsa
di tela, il foulard a tracolla. Nel buio della notte, forse, mi hanno
scambiata per una rom e per di più una rom che aspetta clienti. Li guardo, aspetto la fine del loro esame.
Vorrei anche raccontare delle tre prostitute nascoste a pochi passi da noi,
sul cavalcavia. Ventenni, dell’est, capelli lisci e jeans attillati,
si sono allontanate in fretta non appena mi hanno vista arrivare. Non è
usuale una rom, e nemmeno una donna con gonna fino ai piedi, a
quest’ora sulla Salaria e quindi hanno preferito rintanarsi al sicuro
nella penombra. Dal marciapiede dove sono, le ho seguite con la coda
dell’occhio mentre si sedevano su gradini lerci a confabulare, finché
a una di loro nel buio ha brillato il telefonino. Un sms. Tre minuti dopo
un’auto ancora luccicante di concessionaria si è fermata ai piedi del
cavalcavia ed è scomparsa con due di loro sopra. La volante è apparsa subito dopo, ma loro, gli agenti, non si
sono accorti di nulla: né del protettore che è andato a scaricare la sua
merce a pochi metri da qui, né della terza ragazza rimasta sui gradini del
cavalcavia in attesa di riconquistare la posizione. Si occupano di me che
ho quel foulard a tracolla, così comodo quando si vuole nascondere della
refurtiva. «Che fai qui?», mi
chiedono. Dovrei rispondere che sono qui per capire: perché, a
diversi giorni ormai dall’entrata in vigore dell’ordinanza, i
conti non tornano. La
Salaria pullula di gazzelle, volanti, auto dei
carabinieri e della Polizia. Ma anche di prostitute. A volte le fermano,
poi le lasciano andare e le vedi avanzare a passo veloce lungo il lato
destro della carreggiata e attraversare sfidando auto e camion in corsa.
Pochi istanti e le ritrovi sul lato opposto: in attesa di clienti, come se
nulla fosse. «Che fai qui?», ripete
l’agente. «Sto qui», rispondo. Mi dedicano un’altra
occhiata, poi decidono che non sono pericolosa né illegale, e partono.
Senza nemmeno salutare. E’ un
mercoledì di partite di calcio. Dopo le undici meno un quarto,
quando tutti i goal sono stati segnati, i tifosi di ogni genere si
riversano in strada. Alcuni un po’ mogi, altri con le bandiere sulle
auto. E quando la tua squadra ha vinto, cosa c’è di meglio che travolgere
tutto e tutti con la propria euforia? Clacson all’impazzata,
caroselli di auto, e insulti a me che sono ferma sul ciglio della strada.
«Zingara di m...». E poi una lunga serie di epiteti sullo stesso tono
riferiti a me, e a mia madre. Ma
quando la tua squadra ha vinto hai anche voglia di festeggiare in
modo diverso. E allora ecco che iniziano a fermarsi. Le solite auto in
odore di rottamazione, i sedili consunti. Nel frattempo le forze
dell’ordine di ogni genere e tipo sono scomparse e non ne vedrò più
nemmeno una per il resto della serata. Da questo momento il campo è libero
per ogni genere di commercio. Il
primo a frenare e accostarsi sul lato della strada si chiama Luigi,
italiano, cinquantenne. Ha il sorriso di chi pregusta un bel fine serata.
«Che fai?», chiede. «Lavoro. E tu?», rispondo. «Dai, sali», chiede.
«Perché?» «Beh, ci divertiamo un po’, facciamo delle cose...»,
insiste. «Non so se l’hai capito: sono una rom», lo avverto. Sbianca,
il sorriso gli muore sul viso in un istante. Probabilmente ora gli si
staranno illuminando nella mente tutti gli allarmi legati alla parola rom.
Non dice altro: ingrana la marcia e va via di corsa, come se si fosse
ricordato all’improvviso di un appuntamento urgente. Ora le strade sono piene. Uno dopo
l’altro, si fermano in tanti. C’è un giovane polacco: bel
fisico, zigomi alti, sorriso aperto. Probabilmente di giorno lavora come
muratore, ha ancora addosso i vestiti sporchi di polvere di calcinacci.
C’è un trentenne italiano che ha una voglia folle di fermarsi, fa il
giro più volte senza decidersi. Ci sono tanti che mi guardano senza capire.
Alcune donne non le vedi mai in strada: non incontri le cinesi abituate a
prostituirsi in luoghi ben protetti, né le filippine. E, per
l’appunto, non vedi nemmeno le rom, almeno non quelle con una gonna
lunga fino ai piedi. Cambio zona,
mi sposto sulla Tiburtina. Forse c’è una rotazione nella
distribuzione delle ragazze. Questa settimana si contano sulle dita di una
mano quelle che se ne stanno sedute sulle aiuole o sui marciapiedi nel
freddo della sera in attesa di lavorare. Una di loro si avvicina. «Chi sei?
Sei una nuova? Allora forse avrai più fortuna di noi, se ne vedono una
diversa a volte decidono di fermarsi. Da lunedì le hanno portate via tutte
le ragazze, non si lavora più. Sei pure rom, povera te! E come fai? Di
sicuro non hai nemmeno il permesso di soggiorno. Vabbè buona serata, io
sono qui da tre ore e ho fatto solo un cliente». Quando resto sola le auto iniziano a fermarsi. Arriva un tizio
in motorino, la testa nascosta sotto il casco. Esamina il mio
abbigliamento, sembra indeciso, poi precisa di volere solo alcune
prestazioni e non altre: non si fida. Poi si ferma uno che sembra un
professore universitario, auto luccicante sotto i lampioni della strada.
Parla in modo forbito: non è chiaro se voglia fare un’indagine
socio-culturale sull’improvviso apparire delle rom in strada o se
voglia soltanto caricarmi a bordo in modo vagamente intellettuale. Infine, passa un’auto: a bordo due
donne, forse prostitute: «Zingara di m...tornatene a casa!». Cinque
minuti dopo ripassano, ripetono gli insulti. Capisco il messaggio, vado. Arrivo sulla Cristoforo Colombo
che è quasi l’una del mattino. Mi sistemo sotto la sede della Regione
Lazio. Si ferma un filippino in scooter. Quando sente che sono rom scuote
la testa, deluso, e se ne va. Se fossi una prostituta vera sarebbe la mia
fortuna. Subito dopo si avvicina uno che sembra uscito dalla scena di un
film: auto da 40 mila euro in su, interni in pelle, aria distinta, sembra
persino essersi lavato da non molto. Avverto anche lui: sono una rom. Ride:
«Embé? Sarai mica fatta diversa dalle altre?»
12.10.08
L'uomo senza
pecunia – Barbara Spinelli
Benedetto XVI conosce
certamente la poesia di Heinrich Heine che gli alunni in Germania imparano
a memoria. S’intitola Germania-Fiaba d'Inverno, e non solo è
difficile tradurne la cadenza ma è difficile trasmettere quel che per i
tedeschi significa: è una scheggia piantata nel cuore, non si stacca. Il
poeta narra come un giorno torna in patria, e ascolta la strana nenia
cantata da una fanciulla con sentimento vero e voce falsa: la nenia evoca
l’amore e le miserie d’amore, il sacrificio e il ritrovarsi in
un mondo migliore, dove tutte le sofferenze scemano. Evoca la valle di
lacrime che è la terra, le gioie che svaniscono presto, e l’Aldilà
dove l’anima nuota, trasfigurata, in eterne delizie. D’un
tratto Heine cambia tono, rompe l’incanto: «Era la vecchia canzone
della rinuncia, la ninnananna del cielo con cui si culla il popolo, questo
gran villano, quando mugugna». Il Santo Padre non ha intonato un canto
diverso, il 6 ottobre, in apertura del Sinodo internazionale dei vescovi.
Ha detto parole bellissime e commosse, come la fanciulla di Heine che suona
l’arpa. Ma è una nenia per bambini, la sua, anche se così negativa
sul mondo: è indifferente alla tempesta che in questi giorni agita
l’economia del pianeta, alle sofferenze che scatena. Non ha parole
per descrivere l’inverno di tutto un mondo, che stiamo vivendo: la
dura scoperta del reale, che Heine colloca «nel triste mese di novembre,
quando il vento strappa le foglie dagli alberi, i giorni diventano più
foschi, il cuore è come se lentamente sanguinasse». Il testo del Pontefice,
se non fosse stato detto in pubblico e nel momento che traversiamo, se
fosse una mistica segreta preghiera, resterebbe nel ricordo come traccia
sublime. Parla del visibile e dell’invisibile di cui la creazione è
fatta; del vero realismo, che non costruisce sulla sabbia ma sulla roccia.
Ma anche in lui, d’un tratto, il sublime sembra spezzarsi: «Tutto
questo un giorno passerà. Lo vediamo adesso nel crollo delle grandi banche:
questi soldi scompaiono, sono niente. E così tutte queste cose, che
sembrano la vera realtà sulla quale contare, sono realtà di secondo ordine.
Chi costruisce la sua vita su queste realtà, sulla materia, sul successo,
su tutto quello che appare, costruisce sulla sabbia. Solo la Parola di Dio è
fondamento di tutta la realtà». Nemmeno se avesse detto queste parole
vestito d’un saio - non era vestito d’un saio - il Papa sarebbe
stato vicino a chi soffre. Le parole son belle, ma nella voce è come se
mancasse un poco di bontà, di veridicità. La voce non dice quel che propriamente
sta accadendo. Denuncia una sorta di danza panica attorno al dio denaro,
mentre quel che viviamo è un risveglio amaro e una prova scabrosa. È
l’uscita costosa da molteplici bolle d’illusioni, ed è lo
sforzo che ci tocca fare per non incapsularci in altre bolle: ieri la bolla
che dilatava irrealisticamente il valore delle cose, oggi la bolla che le
svaluta indiscriminatamente tutte; ieri si credeva che il mercato si
regolasse da solo, oggi si sogna uno Stato di nuovo onnipotente. Come altre
volte in passato - le terribili crisi finanziarie narrate da Emile Zola sul
finire dell’800, nel romanzo Il Denaro; il grande crollo del 1929 -
quel che rischia il naufragio è la parte migliore dell’uomo: la
fiducia innanzitutto, quest’inclinazione che fonda la civiltà e il
coesistere umano pacifico. All’origine del tracollo borsistico
c’è un precipizio mondiale della fiducia: fiducia nel mercato e nella
politica, negli imprenditori e nella finanza, fiducia del cittadino verso
le banche e delle banche tra loro. Ecco, davvero, un nichilistico non
credere più in nulla, non aver più fede nella buona fede dell’altro. Al
posto della fiducia si insediano sospetto, diffidenza verso i simili, paura
che la vita dell’uomo, come nello stato di natura descritto da
Hobbes, «trascorra solitaria, povera, brutale e breve». Il denaro appare in
questi scenari apocalittici come sporco, diabolico. Lo pensava Marx, che
citando Shakespeare lo chiamava prostituta. Lo pensavano i bolscevichi, che
fantasticavano d’abolirlo. A destra lo pensava Charles Maurras, che
l’associava alla democrazia, ai giornali, al dominio
dell’opinione. Eppure è proprio grazie al denaro, alla sua natura
astratta, simbolica, che la fiducia si rafforza: se io ti vendo un oggetto
in cambio di una banconota fatta di carta vuol dire che scommetto sulla tua
onestà, che credo in una convenzione sconnessa dagli oggetti. La fiducia
può essere eccessiva, è vero. Ma è vero anche il monito di un altro grande
tedesco, Friedrich Hebbel: «Chi ha cominciato a fidarsi di tutti, finisce
col considerare chiunque come un farabutto». Il pericolo è qui: che dalla
fiducia illimitata si passi alla sfiducia illimitata; che l’economia
di mercato, da angelo che era, appaia come un farabutto. Le parole di
Benedetto XVI non danno fiducia ma accrescono sfiducia, panico, e questo
sordo divorante sospetto. Infine ci sono i poveri, gli ultimi. Difficile
dir loro che quel che è visibile è chimera, che bisogna guardare alla vera
realtà dell’oltre mondo perché questo mondo passerà. Nell’intimo
possiamo pensare - capita spesso - che il male sia in terra. In pubblico
siamo responsabili della fiducia in rovina. La crisi non colpisce solo gli
speculatori. I deboli hanno da temere la perdita di lavoro,
l’insicurezza della pensione, le minacce di pignoramento, la
restrizione del credito, i salvataggi pagati dal contribuente, il carovita.
Al crac finanziario s’aggiunge inoltre l’aumento dei prezzi
alimentari, che resterà a nostro fianco quando le borse riprenderanno: un
numero sempre più grande di poveri morirà di fame sulla terra. È bello
ricordare che il pane quotidiano è in realtà soprasostanziale, come nella
versione greca e latina di Matteo 6,9-13. Ma il pane invocato è anche
quello fatto di farina, acqua e sale. La Chiesa ha antiche diffidenze verso il denaro,
nonostante la Bibbia
sia in materia contraddittoria. È come se desiderasse il ritorno
all’economia del baratto, pur di liberarsi dal dio Mammona. Ma nel
baratto scambiamo un oggetto contro un altro, e non per questo siamo più
liberi e sicuri d’ottenere giustizia. Siamo meno liberi, perché
dipendiamo dalla persona con cui barattiamo. Abbiamo sempre il sospetto che
lo scambio non sia completamente equo, perché forse le quattro sedie che dò
in cambio di una stufa hanno per me un valore che l'altro non valuta.
Simmel spiega bene come il denaro - grazie alla sua natura astratta,
spersonalizzata - liberi interiormente da rancori oltre che da schiavitù e
renda più giusta la proprietà, oltrepassando le appropriazioni ineguali,
senza scambio, che sono il furto e il dono. «Il denaro crea rapporti fra
gli uomini, ma lascia gli uomini al di fuori di essi, è l’equivalente
esatto delle prestazioni oggettive ma un equivalente molto inadeguato per
ciò che vi è di personale e individuale in esse» (Georg Simmel, Filosofia del
Denaro). Il denaro è fiducia nell'uomo, è entrare in relazione con lui
senza paura. Il cardinale Siri, che era un conservatore, coltivava una
vicinanza ai poveri che spesso è coltivata dai veri conservatori. Usava
ripetere il proverbio: Homo sine pecunia imago mortis. L’uomo senza
denaro è immagine della morte: è uomo chiuso, che diffida del simile, che
non pratica lo scambio, amicistico o mercantile. Anche queste antiche
saggezze sono realistiche, autenticamente: non inventano, non costruiscono
sulla sabbia. L’assenza di pecunia è assenza di cibo, di vita, di
fede nell’altro. Gli accenni di Siri al denaro fanno pensare a una
Chiesa che non si occupa solo dei primi nove mesi di vita e delle ultime
ore dell'uomo, ma anche di quello che c’è in mezzo: un corto tragitto
mortale, ma non sprezzabile. Non incantabile, comunque, con
l’Eiapopeia vom Himmel, con la ninnananna del cielo.
Nostalgia
dell'America, quella vera - ARRIGO LEVI
Forse non è il momento
più adatto per dirlo, ma ho nostalgia dell’America. E penso di non
essere il solo. È vero che le due grandi crisi che turbano il mondo, quella
finanziaria, e la guerra irachena, hanno come principale origine, un unico
peccato dell’America dell’ultimo decennio: un eccesso di
arroganza, una smisurata fiducia nella propria potenza politico-militare e
finanziaria. Uno dei consiglieri del Presidente uscente avrebbe detto: a
scrivere la storia ci pensiamo noi, voi giornalisti e politologi dovrete
poi soltanto raccontarla. Ma la storia è molto complicata e non si lascia
scrivere da nessuno. E tuttavia, quanto più forte è l’impopolarità
dell’America d’oggi nel mondo, e tutti i sondaggi dicono che ha
raggiunto livelli drammatici, tanto più cresce la nostalgia
dell’America che abbiamo conosciuto, di cui forse è il caso di ricordare
i grandi meriti storici. L’America non ha soltanto inventato la
democrazia moderna. Nel corso del Novecento ha salvato la democrazia
europea, due volte, dalle proprie follie, pagando un prezzo di vite umane
altissimo. Ha salvato le nazioni democratiche dal disastro economico in cui
l’ultima guerra le aveva fatte precipitare, con aiuti generosi e
lungimiranti. Ha salvato le stesse nazioni dalla sfida dell’ultimo
totalitarismo europeo, quello sovietico, e ha vinto la guerra fredda insieme
con l’Europa democratica senza sparare un colpo di fucile. Ha dato
vita alle Nazioni Unite, che non sono il governo del mondo ma sono qualcosa
di molto più concreto della Società delle Nazioni. E tutto questo riguarda
il passato. La «nostalgia» dell’America nasce dall’ammirazione
per la capacità che l’America ha conservato di cambiare. Io non so
come finirà la campagna elettorale. Ma il fatto che il mondo in generale
«voti Obama» nasce da un sentimento di stupita ammirazione per la
ineguagliata capacità dell’America di accogliere i poveri e
diseredati del mondo. Per schiudere le porte della Casa Bianca a un nero
l’America ha cambiato la sua identità con una rapidità che lascia
esterrefatti. La prima campagna presidenziale che ho «coperto» era quella
del 1964, quando Johnson, erede di Kennedy, vinse contro il razzista
Goldwater. Allora trascorsi un periodo nel profondo Sud, a Jackson
Mississippi e dintorni. L’atmosfera razzista faceva paura. Il
giornalista straniero era automaticamente identificato come un sostenitore
dei negri ed era circondato, ovunque andasse, dall’ostilità
minacciosa dei «red necks». Gli studenti «liberal» venuti dal Nord per
incoraggiare i negri a votare rischiavano la vita. Diversi di loro vennero
uccisi. Da allora sono passati poco più di quarant’anni e un negro
che è mezzo americano e mezzo musulmano ha ottime probabilità di diventare
Presidente. Questo era allora inconcepibile, e solo in America sarebbe
potuto accadere. E’ questa capacità dell’America di cambiare
che mi lascia un po’ scettico quando leggo libri ed editoriali che
dicono che l’età americana è già finita, che siamo entrati
nell’era multipolare, e che forse l’era bipolare, quella della
guerra fredda, era meno pericolosa. Sulla pericolosità del mondo del XXI
secolo sono perfettamente d’accordo. L’atomica in mano a troppe
potenze, e un giorno forse a disposizione di qualche setta fanatica e
suicida, è un annuncio di apocalisse. Ma mi convince meno l’idea che
il multipolarismo del XXI secolo debba condurre necessariamente, come
quello del XX secolo, a una nuova guerra mondiale. Il multipolarismo che
noi abbiamo vissuto, e a cui siamo a fatica sopravvissuti, era di scala
europea e non mondiale. C’era una lunghissima tradizione di guerre
fra nazioni europee strette l’una all’altra in un piccolo
spazio, imparentate e divise da somiglianze e diversità ideologiche e
religiose che generavano straordinari progressi culturali e conflitti
disastrosi: gli ultimi due della serie divennero guerre mondiali. Il
multipolarismo d’oggi si esprime in una estensione spazio
incomparabilmente più vasta. Fra la
Cina e l’America c’è di mezzo il Pacifico.
Tra la Russia
e l’Asia meridionale ci sono spazi immensi. E la Russia può nutrire
rancori per le terre perdute a Occidente, ma presto o tardi si accorgerà
che ha un terzo della superficie terrestre a Oriente in cui sfogare la sua
ansia di grandezza, e che l’Europa unita d’oggi non è nemica ma
alleata necessaria per il suo stesso progresso. E poi c’è
l’America, l’America con il suo patrimonio di valori
democratici, l’America che sa cambiare, e che si è già accorta, negli
anni del tramonto di Bush, che ha bisogno del mondo non meno di quanto il
mondo abbia bisogno di lei. L’America ha una riserva di ideali che
nessun altro ha. Può sbagliare. Ma ha ancora il coraggio di mettere in
giuoco tutta se stessa, e le vite dei suoi cittadini, al servizio di questi
ideali. Non credo che la leadership americana del mondo «multipolare» sia
finita. E ho fiducia che l’essersi scoperta impopolare l’aiuti
a ritrovare se stessa: quella grande America che è stata compagna della
nostra storia e di cui abbiamo nostalgia. Fidel Castro incorona Obama:
"Ma pagherà profondo razzismo" - Il «profondo razzismo» esistente
negli Stati Uniti farà sì che milioni di persone non votino per il
candidato Democratico Barack Obama nelle prossime presidenziali americane.
L'allarme è del leader cubano Fidel Castro, in un editoriale pubblicato
dalla stampa dell’Avana nel quale definisce il Repubblicano John
McCain come «bellicoso». «È un miracolo che Obama non abbia sofferto lo
stesso destino di Martin Luther King, Malcolm X (entrambi assassinati, ndr)
e altri che lottavano per il sogno dell’uguaglianza e della
giustizia», scrive l’82enne «Lider Maximo», secondo il quale milioni
di bianchi «non possono accettare l’idea che una persona di colore
possa occupare la Casa
Bianca, appunto chiamata proprio così: bianca». Castro ha
poi espresso la sua netta preferenza per Obama, che a suo avviso supera in
«intelligenza» il suo rivale repubblicano John McCain. Ma - avverte Fidel -
«negli Stati Uniti esiste un profondo razzismo, e il modo di pensare di
milioni di bianchi non si può conciliare con l’idea che una persona
nera, con mogli e figli, occupi la Casa Bianca, che viene appunto chiamata così:
Bianca». «Quello che più abbonda in McCain sono gli anni», ha osservato
l’ex leader cubano, che ha 82 anni e che nel 2006 ha ceduto la
presidenza al fratello Raul dopo mezzo secolo di potere. McCain ha 72 anni.
E riferito a Sarah Palin, la candidata repubblicana alla vicepresidenza,
Fidel Castro ha sentenziato: «Non sa niente di niente».
Gorbaciov:
"Demolito il modello americano" - GIULIETTO
CHIESA
Mikhail Gorbaciov guarda
sfilare, sugli schermi della Cnn, le cifre della catastrofe finanziaria
americana che dilaga nelle borse di tutto il mondo. Non riesce a trattenere
un sogghigno. «Questo non potranno dire che è colpa del comunismo, o della
Russia. Questo se lo sono creato da soli, con le loro mani. Il prestigio
degli Stati Uniti ne esce demolito, e anche il modello economico e sociale
che hanno imposto al mondo intero con la loro globalizzazione selvaggia». L'ex
presidente sovietico non manca di far notare che l'idea stessa
dell'incontro di Venezia San Servolo, «Ambiente: dall'allarme globale
all'allerta per i media» è la prova che molte cose si potevano prevedere e
furono infatti previste. La nascita, a Bosco Marengo e Torino, del
«Forum della Politica Mondiale», cinque anni fa, rispondeva proprio
all'intuizione che ci trovavamo alla vigilia di una grande crisi mondiale. «Già
allora era chiarissimo che il modello della globalizzazione americana non
era sostenibile - dice nell'intervento di apertura - e che avrebbe dato
luogo a una serie di convulsioni sistemiche. Questa crisi finanziaria, che
presto avrà effetti devastanti sull'economia reale, non è sola. Ce ne sono
altre, simultanee che stanno venendo al pettine a velocità crescente:
quella energetica, dell'acqua, alimentare, demografica, del cambiamento
climatico, della devastazione degli ecosistemi». Per esemplificare,
Mikhail Sergeevic? «Guardi la figura miserevole del Fmi, sparito tra le
nebbie del panico delle Borse soverchiato dall'impressionante vastità del
disastro finanziario. Ma è solo un esempio. Il fatto è che questa nuova
architettura presupponeva il riconoscimento della pluralità del mondo dopo
la fine dell'URSS. Cioè che, sparita l'URSS, c'erano soggetti potenti che
avrebbero voluto svolgere la loro parte attiva: Cina, India, Brasile,
Sudafrica, Indonesia e, naturalmente, la Russia. Invece
a Washington scelsero la via più facile, quella dell'impero. Pensarono di
potere, anzi di dovere, decidere da soli e per conto di tutti. Adesso
tocchiamo con mano che il mondo unipolare ha fallito. Perché, oltre a
essere profondamente ingiusto, era ed è politicamente irrealistico e
insostenibile fisicamente». Che intende per fisicamente insostenibile? «Che
è in contrasto con le leggi della fisica e della chimica, perché non può
esservi sviluppo indefinito in un sistema limitato di risorse. Invece il
modello turbocapitalistico è interamente costruito sulle illusioni di
infinità inesistenti. Non si può contare sul profitto in crescita a tutti i
costi. Non si può spingere a consumi in crescita illimitata perché le
risorse sono definite, a cominciare da quelle energetiche». Dunque, che
fare? «Cambiare modello, finché siamo in tempo. Il mercato senza regole
è stato un disastro, il neo-liberismo si è rivelato una truffa globale». Ma
questo implica mutamenti giganteschi nelle abitudini e condizioni di vita
di miliardi di persone. «Ci sono due modi per affrontare il problema.
Il primo è tacere la verità e dilazionare decisioni che si sa essere
impopolari. Oppure cominciare a dire la verità e organizzare saggiamente,
cioè tempestivamente, il cambiamento. Ci vuole una glasnost mondiale». Lei
vede un rapporto tra queste crisi e le nuove tensioni internazionali e un
ritorno alla guerra fredda? «C’è un rapporto indiretto ma
evidente. Nuovi potenti soggetti internazionali, si pensi a Russia e Cina,
agiscono ormai sulla scena mondiale. I loro interessi non coincidono e non
sono riconducibili a quelli degli Stati Uniti. Vuol dire che la Russia farà, d'ora in
poi, la faccia dura? «La
Russia è aperta al dialogo, ma si chiuderà di fronte a
imposizioni. Bisogna evitare mosse unilaterali, atti di forza, allargamento
di alleanze militari (parlo della Nato) e rinuncia all'installazione in
Europa di nuovi sistemi d'arma (parlo dei missili USA in Polonia e del
radar nella Repubblica Ceca)». Che opinione ha di Putin? «Ha fatto
non pochi errori, ma si tenga conto che ha ereditato da Eltsin un paese al
collasso. Tratte tutte le somme a me pare che il positivo superi il
negativo, e di molto. Dovremmo essergli grati». Ma di democrazia in
Russia non si parla. «Gli occidentali e gli europei dovrebbero imparare
ad avere pazienza, anche perché non hanno scelta. La Russia sta realizzando
una trasformazione democratica. Non dappertutto i tempi sono identici.
L'Europa ha impiegato qualche secolo per costruire lo stato di diritto.
Dateci tempo e non cercate di farci la lezione. Sappiamo imparare da soli».
E' vero che ha fondato un suo partito? «Ci sto pensando, vedremo. Ma
io credo che ci sia bisogno di partiti diversi da quelli comprati o
comprabili. Ci vogliono organizzazioni democratiche che favoriscano la
partecipazione dei cittadini. Sarà necessario che milioni di persone siano
attive e coscienti. Questo vale per la Russia ma anche per voi occidentali».
"Joerg Haider
è stato assassinato" - MARINA VERNA
VIENNA - I primi
l’hanno scritto sui bigliettini lasciati, insieme ai fiori e ai ceri,
nell’atrio del Palazzo del Land Carinzia, a Klagenfurt: «Haider come
Lady D», «Haider come James Dean». Poi sono arrivati i siti antisemiti:
«Haider è stato assassinato», «Questa è la soluzione finale della questione
austriaca», «Dopo il suo successo elettorale, parlare di casualità è solo
da stolti». Il complotto, dunque. L’attentato. Per mano degli sloveni,
dice qualcuno. Per odio alla destra estrema, dicono altri. La costruzione
del mito è cominciata. Il quotidiano viennese «Der Standard» ha raccolto le
prime voci, circostanziate ma anonime. Un ingegnere: «Ho subito pensato a
un attentato. La strada su cui si è verificato l’incidente è a due
corsie in entrambi i sensi ed è dritta come un palo. Haider guidava una
Phaeton, con lo stabilizzatore di direzione, l’auto più sicura che
c’è. Stava tornando da una manifestazione, dove qualcuno deve aver
manomesso la sua vettura». In realtà tornava da una discoteca, «Le cabaret»
di Velden, dove con lo spettacolo «Moulin Rouge Variété» veniva presentato
il magazine «Blitzlichtrevue». Anche questo era Haider, sempre di più con
il passare degli anni: un «viveur» abbronzato, che irradiava una gioventù
forzata e alimentava chiacchiere di omosessualità. «Porta calzoni troppo
attillati», dicevano i benpensanti, scuotendo la testa davanti alle foto
dei tabloid dove appariva tra ragazzetti bellocci e bicchieri di champagne.
A una riunione politica c’era effettivamente stato, due giorni prima
dell’incidente ed è a quella che pensa un ex ufficiale: «Giovedì era
la festa della Carinzia e lui ha attaccato ancora una volta gli sloveni. Io
lo so che aveva anche un sacco di nemici». Anche una studentessa la pensa
così: «E’ stato ammazzato, la sua politica verso la Slovenia era coerente
e lui dava fastidio a qualcuno». Con il passare delle ore, crescevano anche
le reazioni di gioia e sollievo per questa morte, al punto che proprio «Der
Standard» ha chiuso il suo blog, perché arrivavano «troppi messaggi senza
pietà». Anche questi contribuiranno alla costruzione del mito. Haider non è
morto giovane - aveva 58 anni - ma aveva ancora un aspetto giovane, capelli
scuri, fisico da maestro di sci. Non lo si immagina anziano, canuto, in
pensione, relitto di un’epoca finita. Non voleva invecchiare. Almeno,
non prima di diventare cancelliere. Fino al voto di due settimane fa era
soltanto una battuta: «Tornerò a Vienna solo per fare il cancelliere».
Dopo, era diventato un programma realistico per lui - e un timore per tutti
quelli che gli erano contro. Il complotto è il finale perfetto per una vita
spericolata. Come il crash di un’auto potente, però.
11.10.08
Telecom, Alitalia,
Generali, così il ciclone cambia l'Italia – F.
Manacorda
MILANO - La cordata
tricolore in Alitalia che non considera a rischio la ricapitalizzazione da
più di un miliardo, ma che dovrà comunque rivedere il suo piano
industriale. L’arrivo dei soci stranieri in Telecom che finisce
incagliato nelle secche di Borsa, mentre i grandi soci dovranno
probabilmente rimettere mano al portafoglio. E di converso la partita
Generali - la cassaforte del capitalismo italiano - che potrebbe
accelerare, spinta dalla necessità di Unicredit di disfarsi della sua
partecipazione. Insomma, il terremoto finanziario sarà pure globale - come
ci si ripete ogni minuto - ma i suoi effetti sui riassetti finanziari ed
industriali in atto sono, anche, squisitamente locali. Se questa settimana
l’italiano medio ha avuto piena coscienza dell’impatto della
crisi sui suoi risparmi, qualcosa di simile sta avvenendo anche per i
grandi giochi dove finanza e politica si incontrano, qualche volta si
scontrano. E al nuovo scenario devono adeguarsi anche i protagonisti. Il
numero uno operativo di Intesa-Sanpaolo Corrado Passera nel suo ruolo di
banchiere di «sistema», coinvolto nella partita Telecom ma soprattutto in
quella Alitalia. Il presidente di Mediobanca Cesare Geronzi che si rafforza
all’interno - e probabilmente all’esterno - del suo istituto e
ambisce anch’egli a mettere la banca in posizione centrale. Infine il
gran capo di Unicredit Alessandro Profumo, che si deve difendere dalle voci
sparse ad arte per indebolirlo e si trova ancora una volta costretto a
guardare molto all’Italia oltre che al suo impero - in difficoltà,
segnala senza equivoci la
Borsa - internazionale. Alitalia, prima di tutto. Il
rinvio dal 14 al 28 ottobre dell’assemblea dei soci della Cai - il
consorzio presieduto da Roberto Colaninno e che ha come braccio forte
finanziario Intesa-Sanpaolo - non va assolutamente letto come il segno che
ci siano difficoltà per l’aumento di capitale, spiegano fonti della
Cai, ma dipende solo dal fatto che anche alla luce della situazione
finanziaria attuale la valutazione degli asset di Alitalia e di Air One
(che partecipa alla cordata) è assai complicata e richiede più tempo del
previsto. E quella valutazione deve essere esatta per dimostrare di aver
comprato a prezzi di mercato ed evitare di incorrere nelle ire di
Bruxelles. Si vedrà tra venti giorni se i soci saranno tutti presenti
all’appello per dare nuovi capitali. Qualche voce circola sul
disimpegno del fondo Clessidra, ma sempre in casa Cai si spiega che ci sono
altri soci disposti ad entrare. Resta il fatto che, secondo fonti vicine al
dossier, il piano industriale che questa estate ha raccolto i soci andrà
rivisto. Sotto qualche aspetto in meglio, visto che il prezzo del petrolio
è sceso dai 139 dollari il barile che erano nel piano a ben meno di 100
dollari. Ma le buone notizie si fermano qui, dato che nello stesso periodo
l’euro è calato del 20% circa rispetto al dollaro e soprattutto che
si dovranno fare i conti con l’aria di recessione che si comincia a
respirare e con il prevedibile calo del traffico. Meno definiti i contorni
di un’altra partita. Con il titolo Telecom in preda a una febbre al
ribasso che ieri lo ha portato a 0,75 euro, la possibilità di far entrare
nuovi soci attraverso un aumento di capitale sembra allontanarsi. Da un
lato anche perché i Fondi sovrani di tutto il mondo - per Telecom si era
parlato della Libia e degli Emirati - in queste ultime settimane sono
diventati assai più selettivi nei loro investimenti. Dall’altro
perché il prezzo che si intendeva spuntare per i nuovi soci - almeno
attorno agli 1,30 euro per azione che pure avrebbe significato la metà di
quanto pagato dai soci stabili di Telco - appare adesso improponibile alla
luce delle quotazioni di Borsa. Mentre cadono le quotazioni si fa sempre
più concreta la prospettiva che i soci della Telco - tra di loro, oltre a
Telefonica e Intesa-Sanpaolo, c’è in prima linea anche Mediobanca -
debbano reintegrare le garanzie sui prestiti ottenuti. Se necessario
metteranno mano al portafogli, hanno già fatto sapere. I soldi della Libian
Investment Authority che non entrerebbero però in Telecom potrebbero
rientrare dalla finestra nel sistema italiano attraverso il consorzio di
garanzia per l’aumento Unicredit da 3 miliardi, guidato da Mediobanca
e al quale i libici potrebbe partecipare per circa 500 milioni. Ieri il titolo
Unicredit quotava 2,32 euro e l’aumento ha un prezzo di 3,083 euro. A
queste condizioni l’insuccesso dell’aumento sarebbe matematico.
Così come l’arrivo del consorzio di garanzia con Mediobanca. La
stessa Mediobanca, azionista di maggioranza relativa delle Generali, è però
molto interessata a capire che fine farà il 3,5% della compagnia che
Profumo ha già annunciato di voler vendere, dopo che il 9 dicembre scadrà
un prestito convertibile dove difficilmente scatterà il rimborso in titoli
di Trieste. Quel bel pezzo del Leone è ovviamente merce che vale nel
sistema finanziario italiano. Profumo per ora fa sapere di avere trattative
in corso ma non si sbilancia. In fondo quel pacchetto, oltre a ottenere il
massimo sul mercato, può servire anche in una trattativa con Geronzi.
Giappone sul
ciglio del baratro – Francesco Sisci
Mai il Giappone, seconda
maggiore economia del mondo, è stato così vicino alla bancarotta da dopo la
seconda guerra mondiale. Ieri l’indice Nikkei di Tokyo ha registrato
infatti la sua perdita più grande in un giorno da quando è stato fondato
nel 1949: un serissimo - 9,6 per cento. L’indice si è fermato a
8.276,43 punti, con una perdita del 24 per cento, quasi un quarto del suo
valore totale, in una sola settimana. A questi livelli molte delle società
quotate in Borsa sarebbero tecnicamente fallite, perché
l’indebitamento è maggiore del valore dell’azienda. Lo yen
d’altra parte si sta apprezzando sul dollaro e sull’euro, e
anche questa è una notizia ferale, perché significa meno competitività per
le esportazioni nipponiche. Ormai in Asia la crisi è peggiore di quella del
1997, quando interi Paesi come Indonesia, Sud Corea o Thailandia vennero
travolti. Nemmeno allora il Giappone perse così tanto in così poco tempo. Come
allora anche Hong Kong è sotto assedio. L’indice Hang Seng del
territorio ieri ha ceduto il 7,2 per cento, raggiungendo una perdita del 16
per cento in una settimana, la maggiore dal gennaio del 1998, a ridosso della
crisi asiatica. Soprattutto Hong Kong sta tagliando i tassi di interesse in
maniera diversa del solito. Le autorità del territorio hanno annunciato che
ridurranno il tasso di interesse dell’1 per cento, portandolo al 2,5%
per immettere nuova liquidità nel sistema. In passato Hong Kong seguiva
però la Fed
americana, che ha portato il tasso al 2%. La differenza è importante anche
perché il dollaro di Hong Kong è tecnicamente ancorato al dollaro
americano: la di fatto banca centrale del territorio ha depositi di dollari
Usa per un controvalore dei dollari di Hong Kong in circolazione. La
differenza di scelta indica che si stanno allargando i dubbi sulle scelte
monetarie americane, e la
Cina, che si erge alle spalle di Hong Kong e con cui le
autorità del territorio sono in costante contatto, cerca di difendere come
può il territorio. A crisi finanziaria però pare ormai prossima a diventare
anche crisi sociale e di lì poi forse politica. In Giappone le
assicurazioni Yamato sono fallite ieri, la prima assicurazione ad andare in
bancarotta da sette anni nel Paese. Il settore delle assicurazioni è quello
che sta tormentando negli ultimi anni il Paese, visto il passato primo
ministro Fukuda è stato vittima di una campagna di accuse per uno scandalo
di cattiva gestione del sistema pensionistico. Non è chiaro cosa voglia
oggi fare il Premier attuale Taro Aso, che andrebbe alle urne alla scadenza
del mandato a settembre dell’anno prossimo. In un primo momento Aso
sembrava propenso a volere elezioni lampo per novembre, ma oggi la crisi
galoppante potrebbero spingerlo a rinviare la data. Ieri Aso annunciava di
stare organizzando un piano di tagli fiscali e di spese pubbliche
infrastrutturali per sostenere la domanda. Ma già queste misure sono sotto
il fuoco dell’opposizione perché faranno crescere il già
stratosferico debito pubblico nazionale. Il quotidiano Asahi, di centro
sinistra, sosteneva ieri che la situazione è molto negativa per il Paese,
visto che la domanda di prodotti giapponesi all’estero declina e non
c’è modo rapido per aumentare la domanda interna. Lo Yomiuri, di
centro destra, spiega nell’editoriale la morale asiatica della storia
di questi giorni: “I mercati stanno richiedendo forti misure che siano
sufficienti a fermare l’emorragia nella crisi finanziaria
internazionale. Il governo americano dovrebbe decidere il prima possibile
di immettere fondi pubblici nelle istituzioni finanziarie come forma di
rinforzo di capitali”. I tentennamenti, l’incertezza che ancora
si sentono arrivare da Wall Street, l’incertezza del mercato,
scuotono l’Asia, dove si accumula praticamente tutto il debito estero
americano. E se un grande creditore, come il Giappone fallisse, o solo
continuasse a cadere all’inizio della prossima settimana, Paesi
minori della regione crollerebbero, e la crisi rischierebbe di avvitarsi
pesantemente su stessa in un gorgo infernale.
Bimbi in una
scuola di rifiuti – Flavia Amabile
Forse
le brutture che fanno più male sono quelle che colpiscono dove meno te
l'aspetti, e chi meno può difendersi. In una scuola di bambini, ad esempio,
come a Crotone dove migliaia di tonnellate (350 mila) di scorie pericolose
(arsenico, zinco, piombo, indio, germanio, mercurio) sarebbero state
utilizzate per realizzare i piazzali di due istituti di Crotone e uno di
Cutro, i parcheggi di attività commerciali e la pavimentazione di una delle
banchine del porto. Sette persone sono indagate per smaltimento illegale di
rifiuti pericolosi e disastro ambientale. Il disastro ambientale riguarda
innanzitutto decine di bambini. Per anni hanno frequentato scuole costruite
con cemento e scorie avvelenate. Difficile da mandar giù una verità del
genere, fa rabbia. Come fa rabbia sapere che nel 2004 Legambiente e Wwf
avevano rilevato una presenza di arsenico di quasi tre volte superiore al
limite nel mare di Crotone che non è un mare poco frequentato dai bagnanti:
se Capo Rizzuto vi fa risuonare qualcosa da un punto di vista turistico,
sappiate che sotto l'isola sono stoccate 350 mila tonnellate di scorie
altamente tossiche. Secondo l'elaborazione di Legambiente e Wwf, nel mare
di Crotone, nel primo e nel secondo semestre del 2002, erano stati
rilevati, rispettivamente, 33.360 e 29.704 microgrammi per chilo di
arsenico, mentre nel secondo semestre 2003 il dato era di 39.557. Il valore
limite e' 12.000. Ora i bambini delle scuole dalle mura piene di materiale
tossico sono stati trasferiti in altri istituti. I bagnanti ci penseranno
da soli a trasferirsi altrove.E a questo punto il Parlamento ha dato via
libera a un'indagine conoscitiva per capire che cosa è accaduto realmente a
Crotone ma la verità non sarà facile da scoprire. C'era anche un filmato a
descrivere come avveniva lo smaltimento delle scorie tossiche della
Pertusola utilizzate per costruire anche scuole pubbliche. Peccato che poi
sia scomparso, probabilmente cancellato. Qualcuno tra gli inquirenti del
Nisa (Nucleo investigativo sanità e ambiente) sostiene, infatti, che le
videocassette fossero addirittura due, ma di una non si è trovata traccia
negli archivi della procura. Di quella invece in mano al pm Pierpaolo
Bruni, scorrendo le immagini si vede solo un quadro bianco. Tutto
cancellato. «Ho aperto un fascicolo sulla sparizione» dice Pierpaolo Bruni,
titolare dell'inchiesta sullo smaltimento illegale delle scorie tossiche.
In quel filmato realizzato nel 1999 dal Nisa (nucleo investigativo sanità e
ambiente) c'era la prova di come gli operai delle imprese Crotonscavi e
Ciampà miscelavano i rifiuti tossici che poi sotterravano nei cantieri.
L'attenzione degli uomini del Nisa si era soffermata su quel materiale
scuro e granuloso, che nulla aveva a che fare con la malta cementizia.
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